Strutturalismo di Lévi-Strauss e sue conseguenze sull’analisi della contemporaneità

Go down

Invece di comprendere i fenomeni sociali e culturali “dall’interno”, ricostruendo il loro farsi storico attraverso l’azione consapevole e potenzialmente libera degli individui, lo strutturalismo intendeva il mondo umano come un qualsiasi altro campo di ricerca delle scienze naturali, da scoprire dall’esterno insieme alle sue regole e a quelle relazioni sistematiche e costanti in grado di far relazionare fra loro i fenomeni; solo che in questo caso si trattava di fenomeni socio-culturali, anche inconsci, che andavano studiati anche per le conseguenti modalità di svolgimento delle azioni degli individui e dei gruppi piccoli e grandi (famiglie, clan, nazioni).


La figura del francese Claude Lévi-Strauss ha segnato in profondità la metodologia disciplinare di molte scienze umane europee e americane della seconda metà del ‘900: lo strutturalismo è stato forse una moda, come molti hanno scritto, ma sicuramente non passeggera, dato che comunque ha lasciato la sua impronta su tutti gli studi successivi, non solo in ambito antropologico, ma anche nell’ambito della linguistica (da cui in realtà ha avuto origine attraverso l’approccio di Ferdinand De Saussurre), della storia, della psicologia, perfino della storia e della critica dell’arte e della letteratura, modificando quindi (nel bene e nel male) l’approccio epistemologico di tanti studiosi in tutti questi vari campi.

Il termine strutturalismo e l’utilizzo del metodo strutturalista apparvero per la prima volta nel volume “Le strutture elementari della parentela” che Claude Lévi-Strauss pubblicò nel 1949[1]: la sua analisi apparve subito antistoricista, antiumanistica e anti-esistenzialista (l’esistenzialismo era in quel momento il movimento filosofico-letterario in auge in Francia), perché sostituiva al primato della storia, dell’uomo e quindi della soggettività (cioè della coscienza) quello della struttura, intesa come entità funzionalmente unitaria risultante dalle relazioni reciproche dei suoi elementi.

Invece di comprendere i fenomeni sociali e culturali “dall’interno”, ricostruendo il loro farsi storico attraverso l’azione consapevole e potenzialmente libera degli individui, questo approccio intendeva il mondo umano come un qualsiasi altro campo di ricerca delle scienze naturali, da scoprire dall’esterno insieme alle sue regole e a quelle relazioni sistematiche e costanti in grado di far relazionare fra loro i fenomeni; solo che in questo caso si trattava di fenomeni socio-culturali, anche inconsci, che andavano studiati anche per le conseguenti modalità di svolgimento delle azioni degli individui e dei gruppi piccoli e grandi (famiglie, clan, nazioni).

L’analisi strutturale in ambito antropologico serviva quindi per esaminare le varie forme di aggregazione sociale, così come in linguistica il metodo strutturalista aveva portato De Saussurre a considerare la linguistica stessa come parte di un più ampio studio della comunicazione simbolica (la semiologia) e a studiare le lingue come prodotto sociale della facoltà del linguaggio universale dell’uomo, cioè come un insieme di convenzioni utilizzate dal corpo sociale per consentire l’esercizio della facoltà di comunicare fra loro a un determinato gruppo sociale; proprio come farà lo psicologo Jacques Lacan che, risalendo alle teorie freudiane, intenderà l’inconscio come un linguaggio alternativo dell’uomo, una combinazione di elementi discreti che vanno tuttavia decifrati nella psicoterapia per tradurli in significati, anche in questo caso esattamente come accade con le parole del linguaggio verbale, note a chi fa parte di un certo gruppo sociale.

Che le strutture fossero solo astrazioni e modelli Lévi-Strauss era perfettamente consapevole. Per lui quello che si osserva della vita sociale di qualsiasi popolo è solo apparenza e, per comprendere davvero ciò che si cela all’interno di un gruppo o le ragioni per le quali è socialmente accettato un comportamento piuttosto che un altro, è necessario elaborare dei modelli di cui non sono razionalmente consapevoli nemmeno i protagonisti delle azioni. Se si interroga una persona sulle ragioni di un suo comportamento, affermava Lévi-Strauss, questi non troverà una spiegazione logica, ma il più delle volte risponderà che quella cosa va fatta in quel modo perché così è sempre stata fatta, perché così vuole la tradizione o perché così e non in altro modo lo consente la legge o la morale del gruppo. Compito dell’antropologo diventa quindi, similmente al lavoro dello psicanalista con il singolo individuo, occuparsi degli aspetti inconsci dei fenomeni collettivi, scavando più a fondo di quanto possa fare l’analisi storica che si limita all’aspetto cosciente degli stessi fatti[2]. Questa stretta “alleanza” fra antropologia e psicoanalisi è spesso messa in evidenza da Lévi-Strauss, che fra l’altro porrà al centro del suo lavoro di ricerca il tabù universale dell’incesto per spiegare le strutture parentali che stanno alla base ovunque del vivere sociale (a variare sono, tra una cultura e l’altra, solamente le categorie di parenti con i quali non è possibile contrarre un matrimonio).

In altri termini, con Lévi-Strauss cambia radicalmente il senso e la prospettiva di studio dell’antropologia, il cui compito diventa «studiare non più i fenomeni coscienti ma la loro infrastruttura incosciente; attribuire agli elementi di un sistema non un senso di entità indipendenti, ma un valore di posizione, vale a dire derivante dalle relazioni che li uniscono e li oppongono, e porre queste relazioni alla base dell’analisi; riconoscere inoltre che queste relazioni hanno senso soltanto all’interno di un sistema di correlazioni di cui si devono scoprire le regole»[3]. A nulla serve quindi provare a raccogliere tutte le manifestazioni di uno stesso fenomeno, dato che può essere sufficiente selezionare i più significativi, analizzarli in modo esaustivo e, partendo da questi, costruire un modello che consenta di leggere tutti i fenomeni di quel genere: d’altronde, è ciò che fa la scienza, qualunque scienza, per cui è sufficiente effettuare un numero significativo di esperimenti che portino a uno stesso risultato per formulare una legge universalmente vera senza dover rincorrere l’infinità di prove analoghe. Analogamente, rifiutando in un certo senso il concetto di libertà e di scelta individuale, ogni popolo segue regole sociali di cui non ha piena coscienza razionale e il compito dell’antropologo è trovarne l’origine e la logica, anche se poi ogni cultura è diversa dalle altre, esattamente come in linguistica ogni lingua è diversa dalle altre (la “parole” di De Saussurre) pur appartenendo tutte, nel loro insieme, a un unico modello universale (la “langue”), quello della comunicazione come struttura di base di tutti gli individui di tutte le culture.

Non essendoci quindi una cultura che possa definirsi superiore a un’altra, in quanto tutte sono espressioni di un unico macro-modello strutturale, nel 1950 l’Unesco propose a Lévi-Strauss di realizzare uno studio specifico con lo scopo di contrastare definitivamente il razzismo e gli ultimi teorici della superiorità di una razza rispetto a un’altra. Lévi-Strauss raccolse le sue riflessioni in “Razza e Storia”, un saggio pubblicato nel 1952[4], sostenendo che l’uomo è sempre parte di una cultura che non va valutata come superiore o inferiore rispetto a un modello di valutazione; quando il contatto tra culture avviene all’insegna del dialogo e dell’apertura nei confronti degli altri, tale scambio ha esiti fecondi per l’umanità, altrimenti con l’uso della violenza vince la più forte che diventa dominante, ma questo non comporta affatto che la più forte sia anche migliore dell’altra, dato che non è la forza di una cultura o di un popolo a poter determinare una “classificazione” delle culture.

Pochi anni dopo, nel 1955, Lévi-Strauss pubblicava “Tristi Tropici”[5] che diventerà il suo libro più famoso e più letto in tutto il mondo; si tratta di un diario dei viaggi effettuati in Brasile fra il 1935 e il 1939 nel quale egli andava annotando tutte le sue impressioni, frammiste a una serie di considerazioni e intuizioni sul mondo primitivo amazzonico: una via di mezzo fra un romanzo di avventure, un resoconto etnografico scientifico e un saggio teorico con varie riflessioni profonde sul senso della civiltà umana e sul suo destino, nonché sul significato del lavoro etnografico, compresi i rischi occorsi a lui stesso nel corso della sua esperienza personale accanto a queste popolazioni che vivevano a stretto contatto con la natura, un contatto ormai sconosciuto a tutte le società occidentali.

Questa visione ancora un po’ romantica del lavoro etnografico muta, tuttavia, negli anni. La ricerca di Lévi-Strauss, impegnato con i suoi affollati corsi accademici dal 1951 al 1960 all’Ecole Pratique des Hautes Etudes di Parigi e poi fino al 1982 al Collège de France, sempre nella capitale francese, inizia a farsi anno dopo anno sempre più teorico e quasi esoterico nei tanti libri via via pubblicati (morirà ultracentenario nel 2009). Pian piano inizia a pensare che tentare di scoprire l’essere umano viaggiando per il mondo può rivelarsi una ricerca vana; ma anche all’inizio della sua riedizione di “Tristi Tropici” Lévi-Strauss scriveva: «Odio i viaggiatori e gli esploratori». Vi è in lui la piena consapevolezza che, di fronte alle istanze anticolonialiste e terzomondiste che in quel momento iniziavano  a emergere nel mondo, mettendo in discussione la pretesa superiorità dell’occidente, e anche in significativa coincidenza storica con la guerra con cui i francesi tentavano di frenare la ribellione dell’Algeria, allora colonia di Parigi, l’attenzione rivolta alle culture senza scrittura, “selvagge”, “primitive” (quindi esotiche) poteva essere vista solo come un interesse snobistico dell’occidente, dato che «lo scarto tra eccesso di lusso e eccesso di miseria polverizza la dimensione umana»[6].

A giustificazione di questo atteggiamento vi era sicuramente anche la consapevolezza della progressiva scomparsa di molte delle popolazioni un tempo definite “primitive”, con la probabile estinzione in tempi brevi delle loro lingue e il conseguente dubbio che questa situazione finisse col segnare anche la condanna dell’etnologia come campo di studio, privandola dell’oggetto stesso delle sue ricerche. Parallelamente vi era la consapevolezza che in alcune aree del mondo, come l’America centrale o il sud-est asiatico e soprattutto l’Africa, le ex “società primitive” erano adesso in pieno sviluppo demografico e qui l’attività degli etnologi sarebbe potuta entrare in contrasto con l’atteggiamento di molte di queste popolazioni che opponevano un atteggiamento di rifiuto per tutto ciò che era appartenente all’occidente in quanto tale, proprio come reazione ideologica al proprio passato di colonie: per queste popolazioni gli etnologi sarebbero stati sempre più sospettati, al di là di qualunque buon proposito, di voler mantenere un rapporto di forze sfavorevole, presentando come diversità auspicabilmente da preservare ciò che invece i locali giudicavano solamente come un’intollerabile disuguaglianza da colmare e superare al più presto.

Negli ultimi anni della sua vita Lévi-Strauss finì quasi con l’allontanarsi dall’antropologia, intesa come analisi della realtà sociale e culturale di popoli concreti, per approdare a una filosofia che tendeva alla ricerca degli universali della mente umana. In altre parole, l’antropologia di Lévi-Strauss ha provato a straripare verso diversi itinerari del sapere pur consapevole dell’impossibilità di giungere a una conoscenza integrale dell’uomo, palesando comunque una vocazione genuinamente filosofica. Dal linguaggio, come chiave per accedere alle dinamiche del pensiero simbolico, alle metodologie delle scienze esatte come la matematica, come criterio per catturare le logiche profonde delle costruzioni sociali e culturali, gli studi e gli scritti di Lévi-Strauss, allontanandosi sempre più dalla visione documentaristica di realtà specifiche, hanno provato a definire una gamma di piani analitici e di spunti concettuali che la filosofia non ha poi ignorato.

Nel contempo, come ha evidenziato di recente Francesco Remotti, la formulazione antropologico-​strutturale di sistema si apre a tutta una serie di conseguenze teoriche che sono suscettibili di un ampio dibattito[7] dato che, secondo l’eredità lasciata dallo strutturalismo di Lévi-Strauss, il sistema sociale è costituito da tutta una serie di sistemi particolari, di sottosistemi potremmo dire, che di fatto rappresentano il vero oggetto d’interesse per l’antropologo; sottosistemi cui Lévi-​Strauss ha dedicato i suoi sforzi maggiori, fra i quali troviamo i sistemi di parentela, quello mitologico, il sistema totemico. Ogni sistema, e questo è certamente un punto di contatto con la linguistica, ha una sua struttura; anzi, Lévi-​Strauss in proposito sottolinea significativamente come i sistemi siano «fenomeni strutturali»: sono cioè «insiemi regolati da una legge di coerenza interna»[8]. Ma la società tende sempre a oscillare fra una stabilità, prodotta dalle strutture logiche che regolano i rapporti interni al sistema, e il mutamento verso cui tende la storicità umana, in cui operano arbitrarietà e caso[9].

Ma cosa rimane oggi dell’ideologia e del metodo strutturalisti nelle dinamiche metodologiche della contemporaneità? Se la soluzione offerta da Lévi-Strauss era di fatto quella di pensare all’antropologia come a una sorta di sapere trasversale, potremmo anche dire che ci troviamo di fronte, seppur in parte, a una sconfitta della sua idea e del suo pensiero; ma neanche lo storicismo come metodo di analisi, possiamo sicuramente affermare, se la passa bene: Francis Fukuyama alla fine del ‘900 teorizzava già che, dopo il crollo del comunismo, la democrazia liberale e il capitalismo potessero rappresentare sostanzialmente il punto d’arrivo dell’evoluzione dell’umanità, mettendo così in crisi il concetto di una storia evolutiva perenne della realtà, della cultura e della tecnologia che potesse quindi spiegare il mondo e l’uomo stesso[10]. Ma forse non è nemmeno accademicamente possibile pensare ancora a  una disciplina che da sola possa spiegare il mondo e lo scibile a esso connesso, un’epistemologia generale come sapere sostanzialmente trasversale.

Pertanto, non vi è nemmeno ragione per cui lo strutturalismo antropologico dovrebbe farsi carico (e perfino da solo) di questa interpretazione generalizzata del mondo reale, dato che da un lato sarebbe comunque una trasversalità “faticosa”[11], ma dall’altro, come è stato più volte affermato, l’antropologia rappresenta probabilmente la disciplina meno scientifica fra quelle che riguarda l’uomo, tanto da non potersi definire nemmeno una scienza esatta, ma uno studio che procede per approssimazioni successive, per confronti, al fine di conoscere e fare conoscere il sapere della diversità (umana) prima che questo possa essere dimenticato, magari perché sepolto dalle macerie della storia e della geopolitica.


 

Note

[1] Una seconda edizione del librò uscirà a Parigi nel 1968, ed è questa che verrà poi tradotta in italiano e pubblicata a Milano nel 1972.

[2] “Cfr. “Antropologia strutturale” – Parigi, 1958; trad. it. Milano, 1966. Il libro è il frutto di una sistematica riorganizzazione di alcuni dei suoi precedenti saggi e articoli.

[3] Pierre Bonte - Michel Izard – Marco Aime: “Dizionario di antropologia e etnologia” - Torino, 2006.

[4] Il libro fu pubblicato in Italia parecchi anni dopo, nel 1967, a Torino.

[5] La prima edizione italiana fu pubblicata a Milano nel 1962.

[6] In “Tristi tropici”, op. cit.

[7] Cfr. “Lévi-​Strauss. Struttura e storia” - Torino, 1971.

[8] Ibidem.

[9] In proposito può essere utile la lucida analisi che fa Ishvarananda Cucco nell’articolo “Claude Lévi-Strauss: dalla linguistica all’antropologia strutturale”, pubblicato sulla rivista “Dialegesthai” nel numero di dicembre 2018.

[10] “La fine della storia e l'ultimo uomo” – Londra, 1992; trad.it Milano, 1992.

[11] Cfr. Francesco Remotti: “Il secolo di Lévi-Strauss”, da “Il Manifesto” 28 novembre 2008.

Pubblicato il 31 gennaio 2026

Maurizio Karra

Maurizio Karra / Antropologo culturale - Giornalista

https://mauriziokarra.it