Poitiers, metà Anni Trenta. Un bambino entra nella saletta di osservazione di una sala operatoria. Ha il terrore negli occhi. Accompagna il padre, stimato chirurgo, che quel giorno deve amputare una gamba. E ha deciso che il bambino deve assistere. Per “diventare un uomo”.
Il chirurgo si chiama Paul e il figlio Paul-Michel. Una metà patronimica e un’altra, fortemente voluta dalla madre, che ne spezza l’incantesimo. Di cognome, padre e figlio fanno Foucault.
Non esistono riscontri oggettivi di questo aneddoto. Così è come Michel Foucault l’ha raccontato ad almeno due persone: lo scrittore Hervé Guibert, suo amico negli ultimi anni, e l’antropologo americano Paul Rabinow. Forse è andata veramente così. O forse questa storia era solo uno dei suoi mille giochi di prestigio retorici.
Iniziando questo articolo con un’apertura in medias res, dai toni forti, ho voluto rendere omaggio a uno dei più noti tra quei giochi di prestigio: la capacità di Foucault di catturare il lettore aprendo un saggio con una scena da romanzo, che ti prende per la gola prima ancora di esporti qualunque teoria. Non può non venire alla mente il celebre incipit di Surveiller et punir con il supplizio di Damiens, l’uomo che aveva attentato alla vita di Luigi XV, squartato in piazza a Parigi nel 1757.
A sua volta, l’Histoire de la folie si apre su un’immagine che per i lettori di questa rivista non ha bisogno di presentazioni: la Stultifera navis, la nave dei folli che scivola lungo i fiumi d’Europa con il suo carico di esclusi. Che sia simbolo o pratica documentata, poco importa. La scena estrema è il modo in cui Foucault colloca il lettore su una soglia, prima ancora di spiegargli cosa si estenda al di qua e al di là di essa.
Le parole, le cose e le persone
Nel 1954 escono i suoi primi due lavori, un’introduzione a Binswanger e il volume Maladie mentale et personnalité, entrambi firmati solo “Michel” Foucault. Lui stesso dava spiegazioni sempre ironiche e taglienti, ma ogni volta diverse, di quella “automutilazione nominale contro il padre”, come la definisce il suo controverso biografo James Miller. Ma non si può non essere tentati dal parallelo. In The Passion of Michel Foucault, è proprio Miller ad accostarla a quell’aneddoto. Qualunque sia la spiegazione, è un fatto che, per “diventare chi è” nietzscheanamente, una volta cresciuto quel bambino abbia amputato quel mezzo nome paterno.
Un vecchio adagio latino dice che nomina sunt consequentia rerum. I nomi sono il nesso tra le parole e le cose, traduzione libera. L’uomo che dodici anni dopo avrebbe scritto Les mots et les choses aveva cominciato rovesciando la formula. Il nome lo aveva deciso lui, e la persona pubblica era venuta dopo.
Anche noi, oggi, portiamo un secondo nome sotto il primo: la qualifica, il ruolo, la riga che ci presenta prima ancora che apriamo bocca. Ne ho scritto di recente su LinkedIn, che di quel secondo nome ha fatto un registro universale. Qui provo a riprendere il discorso e portarlo più in profondità.
Sotto il mio, di profilo LinkedIn, c’è scritto “Content strategist umanistico”. Quando l’ho scritta mi sembrava una definizione accurata, con quell’aggettivo “umanistico” che, nel mondo di oggi, suona fuori posto in modo quasi romantico. Eppure, ogni volta che la rileggo, ho l’impressione di guardare la fototessera di una vecchia carta d’identità: sono io, certo, ma con l’espressione fissa di uno a cui è stato chiesto di non muoversi, e in cui non mi riconosco più.
Un problema che, sospetto, non riguarda solo me. La vita professionale è diventata un’anagrafe a cielo aperto. Nome, foto, qualifica, esperienze in rigoroso ordine cronologico, competenze convalidate da colleghi che fanno da testimoni, come in municipio. E, come ogni anagrafe, ci chiede soprattutto una cosa: di restare riconoscibili. Che la persona corrisponda al documento. In un certo senso, il personal branding non è che l’arte di somigliare alla propria carta d’identità.
Molto prima che il curriculum diventasse un profilo, lo aveva già capito quel bambino di Poitiers. Diventato uno dei grandi pensatori del Novecento, per tutto questo (o, quantomeno, per la sua anticipazione) Foucault aveva già trovato una delle sue iconiche definizioni: la morale dello stato civile. Il 15 ottobre ricorre il centenario della sua nascita. Evocare in modo non retorico la sua capacità anticipatoria mi sembra un bel modo di celebrarlo: questo è il primo di tre articoli in cui, a cavallo dell'anniversario, esplorerò come le riflessioni foucaultiane sull'identità si riflettono nel mondo iperconnesso di oggi.
“Qui, da dove vi guardo ridendo”
È una formula che compare nelle ultime righe dell’introduzione a L’Archéologie du savoir. Foucault immagina un interlocutore che lo incalza, ma lui risponde nel suo stile ironico e icastico: cambia continuamente posizione, non si fa mai trovare dove lo si aspetta… forse non è nemmeno sicuro di quello che dice. Lo cercano in un posto, e lui è già altrove, a guardarli ridendo. Poi rivendica il diritto di scrivere per perdere il volto, cosa che capita, dice, a più d’uno oltre a lui. E chiude con una richiesta secca: che nessuno gli domandi chi è, né pretenda che resti lo stesso. La morale dello stato civile governa già la nostra identità legale. Almeno in quella di autori, dovrebbe lasciarci liberi.
Considerando il lavoro che faccio (scrivere, principalmente per altri) è un pensiero su cui sono tornato spesso da quando l’ho incontrato per la prima volta nell’ormai lontano 1995, mentre preparavo la mia tesi di laurea in filosofia proprio su Foucault e, in particolare, su Corpo e soggettività ne “La storia della sessualità”. Mi aveva colpito soprattutto “dove” Foucault andava a cercare quella “irreperibilità”, quella abitudine di non farsi mai trovare dove lo si cercava: ai margini del sapere. La follia, la malattia, la prigione, la sessualità: territori che la filosofia accademica lasciava volentieri a medici, psichiatri e giuristi, e che lui trasforma invece in punti di osservazione privilegiati. Nella tesi la chiamavo la qualità liminare del suo pensiero: stando sulla soglia, riesce a vedere con una chiarezza inedita proprio l’area di “normalità” che quella soglia delimita.
Per alcuni critici è un difetto di metodo. A me, invece, sembrava già allora una coerenza più profonda: la sua linea di pensiero va cercata non tanto nelle opere quanto tra le opere, in quella zona crepuscolare che le lega l’una all’altra nel flusso della vita. Per Foucault, il rifiuto di un’identità fissa era una pratica di vita prima ancora che di pensiero o di scrittura.
Tra l’altro, “irreperibile” è proprio una parola del gergo burocratico, di quella che Calvino chiamerebbe l’antilingua: è la condizione di chi viene cancellato dai registri perché non si trova più all’indirizzo dichiarato. Il contrario del pensatore ortodosso, che si fa sempre trovare là dove ce lo si aspetta, che è sempre burocraticamente “reperibile”. E l’antilingua, aggiungo io, è la lingua dell’antipensiero. Dell’opporsi a questo Foucault aveva fatto un programma filosofico.
Quanto la sua vita spieghi i suoi libri è un dibattito che da decenni divide gli studiosi foucaultiani. Già nel 1993 esce la biografia di Miller cui accennavo sopra, la più discussa ma anche la più ambiziosa, in quanto legge libri e vita come un unico esperimento di “vita filosofica”. Non è un’invenzione del biografo: la formula è di Foucault stesso. Nel 1984, nel saggio Qu’est-ce que les Lumières?, la descrive come un ethos, una vita che si fa filosofica perché la critica di ciò che siamo è allo stesso tempo analisi storica dei limiti che ci vengono posti e prova del loro possibile superamento. Nello stesso anno, nel suo ultimo corso al Collège de France lamenta che, da quando il rapporto con la verità si convalida soltanto nella forma della conoscenza scientifica, la filosofia moderna abbia trascurato questo tema. E immagina una storia del pensiero capace di seguire quella scelta di vita anche attraverso gli eventi e le decisioni di una biografia.
Del resto, è a quei territori che guarda l’ultimo Foucault. Si chiede perché una lampada o una casa possano essere oggetti d’arte e la nostra vita no. Si rivolge all’antichità come epoca in cui la morale intesa come obbedienza a un codice stava scomparendo, e a quel vuoto si deve rispondere con la ricerca di una “estetica dell’esistenza”. Paul Veyne, lo storico che gli fu accanto in quegli anni, racconta che negli ultimi otto mesi di vita la scrittura dei suoi due ultimi libri ebbe per lui la stessa funzione che i diari e gli scritti filosofici rivestivano per gli antichi: una “autostilizzazione”.
Come si diceva, si tratta però di un’interpretazione tutt’altro che universalmente accettata. L’ideale controcanto a The Passion è Saint Foucault di David Halperin, una raccolta di saggi che si autodefinisce agiografica e militante. La maggiore critica di Halperin a Miller è di trattare i libri come autobiografie cifrate e di cercare nella vita privata la chiave segreta delle opere: proprio quel tipo di verità sul soggetto che Foucault ha passato la vita a smontare. Gli riconosce però di aver colto il progetto di Foucault: il suo dissenso è politico, e riguarda l’uso che fa il biografo di quella vita. Anche Halperin, va detto, ha le sue carte da scoprire: lui stesso ammette che il suo Foucault è in parte reinventato.
Il ruolo come carta d’identità
Rileggendole oggi, dopo trent’anni passati a lavorare con le parole delle organizzazioni (e non solo), queste considerazioni mi fanno un effetto diverso. Soprattutto perché, nel frattempo, la morale dello stato civile ha varcato la soglia dell’ufficio anagrafe ed è entrata nelle nostre vite professionali. Job title, organigrammi, job description, modelli di competenza, valutazione annuale delle performance: tutti documenti che ci chiedono continuità dell’identità. Una coerenza anzitutto diacronica, con ciò che eravamo ieri e che saremo domani, perché solo chi resta uguale a se stesso può essere descritto da un modello e diventare così prevedibile. La continuità è la garanzia che offriamo a chi deve fare affidamento su di noi. La prevedibilità, il prezzo che paghiamo per offrirla. Ma l’esigenza di documentare la continuità è anche sincronica, ci segue anche lungo la nostra giornata. In riunione, nelle mail, al telefono con un cliente, ci si aspetta che restiamo fedeli alla persona professionale che, spesso, gli altri hanno definito per noi, più che averla definita noi stessi, e a tutto quello che si porta dietro: il manager risoluto, il creativo ispirato, il consulente con la risposta sempre pronta.
Reperibili, insomma, in un duplice senso: sempre allo stesso indirizzo, come vuole l’anagrafe, e sempre di turno, dentro il personaggio, a qualunque ora qualcuno ci chiami.
E il personal branding, a cui accennavamo sopra? Una versione più recente, e più sottile (sottile per l’illusione di autodeterminazione), di questa richiesta di reperibilità. Qui il documento ce lo scriviamo da soli, senza bisogno di passare allo sportello. Per restare nell’antilingua burocratica, passiamo dal certificato con marca da bollo all’autocertificazione. Con un effetto paradossale: essendo gli autori della nostra carta d’identità, ci sentiamo ancora più obbligati a somigliarle.
C’è chi questo gioco lo conduce con mestiere: tiene separati il professionale e il personale, sostiene il ruolo come un attore sostiene una parte, e la sera si toglie il costume. È un’abilità vera. Foucault aveva scelto una strada diversa. Una volta accettò di rilasciare un’intervista a Le Monde a una sola condizione: che uscisse senza il suo nome. Si intitolava Le philosophe masqué, il filosofo mascherato, e la ragione la spiega lui stesso: chi legge senza sapere chi parla non ha la tentazione di cercare nella biografia dell’autore il perché di quello che dice, e può soltanto chiedersi se è vero o falso, se gli piace o no. In una delle ultime interviste arrivò a proporre, un po’ sul serio e un po’ per gioco, che il nome di un autore non potesse comparire due volte, perché ogni libro fosse letto per quello che è.
Qualcuno la chiama “coerenza del profilo”. Foucault, credo, ne avrebbe riso. Da dove, lo sappiamo. Essere sempre gli stessi, disse in un’altra occasione, è molto noioso. Questo anonimato cercato è un rovesciamento non solo del personal branding, ma anche della logica dei social più in generale. Ed è curioso che proprio su LinkedIn, il social dell’identità per antonomasia, sia diventato una specie di gioco di società: ti propongo un post, senza dirti chi l’ha scritto, e devi indovinare.
E se la fototessera smette di somigliarci?
È un piccolo sussulto che conosciamo bene, quando dobbiamo rinnovare la carta d’identità e ci ritroviamo davanti alla foto vecchia: sei tu, non c’è dubbio, eppure non sei più tu. Con la persona professionale capita qualcosa di simile, con la differenza che nessuno ci manda un avviso di scadenza. Magari continuiamo a lavorare bene e a raggiungere gli obiettivi, e il titolo sul biglietto da visita resta vero sulla carta. Finché un giorno ci accorgiamo che racconta qualcuno che non siamo più del tutto noi. È una contraddizione che ho visto in tante persone con cui ho lavorato in questi anni, dentro le organizzazioni e fuori, e che confesso di conoscere piuttosto bene anche in prima persona. Le parole con cui ci presentiamo funzionano ancora benissimo. Solo che non ci somigliano più.
La morale dello stato civile ha una risposta pronta: riallineare. O la persona torna a somigliare al documento, o si riscrive in fretta il documento, con una nuova qualifica, un nuovo payoff, un nuovo “chi sono”. In entrambi i casi l’obiettivo è chiudere il disallineamento il prima possibile, come si chiude una pratica. Per un osservatore più attento, quell’attrito può essere il segnale di una transizione: il momento in cui si sta attraversando una soglia, e l’identità che stiamo lasciando non coincide ancora con quella verso cui stiamo andando. Uno stato di passaggio che presenta una sua durata e richiede un lavoro da compiere, e che il riallineamento forzato interrompe proprio quando comincia a produrre qualcosa.
Foucault lo sa per esperienza. Nell’autunno del 1982, in un’intervista con Rux Martin poi confluita nel volume Technologies of the Self, dice di non sentire il bisogno di sapere con esattezza che cosa sia lui stesso: nella vita come nel lavoro, quello che più gli interessa è diventare qualcuno che all’inizio non era. Ecco riaffiorare il “diventa ciò che sei” nietzscheano. Più avanti, nella stessa conversazione, ammette che ciascuna delle sue opere è una parte della sua biografia.
Nel citare entrambi quell’intervista, Miller e Halperin si trovano d’accordo. Miller la colloca nel racconto degli ultimi anni, quando Foucault lavora in modo più esplicito che mai a cambiare se stesso, accanto a un’altra frase in cui si schermisce dal ruolo di grande figura della vita intellettuale: una modestia che, per una volta, a Miller sembra più sincera che di maniera. Halperin la accosta ad altre dichiarazioni in cui Foucault afferma di scrivere non solo per cambiare se stesso, ma anche per smettere di pensare ciò che pensava prima, e ne ricava che alla fine Foucault riconosce nella scrittura la pratica di tutta una vita: realizzarsi diventando altro. Le due letture divergono sull’uso che se ne può fare, ma la premessa è comune: in Foucault il lavoro e la vita si trasformano insieme.
È in questa zona di accordo che mi riconosco: dalla tesi del 1995 in cui cercavo già una strada tra i due estremi, fino ad oggi, con tutte le esperienze vissute nel frattempo. I riferimenti autobiografici, scrivevo all’epoca, vanno tenuti in conto. Leggere in fretta la Histoire de la sexualité come una specie di testamento spirituale vorrebbe però dire tradire proprio l’idea foucaultiana di autore. E nelle conclusioni avvertivo che le considerazioni biografiche sono destinate a restare indimostrabili, e che è giusto così. Forse Miller calca gli aspetti romanzeschi della vita di Foucault per dare originalità a spunti già noti, ma l’ipotesi poggia su interessi che Foucault ha coltivato davvero. E resto convinto che l’intersezione tra vita e lavoro sia un modo efficace per capirlo, a patto di non cadere in nessuno dei due estremi: fare della vita la chiave segreta delle opere, oppure fingere che quelle opere non abbiano avuto un autore in carne e ossa.
Sempre nelle pagine di quella tesi si delineava un’altra intuizione che mi porto dietro da allora. Scrivevo che il pensiero di Foucault possiede una necessità interna, una sorta di ineluttabilità che però non ha nulla di deterministico ed è piuttosto dettata dal flusso della vita, e che quando il pensiero si fa autentico, e con questo la vita, il sapere smette di essere mera competenza e diventa necessità. Allora lo riferivo a Foucault. Oggi mi sembra una buona descrizione per un disagio condiviso: la competenza c’è ancora tutta, ma ha smesso di bastare.
La libertà della scrittura che diventa lavoro su di sé
Alla morale dello stato civile Foucault chiedeva che ci lasciasse liberi quando si tratta di scrivere. Per lui la scrittura era lo spazio in cui sottrarsi a tutto ciò che cerca di incasellarci, e insieme il mezzo per diventare altro: “si scrive per essere altro da ciò che si è”, disse in una delle ultime interviste. Rifacendosi agli antichi, Foucault ha definito questa pratica la cura di sé, che è anche il titolo del terzo volume della Storia della sessualità, uscito pochi giorni prima della sua morte.
Un lavoro del sé su sé che fa della propria esistenza un’opera, nel senso in cui i greci intendevano l’opera dell’artigiano: qualcosa che prende forma mentre la si lavora. Quel saper fare, insieme personale e artigianale, lo chiamavano tèchne, ed è quanto meno ironico osservare la torsione che ha subìto il termine nei secoli, fino ad assumere oggi un significato pressoché antitetico. Tra gli strumenti di quella cura c’erano anche i taccuini su cui gli antichi annotavano letture e pensieri, per rileggerli e farli propri: già allora, scrivere era un modo per evolversi in qualcos’altro. È qui che la strada di Foucault ha incrociato la mia, sui libri e fuori. Ci tornerò in un prossimo articolo, dedicato alla scrittura come lavoro su di sé, e poi in un terzo, là dove quel lavoro per lui finiva per condurre: al corpo, e al suo limite. Una trilogia (proprio come la Histoire così come originariamente pubblicata) a cavallo dell’anniversario della nascita, per celebrarlo in modo non accademico, non scontato, "foucaultiano".
Oggi queste due tèchne antitetiche si incontrano ogni giorno nei nostri profili professionali, dove anche ciò che scriviamo compare sotto una fototessera, accanto a una qualifica, con la data di pubblicazione registrata come un atto anagrafico. Lo spazio che Foucault voleva sottrarre allo stato civile ne è diventato una sezione. Il lavoro del sé su sé, intanto, continua altrove: nello spazio interstiziale delle soglie, che nessun profilo registra.
Resta da capire dove sia oggi questo altrove. Guibert, l’amico da cui viene la scena della sala operatoria, ne lascia un’immagine in un romanzo del 1990, All’amico che non mi ha salvato la vita. Il personaggio modellato su Foucault fantastica di un luogo dove si va a sembrare morti, senza morire davvero. Il passaggio è un luogo splendido, tra quadri sontuosi e musica. Dietro uno dei quadri, in fondo alla stanza, c’è una porticina. Al momento giusto ci si scivola dentro, si sparisce, si muore agli occhi del mondo e si riappare dall’altra parte del muro, in un cortile sul retro, senza valigie, a mani vuote, “senza nome, pronto a inventarti la tua nuova identità”.
Quella porticina, in molti la stanno ancora cercando senza trovarla.
Bibliografia
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