Francesco Mantello ha passato oltre venticinque anni a costruire cose digitali — piattaforme, app, algoritmi, architetture — per startup, grandi aziende e organizzazioni che volevano capire cosa fare con la tecnologia disponibile. Ha imparato a scrivere codice prima di imparare a chiedersi perché.
La domanda è arrivata dopo, come arrivano le domande importanti: lateralmente, quando stava guardando altrove. Ha scoperto che la tecnologia più sofisticata raramente fallisce per ragioni tecniche. Fallisce perché ignora come funziona davvero una mente umana — i suoi bias, le sue scorciatoie, la sua resistenza all'irrilevante.
Da allora studia il confine tra design e comportamento, tra sistema e persona, tra ciò che un prodotto promette e ciò che un utente riesce davvero a fare. La captologia e le scienze cognitive gli hanno offerto un vocabolario per quello che aveva intuito sul campo: che semplificare non significa impoverire, significa togliere tutto ciò che non serve.
Su Stultifera Navis porta le sue euristiche — non come regole, ma come strumenti consapevoli della propria imperfezione. Scrive di tecnologia e cognizione, di bias che abitano i sistemi prima ancora di abitare le persone, di design che abilita invece di manipolare. Della complessità inutile che si traveste da innovazione.
Come Taleb, sa che un'euristica funziona proprio perché non pretende di essere una teoria.
Vivere nell'eccezione
Da qualche anno, un numero crescente di persone fatica a fare piani per il futuro: non piani ambiziosi, ma piani normali. Dove sarò tra due anni, che lavoro starò facendo, ha senso comprare qualcosa che durerà un decennio. Tutto questo non è ansia clinica. È la risposta adattativa di chi abita un sistema che ha smesso di offrire aspettative ragionevoli sul futuro. Questo saggio si occupa di cosa accade dentro le persone che abitano lo stato di eccezione permanente. L'ansia ontologica di chi ha perso l'orientamento, la crisi identitaria prodotta dal vuoto lasciato dalle comunità dissolte, il collasso della fiducia come infrastruttura sociale, il sovraccarico informazionale come pressione aggiuntiva su un sistema già al limite. Attraverso la letteratura sul trauma complesso, sulla psicologia sociale e sulla teoria critica dei media, il saggio mostra come questi fenomeni non siano problemi paralleli e separati, ma un sistema integrato con un nome preciso: trauma sistemico. Non nel senso di evento acuto ed eccezionale, ma nel senso tecnico di condizione psicopolitica permanente. Lo stato di eccezione di Schmitt stabilizzato come normalità strutturale.
Il ritorno del conflitto
Dalla fine della Guerra Fredda, l'ordine liberale ha eroso sistematicamente tutti quei corpi intermedi (sindacati, chiese, governi locali, associazioni professionali) che per secoli avevano fatto da cuscinetto tra individuo e potere. Il risultato non è stato l'individuo libero e cosmopolita promesso dall'ideologia, ma una società atomizzata in cui il conflitto politico è diventato totale, il divario tra élite e masse incolmabile, e il capro espiatorio una pratica industrializzata dai social media. Attraverso una rilettura atipica di Schmitt, Strauss e Girard, il saggio che segue mostra come il globalismo non ha superato le dinamiche più oscure della condizione umana, quanto semplicemente liberate dai contenitori che le tenevano a bada.
A bocce ferme, mi piace il NO
Al referendum voto NO, e lo farò perchè credo che un passo così importante, che sicuramente avrà un'impatto decisivo sulla regole del nostro gioco democratico, non ha alcun senso farlo, se non a bocce ferme.
L'interfaccia della saggezza pratica
Geometria del giudizio, architettura del pensiero, e come costruire con gli LLM senza perdere la nostra umanità
La tessitura della coscienza
Sull’intreccio di conoscenza, interpretazione, finalità e valore
La geometria del significato
Cosa i transformer ci rivelano sulla natura della comprensione
Chrestotes o Agathosyne?
Una delle cose che più di tutte mi ha affascinato (se non del tutto folgorato) in questo mio percorso di studi intrapreso negli ultimi anni è il significato della parola agathosyne (ἀγαθωσύνη), trovata per la prima volta tra le righe dell'enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco.