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La tensione vera non è tra chi merita visibilità e chi la ottiene senza meritarla, è più sottile. È chiedersi se la visibilità che cerchiamo ci rende davvero visibili  o ci rende solo riflessi


Vivian Maier, Self-Portrait, New York, NY, 1954

Stultifera Navis non pubblica immagini, e con questo articolo quella scelta diventa quasi necessaria. L'opera che vi porto è un autoritratto di qualcuno che non ha mai voluto essere vista. Costruitelo dentro di voi prima di andare avanti.

New York, 1954, una donna è ferma sul marciapiede davanti alla vetrina di un negozio. Il suo riflesso è nel vetro: una sagoma scura, controluce, il volto non visibile inghiottito dalla luce che viene da dietro. Tiene davanti al petto una Rolleiflex, la macchina a doppio obiettivo che si guarda dall'alto verso il basso. Non posa, preme il pulsante. Ma non è lei il soggetto di questa immagine, è lo schermo. Posizionandosi con precisione davanti alla vetrina, Maier usa il proprio corpo per bloccare il riflesso della strada sul vetro e in quello spazio che il suo corpo libera dal riflesso, appaiono due donne sedute all'interno del negozio: una in abito scuro, l'altra in un vestito a quadri bianchi e neri. Sono sedute vicine, si guardano, non sanno di essere fotografate, non sanno che una donna fuori, controluce, ha costruito intorno a loro un'inquadratura precisa usando se stessa come cornice. L'immagine ha tre livelli sovrapposti: la strada riflessa nel vetro, la sagoma di Maier che la interrompe, le due donne dentro il negozio che appaiono dove la sagoma fa spazio. Chi guarda impiega un momento a capire la geometria e quando la capisce, capisce anche la logica di chi ha fatto la foto: essere invisibili per far apparire gli altri.

Questa è Vivian Maier: nata a New York il 1° febbraio 1926 da madre francese e padre di origini austriache, cresce tra gli Stati Uniti e la Francia. Nel 1951 rientra definitivamente negli Stati Uniti e l'anno successivo acquista la sua prima Rolleiflex. Nel 1956 si trasferisce a Chicago, dove lavorerà come bambinaia per quarant'anni in case altrui, con bambini altrui. Fotografa per strada, nei mercati, sui volti degli anziani e dei bambini, nei quartieri poveri e in quelli ricchi. Scatta oltre 150.000 fotografie nell'arco di cinque decenni. La maggior parte non viene sviluppata. Nessuna viene mostrata pubblicamente. Muore il 21 aprile 2009 in una casa di cura nell'area di Chicago, senza che quasi nessuno sappia chi è. Nel 2007, John Maloof, agente immobiliare di 25 anni, acquista per 400 dollari una cassa di negativi a un'asta nella zona nord-ovest di Chicago. Quando li esamina, capisce di avere in mano il lavoro di uno dei grandi fotografi del Novecento. Maloof non riesce a raggiungere Maier in tempo, il mondo la scopre postuma, la incorona postuma. Lei non ha lasciato istruzioni, non sappiamo se volesse essere vista.

La domanda che il suo lavoro lascia aperta non è perché non abbia mostrato nulla. È più precisa: aveva bisogno di essere vista per essere reale?

Torniamo all'immagine. Il meccanismo è invertito rispetto a qualsiasi logica dell'autoritratto. Di solito chi si fotografa vuole essere visto: occupa il centro, controlla la luce, sceglie l'espressione. Maier fa il contrario. Usa il proprio corpo come strumento ottico uno schermo che, interponendosi tra la luce esterna e il vetro, elimina il riflesso della strada e lascia vedere attraverso. Lei sparisce perché le altre appaiano. È presente nell'immagine come assenza funzionale: senza di lei, le due donne dentro il negozio sarebbero state coperte dal riflesso della città. È il suo corpo, e la sua invisibilità, a renderle visibili.

Questo non è un gesto casuale, la Rolleiflex ha un ruolo preciso in tutto questo. È una macchina fotografica a doppio obiettivo, progettata per essere tenuta all'altezza del petto e guardata dall'alto: il fotografo abbassa gli occhi verso il mirino, non li alza verso il soggetto. Ann Marks, nella sua biografia Vivian Maier: A Photographer Found (Simon & Schuster, 2021), nota che era progettata per favorire scatti discreti e che Maier iniziò presto a comporre autoritratti tenendo in braccio la macchina, presentandosi come fotografa seria senza mai esibirsi. La postura non è quella di chi si mostra: è quella di chi osserva senza essere osservato, di chi è presente senza occupare.

Gli autoritratti con riflessi e ombre sono un linguaggio ricorrente in tutto il suo corpus: il volto moltiplicato in specchi sovrapposti, il profilo in una vetrina, la sagoma sul marciapiede. La curatrice Anne Morin, che ha lavorato estensivamente sull'archivio e curato diverse mostre internazionali, ha osservato che per Maier fotografare era lo spazio di una stanza tutta per sé -riprendendo l'immagine di Virginia Woolf- il luogo in cui costruire e verificare la propria identità al di fuori dei ruoli che la vita le assegnava. Non la bambinaia, non la straniera, non la donna senza collocazione: la fotografa. Ma una fotografa che, anche quando si metteva davanti all'obiettivo, trovava il modo di non farsi vedere del tutto.

Eppure nessuno lo sapeva. Era invisibile non perché si nascondesse, ma perché il sistema intorno a lei non aveva una categoria in cui collocarla .Maier si muove in questo solco senza che nessuno le avesse assegnato quel posto. Non era una fotografa dilettante che faceva del suo meglio: era, come ha scritto il New York Times dopo la riscoperta del suo lavoro, una delle fotografe di strada più acute del Novecento americano. Ma quella frase è stata scritta nel 2009, quando lei era già morta.

Questa non è un'eccezione storica: per tanto tempo la visibilità era un privilegio, di genere, di classe, di accesso agli spazi in cui le cose vengono nominate, conservate, trasmesse. Chi restava fuori da quegli spazi non diventava invisibile per scelta: veniva reso invisibile da una struttura che decideva cosa meritava di essere visto e chi aveva il diritto di mostrarlo. Oggi gli strumenti per essere visti non sono mai stati così accessibili. Chiunque può pubblicare, trasmettere, mostrarsi. La visibilità, che per secoli è stata un privilegio riservato a pochi, sembra finalmente democratizzata.Ma qualcosa non torna: l'algoritmo non premia la profondità, premia la riconoscibilità immediata: ciò che si capisce in tre secondi, ciò che genera reazione rapida, ciò che somiglia a qualcosa che ha già funzionato. Il risultato è paradossale: più strumenti di visibilità esistono, più chi ha qualcosa di difficile da dire fatica a farsi sentire. Non perché il mondo non voglia ascoltare, ma perché il sistema di distribuzione dell'attenzione seleziona secondo criteri che non hanno necessariamente a che fare con il valore di ciò che viene detto. La vetrina è cambiata, la logica no.

E in questo scenario la figura di Maier non è solo una storia commovente sulla genialità incompresa. È una domanda strutturale: cosa significa produrre qualcosa senza la garanzia di essere visti? Cosa rimane del fare quando si separa completamente dal mostrarsi? E siamo ancora capaci di farlo o abbiamo interiorizzato così profondamente la logica della visibilità da non riuscire più a immaginare un gesto che non cerchi uno sguardo?

La tensione vera non è tra chi merita visibilità e chi la ottiene senza meritarla, è più sottile. È chiedersi se la visibilità che cerchiamo ci rende davvero visibili  o ci rende solo riflessi.

Maier è stata vista, alla fine, da milioni di persone in tutto il mondo. Ma quella visibilità era postuma, costruita da altri, su una storia che lei non ha raccontato e probabilmente non avrebbe raccontato. Non sappiamo se è quello che voleva. Non sappiamo nemmeno se l'avrebbe chiamata visibilità.

Quello che sappiamo è che ha fotografato per cinquant'anni senza nessuna delle conferme che di solito sostengono un lavoro creativo. Senza mostre, senza editore, senza pubblico. Con la Rolleiflex al petto, gli occhi abbassati verso il mirino, e davanti qualcuno che meritava di essere guardato.

Nel 1954, su una strada di New York, ha usato il proprio corpo come schermo per far apparire due donne che altrimenti sarebbero rimaste invisibili dietro il riflesso della città. È forse il gesto più preciso che abbia mai fatto: sparire perché qualcun altro potesse essere visto.

Tornate all'immagine che avete costruito all'inizio. La sagoma controluce, le due donne nel negozio, la città che si riflette tutt'intorno.

Siete le donne dentro il negozio, che non sanno di essere viste? Siete la sagoma fuori, che sparisce perché gli altri appaiano? O siete il vetro, quello che riflette tutto e non trattiene niente?

Voi, in questo momento, sapete da che parte del vetro state?

Nota. Self-Portrait, New York, NY, 1954, è una stampa ai sali d'argento (gelatin silver print, stampata posteriormente), formato immagine 12 × 12 pollici su carta 20 × 16 pollici, edizione di 15 esemplari, autenticata dalla Maloof Collection. L'opera è conservata nella John Maloof Collection ed è rappresentata da Howard Greenberg Gallery, New York. La biografia di riferimento è Ann Marks, Vivian Maier: A Photographer Found, Simon & Schuster, New York, 2021. La citazione di Anne Morin sulla fotografia come spazio di costruzione dell'identità è tratta da Maxwell Rabb, "Why Vivian Maier's Street Photography Was So Important", Artsy, 21 giugno 2024. Vivian Maier (New York, 1° febbraio 1926 – area di Chicago, 21 aprile 2009). Il documentario Finding Vivian Maier, diretto da John Maloof e Charlie Siskel, 2013; nominato all'Oscar come Miglior Documentario alla cerimonia dell'87° Academy Awards (2015).

 

Pubblicato il 11 aprile 2026

Giuliana Renzella

Giuliana Renzella / Art Education Specialist | Inclusive Learning Expert | Developmental Counselor