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La domanda non è se si possa essere psicotici o sani di mente, perché quella è la domanda sbagliata.

Finché la facciamo, accettiamo che il confine esista e che qualcuno abbia il diritto di tracciarlo.

La domanda giusta è: chi decide cosa è realtà? Sano di mente, qui, non significa adeguarsi alla realtà esterna: significa mantenere la coerenza della propria visione abbastanza a lungo da costruirci qualcosa dentro.


Aloïse Corbaz realizza Le Cloisonné de théâtre tra il 1941 e il 1951. Stultifera Navis non pubblica immagini, e con questo articolo quella scelta ha un peso in più: stiamo parlando di un'opera che per decenni non ha visto nessuno: immaginate un foglio, poi un altro, cucito al primo con ago e filo, poi un altro ancora e un altro, fino a che i fogli diventano metri e i metri diventano un teatro. Quattordici metri di carta cucita a mano, distesa sul pavimento di una stanza di Gimel, nel canton Vaud, in Svizzera. Qui Aloïse Corbaz ha vissuto per quarantasei anni senza che nessuno le avesse chiesto se voleva restare. Le figure che abitano questo spazio sono regine e principesse, cantanti d'opera e amanti. Sono corpi che si curvano l'uno verso l'altro con una grazia che non conosce la fretta. I vestiti si aprono come corolle, mentre gli occhi grandi e fissi guardano qualcosa che non è nella stanza, ma che non per questo non esiste.

I colori li ricava da quello che trova. Il rosso per le labbra delle regine proviene dai petali schiacciati con le dita, i viola dai mirtilli, il nero dei contorni dal lucido da scarpe e il bianco dei fondi dal dentifricio. Sono materiali dell'istituto, privi di strumenti professionali, eppure nelle sue mani diventano una tavolozza con una logica precisa. I colori caldi, i rossi e gli arancioni, abitano i centri dell'opera, nei punti in cui i corpi si sfiorano o si guardano. Al contrario, i blu e i verdi freddi si aprono ai margini, come l'aria intorno a qualcosa di importante. L'atmosfera che ne emerge non è caotica, è sontuosa. Ha la densità delle scene liriche che Aloïse aveva studiato da giovane e trasmette la sensazione che ogni gesto valga, che ogni figura occupi esattamente lo spazio che le spetta.

Non ha neppure una scrivania ma le ginocchia; non ha uno studio ma il pavimento. I fogli li nasconde sotto il grembiule quando qualcuno entra. Non lo fa perché si vergogna, ma perché ha capito che quello che fa in quel posto non appartiene a chi la sorveglia, appartiene a lei, ed è l'unica cosa che le appartenga davvero.

Il cloisonné è una tecnica orafa medievale, ripresa nelle vetrate gotiche: smalti separati da sottili pareti di metallo che creano compartimenti di colore chiusi, celle distinte che non si contaminano. Gauguin e Bernard la portano nella pittura simbolista alla fine dell'Ottocento, cercando l'essenza emotiva attraverso contorni netti e colori piatti: la sintesi come scelta, non come semplificazione. Quando Aloïse sceglie quel termine per il suo teatro sul pavimento di Gimel, non sta solo descrivendo una tecnica. Ogni figura è chiusa nel proprio confine cromatico come una vetrata, ogni emozione separata dalle altre da un contorno che la tiene intera. I corpi reali, quello diagnosticato, quello rinchiuso, quello che non può occupare spazio, spariscono. Al loro posto compaiono corpi di regine che occupano tutto lo spazio disponibile, finalmente libere. Il Cloisonné non è lo sfogo di una paziente: ha una grammatica interna, una gerarchia tra le figure e una logica del colore che non è decorativa ma drammaturgica. Le regine sono al centro, le figure minori ai margini; i colori caldi segnano i momenti di tensione, quelli freddi le distanze. Questa struttura tiene con una coerenza che molte cose prodotte fuori da quella stanza non raggiungono. Il teatro non è una metafora esterna ma la struttura interna dell'opera. È il luogo in cui Aloïse aveva imparato da ragazza che le emozioni hanno diritto di esistere in grande, senza giustificarsi. Lo ricostruisce sul pavimento di Gimel con quello che trova, perché era l'unico spazio in cui questo era ancora possibile.

Aloïse Corbaz nasce nel 1886 a Losanna, studia canto, va in Germania, sogna di cantare all'opera ma lavora come istitutrice e si innamora del Kaiser Guglielmo II con una devozione che il mondo circostante non riesce a contenere. Nel 1918 viene internata alla clinica di Cery-sur-Lausanne con una diagnosi di schizofrenia; nel 1920 è trasferita a La Rosière di Gimel, dove resterà fino alla morte nel 1964. La diagnosi descrive certamente qualcosa, ma definisce anche dove può stare il suo corpo, cosa le è consentito fare e se quello che produce ha valore. Non è uno strumento neutro: è una decisione su quanto spazio una persona può occupare.

Questa decisione è presa da chi non ha mai visto il Cloisonné, da chi non sa che sul pavimento di quella stanza sta succedendo qualcosa che la psichiatria del tempo non ha la lingua per nominare. Aloïse non è la prima. Per secoli il corpo femminile che eccede la misura assegnata, troppo appassionato, troppo autonomo, troppo presente nella propria visione, è stato chiamato con nomi diversi a seconda dell'epoca, restando però identico nella funzione: isterica, lunatica, invasata, schizofrenica. Il nome non descrive una patologia, ma una devianza dal ruolo e dall'ordine che decide quanto spazio una donna può occupare dentro e fuori da se stessa.

Quello che stupisce del Cloisonné non è che esista nonostante la reclusione, è che la reclusione non lo raggiunge. Nella cura con cui il rosso dei petali viene distribuito, mai a caso, sempre dove serve, c'è la pazienza di un corpo che cuce e che costruisce un mondo abbastanza solido da abitarci dentro quando l'altro non è abitabile. L'arte non guarisce Aloïse nel senso inteso dalla psichiatria, ma le dà un luogo in cui la sua visione è misura di se stessa, non devianza da una misura altrui. Questo è quello che l'arte fa quando funziona davvero: non spiega, non consola, non aggiusta, ma dà un contenitore in cui quello che si è può stare senza doversi giustificare.

A farla uscire dalla stanza è Jean Dubuffet: dal 1945 include Aloïse nella collezione che chiama Art Brut, prodotta ai margini del sistema e senza formazione accademica. Grazie a lui il lavoro di una donna internata smette di essere un sintomo e diventa un'opera. Tuttavia, c'è una tensione che vale la pena guardare senza smettere di essere grati, perché la categoria che la salva la riduce un'altra volta. Dubuffet la valorizza come artista selvaggia, fuori dalla cultura, ma questo non è mai stato vero. Aloïse aveva studiato, sapeva cosa stava facendo e conosceva la tradizione in cui si inseriva. La parola che la libera porta con sé un'altra semplificazione: qualcun altro decide il nome, e il nome decide tutto.

La domanda non è se Aloïse fosse psicotica o sana di mente, perché quella è la domanda sbagliata. Finché la facciamo, accettiamo che il confine esista e che qualcuno abbia il diritto di tracciarlo. La domanda giusta è: chi decide cosa è realtà? Sano di mente, qui, non significa adeguarsi alla realtà esterna: significa mantenere la coerenza della propria visione abbastanza a lungo da costruirci qualcosa dentro. Significa che la testa non si piega anche quando tutto intorno dice che dovrebbe farlo. Il Cloisonné è la prova visibile di questa tenuta: quattordici metri di struttura interna e di un mondo che funziona secondo una sua logica precisissima. Il meccanismo non ha bisogno delle mura per funzionare: basta un sistema relazionale chiuso che decida collettivamente che la lettura della realtà di una persona non vale e che il suo modo di stare al mondo è un sintomo. Quella persona, se isolata, finisce per crederci e smette da sola di difendere il proprio spazio. Aloïse non ha smesso: ha cucito i fogli e costruito un teatro in una stanza che non le apparteneva. Quando la dottoressa Jacqueline Porret-Forel vede il lavoro, riconosce qualcosa che la psichiatria del tempo non aveva saputo nominare: il prodotto di una mente che ha costruito una realtà più resistente di quella circostante.

La tensione tra psicotico e sano di mente non passa tra chi vede la realtà e chi no. Passa tra chi ha il potere di chiamare realtà la propria visione e di imporla agli altri, e chi viene chiamato con un altro nome. Questo potere non è mai stato distribuito uguale. Lo strumento cambia, una diagnosi o qualcosa di più silenzioso, ma la struttura resta: qualcuno decide che la tua realtà non vale, e se non c'è nessuno che dica il contrario, alla fine smetti di difenderla. Aloïse aveva il Cloisonné, quattordici metri di regine. Ha continuato a costruire una realtà coerente quando quella intorno a lei aveva smesso di esserlo: questa è l'unica definizione di sanità mentale che vale la pena difendere.

Nella tua vita, in questo momento, c'è qualcosa che stai nascondendo sotto il grembiule non per vergogna, ma perché appartiene solo a te, e sai ancora difenderlo?

Nota

Aloïse Corbaz (Losanna, 28 giugno 1886 – Gimel-sur-Morges, 5 aprile 1964). Internata nel 1918 alla clinica psichiatrica di Cery-sur-Lausanne; trasferita nel 1920 a La Rosière di Gimel, dove visse fino alla morte. Le Cloisonné de théâtre, opera su fogli di carta cuciti a mano, realizzata tra il 1941 e il 1951, è conservata al LaM, Lille Métropole Musée d'Art Moderne, d'Art Contemporain et d'Art Brut, Villeneuve d'Ascq (deposito della collezione Eternod-Mermod dal 2003). Jean Dubuffet teorizza l'Art Brut dal 1945 e include Aloïse nella sua collezione; la dottoressa Jacqueline Porret-Forel, medico che la seguì dal 1941, ne studiò la vita e l'opera nel volume Aloïse et le théâtre de l'univers, Skira, Ginevra 1993. Per il contesto dell'internamento femminile e la diagnosi come strumento di controllo sociale cfr. Phyllis Chesler, Women and Madness, Doubleday, New York 1972.

 

Pubblicato il 16 aprile 2026

Giuliana Renzella

Giuliana Renzella / Art Education Specialist | Inclusive Learning Expert | Developmental Counselor