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Dietro il fenomeno del knowledge-maxxing si cela un desiderio di profondità, determinato anche dalla percezione di avere sprecato troppo tempo in pratiche superficiali online che hanno causato un declino intellettuale, causato da distrazione e incapacità a portare l’attenzione da qualche altra parte al di fuori dello schermo o di contenuti pensati per catturare l’attenzione e agire cognitivamente sulla testa delle persone.


Una delle parole di moda del 2025 è stata Brain-Rot. Un termine usato per descrivere e raccontare lo sfinimento, la fatica e il malessere psichico derivato dall’eccesso nell’uso dei media sociali e delle loro piattaforme, da parte della Generazione Zeta e non solo. 

Una delle reazioni al Brain-Rot, emersa come principalmente sulla piattaforma di TikTok, è stata la pratica del "knowledge-maxxing", descrivibile come condivisione di attività intellettuali leggere, ma stimolanti, e non segnate da pressioni esterne, come la lettura (accademica), la ricerca di scorciatoie per evitare il doomscrolling e l'archiviazione del consumo mediatico in quaderni di appunti. Forse per usi futuri. 

Questa pratica è stata spinta dalla Generazione Zeta (GenZ) e dalle donne giovani della Generazione Millennial e sta sovvertendo il linguaggio predominante sulle piattaforme social suggerendo l’investimento sulla conoscenza e incoraggiando il pubblico a non fermarsi all’informazione, ma a riscoprire la ricerca di conoscenza e di conoscenze, facendo leva sulla propria curiosità personale e sulla capacità (volontà) di porsi delle domande, di chiedersi continuamente “perché?”. 

Al centro del knowledge-maxxing c'è il desiderio paradossale di limitare il tempo trascorso davanti allo schermo, pur trovando piacere nel condividere online le proprie attività offline. Chi ha adottato questa pratica non sembra desideroso di intraprendere una vera e propria disintossicazione digitale, ma sceglie di praticare un consumo intenzionale dei media cercando di ridurre lo scorrimento compulsivo e la reazione binaria che caratterizzano l’interazione con uno schermo tecnologico. Alla pratica online si affianca anche una pratica offline, alla ricerca di contenuti diversi, di quaderni personali che contengono archivi analogici tematicamente organizzati e predisposti nel tempo, anche in forma di apprendimenti personali. 

Questi archivi tra i giovani della GenZ stanno proliferando con cartelle che contengono documenti sul (contro) il doomscrolling, contenuti postati o in preparazione per Substack, quelli letti che hanno fornito utili spunti di riflessione, link a video e altri contenuti. Queste attività e le sue pratiche stanno trasformando piattaforme come Instagram in aule virtuali create per contenere l’elenco di articoli e saggi letti o da leggere, archiviati perché percepiti come capaci di generare conoscenza. 

Queste pratiche sono oggi raccolte dentro la terminologia del knowledge-maxxing. Raccontano una ritrovata fame di conoscenza e intellettuale che caratterizza un numero crescente di persone giovani della GenZ che stanno riscoprendo la ricerca come attività (ri)creativa. Il fenomeno emergente descrive una reazione positiva al vuoto creato dalla mancanza di stimoli intellettuali e accademici e da un’economia che premia la produttività, l’utilità e il consumo a scapito della cultura e della conoscenza, della curiosità e della riflessione critica. Quello che sta succedendo è una ribellione contro l’erosione culturale dell’attenzione e contro chi l’attenzione ha imprigionato dentro uno schermo. 

Non è un caso che ritrovino spazio podcast e newsletter, percepiti come strumenti utili, ad esempio su piattaforme come Substack, per creare propri spazi digitali in modo da potersi confrontare con altre persone e con le loro idee, partiche, iniziative e suggestioni. Ecco che allora succede che a semplici frammenti di TikTok e pillole di parole pubblicate su Inatagram, molti giovani si impegnano oggi a leggere saggi lunghi di migliaia di parole, con un gesto che a molti potrebbe apparire come rivoluzionario, ma che in realtà evidemzia solo un disincanto tecnologico crescente e una maggiore attenzione e cura del (di) Sé. 

Rivoluzionaria è in ogni caso la postura di giovani che sembrano amare ambiti e ambienti intellettuali anche per opporsi alla svolta anti-intellettuale avvenuta su Internet negli ultimi quindici anni e che ha portato al prevalere di forme elitarie in cui crogiolarsi, anche per soddisfare il proprio individualismo e narcisismo. Rivoluzionario è anche il cambiamento a cui si assiste in una generazione che è stata raccontata per anni come dipendente dagli schermi e apatica politicamente e che all’improvvisa si scopre essere più attiva e più politicizzata di altre generazioni ad essa precedenti. Il primo elemento confortante è il ritorno alla curiosità, la riscoperta della letteratura e del lavoro intellettuale, la critica ironica e consapevole all’intellettualismo, soprattutto a quello assurdo che si manifesta oggi sulle piattaforme digitali. Quella in atto è una ricalibrazione significativa nella percezione, conoscenza e uso delle piattaforme digitali da parte di molti, in particolare della Generazione Zeta. 

Per anni le piattaforme sembrano avere offerto una via di fuga dopaminica e performativa, di relax e di obnubilamento del pensiero, oggi le stesse piattaforme sono trasformate in strumenti usati per apprendere o almeno per provare a farlo. Nulla di diverso da ciò che era collegato un tempo allo studio, alle sue finalità, alle comunità fisiche scolastiche, universitarie, nelle quali avveniva, e che servivano come fucina di idee, di dialogo e di maturazione. 

Dietro il fenomeno del knowledge-maxxing si cela un desiderio di profondità, determinato anche dalla percezione di avere sprecato troppo tempo in pratiche superficiali online che hanno causato un declino intellettuale, causato da distrazione e incapacità a portare l’attenzione da qualche altra parte al di fuori dello schermo o di contenuti pensati per catturare l’attenzione e agire cognitivamente sulla testa delle persone. Il desiderio, come tale, è più difficile da soddisfare da un semplice bisogno, ma la GenZ sembra intenzionata a tornare a pensare e a trovare gli strumenti e gli approcci che possono aiutare a farlo. Per questo ben vengano letture approfondite, anche se una alla volta, la lettura di articoli trovati su Substack o sulla STULTIFERANAVIS, il tempo dedicato a guardare un video esplicativo di molti minuti, ecc. Tutte pratiche che non cambieranno il mondo di nessuno ma ricorderanno a chi le esercita che la loro attenzione ha ancora valore.  

Alcuni giovani della GenZ accompagnano queste pratiche con altre finalizzate a ridurre il tempo di utilizzo della tecnologia e a cambiare abitudini e comportamenti. Online si possono trovare video che illustrano la programmazione di queste azioni, traducibili in: limitare al mattino l’uso di headphone a soli quindici minuti e non accedere ai social tra le 9 e le 10, leggere un libro cartaceo per almeno dieci minuti al giorno, scrivere una pagina intera ogni mattina, non usare media multiyasking e non fare scrolling mentre si guarda la televisione, dormire almeno sette ore ogni notte, imparare a suonare uno strumento musicale come una chitarra per almeno dieci minuti al giorno e tre volte alla settimana, praticare l’uso di una lingua per almeno tre giorni a settimana. 

Queste pratiche vengono viste dalla GenZ come utili a battere il Brain-Rot, ma soprattutto per rallentare, a essere lenti, anche con sé stessi, a sperimentare creatività e profondità di pensiero, a operare per migliorare la salute mentale, a coltivare le abilità cognitive e la qualità della vita personale.


Pubblicato il 20 aprile 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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