Go down

Nel 1967, nell’intervista Qui êtes-vous, professeur Foucault?, raccolta poi nei Dits et Écrits, Foucault prende posizione su cosa significhi fare filosofia nel suo tempo. Non si presenta come un custode di principi universali, ma come qualcuno che lavora sul presente, analizzandone i dispositivi di sapere e di potere. In quelle pagine, lontane dal tono sistematico e vicino piuttosto a un gesto di auto-definizione, si intravede già l’idea di filosofia come diagnosi: non interpretazione dell’essere, ma clinica dell’attualità, attenzione alle tensioni che attraversano una società e alle forme che producono verità.


L'intervista qui sopra citata resta particolarmente centrale perché, a differenza dei testi più complessi e specialistici, espone in forma diretta e accessibile il cuore del pensiero foucaultiano: il filosofo come osservatore critico del presente, capace di leggere i sintomi storici senza rifugiarsi nell’astrazione. È un momento in cui Foucault mette a fuoco la funzione pratica della filosofia, mostrando come il pensiero possa agire come strumento di comprensione e di trasformazione del tempo in cui viviamo.

A distanza di decenni, mentre le nostre società sono segnate da crisi ecologiche, accelerazioni tecnologiche e nuove forme di dominio, l’intervista mantiene tutta la sua forza: ci ricorda che la filosofia non serve a custodire certezze, ma a diagnosticare ciò che accade, a riconoscere i sintomi del presente e a rendere pensabile la possibilità di mutarlo.


Nietzsche, nella Gaia scienza (§2), parla della necessità di un filosofo capace di farsi medico, qualcuno che sappia misurare la salute di un’epoca, riconoscere i sintomi della decadenza, discernere ciò che indebolisce e ciò che rafforza. Non si tratta di un medico delle malattie individuali, ma di un diagnostico del corpo collettivo, che avverte la malattia non come eccezione, bensì come condizione da interpretare e da trasformare. Il filosofo, in questa immagine, non è più il guardiano delle verità eterne, ma l’interprete clinico della vita, della sua forza e della sua fragilità. Nietzsche aggiunge che, in realtà, finora nessuna filosofia si è mai occupata davvero di “verità”, ma piuttosto di altro: salute, avvenire, forza, vita, crescita.

Il filosofo-medico è, dunque, colui che osa portare alle estreme conseguenze questo sospetto, smascherando ciò che si nasconde dietro il linguaggio tradizionale della filosofia (Gaia scienza, §2).

Foucault, riprendendo Kant e l’interrogativo sull’Illuminismo, porta questa figura sul terreno dell’attualità. La filosofia non è per lui un sapere che custodisce principi universali, ma un’attività che si misura con il presente, diagnosticandone le forme e le tensioni. “Credo che esistano dei tipi di attività ‘filosofica’ in campi determinati che consistono in generale nel diagnosticare il presente di una cultura: è questa la vera funzione che possono avere oggi gli individui che chiamiamo filosofi” (Dits et écrits 1, t. 50). La diagnosi filosofica, dunque, non fotografa soltanto il tempo, ma lo lavora, lo interroga, ne incrina i dispositivi di potere e le certezze consolidate.

Nietzsche e Foucault, in modi diversi, convergono nel chiedere alla filosofia di uscire dall’astrazione metafisica e di farsi pratica di discernimento, cura e trasformazione. Oggi questa esigenza diventa urgente: in un tempo segnato da crisi ecologiche, accelerazioni tecnologiche e nuove forme di dominio algoritmico, quale figura di filosofo può davvero assumersi il compito di leggere i sintomi del presente e intervenire sul corpo vivo della storia?

Qualcuno è disposto?


Pubblicato il 29 agosto 2025