Dictionary.com lo ha proposto come parola dell’anno per il 2025. Mica la Crusca direte voi, ma tuttavia un sito a cui fanno riferimento milioni di persone in tutto il mondo. Di che parola stiamo parlando? Empatia? Pace? Resilienza? niente di tutto ciò, stiamo parlando di"six seven" (o "67", pronunciato in inglese, spesso accompagnato dal gesto delle mani che si alzano e si abbassano alternate, come una bilancia).
L’espressione è diventata virale a cavallo tra 2025 e 2026 e chiariamoci subito, non significa quasi nulla. Nasce da un brano rap di Skrill (chi?) "Doot Doot (6 7)", finito come sottofondo di video montati su TikTok (il che di solito non è indice di grandi contenuti artistici), in particolare edit di cestiti NBA, cominciando da Lamelo Ball in poi, per fare riferimento all’altezza 6’7’’, ovvere 6 piedi e 7 pollici. Poi un video di un ragazzino che lo urla a una partita ha fatto da detonatore, e da lì l'espressione si è staccata da qualsiasi riferimento, o pretesa di particolare significato. Nessuno l'ha progettata, nessuno la possiede, e l'origine è già irrilevante per chi la usa. Cio’ nonostante è diventata virale al punto che in alcune scuole degli Stati Uniti e in Gran Bretagna, la parola è stata vietata perché ripetuta ossessivamente durante le lezioni le disturbava e irritava profondamente i professori.
Si perchè l’espressione si è diffusa in particolare tra i giovanissimi e fa anche da confine generazionale…se la usa un adulto diventa cringe, ma bene che la usi da adulto, con la pretesa di contestualizzazione e significato. Perché uno dei motivi principali della sua diffusione sta proprio sta nel fatto che gli adulti non lo capiscono. Il professore che chiede "ma cosa vuol dire?" non sta smontando il meme, lo sta alimentando, perché la sua incomprensione è esattamente la prova che il codice funziona. E quando le scuole hanno cominciato a vietarlo, il divieto lo ha reso ancora più attraente: è l'effetto Streisand in versione da cortile.
E qui un piccolo inciso sull’effetto Streisand, perché è una storia curiosa. Effetto Streisand si usa per indicare il fenomeno secondo cui i tentativi di nascondere, rimuovere o censurare le informazioni, soprattutto su internet, si tramuta in una loro amplificazione esponenziale. La Streisand a cui si fa riferimento è proprio la cantante Barbra che nel 2002 aveva fatto causa a un fotografo che aveva immortalato la sua villa a Malibu nell'ambito di una ricerca sull'erosione delle coste californiane; la richiesta di eliminare le foto era stata respinta dal tribunale, che non aveva riscontrato nessuna effettiva violazione della privacy, ma aveva scatenato l'effetto opposto: ora tutti sapevano che l'artista, di solito molto attenta a proteggere i dettagli della sua vita privata, possedeva quella villa a Malibu. Quindi la foto che prima della causa aveva totalizzato 7 visualizzazioni, divenne cliccatissima e universalmente nota come la villa della Streisand. Ma la lezione non fu appresa e quando nel 2005 accadde un episodio simile (Streisand aveva chiesto una foto “rubata” nel bagno di casa sua venisse rimossa), il blogger e giornalista Mike Masnick scrisse:
“Quanto ci vorrà prima che gli avvocati capiscano che il semplice tentativo di rimuovere qualcosa di non gradito online lo rende visibile alla maggioranza delle persone? Chiamiamolo l'effetto Streisand”
È esattamente ciò che è successo con i divieti del "six seven" nelle scuole: vietarlo ha trasformato un tormentone in un atto di ribellione, rendendolo ancora più divertente da dire. Quindi censori, occhio a quello volete nascondere e vietare, ma soprattutto occhio al modo in cui lo fate.
Fratello maggiore del “six seven” almeno guardando la sua persistenza e il volume di meme prodotti e visualizzazioni è Skibidi e il successivo Skibidipoppy. Se il six seven nasce a caso, la viralità dello skibidi nasce da un contenuto preciso e piuttosto strano: "Skibidi Toilet", una serie di brevissimi video animati pubblicata su YouTube a partire dal febbraio 2023 da Alexey Gerasimov, un animatore georgiano, sul canale DaFuq!?Boom!. Teste umane che spuntano da water e cantano un mashup musicale, in guerra contro personaggi con telecamere, altoparlanti e televisori al posto della testa.
Detto così sembra un delirio, ed è esattamente il punto. Benché sia stato inserita nel Cambrige Dictionary nel 2025, l’espressione è ancora più vuota di senso e se siete adulti non avete nessuna speranza di usarlo nel contesto corretto, posto che ne esista uno.
Ma a prescindere dalle generazioni più giovani, abbiamo tanti esempi di significanti vuoti che vengono riempiti di significato a secondo di chi comunica e del contesto e dell’uso che se fa. “Bunga bunga”, “povero gabbiano”, “il pinguino nichilista”. Khaby Lame, influencer balzato agli onori delle cronache serie per le polemiche relative alla commercializzazione della sua immagine digitale, del resto fa solo faccette su tiktok.
Questa viralità non sense sempre più diffusa cosa prova a dirci della creazione e della diffusione dei contenuti nei social? Cosa ci dice di noi? Ormai, senza partire da una community già consolidata, i contenuti che premiano in termini di diffusione sono davvero quelli al limite della decenza, piuttosto che contenuti pià qualitativi e profondi? Certo, storicamente, anche se una certa ipocrisia tende a negarlo, da sempre un culo ben esposto ha attratto più attenzione di una articolo sociologico ben strutturato. Ma almeno era un culo, un oggetto identificabile per cui le ragioni dell’interesse, condivisibili o meno, erano ben chiare. Ma oggi? Povero gabbiano, perché?
Oggi possiamo certamente dire che se per qualità intendiamo la verità, la profondità o il valore informativo, allora sì, il rapporto con la viralità è debole e a volte persino inverso. Ma un contenuto può essere di qualità in modi diversi. Il “six seven” non ha alcun valore informativo, eppure è perfettamente riuscito rispetto alla funzione che svolge: è breve, facile da imitare, crea un gruppo, esclude gli adulti, si può fare con un gesto.
Come strumento di coesione sociale è progettato quasi alla perfezione, anche se nessuno l’ha davvero progettato per questo scopo. Non è privo di qualità, ha una qualità di tipo diverso da quella che apprezziamo in un saggio.
Richard Dawkins, il famoso etologo che coniò per primo la parola “meme” nel 1976, lo disse in modo molto chiaro: le idee non vengono selezionate perché sono vere o buone, ma perché sono brave a replicarsi. La viralità misura la capacità di essere copiati, o invidiati, o di far discutere, non il valore dell’idea in sé. Idea che mi fa pensare al trash della nostra comunicazione politica attuale, contenuti e problemi reali ma un carosello infinito di slogan.
E’ bene specificare che la viralità non è sinomimo di successo assoluto, misura la velocità di diffusione, non la durata. Il “six seven” ha avuto il suo picco a fine ottobre 2025 ed era già in declino il mese dopo. Skibidi, che aveva una storia dietro anche se risibile, è già durato di più. E le opere, le idee e le persone che attraversano i decenni o i secoli raramente sono state virali nel senso moderno: si sono diffuse lentamente, attraverso generazioni che le hanno fruite, riscoperte, commentate, tramandate.
Esiste un’idea, chiamata “effetto Lindy”, secondo cui per molte opere culturali l’aspettativa di vita futura cresce con quella già trascorsa: un libro letto da cinquant’anni ha buone probabilità di essere letto per altri cinquanta, mentre il successo di questa settimana probabilmente non ci sarà l’anno prossimo. E mi auguro sia vero vista la produzione culturale del periodo.
Il tempo funziona come un filtro che la viralità non ha. Nel breve periodo vince ciò che si replica meglio; nel lungo periodo sopravvive più spesso ciò che continua a dire qualcosa a persone diverse in contesti diversi, che è forse una delle definizioni più robuste di qualità.
La viralità premia la trasmissibilità, l'emozione, l'appartenenza e la sintonia con il momento; la qualità, intesa come valore duraturo, emerge più lentamente e ha bisogno di tempo per essere riconosciuta.
Il vero problema non è che six seven, povero gabbiano o skibidipoppy diventino virali, il problema politico e culturale del nostro tempo è che viviamo e alimentiamo un ecosistema che misura quasi tutto con il primo criterio, e che rende sempre più difficile che il secondo abbia il tempo di agire.
Non è che la qualità non conti più; è che rischia di non arrivare mai a farsi vedere, sommersa da ciò che corre più veloce.