Chïasmo: una definizione
chïasmo (o chïasma) deriva dal tardo latino chiasmus, mutuato dal greco χιασμός, richiama la lettera χ (khi), per la sua forma incrociata. Come figura retorica, permette di accostare due membri concettualmente paralleli, in modo però che i termini del secondo siano disposti nell’ordine inverso a quelli del primo (X Y Y X) – (A-B / B-A), così da interrompere il parallelismo sintattico. Un particolare tipo di chiasmo è quello in cui si ha anche un mutamento o un rovesciamento del senso delle parole, usato di frequente per la creazione di frasi programmatiche e di enunciati d’effetto, con esiti spesso paradossali: l’arma della critica non può certamente sostituire la critica delle armi (Karl Marx); “Più vita ai nostri anni, non più anni alla nostra vita”, “se è caldo raffreddalo, riscaldalo se è freddo”
Premessa
Nel “buco” in cui ci troviamo tutto è invertito, nonsense, paradossale. Non abbiamo cambiato luogo, ma attraversato una soglia ontologica, quantica, paradigmatica. La caduta sembra non finire mai, rimane sospesa da anni, è disorientante, irritante, ma lascia tempo per riflettere sulla caduta mentre si cade, su quali siano le coordinate di caduta finale e su quanto, toccato terra, ci si possa fare male.
Riflettere potrebbe servire per cercare di capire dove si stia andando, chiedendosi se si stia cadendo verso il basso o verso l’alto (si può cadere verso l’alto? in fisica sì!). Di questi tempi di inversioni chiastiche, nei quali ogni cosa si è trasformata nel suo contrario, il giù può essere tranquillamente percepito come un su, il dentro diventa fuori, il vero si è già trasformato in falso, ciò che è opaco viene venduto e accettato come trasparente e viceversa.
Tutto questo è stato ben raccontato nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol, un libro chiasmatico per eccellenza. Nel suo mondo tutto è un chiasmo, ogni regola lo è, ogni affermazione si inverte nel suo contrario, tutte le categorie sono cambiate e tutto funziona al contrario. Per andare avanti devi correre restando ferma (dice la Regina Rossa), per crescere devi rimpicciolire (mangiando il fungo), per capire devi smettere di pensare (suggerisce il Cappellaio Matto), per dire la verità devi mentire (lo dice il Gatto del Cheshire che appare e scompare), il non-compleanno è più importante del compleanno (364 giorni contro uno solo). Poi c’è il ribaltamento continuo tra senso e non senso, e poi ancora tra bambini che ragionano come adulti e adulti che al contrario ragionano come bambini. Per non parlare del paradosso legato a regole del mondo reale invertite, che creano una logica alternativa ma coerente. A livello più profondo, tutta Alice è un grande chiasmo esistenziale. Alice scende per risalire trasformata, perde identità per ritrovarla, attraversa il nonsense per comprendere meglio il senso.
"When I use a word," said Humpty Dumpty, "it means just what I choose it to mean – neither more nor less." "I mean what I say" / "I say what I mean", "Eat what you see" / "See what you eat".
Nel Paese delle Meraviglie, che potrebbe essere il nostro mondo presente, anche le parole hanno perso il loro significato stabile. Ogni personaggio le usa come vuole. Il linguaggio non comunica più, è semplice esercizio di potere. Nulla di nuovo, se si guarda all’oggi e ai vari chiasmi nei quali siamo precipitati e ai quali ci siamo via via adattati. Libertà ormai significa controllo. Democrazia significa populismo. Verità significa la propria opinione e la propria versione dei fatti. Come Alice, continuiamo a usare le parole credendo che abbiano ancora il significato condiviso che avevano prima della caduta. Ma non ce l'hanno più. E non si può tornare indietro, perché il mondo che sta dietro di noi non è più raggiungibile andando a ritroso, è necessario attraversare il chiasmo in cui siamo precipitati, che poi vuol dire accettare un mondo al rovescio (turned upside down), per poi provare, se ci si riesce e sempre che sia ancora possibile, a ricominciare da zero.
È inutile illudersi o sperare che tutto sia un sogno, non serve neppure giustificare l’inazione dicendosi che a essere un sogno (e se fosse un incubo?) siano il mondo reale e la realtà fattuale. Il chiasmo è la nostra realtà attuale, una condizione che potrebbe essere permanente. Inutile affidarsi a guru, filosofi pop, influencer vari, perché sembrano avere capito dove andare. In realtà anche il loro mondo, il loro andare (cadere) si è invertito. Sono confusi come noi, il loro disorientamento è anche il nostro, hanno il sorriso stampato sulla faccia ma sono incerti, insicuri e infelici come tutti. Anche Alice è confusa e disorientata, ma alla fine si sveglia. Noi no! Almeno questo è ciò che appare osservando il chiasmo attuale nel quale siamo tutti precipitati.
“Ogni giorno mi vedo in un mondo al contrario, mi vedo in un mondo così duro, ogni giorno è e un tornare a nascere, una fortuna per riuscire a resistere, ogni giorno è assurdo come cadere in un pozzo, ogni giorno rido per non disprezzare il perché vado incontro a questo mondo demente, ogni giorno cadendo dalla padella alla brace, con le scarpe bruciate in cerca di libertà, ogni giorno mi vedo in un mondo al contrario, ogni giorno mi vedo in un mondo così brutto, ogni giorno resisto, perché altrimenti muoio, ogni giorno mi oblio in un mondo al rovescio.” (Manu Chao, MundoréVès)
Introduzione
Siamo tutti dentro un cataclisma culturale e politico che sta sconvolgendo e portando alla disfatta il mondo occidentale. Molti ricercano le origini di questa crisi nella globalizzazione, nell’aumento esponenziale delle migrazioni, nella rivoluzione tecnologica e digitale che hanno portato all’avvento di quello che molti oggi chiamano tecno-capitalismo (alcuni anche tecno-fascismo) e capitalismo delle piattaforme.
Il chiasmo oggetto di riflessione in questo testo si riferisce alla realtà politica che stiamo vivendo. La riflessione parte dalla considerazione che le categorie, sulle quali abbiamo organizzato per secoli il nostro modo di pensare il mondo occidentale, si siano invertite, non metaforicamente ma strutturalmente, semanticamente. Le categorie o parole a cui faccio riferimento sono “destra e sinistra”, “libertà e controllo”, “verità e bugia o falsa verità”, “individuo e massa”. Oggi queste parole si sono letteralmente invertite, indicano il contrario di ciò che apparentemente significano, anche nelle frasi occupano spazi non loro, ma quelli di parole a loro opposte e contrarie. Questa inversione, ormai generalizzata e passivamente accettata, ha reso quasi impossibile orientarsi, farsi un’opinione, sia individualmente e nella sfera personale sia nella sfera pubblica.
Il problema non sta nel linguaggio, ma è strutturale, non è un fenomeno di superficie, ma una crisi di orientamento profonda, racconta la crisi delle categorie stesse, evidenzia come e quanto il linguaggio politico (e non solo) abbia oggi smesso di orientare, per essere usato per manipolare, condizionare e confondere. La confusione è voluta, ricercata, non è mai accidentale, sempre molto funzionale. La prima conseguenza della perdita di significato delle parole con le quali si discute di politica e di futuro, è stata la sparizione di un dibattito pubblico, anche intellettuale, genuino.
In questo testo vorrei provare a riflettere sui chiasmi menzionati sopra nel tentativo di rendere visibili le strutture sottostanti, al nostro pensare e dialogare, che ci stanno rendendo ciechi. Ne potrebbe venire fuori una mappa del nostro tempo, un mappamondo intero delle grandi inversioni che stanno rimescolando tutte le carte della (geo)politica contemporanea.
Il chiasmo da cui partire
Il chiasmo fondamentale che da anni coinvolge moltissimi intellettuali, politici, giornalisti, ecc. in un dibattito pubblico senza soluzione né fine riguarda le due categorie di destra e sinistra.
“Ma cos'é la destra cos'é la sinistra…Ma cos'é la destra cos'é la sinistra… Destra sinistra, Destra sinistra, Destra sinistra. Destra sinistra, Destra sinistra…Basta!” (Giorgio Gaber)
Dalla Rivoluzione Francese in poi, la divisione è stata sempre relativamente chiara. La sinistra si identificava con la critica al sistema, con la sfida alle élite, con la richiesta di redistribuzione e di uguaglianza. La destra si identificava con la difesa dell'ordine stabilito, con la fiducia nelle istituzioni tradizionali, con la protezione dei privilegi acquisiti. Questa divisione, che non è mai stata pura, ma sempre molto ideologica, piena di eccezioni, di contaminazioni, di interpretazioni diverse, aveva però una sua coerenza interna, sufficiente a guidare il conflitto politico che ha caratterizzato gli ultimi due secoli di storia.
Oggi quella coerenza è crollata, per (in) un chiasmo profondo che ha visto le due categorie destra e sinistra rovesciarsi tra di loro. La destra, diventata mercantile, con la sua battaglia culturale in atto raccoglie e rappresenta molte delle lotte che erano un tempo collegate alla sinistra, conserva i favori degli elettori più ricchi, ma attira i consensi dell’elettorato con un livello di istruzione e un reddito più basso. Ha finito per assumere il linguaggio e la struttura della sinistra di ieri, mentre la sinistra ha occupato lo spazio della destra, senza più alcuna capacità (possibilità) di rovesciamento e inversione chiasmatica. Tradizionalmente legata alla classe operaia e alla spesa pubblica, in molti casi ha adottato visioni più centriste, liberiste o legate ai diritti civili. La difficoltà della sinistra odierna sta nella sua incapacità a operare un contro-rovesciamento, finendo vittima di sé stessa e dei tanti luoghi comuni, “invasivi, persistenti e autoconsolatori” con cui giustifica le proprie incapacità. Il tutto nella situazione paradossale, ben raccontata da Thomas Piketty, nella quale sia la destra sia la sinistra sono guidate da una élite molto benestante e le classi sociali più deboli non hanno più alcuna rappresentanza politica.
“incredibile che la parte più povera della popolazione, scegliendo la destra, voti contro i propri interessi […] le persone non istruite non capiscono la complessità del mondo e votano a destra inseguendo le soluzioni semplicistiche dei populisti […] la destra populista non ha cultura, fa solo propaganda e diffonde fake news veicolate da Internet” (Enrico Pedemonte, Perché la destra vince Pag. 9)
I movimenti populisti di destra parlano di popolo contro élite, di rivolta contro il sistema da cambiare, di lotta contro i potentati che opprimono la massa. Lo fanno con un linguaggio che appare come marxista, di sinistra, sempre alla ricerca di intellettuali e di cultura un tempo di sinistra per cooptarli appropriandosene. Lo fanno con successo, sembrano avere intercettato i fermenti sociali, culturali e politici emergenti e colto il risentimento crescente di moltitudini di persone, sempre più infelici e arrabbiate. Non a caso lo fanno individuando come bersagli reali le élite finanziarie, la classe neoliberale cosmopolita, i meccanismi della globalizzazione che hanno devastato comunità intere.
La sinistra contemporanea al contempo si è sempre più identificata con la difesa delle istituzioni, il rispetto per le regole del sistema, la fiducia nelle autorità competenti. Il linguaggio usato e così percepito da molti è quello classico del conservatorismo, della difesa dello status quo, dell'ordine istituzionale.
Il risultato è un chiasmo perfetto.
La destra si rivolta contro un sistema che difende. La sinistra difende un sistema contro cui si rivoltava. Il paradosso è che destra e sinistra credono di fare la cosa giusta.
Questo scambio, inversione, non interessa solo il linguaggio, è sostanza. La destra populista, pur usando la retorica della rivolta, raramente mette in discussione le strutture di potere economico fondamentali. Attacca le élite culturali e politiche, ma raramente le élite finanziarie che ne finanziano le sue politiche, movimenti e campagne. La sua rivolta appare come controllata, accuratamente gestita, mai realmente diretta verso bersagli che minacciano il sistema di potere reale. La sinistra, pur difendendo le istituzioni, ha sempre più difficoltà a proporre trasformazioni strutturali. La sua difesa dell'ordine istituzionale la intrappola nel sistema che un tempo cercava di cambiare. Questa trappola non è esterna ma è stata interiorizzata. La sinistra non difende le istituzioni suo malgrado, le difende perché ha smesso di immaginare alternative, la costruzione di nuovi possibili. Non a caso è ormai percepita come una specie di casta braminica, colta, istruita, progressista, votata alla difesa dei diritti civili ma sempre più distante dalle classi popolari e dalle loro condizioni di vita.
Destra, sinistra e libertà
Il chiasmo destra-sinistra si porta appresso quello che interessa la categoria della libertà, una parola sempre più svuotata di significato, invocata da tutti ma mai definita, sempre mantenuta in una ambiguità che è diventata il suo essere e motore semantico. La destra libertaria costruisce tutta la sua narrativa sulla libertà come valore supremo, libertà di espressione, libertà di scelta, libertà dal controllo dello stato, libertà di innovare senza vincoli regolamentari. Questa libertà, in pratica, significa spesso libertà dei più forti di fare ciò che vogliono, senza che i più deboli possano contestarlo, è la libertà di mercato e delle grandi aziende multinazionali di operare senza vincoli ambientali, politici o sociali. La libertà di espressione diventa la libertà dei più potenti di amplificare la loro voce, mentre i più deboli vengono sommersi dal rumore. Il controllo non scompare, cambia forma, passa dallo stato al mercato, dalle istituzioni ai meccanismi informali di potere, dai più (democrazia, cittadini, popolo, ecc.) ai pochi(ssimi).
Il chiasmo che interessa la libertà è ancora più profondo. Nell’era delle macchine-IA, le piattaforme digitali si sono presentate come spazi di libertà, ma in realtà hanno costruito il sistema di controllo più pervasivo nella storia umana, non a caso oggi associate alla fase attuale del tecno-capitalismo. Gli algoritmi di raccomandazione decidono cosa vediamo, cosa pensiamo, cosa desideriamo. Il nostro comportamento online viene tracciato, analizzato, venduto. Le nostre opinioni vengono modellate non da argomenti, ma da incentivi psicologici incrociati con profili emotivi costruiti da macchine, finalizzati a omologare e al conformismo.
L’inversione, il chiasmo che interessa le due categorie della libertà e del controllo descrive bene la nostra situazione corrente. La liberazione dal controllo istituzionale tradizionale è illusoria, il controllo esercitato oggi è infinitamente più potente perché invisibile. La stessa decantata libertà digitale è una libertà chiasmatica. Sembra espansiva, ma è restrittiva, sembra personale, ma è sempre manipolat(ori)a. Chi più difende la libertà è spesso chi più la restringe per gli altri. La libertà come principio si trasforma in libertà come privilegio. Il risultato è un mondo in cui la parola libertà ha perso qualsiasi contenuto condiviso. Ogni fazione la reclama. Nessuna la pratica nel senso che le attribuisce. E il dibattito sulla libertà diventa un dibattito in cui tutte le fazioni in campo parlano di cose completamente diverse usando la stessa parola.
La sinistra sbaglia a credere che a vincere sia la comunicazione. Contano di più i contenuti, il sapere dare risposte concrete alle tante domande che i cambiamenti avvenuti nel mondo hanno provocato nel cervello, ibridato tecnologicamente, di milioni di persone
Destra, sinistra e verità
L’altro chiasmo su cui riflettere è quello che riguarda le due categorie della verità e della post-verità. La riflessione è resa necessaria dalla sparizione della verità, dal diffondersi della disinformazione e della misinformazione, dalla ricerca di camere dell’eco da parte di moltitudini di persone sempre in cerca di conferme ai propri pregiudizi piuttosto che di verità, spesso ritenute scomode e da evitare. La sparizione non è solo quella della verità, ma della verità condivisa, di un terreno comune capace di rendere possibile un dibattito e un confronto reali. Questa sparizione nasce dal fatto che i meccanismi che producevano una verità condivisa sono stati demoliti, sostituiti da un sistema che di verità (no verità) ne produce infinite. Oggi quel terreno comune è scomparso. Non perché la verità non esista, ma perché ogni fazione produce la propria verità, (con)validata dai propri dati, da tecnocrati e tecnocrazie varie, dai propri esperti, dalle proprie piattaforme. Nell'epoca in cui avevamo meno accesso ai dati, la verità era più condivisa. Nell'epoca in cui abbiamo più accesso ai dati, la verità è meno condivisa. Da qui il chiasmo di cui stiamo parlando.
La verità è stata sostituita dalla post-verità. L’origine del chiasmo che ne è derivato è stata imputata alla destra, ritenuta maestra nella costruzione di false notizie, di disinformazione deliberata come strumento politico sistematico, complottismo e movimenti cospirazionisti vari. La sinistra però non è senza colpe, ha prodotto il suo proprio chiasmo della verità. Nel nome della correttezza e della inclusività, ha costruito sistemi di linguaggio in cui certi termini possono essere usati solo in certi modi, in cui certi argomenti sono esclusi a priori dal dibattito, in cui la verità viene definita non dai fatti ma dalle posizioni politiche di chi la afferma. Il fact-checking stesso è finito per diventare un meccanismo selettivo che verifica le affermazioni degli avversari e lascia incontestati e non verificati i propri presupposti. Il chiasmo verità/post-verità non è un problema di una sola parte, ma una struttura nella quale entrambi i lati, destra e sinistra, producono la propria versione della realtà, presentandola come l'unica possibile. La verità non è sparita, si è frammentata in innumerevoli versioni che non comunicano più tra loro.
"Adolf Hitler era un uomo di sinistra" (Alice Weidel, AFD) - "Hitler non era un conservatore. Non era un libertario. Era un comunista. unto. E noi siamo esattamente l'opposto é...* (Elon Musk)
Destra, sinistra e trasparenza
La sparizione della verità è accompagnata da una realtà diventata sempre più opaca. Il tutto sta avvenendo in un momento nel quale lo storytelling è portatore di una retorica insistente sulla trasparenza, descritta come possibile dall’accesso diffuso all’informazione, grazie agli strumenti tecnologici di cui tutti disponiamo. Nella realtà, più le informazioni sembrano disponibili e più i processi che contano diventano invisibili, nascosti da continue cortine fumogene, che nascondono l’opacità dei processi decisionali reali. Gli algoritmi, che determinano cosa vediamo, a chi vendere o far vedere i nostri dati, come vengano allocate le risorse nei mercati finanziari, ecc., sono a noi incomprensibili. Nessuno, nemmeno i loro creatori, ne comprende più completamente il loro funzionamento. Le decisioni fondamentali vengono prese in stanze chiuse, da poche persone, tecnocrati obbedienti a chi possiede le piattaforme Hugh Tech e ai modelli di business (sempre più anche politici) ad esse associati. La trasparenza, in questa realtà, diventa un meccanismo di legittimazione piuttosto che un meccanismo di controllo.
Destra, sinistra e individualismo
Un altro rovesciamento a cui stiamo tutti assistendo fa riferimento all’individualismo oggi diffuso, reso possibile anche dal modo con cui vengono abitate le piattaforme digitali, ma che in realtà ha generato un “dividualismo” e una frammentazione diffusi, insieme a una conformità (servitù volontaria) di massa senza precedenti. Le identità spariscono, si costruiscono su pattern predefiniti, finiscono nel regno dell’uguale (Byung-Chul Han), nel quale ogni profilo somiglia straordinariamente a milioni di altri profili. Siamo quindi presenti e dentro a un chiasmo perfetto. L'individualismo estremo produce la massificazione più profonda. Non perché le persone non siano diverse ma perché i meccanismi che determinano come quella differenza viene espressa, amplificata, valorizzata, sono centralizzati come mai prima. L'algoritmo non crea uniformità, crea la sensazione di diversità all'interno di una cornice che è sempre più omologata, conformista, uniforme.
Destra, sinistra e progresso
Quanto detto fin qui rientra in un chiasmo contenitore, un chiasmo finale che contiene tutti gli altri. Parla di progresso e regressione, due categorie, anche di pensiero, che interessano da anni il dibattito pubblico e intellettuale del nostro tempo. La narrativa dominante celebra il progresso tecnologico, morale, sociale, ma per molti gli indicatori fondamentali mostrano una regressione generalizzata che si manifesta in una ineguaglianza crescente, la crisi di significato e di senso che colpisce soprattutto le generazioni che sono cresciute più immerse nell'ecosistema digitale.
In pratica il progresso tecnologico sembra produrre regressione morale, la sofisticazione degli strumenti produce la semplificazione del pensiero, l'avanzamento ci porta più vicini al collasso. Il progresso stesso genera le condizioni della sua negazione. La tecnologia che doveva risolvere il cambiamento climatico accelera il consumo di risorse. La comunicazione digitale che doveva avvicinare le persone le polarizza. L'intelligenza artificiale che doveva liberare gli umani dal lavoro crea nuove forme di dipendenza e alienazione. Il progresso, in questa struttura, non è il contrario della regressione. È il suo meccanismo.
Alcune considerazioni finali
Sono partito dal chiasmo riferito alle due categorie di destra e sinistra, per poi menzionare altre inversioni avvenute di questi tempi tra categorie come libertà e controllo, verità e post-verità, trasparenza e opacità, individuo e massa.
Tutti i chiasmi esaminati condividono una struttura comune, sono inversioni che si presentano come normalità. Nessuno le percepisce come anomalie perché sono diventate il modo stesso in cui funziona il sistema, descrivono la realtà della quale siamo, più o meno (tecno)consapevolmente coscienti. Chi queste anomalie percepisce e si impegna a criticare e denunciare rischia di cadere in quello che potrebbe essere definito il chiasmo dei chiasmi.
Il rischio nasce dal fatto che ogni denuncia di una inversione viene fatta da persone che ne fanno già parte. Non si può parlare di un chiasmo, di un’inversione dall’esterno, ci si sta dentro, ci si è già intricati, intrappolati. Chi denuncia è solito farsi portatore o portatrice di una proposta di uscita dal chiasmo denunciato, ma rischia di peccare di una eccessiva confidenza nella propria capacità di vedere più chiaramente di altri, da una posizione mai neutra, sempre ibridata. Anche cognitivamente.
Quello che resta è la possibilità di riconoscere la struttura dei tanti chiasmi attivi, di vedere gli incroci vari per quello che sono, non errori da correggere, ma condizioni da comprendere. Si tratta di accettare di vivere in un tempo nel quale le parole hanno perso la loro stabilità, in cui le categorie che ci sembravano eterne si sono invertite, in cui il significato deve essere continuamente negoziato e mai dato per scontato. Il chiasmo non è una anomalia del linguaggio politico, ma la sua condizione attuale. Forse la prima cosa onesta che possiamo fare è smettere di credere che le parole con cui parliamo del futuro abbiano ancora un significato condiviso. Perché se non lo hanno, se ogni parola è già stata invertita, allora il primo passo verso qualsiasi cambiamento non è trovare le risposte giuste, ma riconoscere che le domande stesse sono state capovolte.
"Quando la verità smette di essere un riferimento comune e diventa un capriccio individuale, l’uomo non si libera: si autodistrugge. È il filo che lega la hybris dell’Illuminismo alla post-verità e, oggi, alla “verità artificiale”: il ritratto di una civiltà che ha smarrito il Logos." ( Francesco Cicione)
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