L'infanzia "adultizzata" si ha quando un/una bambinə è costrettə a rinunciare alla propria spensieratezza per farsi carico di responsabilità emotive o pratiche che spetterebbero all'adultə. È un ribaltamento dei ruoli in cui la protezione, anziché fluire dal genitore verso il/la figliə, si muove al contrario, contromano.
L'adultizzazione precoce altera lo sviluppo del Sé: il/la bambinə impara che per essere amatə deve essere utile e occuparsi anche di pesi non suoi. Non esplora il mondo, lo monitora e fa tutto ciò che può per non intaccare l'equilibrio familiare, ad esempio smette di chiedere, perché teme di essere un peso, e inizia a gestirsi in autonomia le proprie preoccupazioni, perdendo il diritto fondamentale alla fragilità e alla protezione.
L'adultizzazione è una forma di trauma silenzioso e continuativo. Mentre l'adultə vede nel/la figliiə un "aiutante", una "compagnia", un "sostegno", il/la bambinə sacrifica la leggerezza necessaria per costruire la propria identità.
L'infanzia congelata è al polo opposto dell'adultizzata perché prevede un'iperprotezione genitoriale; deriva tuttavia in modo analogo da una scarsa capacità genitoriale di vedere, nei propri figli e figlie, persone con le loro esigenze e specificità. Entrambi i percorsi di crescita portano a un'età adulta che fatica a trovare un equilibrio tra il "prendersi cura" e il "lasciarsi curare".
L'adultə che era bambinə adultizzatə è spesso il punto di riferimento per moltə: risolve problemi, gestisce crisi, si annulla nelle relazioni, privilegiando sempre i bisogni non suoi. Sebbene sembri l'adultə più solidə, dentro di sé vive una profonda frustrazione per il tempo rubato e un senso di colpa paralizzante quando prova a dedicarsi a se stessə. La sua autonomia è una corazza, non una sana conquista: non chiede aiuto, è ormai convintə di non avere il diritto di essere sostenutə e comunque che nessunə sia in grado di sostenerlə.
L'adultə che è statə iperprotettə nella crrescita è "figliə perenne", eternə apprendista senza vere autonomie emotive, decisionali. Non avendo mai dovuto gestire fallimenti o responsabilità in prima linea, sulla propria pelle, il suo Sé non ha mai avuto modo di consolidarsi. Quando diventa genitore, rischia di vivere un profondo disorientamento e tende a cercare nel/la partner o nel/nella figliə la gratificazione e la protezione che un tempo riceveva dai genitori. Spesso percepisce il mondo come intrinsecamente pericoloso o inaffidabile (perchè mentre cresceva, questo è il messaggio che gli/le è stato trasmesso). La sua dipendenza dai genitori (o da figure sostitutive) è una zona di comfort da cui teme di uscire, poiché non ha mai imparato a maneggiare il timone della propria vita.
L'adultizzatə deve imparare a lasciar andare il controllo, permettendosi di essere fragile, di sbagliare, e di essere, finalmente, bisognosə. Il suo lavoro è de-responsabilizzarsi dal carico altrui.
Chi è eternə figliə deve imparare a prendere il comando, accettando il rischio di fallimento e vivendo le soddisfazioni come frutto delle proprie risorse e fatiche, così da sentire e riconoscere meglio anche il suo stesso valore. Il suo lavoro è responsabilizzarsi, uscendo dalla delega costante.
Uno ha corso veloce, saltando le tappe,
uno è rimasto nel nido, al riparo dal vento,
entrambi hanno perso lo spazio ed il tempo
il senso per crescere ed essere sé.
Chi è genitore di chi l'ha generato
ha un cuore indurito che teme l'abbraccio,
si sente colpevole d'aver mai sognato,
e si muove da solo col peso del faccio.
Chi ha avuto la strada già tutta spianata
ha gambe inesperte che temono il freddo,
cerca sempre una guida, una mano che salvi,
prova il vuoto del mondo all'ora del lutto.
Figli del danno di un amore distorto,
in cerca di un centro che ancora gli sfugge,
il mare che han dentro li porta in tempesta
finché non scoprono il vero conforto.