Inquadramento dell’Opera
Yuk Hui, filosofo di formazione continentale (Hong Kong/Europa), analizza la crisi del primato occidentale proponendo il concetto di cosmotecnica. Il testo “Post-Europa” appena ripubblicato (2026) si poggia su una classica critica della tecnica di matrice heideggeriana, proponendosi di “decolonizzare” il pensiero attraverso una rivalutazione delle tradizioni orientali.
Alcune Osservazioni Critiche: La “Grande Rimozione"
L’Appiattimento sulla Linea Platone-Hegel
Hui identifica l’Occidente quasi esclusivamente con la Metafisica della Presenza. Questa narrazione, funzionale alla filosofia politica e al neoidealismo, presenta un limite epistemologico fondamentale:
- Filosofia del Potere vs. Filosofia Naturale: La linea che va da Platone a Hegel (incluso Marx) è una filosofia finalizzata alla giustificazione dell’ordine politico e della teleologia storica, ed è parte integrante di quel blocco politico che lui chiama “Oriente”, che pure comprende realtà diverse. A mio avviso insomma, l’analisi di Hui soffre di un “angolo cieco metodologico”.
- La Scienza come “Strada Maestra": Hui sembra ignorare il filone della fìsis (filosofia naturale) che, dai fisiologoi fino alla scienza ellenistica (Archimede, Erone), costituisce il primo fondamento della modernità scientifica. Questa non è una “via secondaria" del pensiero, ma la colonna vertebrale della conoscenza materiale occidentale, spesso osteggiata proprio dal dogmatismo platonico-aristotelico.
La mia impressione è che in occidente come in oriente, la filosofia continentale dominante si sia auto-selezionata proprio per la sua vicinanza al potere. In altre parole, il canone filosofico dominante è quello che ha avuto successo nel diventare ideologia di Stato, a differenza del naturalismo, che si è caratterizzato per una vocazione alla conoscenza, non necessariamente rivolta al mondo degli uomini. Hui si propone di superare l’opposizione ideologica, ma lo fa restando all’interno di un’ideologia.
La Falsa Dicotomia Essere/Vuoto
L’autore insiste sulla distinzione tra un Occidente basato sull’Essere (sostanza) e un Oriente basato sul Vuoto (relazione). Tuttavia, questa opposizione è storicamente e ontologicamente discutibile:
Per gli atomisti (Leucippo, Democrito, Epicuro), il Vuoto non è assenza di pensiero, ma condizione necessaria del movimento e della pluralità. L’Occidente possiede dunque una “ontologia del vuoto" fin dalle sue origini, che la filosofia continentale non riconosce, e che Hui conseguentemente omette, arrivando così a preservare la sua tesi sulla specificità orientale. Riconosco che ci siano delle differenze con il concetto di vuoto “orientale” (p.e. del Buddismo Zen o il Tao) ma non credo sia necessario pensare al vuoto degli atomisti solo come “spazio vuoto", invece che potenzialità d’interazione. In effetti, nella storia della scienza occidentale, questi passi sono stati fatti.
Forse la differenza sta nel metodo di indagine: mistico/relazionale in Oriente, empirico/razionale in Occidente. Entrambi concepiscono il “non-essere", ma con strumenti diversi.
Heidegger e la Responsabilità della Tecnica
Hui utilizza il concetto di Gestell (Impianto) di Heidegger per descrivere la tecnica moderna. Restano tuttavia due problemi aperti:
- Contesto Storico: La visione di Heidegger non sembra del tutto indipendente dalla sua esperienza nella Germania pre-bellica e può essere letta come una “fuga metafisica" per evitare di affrontare la responsabilità politica individuale e collettiva. Il suo additare la tecnica nasconde insomma alcune impostazioni del pensiero e concrete scelte politiche che si sono incarnate in fatti storici, peraltro notissimi.
- Altri Piani di Lettura: Sono cosciente di parlare di un pensatore assai influente e stimatissimo nella filosofia continentale, ma trovo comunque che la sua analisi della tecnica come “destino" sia epistemologicamente debole perché priva l’uomo di ogni capacità di retroazione sul sistema tecnico. Inoltre, passando dalla metafisica alla morale, credo che il suo atteggiamento possare essere contrastato con quello che Thomas Mann prende nel suo Dottor Faustus.
- Determinismo: Trattare la tecnica come un destino dell’Essere nega l’agenzia umana e la capacità del pensiero liberale/scientifico di porre limiti etici e istituzionali alla prassi tecnica.
Conclusioni Geopolitiche e Filosofiche
- Il Caso Cinese: Sebbene Hui cerchi una via alternativa, la storia cinese (da Qin Shi Huang in poi) mostra come l’unificazione linguistica e filosofica sia stata un atto di ingegneria politica, non così dissimile dalle strutture di potere occidentali delle civiltà antiche, p.e., quello che Roma compie nei confronti dell’intera civiltà Greca durante le guerre puniche.
- L’Incrocio con il Reazionarismo: L’influenza di Heidegger su figure come Alexander Dugin suggerisce che la critica all’universalismo occidentale possa degenerare in forme di particolarismo etnico o autoritario.
- Il Ruolo del Liberalismo: L’assenza di una riflessione sul pensiero liberale nel testo di Hui è sintomatica di una filosofia che inclina verso una analisi di “forze storiche" astratte, invece che proporsi di tutelare i diritti dell’individuo di fronte allo Stato, o l’impegno cosciente nella costruzione di un mondo degli uomini.
Penso al manifesto Russell-Einstein, che nasce da due pensatori di formazione scientifica, e ne include numerosi altri che condividevano una visione della tecnica come responsabilità umana da governare attraverso la ragione (decidendo di agire dunque sul piano etico). Questi i nomi dei firmatari
- Bertrand Russell (filosofo, logico, matematico, attivista e saggista britannico)
- Albert Einstein (fisico, filosofo naturale, attivista tedesco naturalizzato svizzero e statunitense)
- Percy W. Bridgman (fisico e filosofo della scienza statunitense)
- Leopold Infeld (fisico e saggista polacco)
- Frédéric Joliot-Curie (fisico ed accademico francese)
- Herman J. Muller (biologo e genetista statunitense)
- Linus Pauling (chimico, cristallografo e attivista statunitense)
- Cecil F. Powell (fisico britannico)
- Józef Rotblat (fisico polacco naturalizzato britannico)
- Max Born (fisico e filosofo della scienza tedesco naturalizzato britannico)
- Hideki Yukawa (fisico e filosofo giapponese)
La mia impressione è che documenti come questo Manifesto provino che la scienza – o meglio, gli scienziati, non siano né amorali né apolitici, ma possano essere agenti di un’etica globale, un punto che si rischia di trascurare quando si evidenzia esclusivamente la dinamica di astratte “forze storiche".
In conclusione, ricordare episodi del genere mi sembra importante di per sé, e ci aiuta a combattere la pericolosa opinione che la filosofia non possa che svolgere il ruolo di tragico osservatore di destini ineluttabili. La filosofia (come la scienza, o come la tecnica) non nasce disincarnata, ma è un frutto di uomini che vivono il loro tempo.