Go down

Il vuoto concettuale che vediamo nella maggior parte dei contenuti generati dall’AI non è un difetto dei modelli, ma il riflesso fedele della società che viviamo.


AI slop è spesso letto come un problema tecnico. Io credo che sia altro.

A febbraio sono andata alla cerimonia degli AI Design Awards di Barcellona, per ritirare il premio relativo al videoclip AI di MAIA che mi ha portata sul podio. Ero molto emozionata e un po' incredula di essere lì.

Quello che ho visto durante la serata mi ha tolto il fiato.

Non parlo della cerimonia in sé ma di alcune opere, di lavori costruiti con una precisione, una coerenza visiva e concettuale ineccepibile; una necessità interna che si sentiva a pelle. Erano opere che dovevano esistere, non opere che “potevano” esistere.

Questa distinzione mi accompagna da quando sono tornata.

Perché nel frattempo, sui social, il dibattito sull'AI non si ferma mai. E l’AI slop la ritroviamo ovunque! Il termine è diventato quasi un genere: produzione automatica di rumore visivo confezionato come creatività.

Fatta bene eh, ma vuota.

E allora mi sono chiesta: stesso strumento, risultati agli antipodi. Che cosa separa l’AI slop dall’AI che resta?

Di certo non è il modello, non è il prompt, non è il workflow o la tecnica. Chi ha esposto a Barcellona usava gli stessi strumenti che usa chi produce slop ogni giorno. Magari ha più esperienza, ma non può essere solo quello.

Sono abbastanza certa che la differenza risieda in qualcosa che precede lo strumento.

Qui in Marocco esiste una parola molto importante: niyya. Si traduce approssimativamente come “intenzione”, ma il significato è più profondo. La niyya è l'orientamento interiore che precede un atto e lo trasforma, dandogli peso. Senza niyya, il gesto è vuoto. Può essere tecnicamente corretto ed esteticamente gradevole, ma privo di profondità e significato.
Un’azione che nasce e muore nel momento in cui la si compie.

È come fare beneficenza per la necessità di sentirsi bene con sé stessi, e non mossi da un senso di giustizia.

L'AI slop è questo: un problema di orientamento (e di ego smisurato).

Se la tua intenzione è semplicemente quella di esprimerti in maniera veloce perché ora hai gli strumenti per farlo, non stai facendo altro che dare al tuo ego una rilevanza che – onestamente - non era necessaria al mondo.

Tuttavia, questo non nasce con l'AI. Era presente già ben prima, grazie ad una cultura performativa che ha separato la capacità di fare dalla necessità di farlo per puro capriccio di mettere sé stessi al centro.

L'intelligenza artificiale lo ha solo reso visibile, massivo e straordinariamente facile da replicare.

Il vuoto concettuale che vediamo nella maggior parte dei contenuti generati dall’AI non è un difetto dei modelli, ma il riflesso fedele della società che viviamo e di chi li usa senza avere un centro e una ragione profonda

Una società in cui SEI se ti esponi, SEI se mostri la tua eccentricità, SEI se urli seppur dicendo cose superficiali. In cui la meditazione sull'essere è meticolosamente rimpiazzata da sessioni di terapia e di yoga, egocentrismo e performance, scrolling e netflix, la necessità di sentirsi profondi leggendo Rumi senza capirci nulla.

Quello che ho visto a Barcellona mi ha confermato qualcosa che sospettavo già: l'AI non democratizza la creatività ma amplifica quello che porti. Se porti contenuto, amplifica la tua intenzione. Se porti vuoto, amplifica vuoto.

Per questo dico che il problema non è tecnologico bensì intellettuale. E lo dico nel senso più semplice e più esigente: creare qualcosa richiede prima di avere qualcosa da creare. E per avere qualcosa da creare serve una profondità.

Chi non ce l'ha, genera. Chi ce l'ha, crea.

E si, il problema non è fuori ma nella profondità che abbiamo smesso di abitare.

Pubblicato il 17 aprile 2026

Erika Buzzo

Erika Buzzo / Creative AI Strategist & Director | Founder @BeAIStudioAI Design Awards 2025

http://www.beaistudio.it