Go down

Al referendum voto NO, e lo farò perchè credo che un passo così importante, che sicuramente avrà un'impatto decisivo sulla regole del nostro gioco democratico, non ha alcun senso farlo, se non a bocce ferme.

Vivo in un borgo di duemila anime nell'entroterra del meridione d'Italia. Un luogo tanto magico, quanto tenebroso, specie se lo si vive immerso nell'isteria dell'ennesima campagna elettorare per partito preso.

È da tempo ormai che non seguo le dinamiche politiche del posto. Non lo faccio più perchè, oltre ad essere un "forestiero" (vivo nel paese di mia moglie, dove mi sono cresciuto perchè è anche il paese dei miei nonni materni) e quindi "mal visto perchè diverso", ho anche avuto la fortuna di vivere quello stesso posto (questa stessa gente) in un periodo storico (gli anni '90, la mia infanzia) dove ancora si poteva respirare aria di sincera fratellanza tra le persone.

Ora non è più così, e se penso al motivo per cui in questi ultimi 30 anni questa virtù collettiva si è smarrita, lo ritrovo nello smantellamento (quasi silenzioso) di tutte quelle strutture intermedie (la parrocchia, il dopo-lavoro, il circolo culturale, le cooperative, la banda musicale) che rendevano quel posto, un focolare domestico sicuro per tutti noi.

In questo quesito referendario, io ci vedo le stesse dinamiche.

Lo vedo nel modo in cui le due fazioni politiche locali si contendono ciascuno il proprio scalpo, senza comprendere (e farci comprendere) realmente quali conseguenze una decisione del genere potrà avere su tutta la comunità.

Le strutture intermedie sono sempre state i contrappesi più efficaci contro la deriva tribale. Questo referendum aggiunge almeno un ordine di grandezza a questo tipo di cambiamento.

Il problema non è la riforma in sé.

Il problema è il momento, e il modo in cui è nata.

Ogni comunità (che sia un borgo, o un intero Stato) ha bisogno di spazi dove il conflitto si deposita prima di diventare frattura. Non perché il conflitto sia sbagliato: è naturale, è umano, è il sale della vita civile. Ma il conflitto ha bisogno di forme. Ha bisogno di luoghi dove la tensione circola senza esplodere, dove il desiderio di prevalere sull'altro trova un canale, uno sfogo, una mediazione. Quando questi spazi scompaiono, la politica torna alla sua forma più antica e più pericolosa: quella in cui non esistono avversari, ma nemici. 

E i nemici non si convincono. Si sconfiggono.

Nel mio borgo lo vedo da anni. Non si discute più di problemi concreti, della strada dissestata, del medico di base che manca, dei giovani che vanno via. Si sceglie la fazione, e poi si interpreta tutto attraverso quella lente. Chi non è con noi è contro di noi. E la cosa più inquietante non è la rabbia (quella almeno è visibile) ma il linguaggio pubblico, sempre ragionevole, sempre moderato, che nasconde una mappa del tutto diversa. Quello che si dice in piazza e quello che si capisce davvero sono due cose distinte. Tutti lo sanno. Nessuno lo dice.

Questa riforma della magistratura mi dà la stessa sensazione. 

C'è un argomento ufficiale (separare le carriere per garantire più imparzialità, il pm da una parte, il giudice dall'altra) che suona ragionevole. E forse lo è, astrattamente. Ma nasce in un momento in cui il conflitto tra governo e magistratura è al suo punto di massima tensione. E le riforme costituzionali non si leggono solo per quello che scrivono: si leggono per quello che aprono, per il campo che lasciano libero, per i passi successivi che rendono possibili.

Spaccare il CSM in due organismi separati, in questo clima, non è una manutenzione istituzionale. È rimuovere uno degli ultimi ammortizzatori rimasti tra i poteri dello Stato. Uno spazio, imperfetto quanto si vuole, dove le tensioni trovavano ancora una forma condivisa. Senza di esso, il conflitto non sparisce: si radicalizza. Le fazioni si cristallizzano. E quello che oggi è una guerra di posizione domani diventa qualcosa di più difficile da sciogliere.

In un borgo di duemila anime, queste dinamiche ti fanno vivere male. A livello di uno Stato, fanno qualcosa di peggio. E le Costituzioni (lo sapevano bene quelli che l'hanno scritta, che avevano visto cosa succede quando i contrappesi saltano) non si cambiano nel mezzo della tempesta.

Si cambiano a bocce ferme.


Pubblicato il 19 marzo 2026

Francesco Mantello

Francesco Mantello / Trasformo complessità tecnologica in valore umano / Software Craftsman + Behavioral Designer / Spacciatore di Euristiche