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Chat Control: la sorveglianza di massa per i cittadini e l'opacità dei privilegi per chi ci governa


Di fronte all'Articolo 15 della Costituzione Italiana, le parole risuonano come un monito eterno: "La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili". Parole scolpite nel 1948, nate dalle ceneri di un regime che aveva fatto della sorveglianza indiscriminata uno strumento di oppressione. Oggi, quelle stesse parole si scontrano con la realtà digitale del XXI secolo, un'epoca in cui il dibattito su Chat Control divide l'opinione pubblica e dove emerge, con forza brutale, la domanda più insensata che un cittadino possa rivolgere a un altro: "Cosa hai da nascondere?".

L'articolo 15 non è una semplice disposizione normativa, ma il frutto di una riflessione profonda su cosa significhi essere liberi in una democrazia. I Padri Costituenti, reduci da vent'anni di dittatura fascista e dalla tragedia della guerra, sapevano bene che la libertà di comunicare senza il timore di essere ascoltati è il primo termometro di una società libera. Quando il potere può entrare nelle tue comunicazioni private senza un giustificato motivo, non sei più un cittadino: sei un suddito in prova.

La limitazione di questo diritto, recita saggiamente la Costituzione, può avvenire "soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge". Notate i termini: "soltanto", "atto motivato", "garanzie". Ogni parola è un baluardo contro l'arbitrio. Non basta il sospetto, non basta l'opportunità politica, non basta la comodità del controllo. Serve un giudice, serve una motivazione, serve il rispetto di procedure che proteggano il cittadino dall'abuso.

Eppure, oggi, c'è chi risponde ai difensori di questo articolo costituzionale con una frase che dovrebbe far arrossire chiunque abbia un briciolo di dignità intellettuale: "Cosa hai da nascondere?".

Questa domanda non è un argomento. È la resa del pensiero critico. È l'ammissione di non avere ragioni da esporre, di non comprendere la natura stessa della libertà. Chi la pronuncia non ha nemmeno il sadismo consapevole di Feliks Dzeržinskij, il fondatore della Čeka sovietica, che almeno aveva la tragica onestà di perseguire un progetto di controllo totale della società. No, chi usa il "cosa hai da nascondere?" è semplicemente un superficiale incosciente. Non merita risposta, perché non sa cosa sta chiedendo.

Una tale domanda presuppone che la privacy sia qualcosa di cui ci si debba giustificare. Presuppone che l'innocenza si dimostri rinunciando ai propri diritti. Presuppone che il cittadino debba essere trasparente al potere, mentre il potere può rimanere opaco al cittadino. È l'inversione totale del rapporto democratico.

C'è però un modo elegante per smontare questa argomentazione senza cadere nella trappola del dibattito sterile, ed è una risposta condotta con ironia tagliente: "Solo nel caso in cui tu mi fornisca la password del tuo home banking, sarò disposto a discutere l'argomento".

È la prova del nove dell'ipocrisia. Chi dice "non ho nulla da nascondere" nasconde eccome: nasconde i propri dati bancari, le proprie comunicazioni private, le proprie foto personali, i propri segreti medici. Li nasconde dietro password, PIN, impronte digitali, crittografie. Li protegge con la ferocia di chi sa che quelle informazioni sono sue e di nessun altro.

Allora perché pretendere che le proprie comunicazioni siano sacre e inviolabili, mentre quelle degli altri dovrebbero essere ispezionabili a piacere? La risposta è semplice e scomoda: perché chi chiede il controllo non lo vuole per sé. Lo vuole per gli altri. È la logica del pastore che sorveglia il gregge, convinto di essere dalla parte giusta del recinto.

Il dibattito su Chat Control si inserisce in questo contesto con la forza di un ariete. Proposto come strumento per combattere la pedopornografia e i reati online, il sistema prevederebbe in realtà una scansione automatizzata e indiscriminata delle comunicazioni private di milioni di cittadini europei. Un controllo preventivo, generalizzato, che capovolge il principio costituzionale: non più il controllo come eccezione motivata da un giudice, ma il controllo come regola applicata a tutti, sempre.

È la fine della segretezza della corrispondenza. È la trasformazione di ogni messaggio, ogni email, ogni chat in una lettera aperta che il potere può leggere quando vuole. E tutto questo in nome della sicurezza, quella parola magica che ogni tiranno ha usato per giustificare la soppressione delle libertà. Chi sostiene queste misure spesso non ha compreso, o finge di non comprendere, che non si tratta di scegliere tra sicurezza e privacy. Si tratta di capire che la privacy è essa stessa sicurezza: sicurezza dalla tirannia, sicurezza dall'arbitrio, sicurezza di poter pensare, parlare e comunicare senza il timore di essere giudicati, classificati, schedati.

Ma c'è un aspetto ancora più grottesco in questa vicenda: l'ipocrisia di chi impone controlli agli altri mentre vive in una bolla di privilegio. La stessa classe dirigente che ha promosso il Chat Control, l'euro digitale e la messa al bando delle auto diesel, è stata sorpresa a cancellare messaggi relativi al cosiddetto "Pfizergate", custodisce i propri soldi al di fuori dell'Unione Europea e viaggia in jet privato anche per tragitti di pochi chilometri. È un atteggiamento mafioso.

L'euro digitale, presentato come modernizzazione del sistema dei pagamenti, è visto da molti critici come uno strumento di controllo finanziario senza precedenti: mi riferisco ad ogni transazione tracciata, ogni spesa monitorata, alla possibilità teorica di disattivare portafogli digitali o limitare spese. Eppure, mentre si impongono queste misure, chi le propone continua a usare contanti, bonifici offshore e sistemi finanziari complessi, inaccessibili al cittadino comune.

Prendiamo il diesel, demonizzato e progressivamente bandito dalle città europee, mentre i jet privati – che inquinano centinaia di volte più di un'auto diesel per passeggero – continuano a solcare i cieli europei senza restrizioni significative (leggi WEF a Davos per esempio). Un politico che vieta il diesel ai cittadini ma prende il jet privato per andare da Vienna a Bratislava - 50 chilometri (sì, è successo nel giugno 2021) - non sta facendo politica ambientale: sta facendo classismo ambientalista. Sta imponendo un divario inaccettabile, stretto tra normative stringenti per i cittadini comuni e i privilegi, altamente inquinanti, che l'élite continua a concedersi.

E poi c'è la questione della censura. Come accennato, c'è chi è stato condannato per aver eliminato messaggi relativi al "Pfizergate". Che si sia d'accordo o meno con le teorie che circolano su questi temi, un principio dovrebbe essere sacro: la trasparenza. Se chi detiene il potere cancella messaggi, nasconde documenti, occulta informazioni, allora sta tradendo il patto di fiducia con i cittadini. Sta dicendo: "Io posso sapere tutto di voi, ma voi non potete sapere nulla di me". È la definizione stessa di regime autoritario.

La libertà di informazione, la possibilità di accedere a documenti pubblici, di conoscere le decisioni che influenzano la nostra vita: tutto questo è parte integrante di una democrazia. Quando questi diritti vengono calpestati, quando chi dovrebbe rendere conto cancella le tracce delle proprie azioni, la democrazia è in pericolo.

E che dire di chi custodisce i propri soldi al di fuori dell'Unione Europea? Mentre si impongono controlli sempre più stringenti sui conti dei cittadini, si limita l'uso del contante e si tracciano tutte le transazioni, le élite politiche ed economiche continuano a parcheggiare i propri capitali in paradisi fiscali o in giurisdizioni più accomodanti. È il classico "fate quello che dico, non quello che faccio". Le regole valgono per il gregge, non per il pastore. Valgono per il cittadino che deve dimostrare la provenienza di ogni euro, non per chi può spostare milioni con un clic verso destinazioni opache.

Questa non è semplicemente ipocrisia. È una forma di violenza istituzionale. È dire al cittadino: "Tu devi vivere in una casa di vetro, mentre io mi costruisco una fortezza". È negare l'uguaglianza sostanziale che dovrebbe essere il fondamento di ogni ordinamento democratico. L’espressione " atteggiamento mafioso" potrebbe sembrare eccessiva poiché evoca un'accusa grave che rimanda a sistemi di potere basati sull'omertà, sulla protezione dei propri interessi e sull'uso strumentale delle regole per colpire i nemici e proteggere gli amici.

Tuttavia, la parola “mafia”, nel senso ampio del termine, non si riferisce solo all'organizzazione criminale che spara, ma anche ad un sistema di potere che usa le istituzioni per sé, che trasforma le leggi in armi selettive, che crea una casta intoccabile mentre il resto della popolazione deve sottostare a controlli sempre più asfissianti. Quando un politico o un burocrate impone sacrifici che lui stesso non sostiene, quando chiede trasparenza agli altri mentre nasconde le proprie azioni, quando usa il potere per arricchirsi o proteggersi invece che per servire il bene comune, allora sì, sta adottando metodi mafiosi. Sta tradendo la fiducia pubblica per interessi privati o di casta.

Torniamo quindi all'articolo 15 della Costituzione. Difenderlo non è un vezzo da nostalgici, non è il capriccio da amanti della privacy. È difendere il cuore stesso della democrazia. Perché una democrazia senza segreti dei cittadini è una democrazia che scivola verso il totalitarismo. È una democrazia in cui il potere può ricattare, manipolare, controllare. In cui il dissenso può essere preventivamente individuato e neutralizzato. In cui la libertà di pensiero diventa un'illusione, perché sai di essere sempre osservato, sempre ascoltato, sempre giudicato.

I Padri Costituenti lo sapevano. Avevano vissuto sulla propria pelle cosa significa un regime che legge la posta, che intercetta le telefonate, che scheda i cittadini in base alle loro idee. Hanno scritto l'articolo 15 per evitare che tutto questo potesse accadere di nuovo.

Torniamo alla domanda "cosa hai da nascondere?". Chi la pronuncia può essere due cose: un cretino inconsapevole, che non comprende le implicazioni di ciò che chiede; o un sadico consapevole, che sa perfettamente cosa sta chiedendo ma vuole comunque negare agli altri i diritti che pretende per sé. Nel primo caso, non merita risposta perché non è in grado di comprendere. Nel secondo caso, non merita risposta perché non è interessato alla verità, ma solo all'affermazione del proprio potere. Dzeržinskij almeno aveva una sua tragica coerenza: credeva nel controllo totale come strumento di rivoluzione. Chi oggi chiede il controllo degli altri mentre protegge i propri segreti non ha nemmeno quella coerenza. Ha solo ipocrisia e privilegio.

Cosa possiamo fare? Possiamo iniziare a rifiutare la narrazione che contrappone sicurezza e libertà. Possiamo spiegare che la vera sicurezza nasce da società libere, non da società sorvegliate. Possiamo pretendere che chi chiede sacrifici e controlli li applichi prima a se stesso. Possiamo difendere l'articolo 15 non come una reliquia del passato, ma come uno strumento vivo, attuale, necessario. Possiamo pretendere trasparenza da chi ci governa e non aspettarci solo obbedienza da chi è governato.

La resistenza digitale del XXI secolo non si combatte con le armi, ma con la consapevolezza, con la conoscenza dei propri diritti, con il rifiuto di accettare come normali misure che normali non sono. Con la capacità di riconoscere l'ipocrisia e di denunciarla. L'articolo 15 della Costituzione Italiana non è solo una norma giuridica. È un impegno morale. È la promessa che in questa Repubblica la dignità del cittadino sarà rispettata, che la sua vita privata sarà un santuario inviolabile, che le sue comunicazioni rimarranno sue e di nessun altro.

Chi attacca questo principio, chi lo deride con un "cosa hai da nascondere?", chi propone sistemi di controllo di massa mentre vive nell'opacità del privilegio, non sta solo violando la Costituzione: sta tradendo la democrazia. A quel cretino che chiede la password della tua anima digitale, puoi rispondere con un'altra domanda: "Perché tu non dai la tua?". E quando la risposta sarà il silenzio, o peggio l'insulto, allora avrai la conferma che non stai parlando con qualcuno interessato alla giustizia o alla sicurezza. Stai parlando con qualcuno interessato solo al potere.

E contro il potere arbitrario, l'articolo 15 resta, e resterà, un baluardo. Sta a noi difenderlo. Sta a noi ricordare che la libertà non è un favore che il potere concede, ma un diritto che il cittadino esige. La segretezza della corrispondenza è inviolabile. Non per comodità, non per nascondere chissà quali misfatti, ma per preservare l'ultimo spazio di autonomia e dignità che rimane al cittadino di fronte al Leviatano Europeo. Difendiamolo. Difendiamolo come se la nostra libertà dipendesse da questo. Perché è esattamente così.

Pubblicato il 14 luglio 2026

Daniele D'Innocenzio

Daniele D'Innocenzio / Docente di scuola secondaria di secondo grado