Se provo a mettere a fuoco il nodo della mia riflessione, mi accorgo che non riguarda soltanto la presenza o l’assenza delle differenze, né semplicemente il ruolo della psicologia o della Filosofia.
Riguarda qualcosa di più profondo, il modo in cui oggi si cerca di orientare l’esperienza affettiva delle persone.
Mi trovo davanti a una tensione che considero inevitabile.
Da una parte sento che le differenze, anche quella tra ragazzi e ragazze, continuano a offrire dei riferimenti e delle strutture di senso. Non necessariamente rigide, ma comunque presenti.
Dall’altra vedo con chiarezza che ogni individuo eccede queste categorie, le attraversa e spesso le mette in crisi. Nessuna persona coincide davvero con uno schema.
È in questo spazio che nasce la difficoltà.
Non riesco a pensare un’educazione affettiva che elimini uno dei due poli senza perdere qualcosa di essenziale.
Se mi appoggio solo alle differenze rischio di irrigidire. Se mi affido solo alla singolarità rischio di dissolvere ogni orientamento.
In questo scenario mi colpisce il ruolo crescente della Psicologia. Non tanto perché risponda a bisogni reali, cosa che riconosco, ma perché entra sempre più in profondità fino a toccare dimensioni intime come l’affettività. Qui avverto uno slittamento.
Ciò che un tempo era oggetto di riflessione e di interrogazione aperta tende a diventare oggetto di gestione e di intervento. Non penso che questo avvenga in modo intenzionale o dichiaratamente normativo. Spesso si presenta come un approccio neutrale, inclusivo, attento alla variabilità individuale. E tuttavia proprio questa neutralità mi sembra problematica.
L’affettività non è mai neutra. Ogni modo di accompagnarla implica già una certa idea di relazione, di identità e di ciò che è auspicabile.
Mi accorgo allora che il punto non è tanto se le differenze debbano essere affermate o sospese, ma che cosa accade quando non vengono più tematizzate, quando diventano qualcosa da aggirare piuttosto che da comprendere. È qui che, a mio avviso, si apre uno spazio di ambiguità.
La questione delle persone transgender rende tutto questo ancora più evidente. Non perché rappresenti un caso particolare, ma perché mette in luce i limiti delle categorie con cui abbiamo pensato finora identità e relazione.
Di fronte a queste esperienze vedo due possibili movimenti. Si può cercare di ricondurle a uno schema già dato oppure si può modificare lo schema stesso. In entrambi i casi si prende posizione, anche quando si sostiene di non farlo. È proprio questa apparente assenza di posizione che mi interroga.
Quando l’educazione affettiva viene affidata a un sapere tecnico che si presenta come neutrale, ho l’impressione che le scelte non scompaiano ma diventino meno visibili. Si incorporano nelle pratiche, nei linguaggi, nei criteri impliciti di ciò che viene incoraggiato o scoraggiato.
Non si tratta per me di opporre la filosofia alla psicologia né di negare l’utilità degli interventi concreti. Sento piuttosto la necessità che la riflessione non venga completamente assorbita dall’operatività. Che resti uno spazio in cui le domande rimangano aperte e i presupposti possano essere messi in discussione.
Alla fine ciò che mi sembra in gioco è questo.
Come orientare l’affettività senza ridurla a uno schema rigido e senza dissolverla in una neutralità indifferenziata.
Non ho una risposta definitiva, ma ho la sensazione che il problema stia proprio nel mantenere viva questa tensione senza chiuderla troppo rapidamente in una soluzione apparentemente semplice.