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Cosa significa fare flânerie nella capitale tedesca durante le sere del festival delle luci, ripercorrendo i luoghi simbolo della divisione Est/Ovest alla ricerca dei fantasmi del famigerato Muro?


L’aria di Berlino, nella terza settimana di ottobre, possiede una consistenza quasi minerale, un morso secco che profuma di foglie umide, carbone di legna e di quella particolare elettricità statica che precede l’inverno. È in questi giorni che la città smette di essere una semplice entità geografica per trasformarsi in un organismo pulsante, un palinsesto di ombre e bagliori in cui il passato non si limita a ricordare, ma si impone con la prepotenza della materia. Sono qui per vagare, per esercitare quell’arte perduta e necessaria che è la deriva del flâneur, lasciandomi guidare non da una mappa, ma dalla topografia invisibile di una cicatrice che ha smesso di sanguinare da decenni, ma che continua a dettare il ritmo del respiro urbano. È il Festival delle Luci, il Lichterfest, e la metropoli si sta preparando a indossare il suo abito più effimero e abbagliante, un mantello di fotoni che, per dieci notti, ridisegna i contorni della storia. Ma io non cerco i monumenti illuminati a festa; cerco la linea. Cerco il fantasma. Cerco il tracciato del Muro, quella linea di faglia che per ventotto anni ha spaccato il mondo in due e che oggi, sotto i riflettori del festival, si manifesta come la vera, invisibile architettura della città.

Il mio cammino inizia a nord, dove la città ancora conserva l’eco di un silenzio che sa di periferia e di confine. Sono a Bornholmer Straße, nel punto esatto in cui, nella notte del 9 novembre 1989, la pressione della folla costrinse le guardie di frontiera ad aprire i varchi. Oggi, a segnare il confine non c’è più il cemento armato, né i cani lupo, né i riflettori accecanti della striscia della morte. C’è una doppia fila di sanpietrini, incastonati nell’asfalto come le vertebre di un dinosauro sepolto sotto il catrame della modernità. Mentre la folla del festival si accalca davanti alle installazioni luminose del centro, io seguo questa linea di pietra. È un esercizio di geometria mentale: i miei passi misurano la larghezza della terra di nessuno. Da un lato c’è il Wedding, storicamente operaio, oggi crogiolo di una multietnicità rumorosa e vitale, con i suoi Altbau, i vecchi palazzi ottocenteschi dai cortili interni labirintici, anneriti dallo smog e dalla fuliggine di un secolo di industrie. Dall’altro, oltre la linea dei sanpietrini, si stende Pankow, il distretto che fu dell’élite della Repubblica Democratica Tedesca. Qui l’aria sembra cambiare, le strade si fanno più ampie, i marciapiedi più generosi, la vegetazione più curata, quasi a tradire l’antica ambizione socialista di garantire al cittadino uno spazio vitale superiore, un’utopia urbanistica che si è cristallizzata in villini borghesi espropriati e in ambasciate di un mondo che non esiste più. Il Festival delle Luci, qui, non usa colori sgargianti. Su una vecchia fabbrica dismessa che un tempo fungeva da dogana, un artista ha proiettato non luci, ma ombre: sagome di persone in fuga, reti metalliche che si intrecciano come rovi luminosi, un gioco di chiaroscuri che costringe i passanti a fermarsi, a abbassare la voce, a confrontarsi con il gelo di quella che era la frontiera più letale del pianeta.

Proseguendo verso sud, la linea dei sanpietrini mi inghiotte nel ventre di Bernauer Straße. Se il Muro fosse una ferita, Bernauer Straße ne sarebbe il punto in cui i lembi della carne si sono rifiutati di ricongiungersi. Qui, i palazzi si affacciavano sulla strada che apparteneva al settore francese, ma i portoni e i cortili posteriori davano direttamente nel settore sovietico. Fu qui che le prime immagini shock fecero il giro del mondo: persone che si gettavano dalle finestre sui materassi, i muri che venivano murati mattone dopo mattone, intrappolando gli abitanti. Oggi, la luce del festival accarezza la facciata della chiesa della Riconciliazione, una struttura in terra cruda e legno che sembra un’arca arenatasi nel mezzo di un prato inglese, l’antico cimitero raso al suolo per creare la striscia di sicurezza. I fari radenti esaltano la texture della nuova cappella, mentre lungo la strada il memoriale si estende come una ferita aperta e curata. Camminando sul lato est, noto come l’illuminazione pubblica, nonostante l’ammodernamento a LED, conservi ancora una certa freddezza, un’impronta funzionale che contrasta con il calore ambrato dei lampioni che inizierò a incontrare solo varcando la linea invisibile verso ovest. È una differenza sottile, quasi impercettibile per chi non la cerchi, ma che il flâneur percepisce sulla pelle: l’Est ha un’illuminazione che cerca l’efficienza, l’Ovest una luce che cerca l’atmosfera. È la differenza tra l’utopia collettivista, che illuminava per orientare le masse, e il capitalismo occidentale, che illumina per sedurre i consumatori.

Lasciandomi alle spalle il memoriale, scendo verso il centro, attraversando quello che fu il cuore pulsante della divisione. Il tracciato del Muro ora taglia attraverso il Mitte, il quartiere centrale che un tempo era la terra di nessuno, il vuoto urbano dove le case erano state rase al suolo dai bombardamenti e mai più ricostruite per non offrire riparo ai fuggitivi. Oggi il Mitte è il distretto delle gallerie d’arte, dei caffè hipster, della nuova borghesia globale. Ma la luce del festival ha il potere di rivelare le stratificazioni. I fasci laser che partono dalle cupole delle chiese e rimbalzano sui tetti spogliano gli edifici delle loro facciate moderne, rivelando le cicatrici dei proiettili ancora visibili sugli intonaci, le linee di demarcazione tra i mattoni originali e le ricostruzioni post-belliche. È qui che la differenza tra Est e Ovest si fa architettonica, prima ancora che psicologica. A ovest della linea, la città è un mosaico caotico di stili, un susseguirsi di facciate barocche, liberty, e di quelle ferite, sbrecciate, che i berlinesi dell’ovest hanno deciso di lasciare come monito, un’estetica della rovina che è diventata un marchio di identità. A est, invece, la pianificazione centrale ha imposto la sua logica. Mentre mi avvicino ad Alexanderplatz, l’urbanistica cambia respiro. Le strade si allargano, i palazzi si fanno monumentali, simmetrici, privi di quell’ornamento borghese che è la firma dell’individualismo occidentale.

È la Karl-Marx-Allee, un tempo la Stalinallee, il viale trionfale del socialismo reale. Il Festival delle Luci qui si trasforma in un’ode al brutalismo e al classicismo socialista. I giganteschi blocchi abitativi, i Plattenbau, che si ergono come scogliera di cemento ai lati del viale, vengono investiti da proiezioni con fasci luminosi che ne esaltano le geometrie rigide, trasformando le finestre identiche in pixel di un immenso schermo cinematografico. C’è una bellezza malinconica in questa architettura, una grandiosità che schiacciava l’individuo ma che, oggi, a distanza di decenni, viene letta con occhi diversi. I berlinesi dell’est, i cosiddetti Ossis, hanno imparato ad amare questi giganti di cemento per la loro solidità, per gli spazi interni generosi, per il calore che emanano d’inverno, in netto contrasto con gli Altbau dell’ovest, bellissimi ma gelidi, perenni cantieri di coibentazione e restauro. Mentre cammino sotto il viale, illuminato da lampioni che sembrano ceri pasquali di acciaio e vetro, lo sguardo viene inesorabilmente risucchiato verso l’alto. La Fernsehturm, la torre della televisione, svetta nel cielo di ottobre come un razzo congelato nel momento del decollo. Durante il festival, la sua sfera d’acciaio diventa un globo di cristallo pulsante, che lancia fasci di luce colorata verso le periferie e allo stesso tempo si lascia avvolgere in un’orgia cromatica incredibilmente affascinante. Per decenni è stata l’occhio onniveggente del Partito, il simbolo del trionfo tecnologico dell’est su un occidente percepito come decadente. Oggi è il faro di un’intera metropoli, il punto di riferimento geografico ed emotivo di ogni berlinese, indipendentemente dal lato della linea dei sanpietrini in cui abbia vissuto. La sua luce unisce ciò che era stato diviso, diventando il nuovo asse verticale di una città che ha imparato a guardare in alto, dopo aver passato trent’anni a fissare il proprio ombelico diviso.

Ma il vero confine, quello che la natura aveva imposto prima ancora che la politica lo rendesse mortale, è la Sprea. Il mio cammino mi conduce verso le rive del fiume, dove l’acqua nera e lenta scorre verso l’Elba, portando con sé i riflessi delle migliaia di luci del festival. Il fiume era la barriera naturale, il fossato invalicabile che separava Kreuzberg, roccaforte anarchica e punk dell’ovest, da Friedrichshain, quartiere operaio e poi bohémien dell’est. Attraverso l’Oberbaumbrücke, il ponte a due piani che unisce i due distretti, e qui la magia del Lichterfest raggiunge il suo apice. Le due torri neogotiche in mattoni rossi del ponte vengono inondate da una luce cremisi, mentre l’acqua sottostante diventa uno specchio di inchiostro in cui si specchiano le sagome dei passanti. Sul ponte, la folla è un fiume umano quanto la Sprea: giovani con i capelli colorati, anziani con i cappotti di lana, turisti con gli smartphone alzati come ex voto. Nessuno sembra più ricordare che, trentacinque anni fa, un colpo di fucile su quelle stesse acque avrebbe significato la morte. Eppure, la memoria è inscritta nella pietra. E poi anche una lunghissima, coloratissima e festante fila di biciclette di ogni tipo e foggia, una cascata ininterrotta di colori e felicità.

Scendendo lungo la riva del fiume, entro nella Mühlenstraße, dove sopravvive il tratto più lungo del Muro rimasto in piedi: la East Side Gallery. Qui il contrasto tra le due anime della città tocca il suo paradosso più stridente. Il cemento grezzo, ruvido, inesorabilmente brutto del lato est, su cui i giovani artisti di tutto il mondo, subito dopo la caduta del Muro, dipinsero le loro speranze e le loro rabbie, è oggi una delle attrazioni turistiche più visitate e commerciali della città. Le luci del festival accarezzano il celebre bacio tra Brežnev e Honecker, trasformando i volti dei dittatori in maschere grottesche di neon. Dietro il muro, i nuovi palazzi di vetro e acciaio di Friedrichshain si ergono come sentinelle del nuovo capitale, i loft di lusso che hanno sostituito le fabbriche abbandonate. Ma è guardando verso l’altra sponda, verso Kreuzberg, che si percepisce la vera essenza della Berlino di oggi. Lì, l’illuminazione è più caotica, i neon dei locali alternativi si mescolano alle luci calde dei vecchi pub, le facciate dei palazzi sono coperte di graffiti che non sono più atti di vandalismo, ma strati geologici di espressione urbana. L’est e l’ovest, qui, non si guardano più in cagnesco; si sono fusi in un unico, gigantesco organismo metropolitano che ha fatto della tolleranza, dell’eccesso e della perenne trasformazione i propri tratti distintivi. La Sprea non divide più; è il nastro d’argento che cuce insieme le due metà, un fluido che riflette sia l’austerità monumentale dell’est sia l’edonismo sfrenato dell’ovest.

Lascio il fiume e mi inoltro verso sud-ovest, dove il vuoto della morte si è trasformato nel pieno del capitale. Potsdamer Platz. Se il Muro era una cicatrice, Potsdamer Platz era il centro esatto della ferita, il punto in cui il cuore della città era stato fermato da un colpo di bisturi. Prima della guerra era il centro più trafficato d’Europa, il Piccadilly di Berlino; durante la divisione era un deserto di erbacce e torrette di guardia. Oggi, sotto le luci del festival, è un canyon di vetro, acciaio e luce artificiale. Il Sony Center, con il suo tetto a tenda che sembra una montagna di neve illuminata dall’interno, è il tempio della nuova Berlino, una metropoli globale che non ha più paura di essere sfavillante, di essere ricca, di essere connessa al mondo. Camminando in questa piazza, non si può fare a meno di provare un senso di vertigine. Non è solo la verticalità dei grattacieli a stordire, ma la consapevolezza che ogni singolo centimetro di questo asfalto lucido, ogni singola trave d’acciaio che sostiene le luci del festival, poggia sul nulla. Poggia sulla terra di nessuno. I berlinesi dell’ovest, con i loro soldi, la loro fretta e la loro architettura postmoderna, hanno riempito il vuoto lasciato dall’est. Ma camminando qui, avverte ancora l’eco di quel vuoto. Le luci del festival, riflettendosi sulle facciate a specchio dei palazzi, moltiplicano all’infinito l’immagine della città, creando un effetto labirintico in cui sembra di camminare in una Berlino infinita, una metropoli che si espande non solo nello spazio, ma nel tempo, sovrapponendo le sue diverse identità senza mai cancellarle del tutto.

Il mio vagare mi porta infine verso la porta, il simbolo supremo, l’architrave attraverso cui la storia è entrata e uscita dalla città per secoli, la Brandenburger Tor. È l’ultima tappa di questo pellegrinaggio laico lungo il tracciato del Muro. Qui, il Festival delle Luci non usa proiezioni complesse o giochi di ombre. La Porta di Brandeburgo è avvolta in una luce calda, dorata, quasi sacra, che ne esalta la pietra arenaria, le colonne scanalate, la quadriga che svetta nel cielo notturno come una vittoria alata sospesa nel tempo. Intorno alla porta, la folla è immensa, un mare di volti illuminati dal bagliore del monumento. Ma ciò che colpisce il flâneur non è la maestosità della luce, bensì la fluidità dello spazio. Non ci sono transenne, non ci sono zone cuscinetto, non ci sono cani che abbaiano nel buio. Lo spazio davanti alla porta, un tempo teatro di esecuzioni sommarie e di disperazione, è oggi una piazza aperta, un salotto a cielo aperto dove i giovani si siedono sull’erba, dove i musicisti di strada suonano le loro melodie, dove la vita scorre con l’indifferenza beata di chi non sa, o non vuole sapere, quanto è costato quel metro quadrato di libertà.

Eppure, anche qui, se si aguzza la vista, le differenze persistono, non come muri, ma come sfumature. A ovest della porta, si estende il Tiergarten, il polmone verde dell’ovest, con i suoi viali alberati che ricordano i grandi parchi imperiali, un luogo di svago borghese, di picnic domenicali, di una natura addomesticata e rassicurante. A est, oltre la Strada del 17 Giugno, si apre la Straße des 17. Juni, un viale immenso, concepito per le parate militari, che conduce verso la colonna della Vittoria e poi, in lontananza, verso il quartiere governativo, con la sua architettura moderna e funzionale, dove il potere della nuova Germania riunificata si manifesta in edifici di vetro e cemento che non cercano di impressionare con la monumentalità, ma con la trasparenza. L’est e l’ovest, a Berlino, non sono più due città che si ignorano, ma due emisferi cerebrali dello stesso organismo. L’ovest con la sua memoria borghese, la sua ciclicità, la sua tendenza a restaurare e a conservare la ferita come monito; l’est con la sua vastità, la sua luce radente sulle periferie, la sua capacità di reinventarsi partendo dal cemento nudo, di trovare bellezza nell’utopia fallita e di trasformarla in una nuova, inedita forma di resilienza.

Mentre la notte si fa più fonda e le luci del festival iniziano a spegnersi, una ad una, lasciando il posto al bagliore arancione dell’illuminazione pubblica, mi fermo su un ponte gettato sulla Sprea, non lontano dalla Friedrichstraße. Il respiro della città è cambiato. Il frastuono dei festeggiamenti si è attenuato, lasciando spazio al rumore sordo della S-Bahn che corre sulle sue rotaie, attraversando i vecchi confini senza più rallentare, senza più chiedere documenti. Berlino, oggi, non è una città che ha dimenticato il suo Muro. Al contrario, è una città che lo ha metabolizzato. Lo ha trasformato in un giardino, in una galleria d’arte, in una linea di sanpietrini che i bambini usano per giocare a campana, in un tracciato ciclabile che si snoda per oltre cento chilometri attorno alla metropoli. Il Muro non c’è più, ma la sua assenza è la presenza più ingombrante e meravigliosa della città. È il vuoto che ha generato il pieno, la cicatrice che ha insegnato alla pelle a diventare più forte, un fantasma che pian piano perde la propria identità e si trasforma in merce turistica. Al suo posto c’è una metropoli viva, caotica, contraddittoria, capace di abbracciare il brutalismo socialista e il vetro iper-capitalista, di venerare la memoria della divisione e di danzare sulle sue rovine. Le luci del festival si sono spente, ma la città continua a brillare di luce propria, una luce che non viene dai riflettori, ma dalla complessità stratificata delle sue strade, dei suoi cortili, dei suoi ponti. Berlino non è più divisa. È una, grande, immensa, perfetta nella sua imperfezione, un palinsesto infinito in cui ogni epoca ha scritto la sua riga, e dove camminando è possibile leggere, sillaba dopo sillaba, la poesia di una città che ha imparato a sopravvivere a sé stessa.


Pubblicato il 19 ottobre 2026

Cleto Corposanto

Cleto Corposanto / Honorary Professor of Sociology, Writer