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La risposta di una donna kalasha al marito, e la storia di una parola che vuol dire libero.


Il marito, a lite ormai avviata, alza la voce: «Vattene. Torna a casa di tuo fratello». La moglie non si sposta: «Vattene tu. Questa è casa mia. Ho dei figli maschi». Lui risponde «Va bene» ed esce. Rientra qualche ora dopo, come se niente fosse successo.

A raccontare la scena è Wynne Maggi, un’antropologa che ha passato anni fra i Kalasha, una minoranza non musulmana delle montagne del Pakistan settentrionale. La moglie si chiama Kosh Gul ed è una sua amica. Maggi ricorda quella lite come particolarmente tesa, e particolarmente rivelatrice.[1]

Rivelatrice lo è anche per chi dei Kalasha non ha mai sentito parlare. Il marito, mentre la caccia, le indica dove andare: dal fratello, cioè nella famiglia in cui è nata e di cui una donna kalasha resta membro per tutta la vita. Lei ribatte che la casa è sua, e a dimostrarlo ci sono i figli. Nello scambio ci stanno due libertà: quella di poter tornare da dove si viene e quella di non poter essere rimandata indietro.

Chi abbia vinto lo dice l’uscita del marito, e Maggi aggiunge due osservazioni che la spiegano. Nessuno, racconta, ricordava il caso di una donna con figli cacciata di casa. E la sicurezza di cui godono le mogli fa sì che non debbano darsi troppo da fare per farsi benvolere da mariti e suoceri: semmai succede il contrario.

La parola con cui i Kalasha dicono che le loro donne sono libere è azát, e Maggi la rende con l’inglese free per tutto il libro. L’uso però è più stretto. Si dice dell’uccello preso in trappola e poi lasciato andare, e di chi esce di prigione. Vale anche per la donna il cui marito ne sposa un’altra: può scegliere se restare o andarsene, e se se ne va il marito perde il prezzo che la famiglia di lui aveva pagato a quella di lei per il matrimonio. In entrambi i casi i figli restano di lui, quindi la scelta ha un costo. La parola non si usa invece per le cose gratuite, né nel senso di vuoto, come nell’inglese free from infection.

Maggi ne ricava il senso: azát vuol dire libero come «rilasciato da una restrizione», con un presupposto sempre sottinteso, cioè che la restrizione ci fosse e fosse reale. Nella lite il vincolo c’è, ed è il matrimonio; c’è anche il posto dove andare, la casa del fratello. Per capire come una parola sola tenga insieme le due cose bisogna guardare da dove viene.[2]

Nato nella famiglia

I Kalasha la parola azát l’hanno presa dal persiano: il loro dizionario la registra come prestito, e in persiano moderno āzād significa ancora «libero». La sua storia però comincia molto prima, e con un altro significato.

Émile Benveniste, il linguista francese che ha ricostruito il lessico delle istituzioni indoeuropee, ne ha trovato il senso originario. L’antico iranico āzāta- significa propriamente «nato nella famiglia», e a garantire la condizione di uomo libero è la continuità delle generazioni. La radice è la stessa del latino gignere, generare, e del nostro «genitore». In armeno, che prese la parola in prestito, azat voleva dire all’origine nato nel clan, e da lì nobile e libero.[3]

Il passaggio da «nato dentro» a «nobile» si vede bene nelle fonti antiche, dove la stessa parola copre due cose che per noi sono distinte: libero in quanto non schiavo, e nobile in quanto non plebeo. Lo storico ebreo Flavio Giuseppe, raccontando le campagne dei Parti, chiama liberi i loro cavalieri scelti. È il nome di una classe.

L’altro senso, quello del rilascio, ha però l’attestazione più antica. In persiano antico la parola compare per la prima volta in un papiro scritto in aramaico nel 427 a.C., dentro una formula di affrancamento: chi scrive dice a una schiava «ti libero alla mia morte». Chi è nato nella famiglia è libero per nascita. Chi ci vive da schiavo può diventare libero solo se il padrone lo scioglie dalla servitù, e in questo caso l’affrancamento varrà dal giorno della sua morte.[4]

Nel kalasha l’origine si è persa, e l’uso è rimasto. Azát vuol dire libero; si dice di un passo di montagna quando è percorribile, e di una donna non sposata o divorziata. Azát kárik, rendere azát, significa liberare e anche divorziare. La parola con cui i Kalasha dicono il divorzio, all’inizio della sua storia, diceva la nascita in una famiglia. E il persiano non è l’unica lingua in cui la libertà è partita da lì.[5]

Nascere bene

In latino i figli si chiamano liberi, che è il plurale dell’aggettivo liber, libero. Chi dava in sposa la figlia lo faceva, secondo una formula antica, «per avere figli legittimi». Il matrimonio serviva a dare a chi sarebbe nato la condizione di uomo libero. Benveniste lo dice senza giri di parole: in latino e in greco «nascere bene e essere libero, sono tutt’uno».[6]

La storia di liber porta nello stesso punto: la parola, come il greco eleútheros, risale a una radice che significa crescere, la stessa del tedesco Leute, «la gente». Libero, all’origine, è chi appartiene a una stirpe, e l’immagine è quella di una pianta che cresce: un privilegio che lo straniero e lo schiavo non conoscono. Il senso che oggi ci viene spontaneo, «liberato da qualcosa», per Benveniste non è quello primitivo. Eppure compare presto. Già nei primi testi latini e greci la parola si usa per l’uomo libero della città e insieme per chi è libero dalla malattia o dalla sofferenza, e i due sensi convivono fin dall’inizio.

Il germanico ci arriva per un’altra strada. In tedesco frei, libero, e Freund, amico, si assomigliano perché vengono entrambi da un aggettivo antico che voleva dire «proprio», «caro», e che in gotico ha dato anche il verbo amare. È diventato «libero» dentro una classe sociale, come segno di riconoscimento fra i «ben nati», quelli che si chiamavano a vicenda amici. Il gruppo cambia nome da una lingua all’altra, la stirpe, la gente, gli amici, ma la libertà resta un modo di stare dentro.

La più antica parola per libertà che si conosca viene però da una lingua che con queste non ha niente a che fare: il sumerico. Nel terzo millennio a.C. i re sumeri emanavano periodicamente decreti che cancellavano i debiti non commerciali. A volte permettevano anche a chi era trattenuto come servo nelle case dei creditori di tornare dalla propria famiglia. La parola è amargi, e alla lettera significa «ritorno alla madre». Nell’uso voleva dire tornare alla condizione di prima: il servo per debiti rientrava nella famiglia da cui era uscito.[7]

È un esempio che smentisce anche un luogo comune. Eva von Dassow ha dedicato le sue ricerche a mostrare che le società del Vicino Oriente antico conoscevano la libertà e i diritti molto prima che Atene inventasse la democrazia, contro l’idea che la libertà sia nata con i Greci che sfidavano la Persia.[8] E anche a Sumer, come nella lite di Kosh Gul, la casa in cui si era nati restava il posto dove tornare.

Le nostre donne sono libere

«Le nostre donne sono libere» è una frase che Maggi si è sentita ripetere di continuo, da donne e da uomini. Quando gliela disse una donna di nome Mushiki, Maggi quasi non si prese la briga di annotarla, tanto le era già familiare. Quella frase è poi diventata il titolo del libro. La libertà delle donne, precisa, è un valore che uomini e donne condividono.

Per capire cosa intendano bisogna partire dalle due case. Una donna kalasha resta per tutta la vita membro della discendenza in cui è nata. Molte bambine vengono date in matrimonio da piccole, ma il trasferimento nella casa del marito non avviene in un giorno. Per anni le ragazze fanno avanti e indietro, e la famiglia d’origine le richiama per aiutare nei lavori dei campi o nel raccolto. Spesso, annota Maggi, il lavoro era solo un pretesto per riavere in casa una figlia che mancava troppo. Anche da sposate, nei giorni di festa, alle figlie che vivono altrove si porta il pane. Col tempo, però, l’appartenenza si sposta. «Quando vivi da poco con i suoceri», le ha raccontato un’altra donna, Barzangia Aya, «ti sembra di stare in casa loro, di lavorare nei loro campi. Poi la casa diventa la tua casa, i campi i tuoi campi. A volte ho nostalgia della casa di mio padre, ma non è più sua: ora è delle mie cognate, e lì sono un’ospite». Si capisce meglio, allora, la risposta di Kosh Gul: la casa del marito, con i figli, è diventata casa sua.

Con i figli e con gli anni il tempo per spostarsi si riduce. Molte ninnenanne cominciano con «Non piangere, figlia mia, non vado da nessuna parte», oppure con «ti porto con me quando vado». Anche la cura dei figli viene vissuta come una scelta: le donne sentono che potrebbero andarsene, se volessero, e non lo fanno. Per Maggi la libertà sta nella possibilità di scegliere, più che in quello che le donne poi fanno davvero. Quasi tutte scelgono di restare, ma il fatto che la scelta spetti a loro è un segno essenziale della loro identità, qualcosa che le distingue dagli altri gruppi.[9]

L’atto che per i Kalasha definisce questa libertà è la fuga d’amore: lasciare l’uomo scelto dai genitori per andarsene con un altro. Quel diritto va sempre bilanciato con un ideale altrettanto forte, il rispetto e la devozione per la propria famiglia e la propria discendenza. Per Maggi la libertà delle donne kalasha è tutto fuorché staccata dalle persone e dalle conseguenze: ogni decisione dipende da molte persone e ne tocca molte altre. Anche in denaro, perché se una moglie fugge con un altro il prezzo pagato per sposarla va restituito doppio.[10]

Quando le donne dicono di essere libere, scrive Maggi, è anche perché hanno dei confini: le tradizioni, le regole del matrimonio, i posti dove si può andare e i vestiti che si possono indossare. La loro è la libertà di scegliere, qualche volta, di andare oltre quei limiti, e insieme la libertà di scegliere di viverci dentro, sentendo le regole come qualcosa che si è contribuito a creare. La frase che la riassume è may čit: tocca a me, è una mia decisione.[11]

La lingua registra la differenza. Dei matrimoni combinati le donne parlano sempre al passivo, e del marito dicono «mi ha presa». Delle fughe d’amore possono scegliere come raccontarsi: come parte attiva, «sono andata», o come parte passiva, «mi ha portata via».

L’ultima risorsa, la più concreta, è andarsene. Maggi racconta una marcia in cui le donne lasciarono le valli a piedi, e ci vede l’esercizio di un diritto che considerano fondamentale: uscire da una situazione intollerabile. Il fatto che l’uscita avvenisse camminando, osserva, conta. Gli uomini fanno discorsi e danno ordini, le donne agiscono, e di solito camminano.[12] E azát, detto di un passo di montagna, vuol dire proprio che lo si può attraversare.

C’è poi una libertà che riguarda il gruppo intero. Azát si dice anche della tradizione: una pratica religiosa libera, una cultura libera. I Kalasha usano la libertà delle loro donne per dire chi sono e per distinguersi dai vicini musulmani, e questo serve a difenderla quando viene contestata, cosa che succede spesso.[13] Così l’identità del gruppo regge la libertà della singola donna.

Niente di tutto questo fa dei Kalasha una società di uguali, e Maggi è la prima a dirlo. Tutte le cariche politiche e religiose spettano agli uomini, che possiedono la terra e gli animali e hanno diritto alla deferenza delle donne. Vengono serviti per primi, mangiano di più e meglio, e se in casa c’è una sola sedia di solito ci si siede un uomo. Molte bambine vengono promesse fra i sei e i dodici anni, ben prima di poter scegliere, e spesso a uomini molto più grandi. Una collega che aveva letto una prima stesura del libro le disse che le era piaciuto ma che non ci credeva: le sembrava troppo romantico. Maggi capì più tardi di aver fatto come le sue amiche, che rivendicano la propria libertà senza raccontare il privilegio maschile contro cui la misurano. La formula a cui arriva è precisa: quella delle donne kalasha è una libertà strutturale di resistere, che non toglie il bisogno di resistere.[14]

Individui liberi

Chi è arrivato fin qui ha probabilmente in testa un’altra idea di libertà, e Maggi lo aveva previsto. Traducendo azát con free, scrive, sapeva di correre un rischio: che il lettore portasse nel discorso le proprie associazioni, quelle che legano la libertà alla leggerezza, all’assenza di confini, all’indipendenza anziché all’interdipendenza.[15]

Che quell’altra idea sia recente lo si dice da tempo. Già nel 1861 il giurista inglese Henry Sumner Maine scriveva che l’unità della società antica era la famiglia, quella della società moderna l’individuo.[16] Più di un secolo dopo Charles Taylor l’ha ripresa, e ne ha fatto una critica ai moderni. Il loro errore, scrive, è dare talmente per scontata la concezione dell’individuo da considerarla «naturalmente» la nostra autocomprensione originaria. All’inizio l’identità di ciascuno era radicata nella società: si era prima di tutto padre, figlio, membro di una tribù, e «solo in seguito abbiamo cominciato a concepirci anzitutto come individui liberi». Con lo stesso passaggio è cambiata anche l’idea di società, che ha finito per essere intesa come un’associazione di individui. Taylor chiama questo processo «Grande Sradicamento», Great Disembedding.[17]

Benveniste arriva alle stesse conclusioni partendo dalle parole. Alla fine del suo capitolo sull’uomo libero scrive che nelle lingue indoeuropee i termini per dire «sé» e «suo» vengono dalla stessa radice che indica il proprio gruppo, quello a cui si appartiene. Ne resta traccia anche in italiano, quando chiamiamo «i suoi» i genitori di qualcuno. Per Benveniste è la società a fornire i concetti in apparenza più personali, e le parole mostrano «le basi sociali del "sé" e dell’"essere con gli altri"».[18]

David Graeber e David Wengrow contano tre libertà che per buona parte della storia umana sono state date per scontate: quella di spostarsi, quella di disobbedire e quella di creare o trasformare i rapporti sociali. La prima, scrivono, poggia sulla possibilità di allontanarsi fisicamente da una situazione difficile.[19] È la libertà delle donne kalasha che escono a piedi dalle valli, ed è anche quella che usa il marito di Kosh Gul quando esce di casa per qualche ora.

Il sociologo Georg Simmel, all’inizio del Novecento, aveva dato una forma moderna alla libertà di restare di cui parlano le donne kalasha. Per chi vive in mezzo agli altri, scriveva, la libertà è una lotta continua «non solo per la nostra indipendenza, ma anche per il diritto, in ogni momento e per nostra libera scelta, di restare dipendenti».[20]

Nella lite di Kosh Gul, dunque, le due libertà presuppongono entrambe un legame: con la famiglia da cui si viene, o con quella in cui si è entrati. Delle due, oggi ne chiamiamo libertà una sola, quella di andarsene. L’altra, non poter essere mandati via, l’abbiamo affidata ai contratti e ai tribunali, e quando la otteniamo non la chiamiamo libertà ma diritto.

Maggi tiene a distinguere questa libertà da quella, sciolta dal contesto e dall’influenza degli uomini, che un’idea astratta e idealizzata farebbe immaginare. Resta comunque libertà, precisa, e cambia le cose per gli uomini come per le donne.

I Kalasha, scrive, non si illudono di poter rifare il mondo da capo, né di distruggerlo; sanno però che una donna può cambiare in modo significativo il proprio, i luoghi in cui vive, i riti e i rapporti.[21] La libertà a cui siamo abituati si misura da quanto ci si allontana dai vincoli. Quella delle donne kalasha, da quanto si riesce a spostare restando dentro. Kosh Gul, nella lite, è rimasta dov’era, e a uscire di casa è stato il marito.

Dopo qualche ora lui è rientrato come se niente fosse: dopotutto era anche casa sua.


Note

1. Wynne R. Maggi, Our Women Are Free. Gender and Ethnicity in the Hindukush, Ann Arbor, University of Michigan Press, 2001, p. 187 (la lite), p. 82 (l’appartenenza alla discendenza d’origine), pp. 186–187 (nessuna donna con figli cacciata di casa; la sicurezza delle mogli). Il libro è in prestito digitale su Internet Archive: https://archive.org/details/ourwomenarefreeg00magg. Qui e in seguito le traduzioni dall’inglese sono mie.

2. Maggi, cit., p. 34.

3. Émile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, vol. I, Economia, parentela, società, a cura di Mariantonia Liborio, Torino, Einaudi, 1976, p. 252. Per l’armeno: Encyclopaedia Iranica, voce «Āzād»: https://www.iranicaonline.org/articles/azad-older-azat.

4. François de Blois, «"Freemen" and "Nobles" in Iranian and Semitic Languages», Journal of the Royal Asiatic Society, 1985, p. 5, e nota 18 per la parentela della radice con quella del latino gignere: https://cambridge.org/core/journals/journal-of-the-royal-asiatic-society/article/freemen-and-nobles-in-iranian-and-semitic-languages/DABB6C69B6D3A6DD9F815A4AD03A793C. Alla stessa pagina la formula di affrancamento del 427 a.C.

5. Ronald L. Trail e Gregory R. Cooper, Kalasha Dictionary – with English and Urdu, Islamabad, National Institute of Pakistan Studies, 1999, p. 21, voce azát: https://archive.org/details/kalasha-dictionary. La stessa voce dà «aperto» detto di un passo, «non sposata o divorziata» e azát kárik.

6. Benveniste, cit., pp. 249–250 (la formula matrimoniale) e p. 247 (la citazione).

7. Benveniste, cit., pp. 248–249 (la radice, la stirpe, la metafora vegetale), p. 249 (il senso primitivo; eleútheros e la malattia), pp. 247 e 250–251 (frei e Freund). Per Sumer: David Graeber e David Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, trad. di Roberta Zuppet, Milano, Rizzoli, 2022, p. 452, che riprendono Eva von Dassow; e Michael Hudson, «Modern (Mis)interpretations of Clean Slates», per il senso d’uso di amargi: https://www.resilience.org/stories/2024-06-06/modern-misinterpretations-of-clean-slates/.

8. Eva von Dassow, scheda dell’American Academy in Rome: https://aarome.org/people/rome-prize-fellows/eva-von-m-dassow.

9. Maggi, cit., p. 34 (il ritornello e Mushiki), p. 36 (la libertà come valore condiviso), pp. 82–83 (le due case, i richiami della famiglia d’origine, Barzangia Aya, le ninnenanne, la libertà come possibilità).

10. Maggi, cit., p. 168 (la fuga d’amore e il bilanciamento con la devozione alla discendenza), p. 186 (il prezzo restituito doppio).

11. Maggi, cit., pp. 34–35 (i confini e la libertà di viverci dentro) e p. 222, glossario, voce čit.

12. Maggi, cit., p. 171 (la voce attiva e passiva) e pp. 35–36 (la marcia e il diritto di uscire).

13. Maggi, cit., p. 222, voce azát masaháp, e pp. 38–39.

14. Maggi, cit., p. 39 (le cariche, la terra, la deferenza, la collega), p. 171 (l’età dei matrimoni combinati), p. 40 (la libertà strutturale di resistere).

15. Maggi, cit., p. 34.

16. Henry Sumner Maine, Ancient Law, 1861, cap. V: https://gutenberg.org/files/22910/22910-h/22910-h.htm. La traduzione è mia.

17. Charles Taylor, L’età secolare, edizione italiana a cura di Paolo Costa, Milano, Feltrinelli, 2009, p. 206 (l’errore dei moderni e gli «individui liberi»), p. 192 (la società come associazione di individui), p. 193 (Great Disembedding).

18. Benveniste, cit., pp. 255–256.

19. Graeber e Wengrow, cit., p. 451 (le tre libertà) e p. 452 (l’allontanarsi come base della prima).

20. Georg Simmel, «Freedom», in Kurt H. Wolff (a cura di), The Sociology of Georg Simmel, Glencoe (Ill.), The Free Press, 1950, p. 121.

21. Maggi, cit., p. 40 (la libertà non decontestualizzata) e p. 41 (i mondi che si riorganizzano).

 

Nota

 

L’idea, la scelta delle fonti e l’impianto del testo sono dell’autore. La stesura è stata condotta con l’aiuto di Claude (Anthropic), paragrafo per paragrafo, con la revisione dell’autore su ogni passaggio. Citazioni e pagine sono state verificate sulle edizioni indicate.

Pubblicato il 24 settembre 2026