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Il linguaggio non è semplicemente uno strumento di comunicazione, non ha unicamente scopi pratici, non è neppure solo pensiero calcolante. Ha il compito di portare alla luce ciò che è nascosto (alètheia). Ci interroga sul mistero della condizione umana.


“Il linguaggio è la casa dell’Essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora”. Queste affermazioni di Martin Heidegger, contenute nella sua Lettera sull’umanismo del 1947, sottolineano la connessione tra Essere e linguaggio. l’Essere, inteso come sfondo che permette a tutti gli enti di apparire, si rivela attraverso “il dire” (in tedesco Sagen) nel senso di indicare, portare alla luce, e in questa  modalità  si manifesta agli umani. L’uomo abita il linguaggio, non ne è il padrone.  I poeti e i filosofi hanno il compito di ascoltare “il dire” del linguaggio originario per non perdere la sua potenzialità di rivelazione dell’Essere. Hanno anche il compito di proteggerlo per salvarlo dall’oblio a cui lo conduce una visione puramente strumentale della lingua stessa. Perché il linguaggio non è semplicemente uno strumento di comunicazione, non ha unicamente scopi pratici, non è neppure solo pensiero calcolante. Ha il compito di portare alla luce ciò che è nascosto (alètheia). Ci interroga sul mistero della condizione umana.

Siamo enti gettati nel mondo (Heidegger) e il tempo “limitato” è la nostra dimensione. Pascal, grande filosofo del ‘600, nonché matematico e fisico,  ha affrontato questo tema, continuamente, nei celebri “Pensieri”. L’essere umano non riesce a reggere la propria condizione, rischia di essere schiacciato dalla consapevolezza del proprio stato. Ha quindi cercato un rimedio: il divertissement. Il divertissement non è il divertimento, è la distrazione. De-vertere: volgere altrove. E allora l’uomo si dà a tutte quelle attività che possono occupare il proprio tempo: alla vita mondana, ai duelli, alla risoluzione di un problema di matematica, ma anche al lavoro e alla guerra. Cerca sempre di non essere nella condizione di pensare alla propria natura. Si vive come immortale.

I poeti e i filosofi ci riconducono lì, alla condizione umana.

Secondo Aristotele,  la poesia e la filosofia nascono dalla stessa matrice: il mito e la meraviglia (thaûma). I miti,  racconti che caratterizzano tutte le civiltà,  fondano la realtà, creano valori e comunità, rispondono  all’angoscia esistenziale di fronte all’ignoto e danno un senso alla vita. Nel primo libro della Metafisica troviamo questa affermazione: “chi ama il mito è, in un certo qual modo, filosofo.” E, per quanto riguarda la poesia, i poeti hanno indubbiamente attinto al grande serbatoio narrativo dei miti classici. La meraviglia citata da Aristotele non va intesa solo come stupore di fronte a una realtà che non si conosce, ma include un senso di  sgomento e di paura rispetto a ciò  che  turba perché  misterioso e imprevedibile. La poesia, in particolare, rivela il rapporto originario  tra la parola e il pathos, che spinge a interrogarsi sull’ignoto. Anche l’atteggiamento filosofico ha questa natura: il filosofo è “colpito” da qualcosa che gli altri umani non colgono come problema. Non c’è poesia senza pensiero, né pensiero che non abbia alla base il pathos.

Poesia e filosofia condividono le stesse domande sull’esistenza, ma divergono nei metodi e nei linguaggi che utilizzano. La parola poetica  evoca la lingua madre, appresa nell’infanzia, dove il suono, le sensazioni e  le emozioni precedono la logica. La poesia accenna, tende a qualcosa che non è mai perfettamente determinato. Il suo linguaggio è polisemico.  Con la parola delinea nuovi mondi. Opera attraverso l’intuizione, l’immaginazione, l’emozione. Trae la parola dal silenzio: “Quando trovo/in questo mio silenzio/una parola/scavata è nella mia vita/come un abisso.” (Ungaretti, Commiato). 

La filosofia utilizza soprattutto il logos, l’argomentazione; aspira alla chiarezza  e alla precisione concettuale. Seguendo Simone Weil: “Il metodo proprio della filosofia consiste nel concepire in modo chiaro i problemi insolubili nella loro insolubilità, quindi nel contemplarli senz’altro, fissamente, instancabilmente, per anni, nell’attesa.”[1] Mentre la scienza, di fronte a un problema,  cerca  la sua soluzione e, una volta risolto quel problema, ne affronta un altro, la filosofia, che riflette sui grandi temi della vita, li chiarisce e li contempla attraverso una “attenzione pura”, abitando il mistero.

Poesia e filosofia sono sorelle rivali (Cacciari). A partire da Platone, che nella Repubblica esclude i poeti dalla città ideale, mentre nel Fedro esalta la poesia come divina mania, il loro rapporto non è mai stato idilliaco. Eppure i primi filosofi (Eraclito) si esprimevano in modo poetico e, lungo la storia del pensiero occidentale, troviamo autori come Giordano Bruno o Giambattista Vico o, in tempi più recenti, F. Nietzsche, che hanno abbondantemente utilizzato il linguaggio allusivo, pieno di simboli e di immagini, tipico della poesia. Un pensiero analogico che si fonda sulla somiglianza e sull’intuizione. A partire dalla rivoluzione scientifica (Cartesio, Galilei) si è sviluppato e consolidato in particolar modo nel nostro tempo un pensiero digitale, basato sulla logica lineare e sequenziale.

Contro una filosofia che ha troppo spesso represso le ragioni del cuore e delle viscere, rischiando di escludere aspetti essenziali della vita, come il dolore e l’amore,  la filosofa spagnola Maria Zambrano suggerisce “una ragione poetica” che sia in grado di riunificare lo strappo originario perché “nella filosofia non si trova l’uomo intero, nella poesia non si trova la totalità dell’umano.”[2] Un pensiero che sia in grado di nutrirsi della vita, di accogliere e non separare, di guardare all’umano nella sua interezza, risvegliando la meraviglia originaria.

Poesia e filosofia sono spesso considerate inutili, soprattutto in società, come la nostra, che si basano su criteri di produttività e ritorno economico. Se tutto è in funzione della produzione e l’utile diventa l’unico criterio di giudizio, non c’è più  spazio e non c’è più  tempo per dedicarsi all’inutile. In realtà poesia e filosofia sono saperi non servili (Aristotele). Sono  attività libere.

Forse mai, come nel nostro tempo, in cui tutto sembra dover essere “funzionale a“, è  necessario, invece, tenere aperto l’orizzonte del pensabile, per intravedere nuovi spazi di senso.


Note


[1] S. Weil, Quaderni, Volume IV, Adelphi, pag. 363.

[2] M. Zambrano, Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna, 2010.

Pubblicato il 30 giugno 2026

Anna Colaiacovo

Anna Colaiacovo / Consulente filosofico presso Phronesis