La domanda, posta probabilmente in termini semplicistici, l “il mio paese sta andando nella giusta direzione?” da oltre 8 anni ha una grandissima maggioranza di risposte NO. L’anno con più ottimismo si aggira al 41% di SI a livello globale e in generale nei paesi più economicamente sviluppati, in particolare in Europa la media è ancora inferiore.
Di fatto solo disinformati, non curanti o il 90 percentile più ricco della popolazione può sostenere che le cose a livello generale vanno bene. Crisi sanitarie, guerre pilotate dalla finanza, disuguaglianza economica a livelli superiori al feudalesimo, il 74% della popolazione mondiale che vive in regimi autocratici o dittatoriali, 24.000 persone muoiono di fame ogni giorno mentre lo 0,1% della popolazione mondiale detiene il 24% della ricchezza complessiva, emergenza climatica, livelli di inquinamento record, 2 miliardi e rotti di persone non hanno accesso all’acqua corrente…potrei andare avanti per ore, con statistiche di questo tipo.
Certo abbiamo debellato molte malattie (se puoi permetterti di curarti naturalmente), nel mondo ci sono 7,6 miliardi di smartphone,viaggiamo molto in perpetua fuga, per cui alcuni possono dire wow che bella cosa il progresso, what a wonderful world.
Purtroppo i TG e la discussione politica si concentrano sui temi di cui sopra, evidentemente minori,ma su vere emergenze, come la situazione di Ranucci, se sia il caso o meno di mandare in carcere gioiellieri dal grilletto troppo facile, Vannacci o il campionato alle porte. Nonostante questa ipnosi mediatica, qualcuno nel mondo si è reso conto che i tempi sono in generale grami, e ha provato a dare una cornice di senso agli squilibri e alle ingiustizie che scambiamo ormai come normalità come normalità.
Uno di questi tentativi è il concetto di Antropocene, ossia l’assunzione che esista un’era geologica caratterizzata dal fatto che a condizionare in modo determinante l’ambiente terrestre è l’umanità, cioè l’uomo con le sue attività. A utilizzarlo ufficialmente per la prima volta nel 2000 il premio Nobel per la Chimica, l’olandese Paul Crutzen, e il biologo statunitense Eugene Stoermer e da allora un termine diventato hype.
Colpa dell’uomo e dell’umanità dunque…e vabbè diciamo che fino a qui ci siamo. Nonostante l’hype, la Commissione Internazionale sulla Stratigrafia, organismo dell’Unione internazionale delle scienze geologiche, ha deciso di respingere la proposta di considerare tecnicamente l’Antropocene una nuova era geologica. Ma poco importa perché il concetto ha fatto presa a livello culturale, nell’opinione pubblica, è entrato nell’immaginario collettivo.
La responsabilità umana nel concetto di Antropocene è in particolare collegata all’impatto sul cambiamento climatico e in generale sull’ambiente, e ripeto, fino a qui è piuttosto lapalissiano. E il concetto stesso è troppo ampio, riportare la responsabilità a una generica “specie umana” è semplicistico. E’ palese che un contadino del Bangladesh e un dirigente di una compagnia petrolifera non possono finire nello stesso soggetto causale, nonostante contributi alle emissioni separati da ordini di grandezza immensi. E lo stesso dicasi per le responsabilità storiche ascrivibili a singoli paesi, non possono scomparire dentro a un concetto indistinto di umanità, visto che spesso i paesi che oggi si presumono virtuosi sono quelli che questo modello hanno creato, diffuso e sul quale hanno, economicamente, prosperato.
Chiacchere? Sarà, ma prendendo i dati dell’ultimo rapporto Oxfam Carbon Inequality (2025) l'1% più ricco della popolazione mondiale consuma circa 76 tonnellate di CO2 all'anno, il 17% delle emissioni totali mentre il 50% più povero dell'umanità (3,9 miliardi di persone con reddito inferiore a 2.000 dollari l'anno) è responsabile solo del 7,7% .
E quindi appunto immaginare un essere umano medio non aiuta a avere un pensiero che possa andare al cuore delle cause, e quindi alle possibili soluzioni.
Uno dei primi a criticare il concetto di Antropocene, non come possibile era geologica che diciamolo non frega niente a nessuno, ma come concetto cute e innocuo, fu Jason W. Moore, docente di Sociologia all’Università di Binghamton, nello Stato di New York.
La critica di Moore contesta quello che possiamo l’”Antropocene “alla moda”, come chiacchera da progressisti da salotto, che assolve e tranquillizza più di quanto illumini e contestualizzi. Perchè va bene che si ponga il riflettore sull’intensità e pervasività degli impatti dell’attività dell’uomo sui processi terrestri, ma si deve innanzituto riconoscere il fatto che il degrado ambientale, la crisi climatica, l’enorme impatto negativo – situazioni fattuali – che le attività dell’uomo hanno avuto sugli equilibri del pianeta, sia in senso ecologic che sociale, non si possono ascrivere a un’idea astratta e indistinta di umanità. Come i dati sopra suggeriscono questo costituisce una banalizzazione e insieme una visione riduzionistica delle origini della crisi attuale e dei problemi che comporta.
Le responsabilità va cercata piuttosto nel modo di produzione capitalistico che ha preso forma a partire da metà XV secolo, con l’inizio dello sfruttamento sistematico delle risorse umane e ambientali offerte dai territori coloniali. Da qui il passaggio da Antropocene a Capitalocene. I rapporti costitutivi e fondanti del modello capitalistico, che hanno privilegiato l’accumulazione infinita del capitale rispetto a ogni altra cosa, appropriandosi e sfruttando il lavoro degli uomini come quello della natura, e provocando disuguaglianze strutturali.
Degrado ambientale e crisi climatica, quindi, non devono dirsi antropogenici, bensì capitalogenici, perché le loro radici sono da ricercare non in un astratto “anthropos”, nell’azione dell’umanità tutta, ma in secoli di dominio del capitale. E vanno lette, ancora, non in astratto ma in una prospettiva storica
Inoltre, mi trova particolarmente d’accordo, Moore considera mistificatoria la visione dicotomica he vuole la società, l’uomo, da una parte, e la natura dall’altra. Perché tale impostazione ha legittimato il dominio, la predazione e lo sfruttamento senza limiti della seconda a vantaggio della prima: la subordinazione, cioè, della natura alle necessità della produzione e all’accumulazione di ricchezza.
Il capitalismo sarebbe dunque un regime anche ecologico, di governance dell’ambiente globale, che sta fallendo perché fondato sull’utopia della crescita infinita. Per questo Moore fa riferimento al capitalismo non semplicemente come ideologia o un sistema economico all’interno di un sistema sociale e naturale più ampio, ma come IL sistema che si è sovrapposto al mondo, nutrendosi e sfruttando le relazioni tra accumulazione del capitale, potere e produzione della natura, considerate in una dimensione storica e globale.e politica, cioè alla luce dei rapporti di potere di cui il capitalismo ha beneficiato.
Sulle stessi posizioni anche studiosi come Anders Malm, storico ambientale svedese, professore all'Università di Lund, e diversi economisti, il gruppo del World Inequality Lab, una più sempre ampia convergenza di studiosi in ambito economico, sociale e economico.
Perché risulta sempre a più evidente che nessuna svolta significativa può accadere se non si discute seriamente di un superamento del sistema capitalistico, che è la vera architrave del mondo in cui viviamo. Mondo che, oltre ai macro drammi di cui sopra, non è più in grado di promettere benessere e ricchezza nemmeno al singolo individuo, al 99% degli individui almeno. Tutte le soluzioni di minori impatto ecologico, di redistribuzione della ricchezza, di maggior equità sociale e financo di benessere individuale, non sono ritenute possibili non tanto in seguito a un esame oggettivo di realtà, ma perché viste attraverso la lente del sistema capitalista, completamente sovrapposto al mondo reale. E attraverso questa lente, ogni alternativa è impossibile
Come fare? non lo so onestamente, ed è piuttosto scoraggiante. Posso proporre stili di vita alternativi e sperare nel contagio, ma è un movimento micro. Credo però sia il momento di promuove utopie, intese non come progetti da realizzare punto per punto, ma come metodo euristico — costruire scenari desiderabili, immaginare, sognare. Questo serve a rendere visibili i limiti del presente, funziona come diagnostica sociale tanto quanto come proposta. Fottendocene del giudizio e del factchecking di chi ritiene che un monolocale a 400.000 vada bene perché è il mercato baby, come se il mercato non fosse un costrutto umano ma una legge termodinanica.
Perchè la cosa più triste è che il nostro orizzonte non è più pieno di sogni, ma solo di bisogni. Misuriamo il successo in valuta, e non sappiamo immaginare scenari fuori dalla ruota produci, consuma e crepa. Quindi, di utopie, impossibili, difficili ma profondamente diverse, credo abbiamo infinito bisogno.
Diceva De André
Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura.
Basta a questo mondi di cinghiali, per cinghiali. Con tutto il rispetto per i cinghiali veri.