Sommario
Questo lavoro è curato dal Gruppo di studio per la sanità del futuro – Lombardia. Prende spunto dalla viva preoccupazione di diverse componenti sociali che, per varie ragioni, si trovano a riflettere sulla attuale situazione del Servizio Sanitario Nazionale alle prese con un cambio di paradigma che mette a rischio la sua esistenza. In generale, si teme un passaggio da un sistema pubblico ad uno essenzialmente privatistico, riguardo al quale l’attuale stato di consistente “ibridazione” tra i due impianti potrebbe configurarsi come una fase intermedia in attesa di una definitiva e totale affermazione del privato in sanità.
sempre più necessaria una riflessione collettiva sull'attuale situazione del Servizio Sanitario Nazionale alle prese con un cambio di paradigma che mette a rischio la sua esistenza
Tale preoccupazione ha orientato la nostra scelta del tema da approfondire: l’articolo indaga i processi di espansione e di rafforzamento dei grandi gruppi economici interessati al settore sanitario italiano, descrivendone i meccanismi che li generano e identificandone gli attori principali. L’analisi mette in luce una “cooperazione impropria” tra le istituzioni pubbliche e le forze del mercato, che ha progressivamente snaturato il modello universalistico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) come delineato nel 1978 (in questo senso diviene emblematica l’osservazione del Gruppo San Donato, forse la più rappresentativa realtà del mondo imprenditoriale in campo sanitario, soprattutto in Lombardia, ma non solo).
Il fenomeno è favorito da un contesto culturale e politico neoliberista e da specifici fattori eterodeterminati, di solito il risultato di pressioni esercitate dalle forze di mercato sul decisore pubblico che li produce. Attore istituzionale, quest’ultimo, che appartiene prevalentemente alle formazioni politiche di orientamento conservatore.
Tra coloro che promuovono attivamente la privatizzazione si annoverano realtà come Comunione e Liberazione (nella diffusione del principio di “sussidiarietà orizzontale”), Confindustria, l’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP) e l’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici (ANIA), supportate da specifici indirizzi accademici e da un sistema mediatico spesso allineato e in certi casi addirittura connivente.
Nel documento la Regione Lombardia viene presentata come caso emblematico di queste politiche, attuate attraverso scelte precise: autorizzazioni illimitate a favore delle strutture extra SSN, sistemi di accreditamento e di contrattazione opachi, promozione dell’ibridazione pubblico-privato, consulenze internazionali in favore di organizzazioni private pagate con denaro pubblico e altre scelte non meno incisive.
Il documento si occupa di un argomento finora rimasto “sotto traccia” e assai poco discusso, ovvero della penetrazione delle istanze economiche del “mercato” e privatizzatrici nelle facoltà di Medicina e Chirurgia lombarde (oltre che nel sistema universitario in senso lato), fatto che sembra costituire un unicum in campo nazionale.
Si descrive quindi il trasferimento verso il settore sanitario privato di funzioni fondamentali proprie dell’università pubblica, quali la formazione accademica, la ricerca incondizionata e la libertà di poter disporre dei dati e di erogarli liberamente alla comunità scientifica.
e' in corso da anni il trasferimento verso il settore sanitario privato di funzioni fondamentali proprie dell’università pubblica
Inoltre, viene posto l’accento sul condizionamento operato da parte della Regione sulle università statali lombarde spinte, anche nell’ambito della sanità universitaria, ad accettare il principio di “parità” e poi di “equivalenza” tra i due sistemi. Il principale effetto di questa accettazione sta nell’acconsentire di “regalare” al soggetto privato convenzionato con le università statali, le seguenti ulteriori risorse critiche: conoscenze, personale accademico e specializzandi.
A livello nazionale, il Ministero della Salute è descritto come un attore che, negli ultimi decenni, ha oscillato tra una vigilanza insufficiente e il sostegno attivo alle dinamiche privatizzatrici, attraverso riforme (introduzione dell’aziendalizzazione, consolidamento della regionalizzazione, introduzione e regolamentazione di intramoenia ed extramoenia, istituzione dei fondi sanitari) e politiche di legittimazione e di rafforzamento della componente privata del SSN, inclusi mancati interventi sulle illegittimità di comportamento dei governi regionali.
L’analisi si focalizza poi sulle strategie attive del management privato, prendendo come esempio il Gruppo San Donato (GSD), illustrandone le capacità di condizionamento politico, l’integrazione nel sistema universitario, le alleanze finanziarie e le pratiche di espansione sia nel mercato del SSN, sia in quello libero, anche oltre i confini nazionali. Tutti fattori che, come puntualmente posto in evidenza dagli autori, sono osservabili “sul campo” nell’ambito del progetto del grande polo sanitario “Città della Salute e della Ricerca”, attualmente in costruzione nell’area di Sesto San Giovanni[1].
Non si dimentica di mettere in evidenza il fatto incontestabile che questa deriva non abbia incontrato la contrapposizione che sarebbe stata necessaria, e quanto ciò sia da addebitare alla debolezza e alla perdita di spinta ideale delle stesse forze politiche e sociali che furono alla base delle scelte di carattere civile, ispirate alla lettera della Costituzione, che costituirono il nucleo ideale e pratico della legge istitutiva del SSN. Un’opposizione poco consistente e soprattutto indecisa, incapace di contrastare la deriva privatistica sia sul piano pratico sia su quello strettamente delle idee, spesso cedendo alle “sirene” delle logiche efficientiste del mercato.
Il modello privatistico non sembra avere incontrato la contrapposizione che sarebbe stata necessaria, sintomo di una spinta ideale delle stesse forze politiche e sociali che furono alla base delle scelte di carattere civile, ispirate alla lettera della Costituzione
Le conclusioni sottolineano come l’esito di questo processo sia lo stravolgimento dei principi di territorialità e di programmazione pubblica del SSN, sostituiti dai criteri propri del mercato finalizzati all’attrazione di utenza. Il modello lombardo, sebbene presentato da chi lo promuove come ineccepibilmente conforme alla normativa, realizza di fatto una sistematica colonizzazione del settore sociosanitario da parte del privato, mettendo in pericolo sempre più l’universalità, l’equità e la natura pubblicistica del diritto alla salute.
Un modello che produce conseguenze vincolanti per l’intero territorio del paese.
Indice
Una “cooperazione impropria” fra istituzioni sanitarie pubbliche e forze del mercato link
Fattori e soggetti organizzati che promuovono il privato in sanità link
Regione Lombardia link
Le università lombarde link
I partiti in Lombardia link
Il Ministero della Salute link
Il management dei gruppi privati. Il caso del Gruppo San Donato link
Conclusioni link
Una “cooperazione impropria” fra istituzioni sanitarie pubbliche e forze del mercato
Numerosi fattori influenzano e facilitano l’espansione e il rafforzamento dei gruppi della sanità privata in Italia: alcuni favoriscono in generale la privatizzazione del settore e altri sono finalizzati al rafforzamento di un singolo gruppo o di un insieme ristretto di gruppi privati - in genere i maggiori - che pertanto acquisiscono gli strumenti per divenire sempre più capaci di agire per i propri interessi, svolgendo anche, in un ruolo di apripista, un’azione di traino nei confronti di altri soggetti interessati al business sociosanitario.
La gran parte di ciò che rafforza la sanità privata non è frutto diretto ed esclusivo dell’impegno dei dirigenti delle singole organizzazioni, siano esse singole imprese o gruppi, ma è principalmente eterodeterminata e riguarda gli esiti del processo decisionale di attori istituzionali. Ma quanto viene realizzato dalle istituzioni a vantaggio della sanità privata spesso è stato ottenuto da quest’ultima dopo aver esercitato consistenti pressioni sul decisore istituzionale[2].
La capacità di perseguire un migliore posizionamento strategico da parte dei vertici dei gruppi privati è quindi solo una tra le cause che concorrono a produrre l’avanzamento e il rafforzamento delle imprese private in sanità. Infatti gli amministratori dei gruppi privati della sanità, quelli che si dimostrano particolarmente abili nel realizzare l’espansione del loro ambito di intervento, riescono a sfruttare il più possibile ogni opportunità offerta dal contesto.
Lo fanno dentro una cornice istituzionale che glielo consente. E, se hanno pochi scrupoli, considerano anche la possibilità di approfittare delle occasioni illegittime, contando sul fatto che probabilmente non saranno sanzionati da chi dovrebbe vigilare su di loro e impedire gli illeciti. Per esempio, operano in parallelo dentro e fuori il SSN con comportamenti che sembrano paradossali, dando sfoggio di un vero e proprio equilibrismo comportamentale, non preoccupandosi di minacciare l’esistenza stessa di quel SSN che consente loro consistenti rendite (un fare quindi forse dannoso per loro stessi nel lungo periodo), pur di poter godere il più possibile di vantaggi immediati attraverso la vendita dei loro servizi a pagamento.
La relativa stabilità di un contesto culturale e politico ben disposto nei loro confronti crea il terreno più adatto alla loro azione, così come l’impunità di cui godono, nonostante i loro comportamenti, come detto, siano spesso al limite della legalità[3].
Le azioni del management dei gruppi privati sempre più mirate all’espansione del proprio business sembrano trovare fondamento, quindi, sulla scommessa del perpetuarsi anche nel futuro di un contesto culturale e politico favorevole, così come sembrano dare per scontato il persistere di una mancata azione sanzionatoria. La sanità privata spera che queste due condizioni si verifichino indipendentemente da chi vincerà le successive competizioni politiche (e lo dimostrano i finanziamenti messi a disposizione di entrambi gli schieramenti politici). Le forze di opposizione hanno forse fornito qualche indizio di una loro possibile “apertura” al privato che non lo metterà in pericolo? Pare proprio di sì.
In sintesi, l’espansione del potere simbolico ed economico dei principali gruppi della sanità privata è l’esplicitazione e il risultato di un agire “cooperativo” fra istituzioni e forze del mercato, non affatto rispondente al modello di Servizio Sanitario Nazionale che ci siamo dati nel 1978. Questa cooperazione impropria è l’esito di un grave snaturamento del SSN originario.
l’espansione del potere simbolico ed economico dei principali gruppi della sanità privata è l’esplicitazione e il risultato di un agire “cooperativo” fra istituzioni e forze del mercato
Fattori e soggetti organizzati che promuovono il privato in sanità
È cosa nota e comunemente ammessa che dalla fine degli anni ‘80 si è diffusa in Occidente e in altre consistenti parti del mondo una dottrina politica prevalentemente fondata su basi economiche e finanziarie a cui è stata attribuita la denominazione di “neoliberismo”.
Un sistema di pensiero che ha rapidamente egemonizzato la scena della globalizzazione capitalista, dopo averla determinata, e che ha sopraffatto ogni altra chiave di lettura della complessità della convivenza fra gli esseri umani. Il prevalere di un tale pensiero economico su altre forme di pensiero nel campo dell’organizzazione sociale, con prospettive economiche e sociali totalizzanti, se non totalitarie, ha soggiogato e reso marginale ogni ambito ideale e politico che si esprimesse in altri termini, con contenuti diversi.
Dando per assodato che il contesto internazionale egemonizzato delle teorie neoliberiste ha condizionato pesantemente anche il nostro paese, soprattutto riguardo alle privatizzazioni dei beni pubblici, di seguito elencheremo brevemente i fattori specifici che influenzano la privatizzazione della sanità in Italia. Questi fattori, che sono rilevanti per la produzione e l’accelerazione del processo di affidamento a soggetti privati dell’assistenza sociosanitaria e delle relative funzioni accademiche di docenza e di ricerca, sono generati in particolare dai comportamenti mirati di alcune organizzazioni che giocano un ruolo culturale e politico nel contesto di una circolarità di relazioni che genera influenze reciproche.
il processo di affidamento a soggetti privati dell’assistenza sociosanitaria e funzioni accademiche di docenza e di ricerca, sono generati dai comportamenti mirati di alcune organizzazioni che giocano un ruolo culturale e politico nel contesto di una circolarità di relazioni che genera influenze reciproche.
Comunione e liberazione ed entità collegate sono organizzazioni generalmente molto attive. Sono in relazione con le piccole imprese o le organizzano, ma non per questo sono meno amiche del grande capitale e delle banche. Sono impegnate altresì nel terzo settore, nelle università, nell’editoria soprattutto in Lombardia e nel Centro-Nord del paese[4]. Sono entità diverse, ma ideologicamente coordinate, infatti convergono nell’organizzare eventi pubblici di rilevanza nazionale in cui diffondono la cultura della “sussidiarietà orizzontale”, un’invenzione lessicale e semantica di successo che non è vero sia esplicitata nel testo della Costituzione, richiamando e sostenendo l’indispensabilità del ruolo del privato in sostituzione piena del soggetto pubblico, esprimendo inoltre un particolare zelo nel voler realizzare tale sostituzione soprattutto in sanità.
Confindustria, essendo la principale associazione sindacale italiana delle imprese, è più che mai in prima fila nel promuovere una sanità privatizzata. Si attiva da sempre[5] affinché il privato possa conquistare totalmente un settore, quello della salute, fra i più rilevanti per volume di attività, sottraendo funzioni al soggetto pubblico cui è ancora affidata la tutela di tale bene. Da considerare anche che il comparto socio-sanitario svolge una funzione di traino per la ricerca collegata al business di ampi settori economici industriali e di servizio, nella sostanza tutti rappresentati dalla associazione e in essa confluenti.
L’Associazione Italiana Ospedalità Privata (AIOP), è la principale organizzazione di rappresentanza della sanità privata. Raccoglie i soggetti associati che lavorano per mantenere le condizioni di rendita offerta dal convenzionamento con il SSN. L’essere a contratto con il SSN consente loro anche di sviluppare attività sociosanitarie nel mercato diretto e intermediato della sanità, dove sono totalmente libere da vincoli che riguardano l’erogazione di un servizio pubblico. AIOP definisce anche le strategie di sviluppo delle imprese della sanità privata ad essa associate. Non più solo di quelle che offrono servizi ospedalieri. Tutela anche gli interessi di imprese sanitarie di diagnostica e di assistenza territoriale (ambulatori, poliambulatori, centri prelievi e laboratori, ecc.). È parte di Confindustria.
L’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici (ANIA) promuove l’intermediazione della spesa sanitaria privata caricata sulle spalle del cittadino (oltre 40 miliardi) per trasferirla nel business delle assicurazioni che a loro volta si avvalgono dei servizi offerti dalla sanità privata. In Lombardia si è andati però oltre e lo sviluppo delle assicurazioni viene ora anche sostenuto dalla struttura pubblica del SSR, attraverso l’impiego delle strutture ospedaliere pubbliche che saranno obbligate a offrire servizi per conto delle assicurazioni e delle mutue utilizzando le prestazioni in intramoenia (ossia in libera professione) dei propri dipendenti. L’introduzione delle polizze sanitarie all’interno dei molti contratti nazionali di categoria o aziendali, inserite per volontà dei datori di lavoro in accordo con le organizzazioni sindacali, vengono in parallelo sostenute, fra le altre, dalle iniziative di “Percorsi di Secondo Welfare”, impresa sociale e laboratorio di innovazione sociale riconosciuto e ospitato da una delle maggiori facoltà di scienze sociali e politiche del paese.[6]
E infine va considerato il ruolo dei giornali, delle case editrici e delle emittenti televisive, in quanto canali d’informazione spesso proprietà di imprese private del settore o da esse partecipati. Tale ruolo è stato ed è decisivo nel selezionare e fornire informazioni all’opinione pubblica nazionale e locale in modo che possa considerare con crescente favore la presenza degli operatori privati in sanità[7].L’armonizzazione delle politiche di queste influenti organizzazioni (Comunione e liberazione, Confindustria, Aiop e Ania) con i filoni di insegnamento privilegiati dalle Università (o facoltà) di economia e management riferiti alla sanità e con gli interventi formativi di società di consulenza multinazionali, insieme al ruolo di diffusione di tali visioni della sanità garantito dai media, forniscono straordinarie occasioni di diffusione di una cultura che porta sia allo sviluppo dei mercati alternativi in sanità (il mercato puro e quello intermediato da compagnie di assicurazioni, fondi di investimento e mutue) sia all’aumento della componente privata interna al SSN.
Questo perché la presenza del privato nel SSN è stata modellata in modo da costringere, in un quasi mercato, alla concorrenza con il privato anche il soggetto pubblico che eroga servizi sociosanitari. Il SSN perde di fatto le proprie caratteristiche di servizio pubblico basato su finalità pubblicistiche (ossia basate sul “diritto amministrativo e pubblico”) e su presupposti di equità e universalismo, che indiscutibilmente, nonostante le forzature ideologiche, non sono propri dei sistemi privati o misti.
la presenza del privato nel SSN è stata modellata in modo da costringere, in un quasi mercato, alla concorrenza con il privato anche il soggetto pubblico
Regione Lombardia
Ora osserviamo i comportamenti di una Regione che sono volti direttamente alla promozione dei mercati della sanità. Sono azioni che generano lo spazio per l’insediamento del privato e che tendono a costruirne o a rafforzarne il potere. Il riferimento è alla Lombardia.
Inizieremo con il considerare la prima mossa necessaria per entrare nel settore sociosanitario. Da parte del soggetto privato il primo passo è ottenere l’autorizzazione ad esercitare l’attività. Questa autorizzazione viene concessa di fatto senza limiti. In Lombardia, questa funzione di autorizzazione se l’è attribuita la Regione. Il ruolo del Comune resta del tutto in subordine in quanto esprime un parere non vincolante, a cose avvenute. E il fatto che questa autorizzazione sia sempre da concedere viene ricondotto anche in sanità al rispetto del principio della “libera iniziativa” (art. 41 della Costituzione). Di recente, dal 2021, le leggi sulla concorrenza introdotte nel nostro ordinamento sono entrate nel merito anche delle modalità di ingresso del privato nel SSN.[8]
l’articolo 32 della Costituzione tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, diritto che risulta preminente rispetto ad ogni altro
L’ossequio alla Costituzione, in questo ambito, deve però riguardare innanzitutto l’articolo 32 che tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, diritto che risulta preminente rispetto ad ogni altro. Le lezioni apprese osservando il comportamento dei privati in sanità avvertono, tuttavia, che una costante entrata del privato nel settore non pare essere rassicurante per la tutela del diritto alla salute. Da parte delle istituzioni sanitarie regionali non si è sentita la necessità di misurare e di rendere noto l’andamento di questo fenomeno, e se ne capiscono le ragioni: una volta rese evidenti le dimensioni del fenomeno e i suoi effetti, questi potrebbero indurre chi non li auspica a contrastare tale politica. Nemmeno l’opposizione politica, d’altronde, ha avvertito l’importanza di questo passaggio. Fatto sta che, ad oggi, non ci sono misurazioni disponibili dei nuovi ingressi di imprese nel settore, anno per anno, né stime relative. L’osservazione diretta del proliferare di nuove strutture private di erogazione nel territorio è di fatto ora l’unico modo, insufficiente, decisamente tardivo e inefficace, per stimare quanti soggetti siano entrati.
Cosa andrebbe misurato? L’ampiezza del mercato diretto della sanità (extra SSN) sarebbe il dato più importante da registrare, in termini di strutture e di valore complessivo, in quanto massa critica che preme sul sistema pubblico. E come la si calcola?
Si ottiene, in primo luogo, sommando il numero delle sedi delle imprese solo autorizzate (non disponibile) con quello delle sedi delle imprese che, oltre ad essere autorizzate, sono anche accreditate, ma non sono a contratto con il SSR[9] (anche questo è un dato non disponibile). Ma, come è noto, il mercato diretto e intermediato è anche presente nelle sedi di erogazione della sanità privata convenzionata o a contratto con il SSR. Servono quindi dati che distinguano:
a) le strutture riservate solo al mercato diretto e intermediato e
b) le strutture a contratto con il SSR che comunque lavorano anche per conto proprio (fuori dal SSN), utilizzando sedi che singolarmente offrono tutti i tipi di servizio (SSN ed extra SSN e cioè anche quelli privati puri e quelli veicolati dalle assicurazioni).
Viene da chiedersi a questo punto: perché gli economisti sanitari in Italia e le loro associazioni non lavorano per richiedere o realizzare la costruzione di questi database? Da chi sono presiedute queste associazioni? Dal momento che non lo fanno, a quanto risulta, viene purtroppo il sospetto che non siano in grado o non abbiano la volontà di produrre ricerche indipendenti.
Ecco uno dei comportamenti istituzionali che è decisamente da riconsiderare, a nostro avviso: è stato consentito al soggetto privato di offrire ogni tipo di servizio (pubblico e privato) in una sede unica. Questa politica è frutto dell’intenzione del governo della Regione Lombardia (e delle altre regioni che la stanno imitando) di ibridare sempre più il pubblico con il privato in sanità e di giungere ad una difficile distinguibilità della natura dei soggetti e dei loro servizi da parte dei cittadini e degli operatori. Il calcolo si fa complicato e questa complicazione aiuta proprio chi nell’ibridare il SSR ha inteso impedire anche la consapevolezza dei cittadini su quanto sta avvenendo. Risulta infatti difficile determinare i volumi e i valori dei servizi erogati distinguendo e attribuendo tali dimensioni ai rispettivi mercati compresenti nella stessa sede del soggetto privato[10]. Che tutto ciò faccia parte di una politica di disinformazione per “non disturbare il manovratore”, ossia il politico privatizzatore, non è così peregrino pensarlo.
Se si osservano le politiche della Regione Lombardia nei confronti della sanità del proprio territorio, che sono state ampiamente dettagliate nel corso della recente ricerca riferita al periodo 1995 -2020[11], sono chiaramente distinguibili quelle relative alla privatizzazione del SSR e al rafforzamento della sanità privata. Vediamole:
- a) trasferimento al privato di funzioni critiche prima esclusivamente o prevalentemente affidate al pubblico. Il soggetto pubblico si è ritirato da alcune funzioni lasciando spazio al privato. Lo ha fatto nella fornitura dei servizi, nella formazione accademica, nella ricerca, e nella possibilità di incidere sulle scelte politiche future del SSN. Ciò è avvenuto per volontà della Regione, con il supporto delle università di management, sotto la pressione di attori scalpitanti che erano pronti a sostituirsi al soggetto pubblico, nonché dei loro fiancheggiatori che avevano predisposto il terreno culturale perché ciò avvenisse. La Regione ha prodotto una normativa che ha determinato l’indebolimento del soggetto pubblico;
- b) accreditamenti con pratiche di autocertificazione che riguardano modificazioni degli assetti esistenti e accreditamenti per nuove strutture di erogazione richiesti su iniziativa del soggetto privato, libero di affermare la sua idoneità di fatto all’esercizio qualificato di attività sanitarie senza subire i necessari controlli esterni;
- c) accordi di contratto ad hoc per ogni singolo privato convenzionato. I contratti (e/o le cifre corrispondenti ai servizi riportati nei contratti) dovrebbero essere pubblicati sui siti delle otto Agenzie di Tutela della Salute, nella parte che riguarda l’”amministrazione trasparente”, nella sezione del menù “Accordi intercorsi con le Strutture Sanitarie e Sociosanitarie”. Tuttavia i contratti non sono pubblicati da tutte le ATS[12], né, laddove lo sono, non vengono messi a disposizione del pubblico con le stesse modalità dalle diverse ATS, in modo da consentirne un’agevole consultazione e significativa aggregazione a livello di gruppo. Le informazioni sono riferite a singole aziende, che vengono inserite a seconda delle attività svolte in due macro categorie di servizi (sanitari e sociosanitari)[13] e non è immediato per gli analisti (e quindi figuriamoci per i cittadini!) ricostruire l’ammontare del denaro pubblico utilizzato per remunerare tutte le diverse attività sanitarie e sociosanitarie di un gruppo economico che ha diverse strutture collocate in ATS diverse e classificate in elenchi diversi. Ne consegue che le informazioni sono incomplete su base regionale, frammentarie e mal esposte, quindi adatte a creare una confusione di comodo. Mentre i dati si dovrebbero elaborare e fornire con l’impegno necessario a evitare distorsioni del quadro (cosa che altre Regioni fanno);
- d) rimborsi, sovra-tariffazioni e funzioni non tariffabili di cui non è facile stabilire l’entità con riferimento ai singoli destinatari. Anche in questo caso si tratta di dati resi pubblici (ma non omogeneamente su tutto il territorio della regione) in un formato di per sé poco utilizzabile e per niente esplicativo della realtà. In genere, per le singole strutture convenzionate sono disponibili i dati relativi alle remunerazioni dei servizi erogati per conto del SSR. Ma se appartengono ai gruppi della sanità privata (e quindi le entrate rientrano nei loro bilanci consolidati) non si riesce a ottenere il dato relativo a quanto ogni gruppo singolarmente incassi dalla regione. Le informazioni delle singole strutture sono da rielaborare se si vuole conoscere il vantaggio aggregato che apportano ai gruppi. Per quanto riguarda le sovra-tariffazioni, invece, non ci sono proprio possibilità di verificare come vengano calcolate. I parametri non sono ben definiti. Si conosce solamente il limite percentuale massimo di aumento sulla base tariffaria precedentemente stabilita, che rimane difficilmente reperibile;
- e) facilitazioni nella localizzazione delle strutture private e all’accesso di tipo logistico, mentre poco o nulla fanno le autorità sanitarie pubbliche regionali in generale per far conoscere e per facilitare l’accesso alle proprie strutture[14];
- g) promozioni delle strutture private di ricovero in ambiti istituzionali di maggior prestigio cui sono destinate tariffe più elevate: le promozioni in IRCCS (istituti di ricovero e cura a carattere scientifico) e le concessioni del titolo di “sede universitaria di docenza e ricerca o di insegnamento” comportano, per chi ne beneficia, entrate maggiori per l’attività di assistenza sociosanitaria erogata; le strutture private che oggi ne traggono vantaggio sono davvero tante e sono in aumento (quattordici IRCCS privati e numerose strutture private convenzionate con le facoltà statali di Medicina e Chirurgia, di cui sono sedi accademiche), come si dirà più avanti. Non disponendo dei contenuti delle convenzioni che riguardano gli erogatori dei poli universitari clinico assistenziali, dobbiamo dare come possibile che le due sovra-tariffazioni dei servizi erogati, nel caso di strutture sia IRCCS sia sedi di formazione accademica, si possano assommare.
- h) ruolo proattivo nel coinvolgere e assicurarsi il consenso e una sicura collaborazione dell’intero sistema universitario nei confronti delle proprie politiche privatizzatrici. L’obiettivo di rendere operativi i principi di parità pubblico -privato stabiliti per l’erogazione dei servizi sociosanitari anche per la sanità universitaria è stato pienamente raggiunto. Le facoltà statali di Medicina e Chirurgia nel convenzionare le sedi di assistenza sanitaria in cui il proprio personale accademico verrebbe a collocarsi e a svolgere il suo ruolo, sono chiamate a non considerare le distinzioni fra natura pubblica o privata della struttura da coinvolgere nelle funzioni integrate di tipo accademico (assistenza, insegnamento e ricerca). La Regione nell’approntare questo suo modello di sanità universitaria evidentemente non ha considerato l’esistenza del decreto 517/1999 che contiene norme ancora vigenti riferite all’intero ambito nazionale che non permetterebbero di realizzare un simile sistema. I protocolli d’intesa Regione - Università in genere sembra siano stati fatti calare dall’alto da chi li redige, e cioè dalla Regione.
Ma ciò che è stato solo accennato alle lettere g) e h) merita un’adeguata ed estesa illustrazione. Nel paragrafo che segue, che si occupa del ruolo delle università lombarde e in particolare delle facoltà di Medicina e Chirurgia nei processi di privatizzazione della sanità, i fatti verranno dettagliatamente evidenziati.
Le università lombarde
Il governo di centro destra della Regione Lombardia fin dalla metà degli anni ’90, con la prima presidenza Formigoni (dall’aprile 1995), mostra un particolare interesse verso le istituzioni accademiche e istituisce un rapporto piuttosto stretto con i vertici delle università sedi di facoltà di Medicina e Chirurgia e delle università/facoltà di Economia e Management, di Scienze sociali e politiche e Politecniche del proprio territorio.
La finalità del presidente della Regione è chiara: coinvolgere le università, a partire dai vertici, nel cambiamento istituzionale pro privato che si intendeva realizzare soprattutto in ambito sociosanitario. Già nel 1996 viene istituita la prima facoltà lombarda di Medicina e Chirurgia privata presso l’ospedale San Raffaele (Libera Università Vita e Salute). Retto da una figura “religiosa”[16] molto attiva nella promozione della struttura, l’ospedale era stato già promosso in IRCCS nel 1972 ed era divenuto anche sede ufficiale della facoltà di Medicina della Statale di Milano fin dalla metà degli anni ’80 (contando sul fatto che fosse gestito da un ente di ispirazione religiosa, quindi, in un certo senso, equiparabile alle strutture pubbliche)[17]. Ma la questione del rapporto dell’IRCCS San Raffaele con la Statale di Milano era stata posta, fra le proteste dei giovani medici in formazione, fin dalla metà degli anni ‘70. Nel maggio 1997, trascorsi due anni dall’insediamento del nuovo governo regionale, vengono designati i sette partecipanti del Consiglio regionale alla Conferenza Regione-Università[18]. Nel luglio (due mesi dopo) viene varata la riforma sanitaria di Formigoni (LR 31/1997) che si occupa anche del concorso delle università lombarde nell’erogazione delle attività sanitarie (art.5).
La riforma sancisce il rispetto dei reciproci fini istituzionali di Regione e Università e introduce la necessità di stipulare protocolli fra la regione e le singole università, redatti sulla base di linee guida concordate. I protocolli devono definire i criteri di redazione delle convenzioni delle università con le Aziende sanitarie (pubbliche) e con gli altri soggetti accreditati (privati); devono anche regolamentare l’apporto delle facoltà di Medicina e Chirurgia alle attività assistenziali presso tali soggetti.
Nel 1998, vengono istituiti due nuovi atenei pubblici[19] dotati di facoltà di Medicina e Chirurgia: Università degli Studi di Milano-Bicocca[20] e Università degli Studi dell'Insubria[21]. Gli atenei statali lombardi con facoltà di Medicina e Chirurgia diventano così cinque: i due di Milano e poi le università degli studi di Pavia, Brescia, Insubria. A questi si affianca, a Milano, un ateneo privato, la Libera Università Vita e Salute di Milano, con due sedi di erogazione in città (San Raffaele e Villa Turro) e una in provincia di Varese (Clinica Santa Maria a Castellanza). Non è subito chiaro il disegno che porta all’aumento delle università pubbliche. Si dirà che era necessario sgravare la pressione esercitata sulla Statale di Milano. Ma non si tratta solo di questo, come vedremo. Quelle nuove sedi accademiche pubbliche diventeranno, insieme alle altre già costituite da tempo, le sedi universitarie incaricate di convenzionarsi indistintamente con sedi assistenziali pubbliche e private.
Nel 1999 Regione Lombardia anticipa di qualche giorno, con una delibera di giunta del 3 dicembre (DGR VI/46798), le disposizioni normative nazionali che avrebbero regolato i rapporti fra strutture universitarie e strutture di assistenza sanitaria in Italia (l’attività legislativa era stata delegata dal parlamento al governo D’Alema), e poi non si allinea ad esse quando tali norme vengono emanate il 21 dicembre 1999 (decreto legislativo 517/1999). Il presidente della Regione (Formigoni) decide di percorrere una strada diversa da quella indicata dal SSN, che del resto aveva già avviata. Il Ministro della Sanità (Bindi) è per un orientamento che preservi il più possibile la connotazione pubblicistica della sanità universitaria.
Ecco il senso del decreto: l’università pubblica di Medicina e Chirurgia “entra” in una azienda sanitaria pubblica costituendo una struttura integrata di assistenza e al tempo stesso accademica. E il governo regionale della Lombardia vuole invece “aprire” decisamente alle strutture di assistenza sanitarie private, sempre più numerose proprio per intervento della stessa Regione, facendo in modo che diventino anch’esse, e prima di tutto, sedi di insegnamento delle università statali. Non applica quindi, come si diceva, il decreto legislativo 517/1999 che istituiva le AOU – aziende ospedaliere universitarie pubbliche. La ragione è evidente. Il contenuto del decreto legislativo non si conformava all’orientamento del governo regionale[22] ed avrebbe impedito la realizzazione dei principi privatizzatori contenuti nella riforma sanitaria Formigoni (LR 31/1997), ovvero la “parità” di trattamento dei soggetti pubblici e privati in sanità, che veniva ad appoggiarsi al “principio di parità di diritti e di doveri pubblico privato” (art. 1 della legge regionale citata), anche nel rapporto fra università e assistenza sanitaria (art. 5, stessa legge regionale).
Ma, come si è detto nel paragrafo precedente, riferito ai comportamenti privatizzatori dell’ente regione, la “parità” diviene nei fatti invece un trattamento di favore per il privato, soprattutto quando, a differenziare i due soggetti, è la disparità dei vincoli, e quindi dei doveri che derivano dall’ordinamento generale dello Stato. Ecco quindi dove sta, a nostro avviso, il punto:
- la parità di diritti e di doveri pubblico-privato non poteva essere introdotto come principio normativo della riforma, in quanto visibilmente non in accordo con la Costituzione.
- La parità pubblico privato, inoltre, non poteva davvero esistere nei fatti per la disparità delle finalità e dei vincoli cui sono sottoposti i due soggetti. Ma, per il governo della Regione Lombardia, affinché il modello lombardo di sanità proposto nel 1997 fosse al sicuro e addirittura “blindato”, questo principio di “parità”, e il cosiddetto “pari trattamento pubblico privato” che ne derivava, dovevano essere accettati e fatti propri anche dalle università statali di ambito sociosanitario. Mentre, a detta di alcuni giuristi[23], d’altra parte, Regione Lombardia si sarebbe dovuta attenere alle disposizioni ministeriali e non avrebbe potuto percorrere strade diverse. Ma le critiche di natura giuridica valgono anche per altre regioni che non si sono adeguate del tutto al decreto legislativo del 1999, pur non seguendo il percorso tracciato dalla Lombardia di privatizzazione delle università statali per il tramite dell’incessante e poderoso processo di privatizzazione sanitaria promosso dalla Regione e ancora tumultuosamente in corso.
Cosa ha comportato la scelta lombarda? Vengono istituiti i poli universitari, anziché le AOU o Aziende Ospedaliere Universitarie. Ne viene data una definizione nell’allegato A alla DGR VI/46798 del 3 dicembre 1999 (la delibera di giunta che anticipa il decreto legislativo 517/1999, e che preliminarmente ne nega il contenuto). “Per Polo Universitario si intente l’insieme delle strutture sanitarie accreditate pubbliche e private, con le quali l’Università stipula le convenzioni necessarie al processo formativo dell’ordinamento didattico dei corsi di Laurea in esse attivati. Tali strutture sono organizzate in Poli Universitari.”[24] Si sta parlando della sanità universitaria.
Di seguito, nell’allegato citato, viene fornito l’elenco dei poli universitari delle Facoltà di Medicina e Chirurgia pubbliche (nell’elenco se ne contano cinque a Milano; uno a Brescia, uno a Pavia, uno nell’Insubria o Varese) e della università privata, un polo di Milano con sedi dei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia. Vengono anche indicati, fra quelli elencati in precedenza, i poli interessati a tenere i corsi di laurea in Odontoiatria e protesi dentarie[25] (due a Milano: Polo universitario di Milano: AO Ospedale San Paolo, AO ICP Istituti Clinici di Perfezionamento; uno a Pavia: Polo universitario di Pavia, IRCCS Policlinico S. Matteo di Pavia; uno a Brescia: Polo universitario di Brescia, AO Spedali Civili di Brescia; uno a Varese: Polo universitario Insubria, AO Ospedale di Circolo Fondazione Macchi di Varese).
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ANNI |
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SEDI PUBBLICHE E PRIVATE DEI POLI UNIVERSITARI PUBBLICI (5 Universita Statali con facoltà di Medicina e Chirurgia) |
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TOTALE |
PUBBLICHE E/O IBRIDE |
PRIVATE |
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1999 |
TOTALE |
20 |
11 |
9
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Solo UNIMI |
9 |
7 |
2 Policlinico San Donato e Monzino |
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2001 |
TOTALI
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23 |
10 |
13 Sorpasso delle private |
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Solo UNIMI |
12 |
6 |
6 Aggiunte 4 sedi: Ospedale San Giuseppe (ospedale classificato) Istituto Ortopedico Galeazzi Istituto Europeo di Oncologia Istituto Clinico Humanitas |
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2014 2015
PRE-riforma Maroni |
TOTALE |
25
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11
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14 |
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Solo UNIMI
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15 |
9 + IRCCS Istituto Nazionale Tumori[31] |
6 |
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2017 settembre |
TOTALE |
26 |
12 + ASST Papa Giovanni XXIII (BG) |
14 |
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Solo UNIMI |
15 |
9 |
6 |
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2017 novembre |
TOTALE
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27 |
13 |
14 |
|
Solo UNIMI |
16 |
10 + IRCCS Istituto Neurologico Besta |
6 |
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Nel 1999 in Lombardia le sedi di assistenza per i poli universitari corrispondenti alle facoltà pubbliche di Medicina e Chirurgia erano 20, di cui 9 riguardavano strutture di ricovero della sanità privata. Sostanzialmente, circa la metà delle sedi totali (9) erano in convenzione con la Statale di Milano, il che dimostra quale fosse il peso specifico di quest’ultima in Lombardia. La Statale già all’epoca utilizzava per le attività didattiche le sedi private del Policlinico San Donato (Gruppo San Donato) e dell’Istituto Monzino, ospedale specializzato in Cardiologia, promosso IRCCS dal 1992 e parte della Fondazione IEO-Monzino di Umberto Veronesi.
Nel 2001, al sistema universitario medico chirurgico lombardo e, nello specifico, alla Statale di Milano, vengono ad aggiungersi 4 sedi clinico assistenziali private, tutte collocate nel comune di Milano o nel suo hinterland: Ospedale San Giuseppe (ospedale classificato), che allora era interamente di proprietà e gestione dell'Ordine Ospedaliero Fatebenefratelli; il passaggio al controllo del Gruppo Multimedica avverrà anni dopo, intorno al 2009; l’Istituto Ortopedico Galeazzi (Gruppo San Donato), che diventerà IRCCS nel 2006; l’Istituto Europeo di Oncologia, fondato nel 1994 e IRCCS dal 1996, gestito dal prof. Umberto Veronesi; l’Istituto Clinico Humanitas (gruppo Humanitas, famiglia Rocca), fondato nel 1996 e divenuto IRCCS nel 2005. Ne consegue che le sedi universitarie clinico assistenziali private totali nel 2001 diventano 13 contro le 10 pubbliche. Si realizza così il sorpasso della presenza di strutture private su quelle del pubblico, anche per quanto riguarda la funzione accademica in ambito sanitario.
Le tabelle che seguono sono il frutto della rielaborazione del contenuto dell’allegato 1 della delibera di giunta o DGR 7437/2022 del 30 novembre, di iniziativa dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso, rispettivamente riguardanti le cinque università pubbliche (statali), sedi delle facoltà di Medicina e Chirurgia (tabella 2) e le due università private attualmente del settore (tabella 3).
Tab. 2. Lombardia. Sedi pubbliche e private dei poli universitari clinico assistenziali pubblici al 2022
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POLI UNIVERSITARI CLINICO-ASSISTENZIALI CON SEDI PUBBLICHE E PRIVATE di 5 Atenei statali con facoltà Medicina e Chirurgia |
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SEDI PUBBLICHE E/O IBRIDE DI UNIVERSITÀ PUBBLICHE |
SEDI PRIVATE DI UNIVERSITÀ PUBBLICHE |
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DGR annunciata[32] |
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POLI UNIVERSITARI CLINICO ASSISTENZIALI |
Totale Sedi PUBBLICHE |
Ospedali Universitari PUBBLICI |
Ospedali di insegnamento PUBBLICI |
Ospedali di insegnamento PRIVATI |
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UNIPV |
2 |
1 Istituto IRCCS San Matteo |
1 ASST Pavia Non esplicativo |
ND |
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UNIMI |
8 |
3 Fondazione Ca’ Granda IRCCS Policlinico Tutti i presidi? + ASST Santi Paolo e Carlo Non esplicativo: tutti e due i presidi? + ASST FBF Sacco Tutti i presidi? |
5 Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Dei Tumori Fondazione IRCCS Istit. Neurologico Carlo Besta ASST Pini-CTO (ASST) GOM Niguarda ASST Ovest Milanese |
ND |
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UNIBS |
4 |
1 ASST Spedali Civili di Brescia |
3 ASST Garda ASST Cremona ASST Valcamonica |
ND |
|
UNIMI Bicocca |
6 |
1 ASST Monza
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5 ASST Papa Giovanni XXIII BG ASST Lecco ASST Brianza (ASST) GOM Niguarda MI In convenzione con 2 facoltà ASST Nord Milano Non esplicativo |
ND |
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UNI Insubria |
2 |
1 ASST Sette Laghi VA
|
1 ASST Lariana CO |
ND |
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TOTALE |
22 |
7 |
15 |
ND |
L’Università degli Studi di Milano dispone nel 2022 di tre ospedali universitari, uno dei quali è un IRCCS, e di cinque ospedali di insegnamento pubblici. Non si viene invece informati su quante siano le sue sedi private di insegnamento. L’Università degli Studi di Milano-Bicocca ha un unico ospedale universitario e quattro ospedali di insegnamento, di cui due nell’area di Milano e tre collocati nelle province di Lecco, Monza-Brianza, e Bergamo. Come si può constatare il GOM o Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, è convenzionato con entrambe le università statali di Milano.
Tab. 3. Lombardia. Poli universitari clinico assistenziali privati al 2022. Fonte: BURL e Direzione Welfare SSR Lombardia
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POLI UNIVERSITARI CLINICO-ASSISTENZIALI PRIVATI – SEDI PRIVATE secondo la DGR 7437 /2022 del 30 novembre – allegato 1 |
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POLI UNIVERSITARI CLINICO ASSISTENZIALI |
Totale Sedi private |
Ospedali universitari |
Ospedali di insegnamento |
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Università Vita-Salute San Raffaele (GSD) MILANO |
1 |
1 IRCCS privato Ospedale San Raffaele |
0 |
|
University Humanitas HUNIMED Rozzano (MI) |
1 |
1 IRCCS privato Humanitas
|
0 |
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TOTALE |
2
|
2 |
0 |
I contenuti delle decisioni della giunta regionale della Lombardia del 2022 (DGR 7437 del 30 novembre), riportati nelle tabelle 2 e 3, stanno per essere superati, senza che sia stato delineato da parte della Regione un quadro davvero completo della situazione pregressa: quante sono oggi le sedi clinico assistenziali private delle facoltà statali di Medicina e Chirurgia in Lombardia? Non lo sappiamo. È infatti dei primi giorni di febbraio 2026 la notizia di un ulteriore trasformazione del sistema universitario della sanità lombarda, sempre più a trazione regionale[33]. Il piano di azione contenuto nel protocollo, già definito e approvato in giunta, è in attesa del parere favorevole della commissione competente del Consiglio regionale per diventare effettivo e trovare applicazione.
Con riferimento al nostro focus, quali sono le novità per quanto riguarda il ruolo del privato nella sanità universitaria della regione? È una domanda che non ha ancora una risposta. Si viene a sapere che si amplia la rete dei poli universitari clinico- assistenziali, includendo nuove ASST (tra cui Lodi, Crema, Melegnano e Martesana, Rhodense, Franciacorta, Mantova, Bergamo Ovest, Bergamo Est, Valtellina e Alto Lario e Valle Olona), si dice “per garantire la qualità delle cure e la formazione di eccellenza”. I poli sono inclusi nella attività di programmazione delle attività di formazione, assistenza e ricerca, “per migliorarla”, si dice, e si aggiunge che con ciò si introduce formalmente “una programmazione congiunta pubblico – privato tra Regione, Università pubbliche (ricordiamolo, che hanno sedi anche nel privato) e Università private (con le proprie sedi), IRCCS (privati e pubblici ibridati) e ASST”. Il ruolo dei medici specializzandi, anche quelli assunti ai sensi del cosiddetto ‘decreto Calabria‘, potranno operare sull’intera rete delle sedi lombarde (non viene detto, ma si tratta di sedi pubbliche e private) secondo il modello ‘hub and spoke’, già definito dalla Regione. Tutto ciò sarà contenuto in nuovo protocollo regione-università, redatto dalla Regione.
Quanti e quali analisti, accademici, operatori sanitari, partiti di opposizione, sindacati, associazioni di base, ordini professionali e cittadini hanno nozione e consapevolezza di questa realtà (tabelle 1, 2, 3), avendo avuto la possibilità di soffermarsi a ragionare su simili fatti carichi di conseguenze nella determinazione del modello di sanità della regione e nella sua capacità di garantire il diritto alla salute? Ma, per poter arrivare alla consapevolezza, prima di tutto si deve poter accedere ad un’informazione completa e questo passaggio non è stato certo facilitato nel corso degli anni dalle istituzioni sanitarie regionali.
Sembra proprio che le pratiche di disallineamento della Regione Lombardia dalla normativa nazionale, anche e soprattutto per quanto riguarda la sanità universitaria, siano state di fatto nascoste al pubblico, o comunque non chiaramente rese note e fatte comprendere nel loro significato complessivo fino a che, pare, il modello di università pubblica ibridata con il privato non si è ritenuto, da parte dei decisori istituzionali, fosse sufficientemente consolidato. Tanto è vero che, mentre è generalmente noto e continuamente citato il decreto legislativo 229/1999 (Riforma Bindi), non si richiama nelle delibere e in genere negli atti ma anche nel discorso politico pubblico, il decreto legislativo sulla sanità universitaria varato nello stesso anno (517/1999).
Le occasioni di parlarne sono state quanto mai ridotte. È un problema generale e locale. Quando in letteratura si tratta il tema del SSN e delle sue articolazioni organizzative, quasi mai ci si riferisce al capitolo importantissimo della sanità universitaria. È sorprendente che questa trascuratezza non sia stata rilevata come strana, se non grave. La sanità universitaria diventa un tema di discussione solo per ricordare il perenne conflitto fra medici ospedalieri e medici universitari[34] (, mentre, come nel caso della Lombardia, la normativa riferita alla sanità universitaria costituisce una novità sostanziale, risultando pertanto decisiva per la configurazione del modello di sanità regionale e per il suo perpetuarsi. È quello che Formigoni e i suoi successori di pari orientamento politico sembrano aver capito pienamente, al contrario delle opposizioni.
Per quanto riguarda la Lombardia, la dissimulazione riferita alla sanità universitaria si è originata: a) da parte della Regione, che, da un lato, non ha messo a disposizione sul BURL (bollettino ufficiale regionale della Lombardia) tutte le delibere di giunta complete degli allegati, delibere che istituivano lo speciale modello lombardo di sanità universitaria, seguite a distanza dalle leggi regionali che in parte ne modificavano le disposizioni; e, dall’altro, non ne ha comunicato lo stato dell’arte durante la ricognizione commissionata dai ministeri del Miur (Mariastella Gelmini) e della Sanità (Ferruccio Fazio) del governo Berlusconi IV ai ricercatori della Bocconi, incaricati di effettuare l’analisi; b) da parte delle università statali lombarde, e in particolare delle facoltà di Medicina e chirurgia, che pure hanno messo via via in pratica queste disposizioni. Solo di recente le facoltà di Medicina e Chirurgia hanno evidenziato sul loro sito l’esistenza di accordi di convenzionamento con strutture sociosanitarie del privato e del pubblico convenzionato[35].
Sulla decisione di pubblicare tali informazioni - comunque parziali e insufficienti, come più volte detto - ha certamente influito anche il più stringente obbligo normativo di rendere l’amministrazione pubblica più trasparente, secondo una legge in vigore dal 2013[36], ma applicata al SSR molto più tardi, e solo in parte, perché ci si ferma davanti al segreto commerciale. Un impedimento tipico della logica di mercato che andrebbe rigettato con forza trattandosi di un settore difficilmente omologabile ad altri, anche per quanto recita la Costituzione. Ma quello che stiamo per annotare è ancora più degno di nota: quelle istituzioni accademiche che avrebbero dovuto registrare gli importanti scostamenti normativi nei report di ricerca loro commissionati intorno al 2009 dai ministeri coinvolti nella regolazione della sanità universitaria (come detto, dal MIUR e dal Ministero della Salute) non hanno descritto con la necessaria cura e completamente proprio la realtà normativa e macro-organizzativa della Lombardia, regione che in quel periodo godeva ancora di una indiscussa fama di eccellenza, poi molto ridimensionata.
Come è potuto accadere? Balza agli occhi che la metodologia di ricerca concordata con il committente, e utilizzata, si presta ad assecondare le pratiche dissimulatorie: si basa su una raccolta dati effettuata direttamente, e in proprio, dalle organizzazioni oggetto di analisi (le regioni) che si rendono volontariamente disponibili alla collaborazione rispondendo ad un questionario e inviando documenti.
Risultato: a causa di una partecipazione parziale della Regione Lombardia, le informazioni sulla sanità universitaria regionale sono contraddittorie[37], insufficienti o mancano del tutto[38]. Mentre sarebbe bastata un’accurata analisi della normativa e degli atti ufficiali che, a questo proposito, dovrebbe essere resa disponibile sui Bollettini ufficiali regionali, evitando così di dover ricorrere alla collaborazione incerta dei vertici della Regione.[39] Ecco che cosa si sarebbe potuto aggiungere nel rapporto:
1) che esisteva un raccordo formale fra regione e università avviato già nel 1997 (ne troviamo traccia nel BURL), se non da prima: la Conferenza regione – università, conferenza predisposta per tutti gli atenei pubblici e privati, dotati o meno di facoltà di Medicina e Chirurgia, che prevedeva anche la partecipazione di membri del Consiglio regionale;
2) che i protocolli Regione – Università per l’orientamento delle convenzioni fra università e aziende fornitrici di assistenza erano operativi da tempo in Lombardia, prima di Formigoni e soprattutto durante i suoi mandati di governo, e quindi si sarebbe potuto dare conto, ai fini della ricerca, almeno degli ultimi protocolli disponibili (2005);
3) che le convenzioni venivano stipulate fra università e un variegato numero di soggetti pubblici e privati, e non solo fra le facoltà statali di Medicina e Chirurgia e le Aziende Ospedaliere, come viene scritto nel rapporto, facendo intendere, con l’uso dell’acronimo AO, che si trattasse delle sole strutture pubbliche, per l’appunto le Aziende Ospedaliere;
4) e, per finire, che questi soggetti erogatori, richiedenti la convenzione, pubblici e privati, risultavano essere sollecitati dalla Regione stessa a farlo.[40]
Facciamo un passo indietro per illustrare le ragioni di quanto abbiamo appena affermato. Al livello nazionale, nel 1998, viene deciso che le università si dovessero aggregare in un comitato regionale per armonizzare le attività didattiche e di ricerca[41]. In Lombardia tutte le università pubbliche e private sono state quindi riunite in un Comitato regionale di coordinamento delle università lombarde (CRUL)[42], di cui l’attuale presidente è Donatella Sciuto, rettrice del Politecnico di Milano[43]. Ma anche prima delle disposizioni nazionali, nel 1997[44], tutte le università della Lombardia erano già state chiamate a raccolta, questa volta dalla Regione. Era stata istituita la Conferenza regione-università, presieduta del presidente della Regione e partecipata da sette membri del Consiglio regionale (quattro di maggioranza e tre di minoranza). Ma non ci si è limitati a questo.
Ma che cosa ha permesso, e poi facilitato in qualche misura, l’attuazione di pratiche di orientamento/condizionamento delle università statali lombarde e, in particolare, delle facoltà di Medicina e Chirurgia, da parte del governo della Regione? Ecco un possibile elenco di contingenze/strumenti che hanno giocato un ruolo decisivo:
- la Conferenza regione-università, presieduta da Formigoni (di cui si è detto) che si è occupata di coordinare gli orientamenti della Regione con quelle delle università lombarde;
- l’istituzione da parte della regione di due nuovi atenei pubblici dotati di facoltà di Medicina e Chirurgia nel 1998, che ha in questo modo anche saldato il rapporto con i vertici di tali atenei, che hanno costituito un asset sicuro per il governo della regione, per ragioni intuibili, in quanto alleati di ferro.
- la nascita del CRUL, Comitato regionale di coordinamento delle università della Lombardia, istituito in ogni regione dal DPR 25/1998 (governo Prodi), comitato che si occupa ancora oggi di coordinare la programmazione universitaria e che prevede al suo interno la presenza di diritto del presidente della Regione[45];
- il rapporto stretto del presidente della Regione Formigoni con i rettori della Statale di Milano e presidenti del CRUL lungo l’arco temporale di tutti i suoi quattro mandati (dal 1995 al 2012): Paolo Mantegazza e Enrico Decleva[46]. Quando poi, al cambio di governo regionale, Roberto Maroni (Lega Nord) ha sostituito Roberto Formigoni, questo rapporto stretto tra presidente della Regione e il rettore della Statale di Milano, Gianluca Vago (in precedenza preside di facoltà di Medicina e Chirurgia), è continuato sotto un vessillo diverso, ma della stessa coalizione.
- l’impegno profuso dai direttori generali della sanità lombarda (soprattutto durante i mandati di Formigoni) nel tessere relazioni con i vertici delle facoltà di Medicina e Chirurgia (particolarmente attivo in questo senso si è dimostrato Carlo Lucchina[47], di simpatie cielline, in affiancamento agli assessori alla sanità Carlo Borsani (Alleanza nazionale) e Luciano Bresciani (Lega Nord);
- e, a partire dal 2009, la Lombardia istituisce, con propria legge regionale, il Comitato di indirizzo e coordinamento delle università lombarde (CIC), definito come “strumento di partecipazione agli atti di programmazione regionale in relazione alle strutture e ai servizi sanitari coinvolti nell'ambito della formazione sanitaria universitaria”. Costituito e presieduto dal presidente della Regione, composto dagli assessori e dai direttori generali competenti (sanità e università), dai rettori delle università e dai presidi delle facoltà di Medicina e Chirurgia (vedi legge regionale 15/2009, poi abrogata). La normativa in vigore nel testo unico per la sanità (LR 33/2009 e sue modificazioni) dà conto di una avvenuta notevole modificazione del testo originario. Verranno cambiati principalmente: 1) la denominazione: diviene “Comitato di indirizzo” e sparisce il riferimento al coordinamento delle università; 2) la composizione del comitato diventa generica nella formulazione e rimandata a decisioni della Giunta regionale e viene inclusa fra i componenti l’Accademia regionale di formazione per il servizio sanitario (articolazione di Polis); 4) e la figura che presiede il comitato: non si fa più un esplicito riferimento al presidente della Regione; 5) anche le modalità di funzionamento del comitato vengono decise dalla giunta regionale. [48]
- le istituzioni accademiche inoltre sono utilizzate dalla Regione come enti, fra gli altri, dediti alla formazione e alla ricerca per la sanità, e collocate all’interno di una rete per la formazione per i dirigenti sociosanitari, che da qualche anno viene diretta dall’Accademia regionale di formazione per il servizio sociosanitario (e precedentemente da enti di pari funzione, ma diversamente nominati)[49].
Non ci resta che chiederci, a questo punto della nostra ricostruzione, quali siano state le conseguenze delle numerose iniziative del governo della Regione rivolte alle facoltà statali di Medicina e Chirurgia lombarde. Il nostro focus è sulle pratiche di snaturamento delle facoltà statali di Medicina e Chirurgia, ibridate con il privato per quanto riguarda le sedi delle attività clinico assistenziali, ed è su quello che intendiamo principalmente concentrarci, anche se non dimentichiamo il significato del l’esistenza in Lombardia di due università private con facoltà di medicina e chirurgia.
Per quanto riguarda soprattutto il lato universitario della sanità (sanità universitaria), si è assistito alla perdita di fatto di una buona fetta dell’autonomia dell’università come istituzione dello Stato e anche come istituzione in sé. Le pratiche di condizionamento esercitate dalla Regione sulle facoltà di Medicina e Chirurgia hanno indotto queste ultime, non importa se per adesione ideologica, se per “necessità” o a causa di convenienze di altro tipo: a) all’accettazione del principio di “parità di diritti e doveri pubblico privato” e, di fatto, più di recente di “equivalenza”.
Le università di Medicina e Chirurgia hanno acconsentito di applicare tale principio nell’attribuire a strutture private funzioni di formazione accademica dei medici e delle professioni sanitarie e funzioni di ricerca[50]; principio di parità pubblico privato che non è fatto proprio dal SSN per quanto riguarda le attività di assistenza (e per estensione anche delle altre funzioni); b) all’utilizzazione consensuale di modelli organizzativi per la sanità universitaria, che risultavano incompatibili con la normativa nazionale ancora in vigore: i poli universitari delle facoltà di Medicina e Chirurgia con sedi di assistenza sociosanitaria pubbliche e private sono istituiti in sostituzione delle aziende ospedaliere universitarie AOU pubbliche previste dal decreto legislativo n. 517 del 1999; c) all’accettazione consensuale di un ridimensionamento oggettivo della propria autonomia istituzionale, al di là delle affermazioni di principio che la davano per rispettata fin dal 1997[51].
Gli esiti del condizionamento subìto sono a questo punto del tutto conseguenti: le università con facoltà di Medicina e Chirurgia del sistema lombardo sono diventate attori di prima linea del processo di privatizzazione della sanità. I vertici delle università statali lombarde, e soprattutto delle facoltà di medicina e di chirurgia, nonché le figure apicali delle facoltà di Scienze sociali e politiche, hanno dato di fatto il proprio consenso al progetto di privatizzazione voluto dal governo della Regione. Non si sono chiesti, pare, se quanto proposto dalla Regione corrispondesse alla normativa quadro del SSN. Gli atenei coinvolti sono: Università degli Studi di Milano UNIMI, Università degli Studi di Milano Bicocca UNIMIB, Università degli Studi di Brescia UNIBS, Università degli Studi di Pavia UNIPV, Università dell’Insubria (Varese) UNI-Insubria.
Le facoltà statali di Medicina e Chirurgia lombarde quindi stipulano convenzioni per l’assistenza, la didattica, la formazione e la ricerca anche con strutture erogatrici sociosanitarie private, indipendentemente da ogni considerazione contenuta nel decreto 517/1999[52] (che fino a tempi recentissimi, essendo del tutto ignorato, non è stato nemmeno citato nelle delibere di giunta lombarde). Succede questo mentre le università o le facoltà di economia e management pubbliche e private sostengono in gradi diversi le persistenti teorie manageriali che mirano ancora oggi a ridurre il ruolo del soggetto pubblico (UNIMI, UNIMIB, UNIBG, Università Cattolica (privata), Bocconi (privata) e LUIC di Castellanza (privata).
Per concludere il nostro ragionamento, come sintesi finale si potrebbe dire che la sanità di Formigoni (e dei suoi successori) ha puntato tutto sull’università per estendere il principio di parità pubblico privato dalla sanità alla sanità universitaria, il che ha consentito al centrodestra di realizzare un modello misto a prevalenza del privato che si sarebbe perpetuato naturalmente, dal momento che puntava a condizionare medici e operatori sanitari fin dalla fase della loro formazione accademica. Costoro si sarebbero formati nelle aule e nelle corsie degli ospedali privati, divenuti sedi accademiche delle statali, e quindi avrebbero considerato il modello misto in sanità come naturale e "pubblico" senza intercettare in quale modo e in che misura questo stesso modello invece tradisse il SSN.
I partiti in Lombardia
I partiti che sostengono il governo regionale lombardo, ormai da più di trent’anni senza soluzione di continuità, sono stati i fautori del modello organizzativo sociosanitario - disallineato rispetto al SSN - che si è rivelato in vario modo deficitario in termini di tutela della salute dei cittadini e della collettività. Essi difendono in modo esplicito gli interessi delle imprese intenzionate ad entrare nel settore sociosanitario lombardo o che già vi hanno fatto il loro ingresso volendovi rimanere. L’orientamento neoliberista, di cui i partiti di centro destra sono il principale porta bandiera, impone loro di impegnarsi nell’assegnare le numerose funzioni sociosanitarie alle imprese private e di garantire un modello misto pubblico privato in cui la componente privata risulti prevalente sulla pubblica e si rafforzi e si espanda sempre più giocando liberamente su tre mercati (il quasi mercato pubblico o SSN e i due mercati extra SSN: diretto-puro e intermediato, dando a questi ultimi la possibilità di selezionare la clientela). Nondimeno, nelle azioni di tutela degli interessi delle imprese in sanità, che tali partiti mettono in campo, contano sia ragioni di consenso elettorale sia considerazioni riguardanti i finanziamenti che potranno ottenere da chi è divenuto - con il loro aiuto - forte economicamente e le cui mire espansionistiche verranno a concretizzarsi ancora contando di nuovo sul loro intervento.
Se non esiste alcun dubbio che la privatizzazione della sanità lombarda sia stata parte consistente e integrante dell’azione politica delle componenti maggiori della destra regionale che ha governato la regione dal 1995, anche i partiti di opposizione lombardi, in gradi diversi, più o meno consapevolmente, hanno una qualche responsabilità su quanto si è potuto realizzare.
Colpevole è stata l’inerzia protrattasi troppo a lungo nella azione politica di contrasto alla privatizzazione. I partiti di opposizione hanno accumulato nel tempo, in particolare fin dal secondo mandato di Roberto Formigoni alla presidenza della Regione (2000-2005), ritardi e limiti di conoscenza, consapevolezza e valutazione nei confronti della progressiva trasformazione del Servizio Sanitario in Lombardia nella mecca della sanità privata. pare che abbiano introiettato una idea di sottomissione culturale. Sorprende poi che non sappiano ancora intercettare le dimensioni del processo di privatizzazione in corso in Lombardia, tanto che, nel migliore dei casi, lo definiscono oltre ogni evidenza anche oggi: “strisciante”.
Lasciano che il fenomeno si espanda secondo meccanismi inerziali (lasciando andare le cose) e sono ancora lontani dall’ipotizzare o dal farsi suggerire pratiche efficaci che lo contrastino. I partiti lombardi di opposizione, che si dicono impegnati nella difesa della natura pubblica del SSN, nello specifico, non hanno ancora lavorato per ideare alcuno strumento che possa essere di ostacolo all’espansione della componente privata in sanità, né sembrano volerlo fare nel prossimo futuro. Viene da chiedersi perché ciò accada.
Un’interpretazione potrebbe essere questa: anche i partiti lombardi di opposizione sono comunque legati all’idea che in sanità, al pari che in altri settori, non possano essere davvero messe in discussione la presenza del privato (il profit e tanto meno il no profit, vero o apparente che sia), della concorrenza, e quindi del mercato[53] nelle sue diverse forme (quasi mercato, mercato puro e mercato intermediato). Ne consegue che esprimono - sì - proposte per contrastare la gestione regionale attuale della sanità, ma sotto altri aspetti: quelli che non riguardano la presenza del privato e il continuo espandersi dello spazio in cui esso opera.
Spesso hanno contribuito invece a confermare che la “funzione pubblica” potesse essere attribuita senza problemi agli enti privati accreditati e a contratto, con il risultato di voler relegare il ruolo del soggetto “pubblico” a sola “regia” di un sistema ibrido. Una regia sostanzialmente illusoria data la sproporzione delle forze in campo. Fuori tempo massimo anche l’iniziativa messa in campo contro il principio di “equivalenza pubblico-privato”. È dal 1997 che è di fatto operativo, anche se denominato diversamente e, purtuttavia, non è mai divenuto un tema di cui occuparsi davvero.
Non è quindi previsto, per ora, nel caso che il governo della regione passasse nelle mani dell’opposizione, un cambio del modello misto di SSR con un ridimensionamento della presenza del privato[54], ma solo una modificazione parziale delle politiche attualmente vigenti, tramite proposte che intendono risolvere alcuni dei macro problemi evidenziati dai cittadini, dagli operatori sociosanitari e dai medici.
Problemi che non vengono inseriti in un quadro di respiro generale, bensì affrontati in modo parcellare, tanto da dare l’impressione di una ricerca del consenso fine a sé stessa. E poi non ci si può sorprendere – come sembrano fare i partiti di opposizione - se le proposte di nuove politiche espresse in ambito consigliare regionale vadano incontro a sonore bocciature. Tali bocciature dovrebbero essere del tutto attese, in quanto determinate dai numeri di cui dispone lo schieramento di maggioranza[55]. Ed è per questo che aver scelto come luogo privilegiato della propria azione l’aula del Consiglio regionale, in cui esprimere le proprie proposte, luogo che viene usato anche come cassa di risonanza mediatica per raggiungere il loro potenziale elettorato, non può essere considerata un’iniziativa sufficiente.
Un’ultima considerazione. Per definire le proprie politiche, da tempo, l’opposizione in Lombardia si è affidata a consulenti accademici “bipartisan” (ma che stanno principalmente a fianco del governo regionale e nazionale[56] attualmente della stessa coalizione), il cui orientamento ideologico, in ossequio ai dogmi del neoliberismo, segue la logica stringente della privatizzazione dei beni pubblici, ancorché sapientemente mascherata. Per tali motivi, queste figure di ricercatori/consulenti che si presentano come tecniche, non lo sono in realtà. Non sono per nulla intenzionate ad omogeneizzare la infrastruttura del SSN all’interno della regione come nel resto del paese[57], secondo una logica modulare.
Questo perché – ragione tutt’altro che secondaria - finirebbero anche per limitare il loro ruolo e lo sviluppo del loro business che consiste nell’offrire servizi di consulenza e formazione al management intermedio e di vertice pubblico e privato della sanità, in modo che con il loro aiuto, possa decidere anche allontanarsi da ciò che era stato stabilito si dovesse mantenere nel tempo. In una fase di ristrettezze delle casse pubbliche, per questi consulenti serve contare, ancora più che nel passato, anche sulle committenze che provengono dei privati del settore.
I partiti di opposizione hanno accettato le ricette di questi consulenti in modo acritico o, peggio, ne hanno accettato i dogmi (aziendalizzazione, soggetto pubblico assimilato al privato riconosciuto come detentore del primato di efficienza, centralità dei bilanci, necessità di razionamento dei servizi, budgeting in sostituzione della programmazione basata sui bisogni di salute, marketing sanitario e turismo sanitario).
In questa loro scelta si scorge una conferma della nostra ipotesi: siamo di fronte ad un discutibile orientamento pro privato dei partiti di opposizione, al di là degli slogan che sembrano orientarli verso la difesa della natura pubblica del SSN.
Il Ministero della Salute
I comportamenti del Ministero della Salute – indipendentemente dall’orientamento del governo che lo esprime - oscillano tra un’insufficiente vigilanza sul grado di rispetto della Costituzione e della normativa nazionale vigente da parte delle disposizioni normative e dei processi di privatizzazione in corso in sanità a livello regionale, e un sostanziale supporto attivo alle regioni privatizzatrici e ai privati (aziende di erogazione, compagnie di assicurazione, banche e altre organizzazioni di intermediazione) con connessa totale indifferenza nei confronti discutibile legittimità di alcuni dei loro comportamenti. Il tutto avviene per favorire la privatizzazione della sanità italiana e ciò si constata in modo smaccatamente palese soprattutto osservando le politiche del governo Meloni. Per una valutazione dei contributi che il Ministero della Salute ha dato alla privatizzazione, contano sia i comportamenti (le politiche) sia il peso del mancato intervento nel controllo dell’operato in ambito normativo e operativo degli enti regionali. L’elenco delle misure e dei comportamenti omissivi che, a livello governativo, hanno progressivamente snaturato il carattere statale e pubblico del SSN è piuttosto lungo ed inizia circa 35 anni fa. Eccolo in breve e per sommi capi:
- L’aziendalizzazione, varata nel 1992, delle Unità Sanitarie Locali (USL) che diventano quindi Aziende Sanitarie Locali (ASL), costituisce la premessa indispensabile per la privatizzazione culturale della componente pubblica del SSN e la precondizione per la cessione delle sue funzioni al privato.
- Il consolidamento della regionalizzazione della sanità avvenuto a partire dal 1992, ha consentito di fatto alle Regioni di sperimentare nuovi assetti e forme di governo anche modificando la configurazione strutturale base del SSN, che invece per legge non poteva essere comunque trasformata. E qui si è registrata l’inerzia e l’inefficacia del ministero della salute. In Lombardia sono stati realizzati un impianto organizzativo, una divisione del lavoro e modalità di funzionamento del SSR disallineate con il resto del SSN, trasformazioni adatte a facilitare la penetrazione del privato. E questo è avvenuto ben prima dell’introduzione della recente legge sull’autonomia differenziata (Legge Calderoli del 2024).
- L’istituzione, avviata nel 1992/1993, dei Fondi Sanitari[58], in quanto gestiti da una compagine di soggetti privati (assicurazioni, banche, mutue, enti di mutuo soccorso, ecc.), disegna innanzitutto l’ulteriore privatizzazione del settore sociosanitario, introducendo un’aggiuntiva funzione di intermediazione, del tutto affidata ai privati, che poteva essere risparmiata nei modelli pubblicistici ed universalistici, quali il nostro. Da questo punto di vista, non esiste alcuna sostanziale differenza se si tratta di introdurre le polizze sanitarie delle assicurazioni cosiddette commerciali o i fondi per servizi integrativi o, ancora, i fondi sostitutivi della copertura garantita dal SSN. Fondi e assicurazioni producono una serie di problemi che vanno dalle complicazioni organizzative e burocratiche alle più importanti iniquità sociosanitarie e fiscali che si riversano anche nel SSN nel momento della erogazione dei servizi (salto della lista di attesa e accesso privilegiato ai servizi). Le implicazioni producono deroghe e anomalie che ostacolano e minano alle fondamenta il SSN. E, come non bastasse, assicurazioni e fondi inducono l’aumento del ricorso privato, che così aumenta i volumi delle prestazioni. Questa induzione può anche, paradossalmente, aumentare i livelli di spesa pubblica complessiva. Cosa è stato fatto in pratica a livello governativo? Anziché riformare il SSN riportandolo ai suoi principi universalistici e di tutela del diritto (che significa distribuire il rischio su tutta la popolazione, inclusi anziani, malati cronici e soggetti con patologie pregresse, finanziandosi attraverso la fiscalità generale), si è progressivamente scelto di sostenere con risorse pubbliche, sotto forma di detrazioni e deduzioni fiscali, lo sviluppo di un mercato sanitario parallelo, quello intermediato. Quest’ultimo raccoglie le categorie meno rischiose (lavoratori con situazioni sanitarie meno complicate, soggetti con redditi di fascia medio-alta) scaricando sul SSN, potenzialmente in futuro ancor meno finanziato, le fasce più vulnerabili e costose. Dalle misure fiscali deriva poi una redistribuzione al contrario: in pratica, le fasce più deboli pagano per quelle più ricche, non ottenendo alcun beneficio[59]. A questo si aggiunge il fatto che le prestazioni erogate dai fondi sono in larga misura sovrapponibili a quelle del SSN (chirurgia, specialistica, diagnostica avanzata), mentre le prestazioni genuinamente aggiuntive, come l'assistenza odontoiatrica o domiciliare, restano una quota minoritaria dell'offerta complessiva. I fondi tendono inoltre a stimolare consumi sanitari di scarsa utilità clinica, promuovendo pacchetti di screening e accertamenti diagnostici spesso privi di evidenze riguardanti i benefici reali sulla salute. Il confronto internazionale conferma infine il paradosso: i paesi in cui fondi e assicurazioni private hanno maggior peso, registrano in media una spesa sanitaria complessiva più elevata (inclusa quella pubblica perché ulteriormente indotta dalle polizze) rispetto ai paesi dotati di sistemi sanitari nazionali universalistici e basati sulla fiscalità pubblica. Più si dissolve la solidarietà della copertura collettiva, più aumentano i costi per tutti. Presentare il secondo e il terzo livello come “pilastri” del sistema, quindi come soluzione alla crisi di sostenibilità del SSN significa, in ultima analisi, proporre come rimedio proprio la causa del problema. Anche le assicurazioni commerciali, nel frattempo, hanno ampliato le proprie coperture ben oltre i confini integrativi previsti dalla norma, offrendo pacchetti di fatto sostitutivi rispetto al SSN, senza che alcuna azione regolatoria efficace le abbia ricondotte nei limiti stabiliti. Anzi si è lasciato che il mercato assicurativo intermediato si espandesse. E veniamo all’oggi. Nel gennaio 2026 si è ripresentata un’iniziativa ministeriale che dimostra pienamente come anche l’attuale governo sostenga il mercato intermediato. Iniziativa che confligge senza dubbio con i principi del SSN originario. Questa volta avviata dal Ministro della Scuola Valditara. Consiste nel garantire agli insegnanti (1 milione e 200 mila persone), in sostituzione di un aumento dello stipendio, la copertura assicurativa per servizi sanitari, sia LEA che extra LEA[60]. Difficilmente una misura può essere più letale di questa per il nostro SSN. E il Ministro della Salute Schillaci non è intervenuto per impedirla, in quanto in sostanza la condivide.
- Con la regolamentazione delle modalità di ingresso del privato nel SSN (D. Lgs 529/1999, Riforma Bindi) [61], si è avuto anche un deciso e prevedibile aumento degli accreditamenti e della messa a contratto di strutture private, in parallelo al sottofinanziamento e al conseguente degrado delle strutture pubbliche (pratica in cui la Lombardia ha raggiunto particolari livelli di “eccellenza”).
- La nomina da parte di un governo nazionale di centro-sinistra (Amato II) di Umberto Veronesi nel ruolo di Ministro della Salute (25 Aprile 2000), e cioè di una figura medica di sicuro prestigio mentre era a capo però di una struttura privata specialistica in Lombardia, rende evidente una sottovalutazione (per usare un eufemismo) di un chiaro conflitto d’interesse, palesemente non considerato problematico o inopportuno. Questa nomina finirà anche per costituire una evidente “apertura” nazionale verso quel principio di parificazione del trattamento dei soggetti pubblici e privati in sanità che ha orientato formalmente dal 1997 (ma anche da prima) le politiche della Lombardia.
- E ancora, la crescente delega di funzioni pubbliche agli Enti del Terzo Settore (privati). La scarsa chiarezza del loro ruolo iscritto nella Costituzione[62] ne ha favorito l’ingresso nell’amministrazione delle strutture sanitarie pubbliche con un progressivo scivolamento verso gestioni dirette da parte del terzo settore, nelle quali non è sempre distinguibile il confine tra volontariato e gestione privatistica ordinaria. I recenti interventi governativi del Ministero della Salute (Schillaci), in coordinamento con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (Calderone), si concentrano nel 2024-2025 sul rafforzamento del ruolo degli Enti del Terzo Settore (ETS) come partner strutturali nel sistema sanitario e socio-sanitario, con un particolare focus su assistenza, inclusione sociale e prevenzione. Spesso è accaduto che il Terzo Settore sia stato utilizzato come espediente per agevolare l’ingresso del privato nel settore.
- La libera professione dei medici in ambito ospedaliero pubblico, detta “intramoenia”, non istituita, ma regolamentata dalla Ministra Bindi (1999), si traduce di fatto in una politica che incentiva la privatizzazione del servizio. Venne adottata per ovviare alla lunghezza delle liste d’attesa, ma senza dubbio, ha anche creato un sistema a “doppia velocità” che introduce un elemento di disparità nei confronti dei pazienti, basato su discriminanti economiche, mentre è “a favore” del singolo professionista che integra il suo reddito e della struttura pubblica che lo ospita che trattiene una quota dell’importo della prestazione erogata. Nello stesso decreto legislativo viene anche regolamentata l’”extramoenia”, che nella pratica non trovava ancora limitazioni normative certe. Con la sua regolamentazione, la scelta dell’extramoenia per i medici dipendenti pubblici ha quindi comportato per i singoli vantaggi e svantaggi ben definiti. Ma ciò che davvero ancora produce è il rafforzamento della componente privata della sanità, che continua a poter usufruire dell’apporto di personale medico ben formato e “tutelato”, in quanto ancora dipendente dal soggetto pubblico. La decisione di estendere, durante il governo Meloni, la possibilità di esercitare la libera professione anche alle figure infermieristiche dipendenti dal soggetto pubblico, accolta con favore dalle associazioni infermieristiche stesse, ha come effetto l’incremento dei trasferimenti del personale sanitario dal pubblico al privato e di aggravare l’indebolimento del soggetto pubblico. Ma il quadro si sta aggravando perché è in previsione una riforma governativa che riguarda le basi del SSN , e che intende modificare il decreto legislativo 502/1992. In questo senso, le proposte di Forza Italia contenute in un disegno di legge stanno riguardando il tema della extramoenia e propongono la rimozione delle incompatibilità previste attualmente per l’attività professionale dei medici dipendenti o convenzionati con il SSN. Si propone che possano svolgere attività professionale aggiuntiva al di fuori dell’orario di lavoro, presso strutture pubbliche o private accreditate, in questo ultimo caso, solo per le prestazioni richieste con ricetta SSN. Questo comporterebbe il trasferimento a livello nazionale delle regole lombarde e una liberalizzazione del rapporto di lavoro nell’ambito del SSN, liquidando quello che resta della sua esclusività.
- Sorprende poi il giudizio di legittimità, espresso dai Ministeri della Salute in più riprese nel corso degli anni, di cui hanno beneficiato alcune riforme sanitarie che risultavano chiaramente incompatibili rispettivamente o con la Costituzione o con il quadro organizzativo generale del SSN di allora, o con entrambi. La Riforma Formigoni del 1997 (durante il governo Prodi I, Ministra della Sanità Bindi) sarebbe stata da rigettare soprattutto per l’improponibilità del principio della “parità di diritti e doveri fra soggetti pubblici e privati”. La Riforma Maroni del 2015 (durante il governo Renzi, Ministra della Salute Lorenzin) invece andava riconsiderata in quanto, mantenendo i principi della riforma precedente, modificava anche in modo del tutto anomalo la struttura organizzativa e l’organizzazione del SSR, in quanto istituiva un nuovo livello istituzionale territoriale e poi, realizzava in modo esplicito, anche nominalmente, ma non efficacemente, la separazione fra ATS Agenzie di tutela della salute e le ASST, aziende sociosanitarie territoriali, entrambe le strutture di nuova istituzione. Le ATS, che avrebbero dovuto essere strutture di regolazione, non erano ben organizzate e con compiti non di sola regolazione, tanto che non garantivano un sufficiente controllo dei soggetti erogatori, soprattutto privati. E le organizzazioni erogatrici, le ASST, da subito ibridate con il privato, risultavano essere dedite sia alla erogazione di servizi ospedalieri sia alla erogazione dei servizi territoriali, quindi non erano né ASL né AO, e risultavano non opportunamente classificabili avvalendosi delle tradizionali categorie in uso nelle statistiche sanitarie. In Lombardia sparivano così di fatto le AO, Aziende che erano solo ospedaliere, in quanto sostituite dalle ASST (ospedaliere e territoriali). La Riforma Fontana- Moratti del 2021 (governo Draghi, Ministro della Salute Speranza), infine sarebbe stata anch’essa da fermare. Anche se chi l’aveva formulata affermava con decisione che la Lombardia si sarebbe così adeguata diligentemente ai canoni organizzativi del quadro nazionale (come le era stato richiesto di fare dal Ministero della Salute tramite AGENAS). Ma non esistevano prove evidenti che ciò fosse davvero nelle intenzioni del riformatore lombardo e fosse stato fatto realmente. L’impianto del SSR lombardo ereditato dalle due riforme precedenti del 1997 e del 2015 indubbiamente non poteva consentire un adeguamento al modello in linea con il SSN, se non abrogando tali leggi regionali. Per non parlare dell’introduzione del “principio di equivalenza pubblico privato”, un’”evoluzione” peggiorativa del principio di parità di diritti e di doveri pubblico privato e quindi da rigettare con ancora più forza del principio che aveva inteso sostituire. In aggiunta, come non bastasse, tutte e tre erano riforme privatizzatrici, senza che vi fossero, in quelle specifiche scelte di modelli misti a forte tasso di privatizzazione, ragioni inconfutabili di risparmio e di effettiva efficienza - a parità di tutela - che potessero avvantaggiare direttamente la sanità pubblica della Lombardia, come veniva con forza affermato dai vertici del SSR. Sono state riforme che hanno introdotto e confermato un trattamento verso il privato teso a favorirlo oltre misura, come detto in precedenza. La configurazione organizzativa era stata di molto complicata e resa nella sostanza illeggibile anche agli operatori, e addirittura agli assessori. Se la Regione Lombardia vanta oggi un bilancio dell’ente in equilibrio per quanto riguarda la sanità - cosa che di per sé ha un limitato valore positivo se si tende, nel contempo, a ridurre la tutela della salute - lo deve alle sue scelte di far pagare ai cittadini una buona quota della spesa totale sanitaria presso le strutture private a pagamento. Per il cittadino questo è il frutto amaro che si trova a dover ingoiare a causa della configurazione del modello sociosanitario lombardo.
- A partire dal governo Conte II (durante la gestione della pandemia Covid-19), e in crescendo continuando con il governo Draghi, aver mostrato la disponibilità come soggetto pubblico a pagare i costi del rinnovo dei contratti del personale della sanità privata (profit e no profit), poi realizzata[63]. Roberto Speranza è stato Ministro della Salute di entrambi i governi citati[64]. La vicenda riguardante il rinnovo dei contratti, che ha come principali associazioni delle parti datoriali AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata) e ARIS (Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari), è un caso emblematico delle contraddizioni del sistema di accreditamento e contrattualizzazione italiano: strutture di fatto "pubbliche nei finanziamenti e private nei profitti" scaricano il costo del lavoro sulle istituzioni pubbliche. La soluzione del 2020 — la compartecipazione al 50% delle Regioni alle spese del rinnovo contrattuale — fu un precedente importante, ma non strutturale, tanto che si è riproposta immutata la stessa impasse cinque anni dopo. La proposta di vincolare l'accreditamento al rispetto del contratto collettivo, avanzata dai sindacati e sostenuta da molti altri soggetti, vede contrari i datori di lavoro. Con il governo Meloni, è stato stanziato un fondo per il rinnovo dei contratti della sanità privata (legge di Bilancio 2025).[65] Si tratta di un favore evidente, quando invece in ogni settore di attività sono le imprese che devono garantire la retribuzione del personale di cui hanno la piena gestione. Tanto più che le tariffe elargite dai SSR, che remunerano i servizi resi dal privato, vengono definite in modo da includere le componenti di costo del personale. Il privato, anche in sanità, comunque, gioca anche sulla tipologia di contratti privilegiando rapporti di lavoro non a tempo determinato.
- Aver varato (invano, visti gli esiti) piani per la soluzione del problema delle lunghe liste di attesa del SSN. i piani si sono in parte contraddetti l’un l’altro, è l’ultimo prevedeva di affidare esclusivamente al privato il compito di recuperare i servizi in ritardo di erogazione. E cioè a quel soggetto che - è noto - sfrutta la cosiddetta chiusura delle agende per “imporre” ai cittadini i propri servizi a pagamento.[66]
- Il non aver fermato di recente l’iniziativa del Gruppo San Donato, di offrire, in accordo con il Ministro dell’Interno Lamorgese (governo Draghi), servizi a pagamento, ma scontati, ai dipendenti del suo Ministero. Anche in questo caso, dov’era il Ministro della Salute?[67]
- Mentre l’attuale Ministro della Salute, Schillaci, afferma di voler riequilibrare territorialmente su base nazionale l’accesso al Servizio sanitario dei cittadini (vedi legge delega del 2026 per la riforma del SSN), si constata una paradossale e parallela noncuranza per gli effetti della legge “spezza Italia” sulla “autonomia differenziata” (di iniziativa dello stesso governo), che mina i principi costituzionali e che contiene disposizioni che mirano in modo esplicito ad un cambio consistente del modello di SSN. Tale cambiamento dipenderà da un insieme di politiche decise dalle regioni. Le prospettive esplicitamente dichiarate dalle regioni promotrici e sostenitrici della legge Calderoli comportano l’espansione del mercato intermediato dalle assicurazioni e dai fondi, e in generale prevedono un ruolo ancora maggiore del privato in tutte le funzioni che riguardano la tutela della salute. In Lombardia una sorta di “autonomia differenziata” in sanità, come dimostrato, è di fatto vigente da molto prima della promulgazione della legge 86/2024 (Legge Calderoli). Questa evidente e incredibile contraddizione nell’orientamento politico dimostra chiaramente l’assoluta mancanza, a livello governativo, di un quadro generale di riferimento coerente ed univoco.
Il management dei gruppi privati. Il caso del Gruppo San Donato
Si è accennato anche al ruolo attivo dei singoli gruppi nel determinare il loro posizionamento e rafforzamento in sanità. Osserviamo ora il caso del Gruppo San Donato e in particolare le scelte del management che sono “andate a segno”. I vertici del Gruppo San Donato hanno promosso, costituito e diretto l’Associazione Italiana Ospedalità Privata AIOP e hanno organizzato quindi la componente privata del SSN[68]. AIOP, oltre che di Confindustria, è membro della UEPH[69], un’ associazione europea della sanità privata ospedaliera (European Union of Private Hospitals) alla quale i fondatori o le figure centrali di AIOP (che collezionano multi-appartenenze) aderiscono per estendere la presenza delle imprese italiane della sanità sul territorio europeo.
Fa parte dell’UEPH anche la Fondazione Sanità Futura[70], promossa anch’essa da AIOP e dal Gruppo San Donato, come si può notare dalla composizione degli organi direttivi (fig. 2). I vertici di queste associazioni hanno avuto la capacità di auto-collocarsi in posizioni importanti nel sistema universitario lombardo di Medicina e Chirurgia, e in particolare all’interno di università statali anche quando erano esponenti di vertice del gruppo, influendo così sui contenuti della docenza e sulla ricerca in ambito sociosanitario. Hanno effettuato con successo il reclutamento di figure istituzionali collocate poi ai vertici del gruppo, acquisendo in questo modo conoscenze critiche sul funzionamento delle istituzioni statali e della Regione Lombardia (sliding doors). Il presidente del gruppo è Angelino Alfano, delfino di Silvio Berlusconi e ministro in uno dei suoi governi (2016-2018); l’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, è stato membro del Consiglio di amministrazione in una delle strutture del gruppo.[71] Per non parlare del reclutamento nell’ambito delle università statali di figure da collocare nelle direzioni strategiche delle proprie strutture. Per esempio, il prof. Pregliasco, noto virologo docente dell’Università Statale di Milano, è il direttore sanitario dell’IRCCS privato Galeazzi del Gruppo San Donato.
E per quanto riguarda il mondo accademico della sanità universitaria lombarda, in particolare, il Gruppo San Donato, ancora tramite il suo ex amministratore delegato e plenipotenziario di AIOP, nel 2017 si impegnava anche nell’istituzione di un’associazione, l’Accademia Lombarda di Sanità Pubblica[72], consolidando un legame già esistente fra accademici (non solo medici) di alcune università lombarde: Università degli Studi di Pavia (genius loci per lo sviluppo della scienza medica, e, in un certo senso, anche per la nascita della sanità privata: è da qui infatti che la famiglia Rotelli, che darà origine al Gruppo San Donato, muove le prime mosse), Università privata Vita & Salute San Raffaele (di proprietà dello stesso Gruppo San Donato) e Università degli Studi di Milano (che storicamente non ha contrastato le politiche privatizzatrici del governo lombardo ed è stata la capofila del sistema universitario regionale in ambito medico e non solo), Università degli Studi di Milano Bicocca (dove operano molti accademici vicini a Comunione e liberazione), Università degli Studi di Insubria e Politecnico. L’associazione si dedica a una attività convegnistica e di divulgazione. Il gruppo di accademici che la costituisce è lo stesso, di orientamento privatizzatore, che fa da referente/consulente di primo piano per la Lombardia dell’WHO Europe (insieme ai ricercatori della Bocconi che sono in genere i suoi referenti per l’Italia). Non sorprende che i membri del direttivo dell’Accademia Lombarda di Sanità Pubblica siano anche al vertice della Fondazione Sanità futura.
Nel corso del tempo, man mano che il Gruppo San Donato si espandeva e si consolidava, aiutato dalle articolate politiche regionali rivolte a rafforzare le forze di mercato, di cui si è detto, ha espresso una maggiore capacità di condizionamento del governo regionale lombardo attraverso una costante interazione e una negoziazione continua. Questo, per quanto riguarda i risvolti delle attività in ambito regionale. Ma la sua influenza si è estesa anche in ambito nazionale mostrando una notevole capacità di orientare i tavoli tecnici dove si determinano i parametri con cui si misurano i risultati e le caratteristiche degli operatori in sanità (pubblici e privati). Non vi è dubbio che si sia espressa anche una capacità di sfruttare le opportunità di business al limite dell’impudenza e dimostrando slealtà verso il servizio pubblico. Ha infatti generato comportamenti che si devono saper misurare nella loro gravità e giudicare, in quanto sono attuati da un soggetto privato che opera a contratto con l’SSR e, contemporaneamente, nel suo mercato diretto (privato puro) e intermediato. Durante e dopo la pandemia il gruppo si è inventato nuove categorie di servizi a pagamento a prezzi molto elevati[73], sfruttando il bisogno di salute che, nel periodo considerato , era più che mai impellente.
Una delle abilità decisive per la sua espansione è stata quella di saper realizzare forti alleanze con soggetti finanziatori in occasione di progetti d’investimento di grande portata: a) l’edificazione del nuovo Galeazzi, sede della Statale di Milano nel distretto MIND (Milan Innovation District) nell’ area ex Expo; b) il progetto di edificazione dell’Ospedale San Raffaele 2 e della nuova sede del suo Ateneo Vita e Salute, denominata Academy, con il quale si è introdotto nel 2021, nel silenzio generale, all’interno della “Città della Salute e della Ricerca” di Sesto San Giovanni[74]; c) Il progetto di acquisizione di un gruppo privato convenzionato con il sistema sanitario polacco; d) la costituzione di una joint venture con una compagnia di assicurazione per realizzare nuove strutture ambulatoriali diffondendole nel paese (smart clinic)[75]. Per non parlare della decisione di quotarsi in borsa per trasformare il debito derivante dagli investimenti in capitale e recentemente di emettere obbligazioni, oltre che di entrare in mercati azionari dove non esiste un controllo istituzionale formale sulle operazioni finanziarie (equity).
Per finire, il management ha espresso una strategia di posizionamento sui mercati non solo europei, avvalendosi ai vertici del GSD di un imprenditore nord africano, Kamel Ghribi, un tunisino. Il gruppo è presente, come si diceva, in Europa: Italia, Polonia, Albania. Il Gruppo San Donato nel 2024 ha portato a termine l’acquisizione del 100% del Gruppo polacco Scanmed. Lo ha fatto attraverso la controllata American Heart of Poland. Ma è presente anche nel Nord Africa, in Medio Oriente, dove ha concluso nuovi accordi per la gestione di strutture sanitarie in diversi paesi, tanto che oggi lo troviamo in Libia, Siria, Egitto, Iraq, Arabia Saudita.
Ora, è interessante verificare il grado di penetrazione del Gruppo San Donato in Lombardia. Nella città metropolitana di Milano il GSD ha realizzato una presenza davvero notevole: è proprietario di tre IRCCS sovra-tariffati, i quali ricevono fondi dallo Stato per la ricerca corrente e dalla Regione, per ricerche, servizi non tariffati, servizi a contratto, alcuni dei quali con sovra-tariffazioni. Inoltre, in quanto proprietario di strutture che sono al tempo stesso IRCCS e sedi accademiche della Statale di Milano, è nelle condizioni di utilizzare, nelle attività di assistenza, il personale accademico che è pagato dall’università e dalla Regione. il GDS, quindi, è parte del sistema universitario sia dal lato pubblico sia da quello privato. Le sue più grandi strutture ospedaliere si collocano a Ovest, a Nord e ad Est, ai margini esterni dei Municipi 3 e 8 di Milano e nel territorio dell’hinterland a Nord. Altre strutture ospedaliere sono presenti ancora a Milano e nelle province di Brescia, Bergamo, Como, Pavia. In totale le strutture del gruppo in Lombardia sono: 19 ospedali, 8 smart clinic (che sono dei poliambulatori), un certo numero di Dental clinic collocate in rete, e diversi centri prelievi.
Per finire, ragioniamo su un caso d’intrusione del privato in un progetto annunciato e propagandato come un investimento in sanità esclusivamente pubblico (fig. 6). Un caso che riguarda direttamente e ancora il Gruppo San Donato. Di chi è la responsabilità della privatizzazione anche dell’operazione “Città della Salute e della Ricerca” di Sesto San Giovanni? Chi ha autorizzato il gruppo privato ad entrare nel 2021 nel progetto di rigenerazione di Sesto, conferendogli, anche in questo caso, un’enorme opportunità di business a scapito degli ospedali pubblici presenti nell’area?[76] Naturalmente, le domande sono retoriche e non richiedono, a questo punto, lo sforzo di dare una risposta.
Basti dire che nel Comune di Sesto San Giovanni, a fine progetto della “Città della Salute e della Ricerca”, esisteranno cinque ospedali, che diventano sei se si considera l’intero territorio della ASST Nord Milano (Azienda sociosanitaria territoriale), di cui l’area di Sesto è parte insieme alle aree di altri cinque Comuni: due ospedali pubblici della ASST (uno a Sesto e uno a Cinisello Balsamo); due IRCCS pubblici, Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, che sono fondazioni di partecipazione, quindi ibridati con il privato, e che si sposteranno da Milano a Sesto nel 2027 (forse); due ospedali privati anch’essi a Sesto, appartenenti a due consistenti gruppi della sanità, uno dei quali presente nel Comune dal 1996 (Multimedica, IRCCS privato) ed uno in arrivo, si ipotizza, a fine lavori nel 2026 (San Raffaele2 del GSD). Un totale di posti letto stimati, stando all’informazione riportata dai giornali, di circa 1.745 totali su un bacino di utenza assegnato alla Azienda Socio Sanitaria Territoriale Nord Milano di 267.164 abitanti (al 1° gennaio 2025).
È evidente che cosa significhi tutto questo. L’idea di territorio che appartiene al Servizio Sanitario Nazionale viene completamente stravolta. Il territorio non serve più la propria utenza, ma al Nord (perché il modello viene applicato non solo in Lombardia), con la strabordante presenza del privato, che non risponde ad una programmazione basata sui bisogni effettivi della popolazione residente, il territorio è pensato per attrarre utenza da ogni dove. Il modello della “Città della Salute e della Ricerca” di Sesto San Giovanni è questo: demolisce uno dei principi base del SSN e impedisce che si ritorni alla modularità organizzativa sull’intero territorio nazionale. L’esatto contrario anche della logica del PNRR.
Conclusioni
Questo lavoro ha inteso mostrare come l'espansione della sanità privata in Lombardia, ancora più che altrove, sia stata il frutto di un disegno coerente e consapevole, perseguito attraverso una sostanziale comunione di intenti tra le forze politiche istituzionali e le forze del mercato. Un disegno che si è esplicitato compiutamente con la creazione del cosiddetto “modello Lombardia” che attualmente si propone al resto del paese come paradigma di riferimento.
La caratteristica principale e “fondante” di questo progetto risiede nel fatto, incontestabile, che il principio costituzionale del diritto fondamentale alla salute (art. 32) è stato progressivamente subordinato alla libertà d’impresa e alle impostazioni ideologiche delle forze sociali e politiche per le quali le logiche della libertà di iniziativa economica sono prevalenti rispetto a quelle relative ai doveri di un sistema sanitario pubblico, come quello disegnato dalla Legge 833/1978.
Le politiche regionali hanno da tempo progressivamente promosso l'insediamento, il rafforzamento e la crescita dei grandi gruppi privati della sanità, attraverso vari meccanismi legislativi e organizzativi di cui si è ampiamente detto. Fra questi, uno dei più incisivi per le conseguenze di lungo termine è stato l’aver consentito ai privati la penetrazione nel campo culturale ed educativo delle facoltà di Medicina e Chirurgia pubbliche. Si configura pertanto non solo un sistema “ibrido”, come spesso viene definito, bensì una vera e propria “colonizzazione” del SSN da parte del settore economico privato.
È stato messo in risalto un aspetto di questo processo poco indagato, ma assai rilevante, ovvero il coinvolgimento delle università statali lombarde. Dopo l’introduzione del principio di “parità” tra pubblico e privato anche nelle sedi accademiche si è passati a quello addirittura della “equivalenza” della riforma Fontana Moratti del 2021: un concetto assai più spinto ed efficace, in termini culturali, per giungere a snaturare del tutto la funzione pubblica della formazione medica e delle professioni sanitarie. Una captatio culturae accuratamente organizzata attraverso la compenetrazione del mondo universitario pubblico nelle strutture della sanità privata e viceversa, fino a che si è considerato “normale” il concetto di un sistema sanitario misto a prevalenza privata, proprio perché progressivamente acquisito e fatto proprio in sede di formazione universitaria.
Nella sanità universitaria lombarda il sistema assistenziale e quello universitario vengono ad integrarsi non nelle aziende erogatrici pubbliche come previsto dal decreto legislativo 517/1999 (che si rapportano di loro iniziativa con il sistema universitario e con la sua programmazione), ma dentro tutte le sedi pubbliche e private di erogazione. In Lombardia non è più il sistema universitario pubblico a dirigere e a orientare la formazione e la ricerca accademica. Questo fatto genera un ulteriore danno al principio fondamentale della libertà incondizionata della ricerca, già molto in sofferenza.
L’esito delle spinte privatizzatrici e delle forze di mercato ha condotto alla sottomissione del settore pubblico
L’esito delle spinte privatizzatrici e delle forze di mercato ha condotto alla sottomissione del settore pubblico, mentre quello privato riceve impropriamente, in forma di favore, risorse che non gli competono. I ruoli istituzionali convergono nel favorire questo orientamento: sia sul fronte dell’offerta dei servizi sia sul fronte delle funzioni accademiche.
In questo contesto, il Gruppo San Donato rappresenta un caso emblematico per la comprensione dell’intreccio tra potere politico, mondo accademico e potere economico-finanziario. Attraverso lo studio della sua storia e delle sue dinamiche è possibile decifrare la rete di relazioni, di interessi e di azioni concrete che rende verosimilmente irreversibile il percorso che si è deciso di intraprendere.
Si è parlato quindi di corsi di laurea di Medicina e Chirurgia, scuole di specializzazione e master che si possono tenere anche nelle aziende sociosanitarie private e negli IRCCS privati convenzionati, dell’utilizzazione, quasi a costo zero, della forza lavoro degli accademici e degli specializzandi delle statali, della presenza di professori universitari pubblici ai vertici delle strutture private (come presidenti o come direttori sanitari o nei consigli di amministrazione), delle “porte girevoli” tra le istituzioni pubbliche e il management privato (ex politici collocati ai posti di comando) e dei finanziamenti alle forze politiche. Un sistema di influenze vicendevoli che ha reso il decisore pubblico e l’accademico alleati nel processo di privatizzazione della sanità.
Abbiamo osservato la profonda alterazione dei principi essenziali del Servizio Sanitario Nazionale. Quelli fondati sul concetto di prevenzione primaria (ignorato dalla sanità privata, in quanto rappresenta un fattore che tende a ridurre le prestazioni e quindi a comprimere fatturato e profitto, mentre la prevenzione secondaria e terziaria sono viste favorevolmente dal privato, soprattutto se conducono alla ripetizione di esami diagnostici e quindi all’aumento del proprio fatturato), e su quello della distribuzione capillare dei servizi sanitari sul territorio (che non è certamente coerente con il privilegiare la proliferazione di “megastrutture”), e ancora sulla programmazione basata sui bisogni e sulla possibilità concreta di un accesso equo e semplice ai servizi.
I servizi sanitari territoriali non sono più programmati per essere utili alla collettività in modo razionale, ben distribuito e completo, ma sono concepiti per esaltare le “eccellenze”
I servizi sanitari territoriali non sono più programmati per essere utili alla collettività in modo razionale, ben distribuito e completo, ma sono concepiti per esaltare le “eccellenze” in modo da attrarre pazienti da ogni dove in sedi specificamente costruite per il “turismo sanitario”, come nel caso della "Città della Salute e della Ricerca" di Sesto San Giovanni. Qui crolla il principio stesso di “servizio pubblico” inteso come risposta organizzata e universalistica ai bisogni di una collettività. Al suo posto subentra la logica del mercato, che seleziona, divide ed esclude.
Si è cercato di analizzare il ruolo svolto dal Ministero della Salute che, ben lungi dall’agire, almeno, come “moderatore” di questi processi, ha invece associato una vigilanza assai carente al sostanziale sostegno di queste dinamiche, se non sempre nelle intenzioni, comunque nei fatti. Una consecutio abbastanza desolante: dall’aziendalizzazione delle USL alla regolamentazione della libera professione, dall'istituzione dei fondi sanitari al mancato controllo sulle illegittimità regionali, fino alle recenti misure del governo che incentivano il ricorso alle assicurazioni private e ai fondi sanitari.
L'autonomia differenziata delle regioni, infine, rischia di rendere strutturale e irreversibile ciò che in Lombardia è già realtà da trent'anni: un Servizio Sanitario Regionale non solo "differenziato", ma radicalmente alternativo al modello costituzionale del 1978
L'autonomia differenziata delle regioni, infine, rischia di rendere strutturale e irreversibile ciò che in Lombardia è già realtà da trent'anni: un Servizio Sanitario Regionale non solo "differenziato", ma radicalmente alternativo al modello costituzionale del 1978. Questo è il modello Lombardia: il permanere di due logiche contrapposte, quando averne due conviene. Una presentabile, ma di facciata, utilizzata per confondere, ed una di sostanza, la peggiore, quella che viene applicata quasi in segreto, mai esplicitando le conseguenze sulla privatizzazione del sistema che derivano dalla sua implementazione. E tutto ciò indipendentemente da ogni vincolo normativo di ordine superiore, che non viene considerato in quanto ostacola il corso delle azioni che è stato deciso.
In estrema sintesi, le forze del mercato interessate ad entrare nel settore sociosanitario italiano, a consolidarsi ed espandersi, possono contare su un contesto internazionale e nazionale, e soprattutto locale, nel caso della Lombardia, a loro favorevole, come pure possono fare affidamento su due specifiche categorie di alleati: i “privatizzatori culturali” che lavorano il terreno delle idee e gestiscono la diffusione dei principi guida e i “privatizzatori istituzionali”, che in concreto aprono le porte alle forze del mercato sanitario e sono ben disposti a favorirlo in ogni modo[77]. I primi sono molto attivi e diffusamente molto presenti anche in ambiti insospettabili, non disdegnando di indossare maschere, mentre i secondi stanno conquistando sempre più posizioni all’interno del potere politico, in forza delle quali scatenano tutta la loro immaginazione nel cercare le modalità più adatte a sviluppare le potenzialità delle logiche privatistiche.
Sembra invece carente la categoria degli “autentici frenatori culturali dei processi di privatizzazione” e, per ora forse assente, quella dei “soggetti istituzionali potenzialmente in grado di contrastare, ridimensionare ed invertire il processo di privatizzazione in atto”. Per salvare la sanità universalistica, equa e pubblica servirebbe soprattutto quest’ultima categoria di persone.
Le opposizioni politiche, regionali e nazionali, danno poco segno di aver compreso la portata di quanto accaduto e come si può realisticamente configurare l’esito finale dei complicati processi attualmente in corso.
si continua a parlare di privatizzazione "strisciante", come se fossimo davanti a un fenomeno tutto sommato recente e ancora “marginale”, mentre in realtà il più è già avvenuto e il processo di consolidamento di questa realtà è molto avanzato.
Purtroppo si deve constatare che si parla ancora di privatizzazione "strisciante", come se fossimo davanti a un fenomeno tutto sommato recente e ancora “marginale”. Mentre in realtà il più è già avvenuto e il processo di consolidamento di questa realtà è molto avanzato. A fronte di questo dato di fatto continuano ad avvalersi, per soluzioni e aggiustamenti sempre parziali, degli stessi consulenti accademici che sono stati, e sono, il principale riferimento ideologico e il braccio operativo per l’attuazione, in ottica neoliberista, del modello privatizzatore. Gli stessi, che incaricati dal governo nazionale, stanno suggerendo la riforma sanitaria che intende modificare il decreto legislativo 502/1992. Ne deriva la assai scarsa influenza dell’opposizione sui processi in atto, in un quadro di sudditanza culturale, causa prima della paralisi delle idee e dell’inerzia nell’attivare le giuste pratiche.
Il nostro saggio intende offrire un contributo alla conoscenza e alla comprensione, dato che senza la consapevolezza non può darsi un’azione di contrasto. Senza un’azione del genere, infatti, le sorti del SSN saranno segnate, e il “modello Lombardia” non sarà l’eccezione, bensì la regola in tutto il paese.
È in discussione la capacità di reggere del principio costituzionale contenuto nell’articolo 32: se assumiamo che la salute è "diritto fondamentale dell'individuo e interesse della collettività", ne deriva necessariamente che non possa essere affidata alle logiche selettive del mercato. Può essere invece garantita solo da un sistema sanitario pubblico che si occupi del bisogno di salute senza considerazioni di profitto, garantisca la prevenzione delle malattie anche attraverso la tutela dell’ambiente, l’universalità, l’equità sociale e la completezza delle cure poste al di sopra delle compatibilità, la programmazione pubblica come antitesi della competizione tra i soggetti privati o, ancora peggio, fra pubblico e pubblico oltre che fra pubblico e privato.
Crediamo infine che questi principi, in Lombardia (ma anche altrove), siano stati fondamentalmente traditi, e stiamo osservando inoltre che tutto ciò sta avvenendo sempre più diffusamente anche a livello nazionale. Abbiamo voluto documentare puntualmente su che cosa si basa questa nostra preoccupazione, confidando che altri vorranno trarne, più che un insegnamento, uno stimolo ad agire di conseguenza.
26 febbraio 2026
Note
[1] Link che rimanda alla nostra recente analisi sul caso “Città della Salute e della Ricerca” di Sesto San Giovanni (MI)
[2] Continue negoziazioni per il miglioramento delle condizioni della retribuzione dei servizi a contratto ed extra contratto; richieste di autorizzazioni all’esercizio di nuove attività; richieste di trattamenti speciali, pressioni esercitate sui media per condizionare l’opinione pubblica a proprio favore; finanziamenti ai partiti. Il Gruppo San Donato ha finanziato nella sostanza un buon numero di partiti, anche dell’opposizione
[3] Ecco alcuni dei misfatti: i pronto soccorso impropri a pagamento che poi, non essendo davvero PS, rimandano ai pronto soccorso delle strutture pubbliche; i triage fatti on line (sono la classificazione della gravità del problema di salute); i medici a pagamento dei gruppi privati della sanità che visitano a domicilio e si autodefiniscono medici di base; i medici gettonisti non specialisti organizzati in cooperative che sostituiscono il personale della emergenza e urgenza; l’ingaggio nei reparti di terapia intensiva di personale impiegato temporaneamente, non sufficientemente preparato e non pienamente inserito nella micro organizzazione della struttura; il ritardato intervento dei privati contrattualizzati durante la pandemia, anche laddove veniva sbandierato il concetto della parità/equivalenza del privato con il soggetto pubblico, come nel caso della Lombardia - vedi Sartor M.E., Alfieri C. (2024), “Storia della Pandemia in Lombardia: chi la riscrive?”, Quotidiano Sanità, Lettere al Direttore, 2 febbraio, 2024 le resistenze nei riguardi della realizzazione del centro unico di prenotazione (Nava F. “Privatizzazione occulta”, Presa diretta 11/3/2024; e le liste di attesa pilotate (Corica A., “Cup unico in Lombardia per prenotare esami e visite, gli ospedali privati frenano: Costa troppo, manteniamo i nostri”, Repubblica Milano, 5 ottobre 2023
[4] Fra i principali enti e fondazioni collegate a Comunione e liberazione vanno ricordati: Compagnia delle Opere, Fondazione per la Sussidiarietà, Il sussidiario.net (giornale on line e televisione) e Itaca libri, Jaca Book, due case editrici con diversi elementi di vicinanza storico-politica al movimento.
[5] Si vedano soprattutto i contenuti dei position paper dell’associazione nazionale e lombarda a partire dagli anni ’90: Confindustria (1997), Proposte per una Nuova Sanità, Roma; Confindustria (2015), La riforma del sistema sanitario lombardo. Perché preservarne la specificità, Roma; Confindustria (2018), Proposte per il futuro del Sistema Sanitario regionale, Roma; Confindustria Lombardia (2020), Position Paper Evoluzione SSR, ottobre 2020. Va registrata un’intensa attività di orientamento del settore sanitario e della opinione pubblica attraverso le scuole di sanità e le numerose iniziative culturali aperte al pubblico.
[6] Vedi il sito Percorsi di Secondo Welfare https://www.secondowelfare.it/. L’organizzazione (impresa sociale) è nata per iniziativa di alcuni professori del dipartimento di Scienze sociali e politiche della Università degli Studi di Milano e riconosciuta come proprio LAB di ricerca e trasformazione sociale dallo stesso dipartimento. Quella che è poi diventata Percorsi di secondo welfare, agli inizi, è stata aiutata a costituirsi dal Centro di ricerca e sperimentazione Luigi Einaudi di Torino, di orientamento liberalista (e che viene finanziato dal governo Meloni (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/10/30/la-fondazione-einaudi-entra-nellesecutivo-che-la-finanzia/6856132/). Percorsi di Secondo Welfare ha come partner alcune fondazioni bancarie del Centro Nord del paese (Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione CRC di Cuneo, Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Fondazione Cariparma) e la CISL Lombardia. I numerosi appoggi e finanziamenti ottenuti dalle fondazioni bancarie, e dalle istituzioni europee tramite le iniziative progettate e realizzate, anche singolarmente, dai membri del dipartimento fondatori o collaboratori di Percorsi di secondo welfare, hanno permesso in tempi brevi di allargare notevolmente l’ambito di attività (ricerca e pubblicazione di un report biennale, formazione, progettazione, consulenza) e di costituire e avvelersi di un’estesa rete di organizzazioni amiche: riviste di settore (Politiche sociali, Il mulino; Impresa sociale del Gruppo cooperativo CGM; Rivista Solidea; I luoghi della cura), quotidiani nazionali (Corriere della sera e inserto Buone notizie – L’impresa del bene); giornali, magazine on line o radiofonici, blog (VDossier; Slow News; Lavoradio; Il punto- blog di Itinerari previdenziali); società di lobbying (Nomos - Centro studi parlamentari); società per lo sviluppo dei fondi pensione (Mefop SPA); centri o istituti di ricerca (ADAPT, studi in ambito del lavoro; AICCON, centro studi di economia sociale promosso dalla Università degli Studi di Bologna e dall’Alleanza delle Cooperative Italiane; Centro di ricerca e sperimentazione Luigi Einaudi; IRIS network – istituti di ricerca per l’impresa sociale; Euricse-knowledge for a social economy; Fondazione Marchetti); alleanze per finalità varie (Alleanza contro la povertà; Alleanza per l’infanzia; ASVIS Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile; Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza); società di consulenza (iRaise, per la sostenibilità e la responsabilità sociale; Walà Società Benefit progetti di welfare ad alto impatto sociale e territoriale; Excursus); fondazioni per l’innovazione sociale e la sussidiarietà (LABSUS Laboratorio per la sussidiarietà; Fondazione per la Sussidiarietà (CL); Pares cooperativa, progettazione partecipata e sviluppo locale); scuola di formazione funder raising (The Fund raising School); laboratori di relazioni sindacali (La Res – laboratorio relazioni sindacali; organizzazioni per l’innovazione previdenziale (Itinerari previdenziali); impact organizations (Italiacamp, profit e no profit per sviluppare progetti e valutazioni di impatto sociale; Cottino social impact campus; Human Foundation); organizzazione per la valorizzazione dei giovani (Fondazione Pensiero Solido); Parole Ostili, progetto sull’uso delle parole; Portale di diritto del terzo settore (Tertjus); società di informatica (Elea). L’Alleanza contro la povertà è costituita da 35 associazioni: Acli, Action Aid, Anci, Azione Cattolica Italiana, Cgil, Cisl, Uil, Cnca, Comunità di Sant’Egidio, Confcooperative, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Nazionale Italiano – ONLUS, Fio.PSD, Forum Nazionale del Terzo Settore, Jesuit Social Network, ALI – Autonomie Locali Italiane, Save the Children, Umanità Nuova – Movimento dei Focolari, Adiconsum, Arci, Associazione Generale Cooperative Italiane, Associazione Professione in Famiglia, ATD Quarto Mondo, Fondazione Banco Farmaceutico, CSVnet – Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato, Confederazione Nazionale delle Misericordie d’Italia, CNOAS – Ordine Assistenti Sociali Consiglio Nazionale, Croce Rossa Italiana, Focsiv, Fondazione Albero della Vita, Fondazione EBBENE, Gruppi di volontariato vincenziano – AIC Italia, Legacoopsociali, Piccola Opera della Divina Provvidenza del Don Orione, U.N.I.T.A.L.S.I. – Unione Nazionale Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali, Comunità Giovanni XXIII.
[7] La sanità privata è molto interessata ai media per controllare i contenuti dell’informazione che la riguardano. Molto spesso si tratta di non esporre troppo i fatti di cronaca o giudiziari in cui è implicata. La sanità privata quindi è presente nel capitale delle testate giornalistiche nazionali e locali e spesso in una posizione di controllo. La famiglia Rotelli, Gruppo San Donato (il principale gruppo della sanità privata in Italia), è stata a lungo il primo azionista del Corriere della Sera (16,5%), ma anche Felice Rocca, a capo di una multinazionale della siderurgia e dell’engineering, controllante il gruppo della sanità privata Humanitas, è stato nel consiglio di amministrazione della società editrice del Corriere delle Sera. De Benedetti, presente in sanità e nel sociosanitario con la KOS, è stato editore del gruppo GEDI (La Repubblica, l’Espresso, La Stampa) fino al 2019 e poi ha fondato il quotidiano Domani, che sta per passare alla proprietà di una fondazione (annuncio del settembre 2025). Ma l’imprenditore in campo sanitario (26 strutture totali in particolare nel Lazio, fra cui l’ospedale San Raffaele, e in Puglia) che è anche molto attivo come editore, è Giampaolo Angelucci (prima senatore di Forza Italia, poi passato alla Lega). L’azienda finanziaria della famiglia Angelucci è la Tosinvest (Roma), che è proprietaria della testata giornalistica Opinioni Nuove-Libero quotidiano. Il gruppo di Angelucci di recente (2023) ha acquistato il quotidiano nazionale Il Giornale da Paolo Berlusconi. Angelucci è anche azionista di controllo del Gruppo Corriere SRL (Corriere dell’Umbria, Corriere di Viterbo, Corriere di Rieti, Corriere di Siena, Corriere di Arezzo), della TMS edizioni SRL e della Il Tempo SRL (Il Tempo, giornale romano). Angelucci nel passato controllava anche il Riformista. Giuseppe Ciarrapico politico, editore e imprenditore della sanità privata romana e laziale (Eurosanità spa) si è occupato di carta stampata controllando due giornali di Latina e dintorni (Ciociaria Oggi e Latina oggi). Antonino Ubaldo Caltagirone, immobiliarista entrato nella sanità privata, per un periodo è stato editore del giornale di Roma l’Opinione Roma, nel 2010 diventa presidente del Gruppo Caltagirone Holding s.p.a., capofila di società di costruzioni, di informatica, di sanità, di comunicazione ed Editoria.
[8] Su questi aspetti del mercato e della concorrenza, data la specificità del settore sociosanitario in relazione alla tutela del diritto fondamentale alla salute (Costituzione italiana, art. 32), a nostro avviso, diventa necessario rimettere in discussione l’attuale impianto normativo.
[9] Purtroppo la letteratura disponibile, nonostante sia stato più volte rilevato come un errore o una trascuratezza interessata, spesso continua ancora oggi a sovrapporre le due condizioni di soggetto erogatore “accreditato” e di soggetto erogatore “contrattualizzato/convenzionato”, chiamandoli entrambi “accreditati”.
[10] Non è accettabile che si debba ricorrere di volta in volta alla analisi dei bilanci, la Regione dovrebbe essere obbligata a fornire il dato e quindi a obbligare i privati a fare loro i sinottici che servono a ricostruire il quadro, allegando a titolo di prova i bilanci.
[11] M. E. Sartor, La privatizzazione della sanità lombarda dal 1995 al Covid -19. Un’analisi critica, 2021
[12] Per esempio, la ATS di Pavia non pubblica i contratti, ma gli schemi tipo di contratti per strutture pubbliche e private, insomma non vengono forniti i contenuti (sito consultato nel gennaio 2026; il 16 febbraio la pagina a cui si accede tramite il link riportato sotto non era più raggiungibile. E le altre ATS rendono disponibili i contratti?
[13] La stessa struttura può essere presente nei due elenchi se offre servizi sia catalogabili come sanitari ed altri come sociosanitari.
[14] Non si segnala sufficientemente la presenza delle strutture pubbliche; non si spiega nei modi opportuni, utili a promuoverle, che cosa sono le Case di comunità, dove si trovano, cosa dovrebbero fornire. Servirebbe una vera presentazione delle nuove strutture territoriali in Lombardia, non una simil-assemblea o spot-istituzionale con cui, forse, si riesce solo ad informare qualche membro del Consiglio comunale del territorio in cui le strutture vengono insediate.
[15] Per un approfondimento sul tema consulenze internazionali e premi di qualità conferiti al privato si rimanda a: Sartor M.E, La privatizzazione della sanità lombarda, cit., pp. 331 e 344 -352.
[16] Ai tempi, l’Università privata del San Raffaele era diretta da Don Verzé dell’Opera di Don Calabria (casa madre a Verona); l’università verrà acquisita, con l’ospedale IRCCS, dal Gruppo San Donato della famiglia Rotelli nel 2012.
[17] Gli “ospedali classificati” sono strutture sanitarie private, solitamente di natura ecclesiastica o fondazioni, equiparate alle strutture pubbliche e inserite a pieno titolo nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Istituiti con la "Legge Mariotti" n. 132 del 12 febbraio 1968. Non sono davvero equiparabili del tutto al pubblico, in quanto privati.
[18] Decreto consiglio regionale - D.c.r. 20 maggio 1997 - n. VI/592 - Designazione di sette consiglieri regionali, di cui tre in rappresentanza della minoranza, nella conferenza regione/università.
[19] Vedi D.P.R. 30.12.1995 (G.U. n. 50 del 29.02.1996) concernente il Piano di sviluppo delle Università per il 1994-1996, articolo 9
[20] Istituita ufficialmente il 10 giugno 1998 come "Seconda Università degli Studi di Milano". La sua facoltà di Medicina ha sede principale a Monza, presso l'Ospedale San Gerardo dei Tintori, recentemente promosso in Fondazione IRCCS “pubblico”.
[21] Nata il 14 luglio 1998. Si tratta di un ateneo con sedi a Varese e Como; la facoltà di Medicina e Chirurgia ha sede a Varese. Il primo insediamento delle attività accademiche a Varese si è avuto per iniziativa e come estensione degli insegnamenti della Università di Pavia.
[22] Ma con l’alternanza degli schieramenti nei governi nazionali, e con il crescere della capacità di condizionamento del modello SSR lombardo al livello nazionale, la Lombardia si appresta a non essere del tutto disallineata con gli altri SSR, non almeno nella misura in cui lo era un tempo.
[23] Si vedano i numerosi contributi dell’avvocato professor Ettore Jorio su Quotidiano sanità durante il 2025. Essi denunciano la non generale applicazione in Italia del D. Lgs 517/1999.
[24] Nel 1999 si fa riferimento al processo formativo dei corsi curriculari di laurea, dei diplomi, ecc.
[25] Negli anni ’70 l’OMS introdusse per l’odontoiatria un corso di laurea specifico da istituire all’interno delle facoltà di Medicina e Chirurgia. Fino all’introduzione in Italia di queste disposizioni l’odontoiatra si era formato presso le scuole di odontoiatria dopo aver conseguito una laurea in medicina oppure esercitava sempre dopo aver conseguito una laurea in medicina senza alcuna ulteriore specializzazione.
[26] Si presume che tali attività di convenzionamento venissero svolte anche durante i governi che hanno preceduto la svolta del 1995, ma con certezza possiamo dire che non si potevano basare sul principio di parità di diritti e doveri pubblico privato in ambito assistenziale. Gli IRCCS privati in Lombardia potevano essere, ed erano di fatto divenuti, sedi accademiche, in quanto “parificati” alle strutture pubbliche.
[27] Fino al 2014, l'ospedale Humanitas di Rozzano è stato sede di corsi di laurea della Statale di Milano, tra cui l'International Medical School (IMS) in inglese e Scienze Infermieristiche. International Medical School (IMS):è nata originariamente come il corso di medicina in inglese dell'Università Statale di Milano in collaborazione con l'Humanitas. Dopo la fondazione del proprio ateneo privato (Hunimed), Humanitas ha creato un proprio percorso indipendente, mentre l'IMS è rimasto un corso attivo della Statale di Milano.
Per Scienze Infermieristiche, analogamente, prima del 2014, il corso di laurea in Infermieristica era gestito in convenzione con l'Università degli Studi di Milano. Con l'ottenimento dell'autonomia universitaria, Humanitas ha istituito i propri corsi di Infermieristica sotto il marchio Humanitas University. In sintesi, l'università "madre" per entrambi i percorsi è stata l'Università degli Studi di Milano (La Statale). Dal sito di Humanitas (consultato nel gennaio 2026).
[28] Art. 27 bis della legge regionale 33/2009, comma 2: “Possono beneficiare delle maggiorazioni tariffarie le fondazioni IRCCS di diritto pubblico e di diritto privato accreditate e a contratto e le strutture di ricovero e cura pubbliche e private accreditate a contratto che ne facciano richiesta e che siano convenzionate con le università sedi di facoltà di Medicina e Chirurgia che hanno sottoscritto il protocollo d’intesa di cui all’articolo 29.”
[29] Protocollo università medicina - Ragione Lombardia notizie
[30] La tabella 1 è stata costruita in base alle informazioni ottenute consultando le delibere regionali disponibili sul Burl; non si esclude la possibilità di eventuali errori dovuti alla non completezza dei dati forniti tramite delibere. I totali dei diversi anni sono ricavati considerando la successione degli inserimenti. Se manca l’informazione riferita ad un inserimento questo si riflette sulla correttezza del dato totale.
[31] Consultando gli atti ufficiali è emerso che la Fondazione IRCSS di diritto pubblico Istituto Nazionale dei Tumori è divenuta sede di insegnamento della Statale di Milano formalmente solo nel 2015 (vedi DGR 1563/2014 del 20 marzo, e DGR 3090/2015 del 30 gennaio) e che la Fondazione IRCCS di diritto pubblico, Istituto Neurologico Besta è divenuta formalmente sede di insegnamento della stessa statale, più tardi, nel 2017.
[32] Nel testo della delibera DGR 7437 del 30 novembre 2022 si legge: “DATO ATTO di rinviare a successivo atto l’aggiornamento, nella rete dei Poli a carattere Universitario clinico assistenziale, delle strutture sanitarie private accreditate;” La delibera di giunta, promessa nel testo della delibera 7437/2022, in cui si sarebbero dovute elencare le sedi private, non è stata trovata.
[33] E per avere notizie anche sulla vertenza che ha contrapposto i rettori alla Regione Lombardia per quanto riguarda le nomine dei primari universitari, vertenza i che sembra chiudersi con l’accordo sul nuovo protocollo, vedi articolo su varesenews. Il nuovo meccanismo prevede che la “designazione” dei primari ospedalieri avvenga da parte dei direttori generali degli ospedali, d’intesa con i rettori e previa consultazione della Direzione generale Welfare della Regione. Un segnale che i vertici dell’università rifiutano il pieno assoggettamento ai desiderata del governo regionale.
[34] Quello del conflitto fra medici accademici e medici ospedalieri è ancora un tema di discussione. Non sarebbe il caso di depotenziarlo? Allo stato attuale delle cose sta diventando del tutto secondario.
[36] La principale normativa italiana sulla trasparenza amministrativa è il Decreto Legislativo 14 marzo 2013, n. 33 (Decreto Trasparenza), modificato dal D. Lgs. 97/2016 (https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2016-05-25;97!vig= ), che ha introdotto in Italia l'accesso civico generalizzato, noto come FOIA (Freedom of Information Act). Esso garantisce a chiunque il diritto di accedere a dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, senza obbligo di motivazione e anche oltre gli obblighi di pubblicazione, con l'obiettivo di favorire un controllo diffuso sul corretto uso delle risorse pubbliche. Sorgono consistenti dubbi sull’effettiva applicazione di queste norme.
[37] Nella tabella 32 di pag. 105 del libro che riporta i risultati della ricerca, con riferimento agli ospedali di insegnamento italiani ripartiti per regione e per tipologia, in Lombardia vengono evidenziate 24 strutture (Fonte: Ministero della Salute, 2008), mentre in tabella 33 di pag. 107, è riportata la mappatura delle Università pubbliche (Facoltà di Medicina e Chirurgia) con le eccezioni di Lazio e Lombardia che annoverano anche università private (Lazio: Università Cattolica del Sacro Cuore- Roma e Università “Campus vedi rispettivi ospedali di insegnamento, suddivisi per regione. Per la Lombardia si contano 26 strutture e non 24 come nella precedente tabella. Non è indicata la fonte, né l’anno di rilevazione, cfr. Carbone C., Lega F., Prenestini A.(2010), Governance e organizzazione della Aziende Ospedaliero – Universitarie, Egea - Studi e ricerche.
[38] Mancano del tutto per la Lombardia informazioni riguardanti i protocolli di intesa, previsti e firmati tra Regione Lombardia e singole università a partire almeno dalla fine degli anni 90, se non da prima. A pag. 117 si riporta quanto segue: “Lombardia: non è ancora presente alcun protocollo d’intesa anche se, con la legge regionale 6 agosto 2009 n. 15, se ne prevede la stipulazione (entro 6 mesi) (Art. 2, c. 2)”; vedi tab. 34, pp. 118-119, cfr. Carbone C., Lega F., Prenestini A.(2010), libro cit.; i risultati della ricerca vengono ripresi dagli autori anche nel Rapporto Oasi del 2010: Carbone C., Lega F., Prenestini A.(2010), “La governance delle Aziende Ospedaliero Universitarie: perché non funziona, come potrebbe migliorare”, Rapporto OASI, capitolo 10.
[39] Per quanto riguarda la Lombardia, va rilevato che, nel 2026, sul BURL non sono ancora disponibili tutti gli atti normativi riferiti alla nostra ricerca.
[40] La legge regionale 33/2017 del 12 dicembre (al governo Lombardia Maroni; al governo nazionale Gentiloni) definita di sperimentazione con riferimento a quattro articoli (29, 31, 33 e 34), avrebbe dovuto essere quindi sottoposta ad una verifica da parte del governo nazionale, dopo 5 anni, ossia nel 2022. La sperimentazione era riferita al “Protocollo d’intesa tra la Regione e le Università” (art. 29), al “Personale universitario” (art. 31),“Strutture della formazione specialistica”(art. 33), “Partecipazione dei medici in formazione specialistica alle attività assistenziali”(art. 34). Rileviamo che intorno a questa legge, che riporta alcuni articoli definiti sperimentali, non è disponibile l’informazione sulla conferma di legittimità degli articoli citati (appena insediato il governo Meloni). Questo fatto conferma che tutto ciò che riguarda la sanità universitaria, più ancora di ciò che riguarda la sanità in generale, in regione Lombardia spesso viene celato.
[41] I Comitati regionali di coordinamento delle università sono organi istituzionali regionali istituiti, durante il governo Prodi, dal Decreto del Presidente della Repubblica, DPR del 27 gennaio 1998, n. 25, “Regolamento recante disciplina dei procedimenti relativi allo sviluppo ed alla programmazione del sistema universitario, nonché ai comitati regionali di coordinamento.” Tale decreto, entrato in vigore il 4 marzo dello stesso anno, prevede la creazione di tali comitati per armonizzare le attività didattiche e di ricerca a livello regionale. Ecco il testo dell’art. 3 in vigore: “c. 1. I comitati regionali di coordinamento sono costituiti dai rettori delle università aventi sede nella stessa regione, dal presidente della giunta regionale o da un suo delegato, nonché da un rappresentante degli studenti se nella regione hanno sede fino a due atenei, da due rappresentanti se ivi hanno sede fino a tre atenei e da tre per un numero di atenei nella regione superiore a tre, eletti dalla componente studentesca dei senati accademici e dei consigli di amministrazione delle università della regione, riunita in seduta comune. Nella regione Trentino-Alto Adige si istituiscono due comitati provinciali di coordinamento, ciascuno di essi composto dal presidente della provincia autonoma, o da un suo delegato, dai rettori delle università della provincia e dai rappresentanti degli studenti delle medesime, determinati ai sensi del presente comma. c. 2. I comitati eleggono nel loro seno il rettore che li presiede ed individuano la sede universitaria ai fini del supporto tecnico e amministrativo. c.3. I comitati, oltre alle funzioni di cui all'articolo 2, comma 3, lettera c), provvedono al coordinamento delle iniziative in materia di programmazione degli accessi all'istruzione universitaria, di orientamento, di diritto allo studio, di alta formazione.”
[42] Nel 2026 le università lombarde riunite nel CRUL sono quattordici: sette pubbliche e sette private; nel 1998 in totale erano dodici: sette pubbliche e cinque private.
[43] Eletta il 27 settembre 2024.
[44] Il riferimento è al 1997, ma la Conferenza potrebbe essere stata istituita anche prima. Certamente nel 1997 esisteva perché se ne trova traccia indiretta in un atto che rimanda alla designazione dei membri della conferenza di provenienza del consiglio regionale.
[45] DPR 25/1999, art. 3 comma 2.
[46] Due sono stati I rettori della Statale di Milano durante i governi Formigoni: Paolo Mantegazza, medico, preside della Facoltà di Medicina dal 1974 al 1984 e poi rettore dell'Università degli Studi di Milano dal 1984 al 2001. Mantegazza ha accompagnato il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, dal 1995 al 2001, sostanzialmente nel suo primo mandato. Lo ha ancora affiancato nei successivi mandati, ma in vesti istituzionali diverse riguardanti il sistema universitario lombardo nel suo complesso (Comitato di coordinamento delle università lombarde); Enrico Decleva, storico, veste i panni di prorettore vicario dal 1997 al 2001 ai tempi del rettorato di Mantegazza e poi ne diventa il successore dal 2001 al 2012, in parallelo al governo Formigoni (dal secondo fino al quarto mandato interrotto). Dal 2012 al 2018 la carica di rettore UNIMI è stata assegnata a Gianluca Vago, medico, durante il mandato del presidente Roberto Maroni, tanto che il presidente Maroni lo aveva pubblicamente indicato come un possibile assessore della sanita della sua giunta.
[47] Carlo Lucchina, è stato direttore generale della direzione generale sanità della Lombardia dal 2003 al 2013, durante il secondo, terzo e quarto mandato del presidente di Regione, Roberto Formigoni. Nel 2023 lo ritroviamo a presiedere una sessione del Meeting di Rimini dal titolo eloquente: “Sanità per tutti: un sistema con una data di scadenza?”
[48] Il Comitato di Indirizzo e Coordinamento (CIC) è stato istituito formalmente in Lombardia con la LR 15/2009, all’art. 4, comma 1. La Legge viene però abrogata nel dicembre dello stesso anno. I suoi contenuti, modificati, vengono trasferiti nel testo della legge regionale 33/2009 (“Testo unico delle leggi regionali in materia di sanità”), varata poco dopo. Ecco il testo del Testo unico vigente (art. 30, commi 1,2,3,4): “Comitato di indirizzo 1. E' istituito, quale organismo di supporto agli atti di programmazione regionale, un Comitato di indirizzo, di seguito denominato Comitato, del quale fanno parte rappresentanti della Regione e dell'Accademia di formazione, rappresentanti delle facoltà di medicina delle Università lombarde. 2. Il Comitato, sentiti i Direttori generali delle ATS, delle ASST e delle Fondazioni IRCCS, propone alla Giunta regionale: a) i requisiti per l'individuazione delle strutture della rete (ndr: Rete regionale dell'assistenza, della didattica, della formazione e della ricerca) di cui all'articolo 28, comma 1, secondo standard strutturali e organizzativi, qualità e numerosità dei casi trattati, presenza di tecnologie innovative e prevedendo sedi principali in grado di garantire in modo prevalente i singoli corsi di laurea; b) le modalità di verifica del mantenimento dei requisiti di cui alla lettera a); c) lo schema di protocollo di cui all'articolo 29, comma 2; d) il numero e la tipologia dei contratti aggiuntivi della formazione specialistica in base alle risorse regionali disponibili; e) le condizioni in base alle quali le strutture della rete di cui all'articolo 28, comma 1, possono finanziare, secondo la normativa vigente, incarichi di ricercatore, professore associato od ordinario e a fronte di progetti nei quali il contributo assegnato possa essere compensato da un contributo di personale universitario o di personale in formazione specialistica all'attività assistenziale. 3. Il Comitato valuta il fabbisogno di medici, di laureati nelle professioni sanitarie e di specializzandi in raccordo con l'Osservatorio epidemiologico regionale. 4. Il Comitato è costituito con deliberazione della Giunta regionale che ne definisce la composizione e le modalità di funzionamento.” Il CIC è stato - pare - realmente costituito nel 2010 (la DGR 1053 del 22 dicembre 2010 non risulta tuttavia disponibile sul BURL tramite la ricerca atti). Per non cadere in errore, va precisato che in ambito universitario esiste anche un Comitato di Indirizzo (CI) universitario, che è un organo consultivo, solitamente costituito a livello di Corso di Studio (CdS), che collega l'università al mondo del lavoro. Composto da docenti e rappresentanti esterni (imprese, professioni), definisce e aggiorna gli obiettivi formativi, i profili professionali e i tirocini per garantire la qualità didattica e l'occupabilità dei laureati.Il Comitato di indirizzo e coordinamento (CIC) non deve essere quindi confuso né con il Comitato di coordinamento delle università lombarde o CRUL né con il Comitato di Indirizzo (o organo di indirizzo) delle Aziende Ospedaliero-Universitarie (AOU) ed interno ad esse, istituito dal Decreto Legislativo 517/1999.
Nel decreto legislativo 517/1999 (D’Alema II, Ministro della Salute Bindi), il Comitato di Indirizzo (o organo di indirizzo) delle Aziende Ospedaliero-Universitarie (AOU) è l'organo di indirizzo della AOU che assicura la coerenza tra attività assistenziale, didattica e ricerca nella singola AOU. I due attori forti di riferimento per tale organo sono il preside di facoltà di Medicina e Chirurgia (per l’università) e la Regione (di cui non vengono ben precisate le figure coinvolte nelle nomine, ma si presume siano gli assessorati competenti). Composto da un massimo di 5 membri (designati paritariamente da Regione e Università), definisce le linee strategiche, dura in carica 4 anni e include di diritto il Preside della Facoltà di Medicina. Qui non vi è la partecipazione del presidente della regione ma vi vengono designati membri la cui nomina deve essere concordata dalla regione come dalla singola università (rettore). Come si può osservare, la politica influenza comunque questo comitato, ma in modi indiretti. Anche per la nomina del presidente dell’organo si richiede che rettore e Regione siano d’accordo. Vedi art. 4, comma 4 del decreto legislativo 517/1999 “L'organo di indirizzo, con riferimento ai dipartimenti ad attività integrata di cui all'articolo 3, ha il compito di proporre iniziative e misure per assicurare la coerenza della programmazione generale dell'attività assistenziale dell'azienda con la programmazione didattica e scientifica delle università e di verificare la corretta attuazione della programmazione (ndr: notare che nel 1999 a livello nazionale era già stato formalmente previsto il CRU, Comitato Regionale di coordinamento Universitario, di ogni singola regione da circa un anno). Ecco ancora il testo dell’art. 3: “La composizione dell'organo di indirizzo, nel numero massimo di cinque membri, è stabilita nei protocolli d'intesa tra regione e università. L'organo di indirizzo è presieduto da un presidente scelto all'interno del medesimo, nominato dalla regione d'intesa con il rettore” (ndr: la presenza della politica sta nel concordare con il vertice universitario chi verrà nominato all’interno dell’organo, e quindi non è chiamata a determinare direttamente l’esito del processo decisionale). “Durante il periodo transitorio, nelle aziende ospedaliere universitarie integrate con il Servizio sanitario nazionale, il presidente è nominato dal rettore d'intesa con la regione. I componenti dell'organo di indirizzo sono scelti tra esperti di riconosciuta competenza in materia di organizzazione e programmazione dei servizi sanitari, durano in carica 4 anni e possono essere confermati. È membro di diritto dell'organo di indirizzo il preside della facoltà di medicina e chirurgia. Non possono far parte dell'organo di indirizzo né i dipendenti dell'Azienda, né altri componenti della facoltà di medicina e chirurgia. Il presidente dell'organo di indirizzo lo convoca, lo presiede e ne fissa l'ordine del giorno. Il direttore generale (ndr: dell’azienda ospedaliera universitaria) partecipa ai lavori dell'organo di indirizzo, senza diritto di voto.” L’articolo 4 originario è ancora vigente al 2 febbraio 2026. A proposito del Comitato di Indirizzo e Coordinamento della Lombardia (CIC), nel Rapporto OASI 2010, a pag. 362 si legge: “In Lombardia non esistono AOU, ma sono costituite solo AO-poli universitari. La Regione Lombardia ha deciso di uniformare le proprie aziende alle AOU definendo, tramite legge regionale (L.R. n° 15 del 6 agosto 2009), un organo che assuma le funzioni dell’Organo di Indirizzo, ossia il Comitato di Indirizzo e Coordinamento”.
[49] Nel corso del tempo questo istituto ha cambiato varie denominazioni, oltre che natura. Ora è una emanazione del governo regionale e non più del consiglio regionale, come era un tempo, prima dell’avvento dei governi Formigoni. In sequenza cronologica: IREF Ente regionale formazione; Eupolis e poi l’attuale Polis, di cui l’Accademia citata è un’articolazione.
[50] Uno dei primi episodi di apertura in questo senso è avvenuto durante un Consiglio di Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano intorno alla metà degli anni ‘80. All’ordine del giorno un’importante votazione: si trattava o meno di accogliere ed approvare la richiesta di apertura di corsi di laurea di Medicina e Chirurgia presso i privati. Nel caso specifico si trattava di decidere se acconsentire alla richiesta che proveniva da Don Verzè che intendeva fare dell’ospedale San Raffaele, che dirigeva, una sede di insegnamento universitario collegata alla Statale. Su un centinaio di medici accademici presenti nel Consiglio, solo sette di loro espressero un voto negativo respingendo la proposta, che quindi passò quasi all’unanimità. Per quanto riguarda le fonti, ci si è avvalsi della testimonianza di uno dei partecipanti a quel Consiglio, non potendo accedere per ora ai verbali dei Consigli di facoltà degli anni ’80.
[51] “Nel rispetto dei propri fini istituzionali e di quanto previsto dall’art. 6 dei decreti di riordino, la regione e le singole università , sulla base di linee guida definite d' intesa, stipulano appositi protocolli “.LR 31/1997, art. 5, comma 1
[52] Il decreto legislativo 517/1999 all’articolo 2, comma 5 recita: “Le università concordano altresì con la regione, nell'ambito dei protocolli d'intesa, ogni eventuale utilizzazione, tramite l'azienda di riferimento, di specifiche strutture assistenziali private, purché già accreditate e qualora non siano disponibili strutture nell'azienda di riferimento e, in via subordinata, nelle altre strutture pubbliche di cui al comma 4.”
[53] Questo sembra essere un orientamento diffuso nei partiti di opposizione anche a livello nazionale, in ambito parlamentare. Si veda il contenuto degli emendamenti proposti al disegno di legge DDL 4 giugno 2025 n. 1578 approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 giugno 2025 e poi presentato al Senato, per la modifica della legge sulla concorrenza 2025 per quanto riguarda la sanità, in sede di commissione Sanità del Senato della Repubblica.
[54] Va anche ricordato che, nel corso del gennaio 2026, un senatore PD (non lombardo), Francesco Crisanti, ha espresso per la prima volta una posizione netta contro la privatizzazione della sanità in Italia. Ha affermato la necessità di una nazionalizzazione delle strutture sociosanitarie private. Proposta politica che sembra non essere stata colta con particolare favore, dal momento che non è stata in nessun modo subito rilanciata dai colleghi di partito.
[55] Le leggi elettorali hanno blindato le maggioranze con l’istituzione del premio loro riservato.
[56] Sono gli stessi che stanno lavorando a fianco del governo per la definizione della riforma del SSN annunciata dal Ministro della Salute Schillaci.
[57] Fenech L., Cavazza M., Lega F. “Sviluppare il turismo sanitario”, Mecosan, 2016 - Franco Angeli, pp 125-129.
[58] L’istituzione dei fondi sanitari aziendali e contrattuali, disegna una progressiva stratificazione degli utenti nel sistema sanitario italiano. Avviata già con i decreti legislativi del 1992-93, ha aiutato a definire, nel tempo, un'architettura a tre livelli (proposti con la definizione di “pilastri”): il primo è pubblico ed è costituito dal SSN (universalistico); il secondo, invece, dalle forme mutualistiche e solidaristiche no-profit (Fondi sanitari, Casse mutue, Società di mutuo soccorso) e un terzo livello costituito dalle Assicurazioni sanitarie commerciali a scopo di lucro. Sul piano normativo, la legislazione italiana prevede due distinte tipologie di fondi sanitari senza scopo di lucro. Entrambi godono di un regime di deducibilità sui contributi versati da datori di lavoro e lavoratori. I cosiddetti fondi di tipologia A (i "Fondi integrativi del SSN" istituiti dal D. Lgs 502/1992 e precisati dal D. Lgs 229/1999, ex-fondi “doc”) nascono esplicitamente come strumenti di tutela complementare. Possono coprire: le prestazioni non incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza (che sono a carico dell’assistito), le quote di compartecipazione a carico dell'assistito, le prestazioni sociosanitarie residenziali (sempre per la quota posta a carico dell’assistito). I fondi di tipologia B (ex fondi” non doc”), gestiti dagli "enti, casse e società di
mutuo soccorso aventi esclusivamente fine assistenziale", sono disciplinati dal TUIR - Testo Unico delle Imposte sui Redditi (DPR 917/1986) e dai DM del 2008 (ministro Turco) e 2009 (ministro Sacconi). Questi, per ricevere l’attestato di iscrizione all’anagrafe dei fondi sanitari, devono dichiarare di avere raggiunto la soglia del 20% dei costi sostenuti per l’erogazione di prestazioni effettivamente sostitutive dei LEA. Questa distinzione, apparentemente tecnica, ha avuto conseguenze decisive in quanto ne deriva che per il rimanente 80% tali fondi coprono servizi sostitutivi. Nel 2023, su 324 fondi sanitari totali, solo 13 appartenevano alla tipologia A, mentre 311 erano fondi di tipo B. Questi ultimi hanno erogato nel 2023 prestazioni LEA (sostitutive) per circa 2,2 miliardi di euro contro poco più di 1 miliardo di euro di prestazioni realmente integrative a oltre 16 milioni di iscritti (Ministero della Salute, “I fondi sanitari integrativi in Italia- 3°rapporto”, 2024).
[59] Le coperture private si concentrano tra imprenditori, dirigenti, professionisti, quadri mentre risultano marginali tra operai e lavoratori a basso reddito e seguono i gradienti di istruzione e di condizione geografica (Piperno, 2017). Ne deriva una redistribuzione al contrario: i benefici fiscali — calcolati sull'aliquota marginale — valgono di più per chi guadagna di più, mentre il minor gettito fiscale che ne consegue si scarica sull'intera collettività, compresa quella parte di popolazione che da queste coperture è esclusa.
[60] Gara da 320 milioni - passo decisivo verso un Welfare mode.
[61] Regolamentazione dell’ingresso del privato in sanità in quel momento forse in parte giustificabile come tentativo (che tuttavia si è rivelato non efficace) di arginare un’entrata del privato nel settore, sfrenata e senza regole, come accadeva soprattutto in Lombardia.
[62] vedi art. 118 della Costituzione.
[63] Nel 2020 AIOP e ARIS, pur beneficiarie di prestazioni remunerate in regime di contrattualizzazione, non avevano offerto la concreta disponibilità a rinnovare il contratto nazionale se non con un intervento esclusivo di copertura dei maggiori costi da parte delle regioni. https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/sanit-privata-cgil-cisl-e-uil-trattativa-per-rinnovo-contratto-in-stallo-si-intensifica-mobilitazione/ Il 25 settembre 2020, a Roma, alla presenza del Ministro Speranza, le parti ratificarono il CCNL relativo al triennio 2016-2018. Il rinnovo era atteso da 14 anni e interessava circa 100mila lavoratrici e lavoratori. Gli accordi sancivano di fatto la parificazione con i lavoratori del settore pubblico. https://www.fiscoetasse.com/rassegna-stampa/28738-ccnl-sanita-privata-ok-all-accordo.html. La formula risolutiva fu un compromesso: le Regioni si impegnarono a coprire il 50% degli oneri del rinnovo. Il presidente di ARIS, padre Bebber, parlò di "grande senso di responsabilità" perché "in molte realtà abbiamo compiuto un passo nel buio non avendo tutte le regioni, e sono diverse, dato seguito all'obbligo contratto di partecipare agli oneri del rinnovo dei CCNL nella misura del 50% attraverso un mix di provvedimenti su tariffe e tetti alle prestazioni". La presidente di AIOP, Barbara Cittadini, definì la giornata "una pagina storica per la Sanità italiana", pur avvertendo: «Auspichiamo che, a fronte della responsabilità e dell'impegno dimostrati oggi, le Regioni che ancora non lo hanno fatto, diano seguito agli accordi di compartecipazione del 50% agli oneri del rinnovo, rendendo sostenibile il nostro investimento nell'interesse del SSN». https://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/contratto-sanit-privata-si-sblocca-lo-stallo-da-aris-e-aiop-via-libera-alla-ratifica-da-noi-senso-di-grande-responsabilit/
[64] Nel 2020 AIOP (Associazione Italiana Ospedalità Privata e ARIS Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari), pur beneficiarie di prestazioni remunerate in regime di contrattualizzazione, non avevano offerto la concreta disponibilità a rinnovare il contratto nazionale se non con un intervento esclusivo di copertura dei maggiori costi da parte delle regioni. Il 25 settembre 2020, a Roma, alla presenza del Ministro Speranza, le parti ratificarono il CCNL relativo al triennio 2016-2018. Il rinnovo era atteso da 14 anni e interessava circa 100mila lavoratrici e lavoratori. Gli accordi sancivano di fatto la parificazione con i lavoratori del settore pubblico. https://www.fiscoetasse.com/rassegna-stampa/28738-ccnl-sanita-privata-ok-all-accordo.html. La formula risolutiva fu un compromesso: le Regioni si impegnarono a coprire il 50% degli oneri del rinnovo. Il presidente di ARIS, padre Bebber, parlò di "grande senso di responsabilità" perché "in molte realtà abbiamo compiuto un passo nel buio non avendo tutte le regioni, e sono diverse, dato seguito all'obbligo contratto di partecipare agli oneri del rinnovo dei CCNL nella misura del 50% attraverso un mix di provvedimenti su tariffe e tetti alle prestazioni". La presidente di AIOP, Barbara Cittadini, definì la giornata "una pagina storica per la Sanità italiana", pur avvertendo: «Auspichiamo che, a fronte della responsabilità e dell'impegno dimostrati oggi, le Regioni che ancora non lo hanno fatto, diano seguito agli accordi di compartecipazione del 50% agli oneri del rinnovo, rendendo sostenibile il nostro investimento nell'interesse del SSN».
[65] Il governo Meloni (Ministro della Salute Schillaci) ha stabilito nella cosiddetta “manovra” (legge di Bilancio per il 2025) di stanziare fondi per il rinnovo sia dei contratti pubblici della sanità sia dei contratti della sanità privata: vedi articolo di QS del 23 ottobre 2024†
[66] Il contrasto alle liste d'attesa per ottenere i servizi del SSN, è stato affidato negli anni a una serie di strumenti programmatori, gli ultimi dei quali noti come Piani Nazionali di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA), oltre a decreti-legge specifici per emergenze o riforme strutturali. Si sono susseguiti diversi cicli di pianificazione triennale o quadriennale: 2010-2012, 2019-2021 e per ultimo il Piano Nazionale 2024-2026, seguito da un aggiornamento per il triennio 2025-2027, confermato dalle Regioni a fine 2025. Ognuno di questi piani doveva poi essere introdotto e reso operativo nei singoli SSR. Particolarmente evidente l’inefficacia degli interventi di contrasto delle liste di attesa in Lombardia.
[67] https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/il-ministero-dell-interno-fa-una-convenzione-con-il-gruppo-sanitario-san-donato-sconto-del-su-tutte-le-prestazioni-per-i-suoi-dipendenti-civili/
[68] AIOP non è la sola associazione che organizza le imprese della sanità privata. Da qualche tempo le si è affiancata un’altra associazione di rappresentanza dei privati in sanità: ACOP, Associazione Coordinamento Ospedalità Privata (conta 150 imprese associate, secondo il suo sito istituzionale).
[70] http://fondazionesanitafutura.it/
[71] Nominato Consigliere di amministrazione degli Istituti Clinici Zucchi nel giugno del 2020.
[72] www.accademialombardasp.it
[73] Ecco tre servizi a pagamento di recente istituzione presso alcune strutture del Gruppo San Donato: il “Pronto Soccorso a pagamento”, che pronto soccorso non è (ambulatorio ad accesso diretto, privo di ogni rapporto con l’ospedale) presso la struttura di Zingonia, Osio sotto, BG – costo del servizio 149 euro- di cui si è fatta pubblicità su giornali locali anche delle province vicine (vedi sito di Monza News www.monza-news.it news del 12 agosto 2023 “Sanità in Lombardia. Arriva un Pronto soccorso a pagamento a meno di mezz’ora da Monza, visite a meno di 150 euro”); e presso il Policlinico San Marco del Gruppo San Donato a Brescia (vedi articolo). Servizio denominato “Secondo parere oncologico a pagamento”: una volta che, dalla famiglia del malato o dal malato stesso, con l’aiuto del medico di base, vengono raccolti tutti i referti per ottenere un secondo parere oncologico (GSD), questi documenti cartacei o digitali vengono inviati al medico privato dell’IRCCS San Raffaele, che formula in tempi brevi il secondo parere e lo invia al malato o alla famiglia. Servizio offerto a circa 250 euro (notizie raccolte presso gli utenti). Poi esistono nuovi servizi a pagamento erogati congiuntamente dal Gruppo San Donato e da Humanitas. Questa joint venture operativa dei primi due gruppi della sanità privata in Italia dà vita al servizio di “Assistenza domiciliare a pagamento”, offerto non solo a Milano.
[74] Va ricordato che per condurre a termine la controversa operazione “Città della Salute e della Ricerca” è stata decisiva la presenza dei fondi di investimento e delle banche da essi partecipate.
[75] https://www.grupposandonato.it/news/2024/giugno/nuova-societa-smart-clinic-spa
[76] Ultime notizie. Nel mese di gennaio 2026, i vertici della Regione Lombardia hanno dichiarato che intendono dare ascolto alle richieste degli IRCCS “pubblici” che si trasferiranno a Sesto San Giovanni, ed hanno quindi approvato la costruzione di un ospedale generalista pubblico che servirebbe ai due ospedali specializzati in oncologia e in neurologia Questo significa che l’attività del nuovo ospedale generalista (che costa molto ai contribuenti: 180 milioni di euro) finirà per sovrapporsi direttamente ai servizi dei due ospedali generalisti pubblici con sede a Sesto San Giovanni e a Cinisello Balsamo, ospedali che subiranno un ancora più probabile ridimensionamento, oltre quello già da noi prospettato come risultato della nostra analisi. Vedremo quanto corrisponderanno alla realtà le dichiarazioni rese dalle autorità che invece sono convinte che il nuovo progetto di ospedale generalista pubblico porterà ad un rilancio dei due ospedali pubblici generalisti preesistenti in zona. Siamo ancora di fronte al prodursi di uno spreco che deriva dall’affossare ciò che è stato faticosamente acquisito con i soldi dei contribuenti.
[77] È curioso il recente cambio di strategia. La stessa coalizione politica che aveva favorito in Lombardia il “laissez faire” in sanità, si è attivata prima presso il Parlamento europeo formulando un’interrogazione riguardante l’applicazione in Italia della direttiva Bolkestein 2006/123/CE ai settori sanitari e socio-sanitari e poi nel Parlamento italiano con la finalità di limitare l’accesso al settore sanitario di imprese private e, in questo modo, favorire gli interessi dei gruppi della sanità presenti attualmente nel settore. Vedi il disegno di legge DDL 4 giugno 2025 n. 1578 approvato dal Consiglio dei Ministri il 4 giugno 2025, e poi presentato al Senato in sede di commissione Sanità del Senato della Repubblica, per la modificazione della legge sulla concorrenza 2025 per quanto riguarda la sanità.