La notizia è passata un po’ sottotraccia da queste parti, siamo troppo intenti a seguire le imprese del curling in questi del resto quindi è comprensibile. La notizia di cui sto parlando è che martedì 27 gennaio alla Corte Superiore della Contea di Los Angeles si è aperto un processo destinato a fare da apripista sul tema della dipendenza dai social media e sui suoi effetti sulla salute mentale dei cosiddetti “nativi digitali”.
Tutto parte dalla denuncia di una ragazza di 19 anni, nota con l’acronimo di KGM, che attribuisce alle Big Tech la causa principale della propria depressione e dei pensieri suicidari.Se la magistratura funziona, anche il piccolo cittadino ha strumenti per limitare il potere. Nello specifico sul banco degli imputati finiscono Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, ByteDance, proprietaria di TikTok, e Google, proprietaria di YouTube, accusate di aver progettato deliberatamente piattaforme che creano dipendenza attraverso algoritmi, notifiche e layout accattivanti, con caratteristiche affini alle “tecniche comportamentali e neurobiologiche utilizzate dalle slot machine e sfruttate dall’industria del tabacco, volte a massimizzare il coinvolgimento dei giovani per aumentare i ricavi pubblicitari”, si legge nella causa.
Anche Snap era imputata ma ha chiuso il procedimento dopo aver raggiunto un accordo con la querelante il 20 gennaio, pagando una somma non resa nota.
Ora è evidente, e ne abbiamo parlato in diversi post, è scientificamente provato che i social media usano tecniche e algoritmi atti a scentemente influenzare il comportameno delle persone e a, peggio ancora, creare dipendenza. Com’è che sono diventati così importanti i like ai vostri selfie ritoccati con intelligenza artificiale? La risposta non è solo futile narcisismo, anche, ma il punto è che ogni cuoricino, ogni commento stimola un rinforzo dopaminergico che ci gratifica ma non ci appaga, perché lo scopo è stimolare solo il bisogno di volerne ancora, di rimanere sulla piattaforma un secondo di più. Lo scopo intenzionale, by design, di rubare la tua attenzione. E tanti effetti collaterali come quelli di farti sentire un fallito se i tuoi contenuti non se li fila nessuno, mentre la supposta vita smeralda altrui riceve like in continuazione. E qui, in difesa delle aziende, devo riconoscere che siamo noi a scegliere a cosa e cosa non dare like. E se un culo ha più estimatori di un pensiero interessante, la colpa non è certo di Meta et similia, che lucrano sulla nostra miseria.
Comunque, il processo è una svolta epocale, come erano stati quelli contro l’industria del tabacco. Certo si fuma ancora, ma ognuno deve essere libero anche di farsi male come ritiene, il libero arbitrio ci rende umani. Però nel 1998 l’industria del tabacco USA hanno siglato un accordo con 46 stati americani per chiudere le cause intentate per il risarcimento dei costi sanitari. L'accordo ha imposto restrizioni pubblicitarie e pagamenti per centinaia di miliardi di dollari. Quindi almeno ci siamo levati dalle scatole diversi strati di ipocrisia.
Ed è questo il punto qui. I social sono scientemente progettati per creare dipendenza e rapire la nostra attenzione e noi, complici le nostre ormai ridotte difese immunitarie di pensiero e autostima, ci cadiamo in pieno. Ma il problema non siamo solo noi, poveri adulti mancati che scegliamo la via della dopamina digitale, ma sono le nuove generazioni che nascono in contesto in cui tutto questo è considerato normale.
Come sottolinea l’avvocato della ragazza che ha intentato la causa
“i querelanti non sono solo il danno collaterale dei prodotti dei convenuti. Sono le vittime dirette delle scelte intenzionali di progettazione dei prodotti effettuate da ciascun convenuto. Sono i destinatari designati delle caratteristiche dannose che li hanno spinti in un circolo vizioso autodistruttivo”.
Questa responsabilità è assolutamente necessario evidenziare. Il rapimento sistematico dell’attenzione che peraltro ha conseguenze profonde su tutta la comunità umana. Ne prendo una soltanto, la scomparsa del pensiero e della complessità, in un mondo che invece è diventato incredibilmente stratificato e complesso.
Ormai abbiamo l’ossessione della semplicità, che però nella maggior parte dei casi è semplicemente banalizzazione. Temi complessi, temi politici, sociali o internazionali vengono offerti al pubblico e commentati come se l’audience fosse composta da bambini delle elementari, tutto è riassumibile con delle infografiche o con un reel giornaliero in cui alla gente non viene richiesto di pensare, informarsi o leggere libri, ma di consumare quello specifico contenuto, in un continuo presente dettato dalla popolarità. La cosa interessa solo fino che è hype, per poi lasciare spazio a altri isterismi senza pensiero. Pensieri semplificati proposti come verità assolute che fomentano un dibattito violento, volto a avere ragione piuttosto che a capire. I social rincorrono l’effetto wow della notizia piuttosto che l’analisi, in un meccanismo che si autoalimenta e che sommerge il pubblico di stimoli incompatibili con il pensiero critico, che richiede tempo, analisi, preparazione. Tutto questo per un pugno di like per noi, e montagne di denaro e potere per le aziende che la nostra miseria fomentano.
Ma soprattutto, e a prescindere da come andranno le cause (la verità ha passo lentissimo ahimé) è importante che queste aziende sul banco degli imputati ci stiano, perché è importante riconoscere che ci sono alternative, e che se la situazione è così drammatica, non è frutto dei tempi cattivi, ma di precise e consapevoli scelte volte all’ottimizzazione del profitto e con pochissimo rispetto delle conseguenza sociali e psicologiche. E’ importante levarci dal pensiero unico di considerare questa dipendenza progresso, è importante dirsi che le cose vanno male, e che oltre a noi stessi, troppi attori economici lucrano sul nostro malessere e sulla nostra limitata capacità di arbitrio.
E’ importante cominciare a mette in discussione lo status quo.