1. Il ruolo dello Stato
In che misura il nostro futuro digitale dipenderà da uno Stato capace di guidare l’innovazione? I governi sapranno imporsi sulle Big Tech, o resteranno spettatori impotenti di fronte ai nuovi poteri tecnologici? C’è chi invoca l’intervento dello Stato per contenere i monopoli digitali e orientare l’innovazione, e chi teme che una presenza pubblica troppo invadente possa frenare la creatività e la competitività. Ma di fronte all’ascesa dell’AI e al potere delle Big Tech, i governi dovrebbero limitarsi a regolare o diventare protagonisti attivi del cambiamento?
Per Yanis Varoufakis, l’economia digitale ha eroso la capacità dello Stato di regolare e dirigere. Le grandi piattaforme, grazie al “capitale cloud”, dettano condizioni ai governi e minacciano persino di sospendere servizi fondamentali (come YouTube o Instagram) per bloccare regolamenti sgraditi. In questo scenario, lo Stato democratico rischia di cedere sovranità a una nuova aristocrazia digitale. Varoufakis parla apertamente di “tecno-feudalesimo” e propone un’azione pubblica forte, sostenuta però da una mobilitazione dal basso, per rovesciare il dominio algoritmico e riprendere il controllo del futuro tecnologico.
Mariana Mazzucato difende invece una visione più propositiva dello Stato come motore dell’innovazione. Il suo concetto di “Stato imprenditore” mostra come molte grandi trasformazioni tecnologiche (dal web al GPS) siano nate da investimenti pubblici ad alto rischio. Anche per l’AI, Mazzucato sostiene che lo Stato debba guidare e orientare lo sviluppo, non semplicemente regolare dopo il fatto. Ciò implica strutture capaci di “plasmare il mercato”, assicurando che il valore generato dall’innovazione sia redistribuito e non appropriato da pochi. Il settore pubblico, in questa visione, non è ostacolo all’innovazione ma suo co-creatore.
Entrambi gli autori vedono il mercato digitale come un pericolo se lasciato senza controllo. Ma divergono sul come lo Stato dovrebbe intervenire. Mazzucato punta su un rafforzamento delle capacità pubbliche esistenti, uno Stato competente in grado di guidare il cambiamento insieme al settore privato. Varoufakis, più critico, dubita che gli Stati attuali possano emanciparsi dall’influenza dei “tecno-sovrani” senza una radicale riforma democratica, forse anche transnazionale. In sintesi, Mazzucato vuole potenziare lo Stato, Varoufakis lo vuole rifondare.
2. Democrazia e governance
È possibile democratizzare l’AI senza stravolgere le istituzioni attuali? Oppure servono nuove forme di partecipazione per evitare che l’innovazione resti nelle mani di pochi?
Varoufakis ritiene che la democrazia rappresentativa sia ormai in ritirata di fronte al potere delle piattaforme digitali. Le aziende tecnologiche modellano comportamenti, assorbono dati e svuotano la sfera pubblica, senza alcun controllo democratico. Gli strumenti classici (partiti, sindacati) risultano inadeguati e, i lavoratori della gig economy sono isolati, gli utenti inconsapevoli del loro ruolo produttivo. Di qui l’idea di una “Cloud Rebellion”, una coalizione inedita di utenti, lavoratori e piccoli imprenditori per sottrarre il controllo del valore digitale ai “signori del cloud”. Varoufakis immagina una democratizzazione radicale: piattaforme cooperative, monete pubbliche, controllo collettivo su dati e algoritmi. Una forma di democrazia economica estesa al cyberspazio, capace di spezzare le gerarchie feudali del digitale.
Mazzucato, pur condividendo l’allarme sulla concentrazione del potere, adotta un approccio più istituzionale. Critica la contrapposizione tra innovazione e regolazione, l’urgenza non è frenare l’AI, ma guidarla verso fini pubblici. La governance dell’innovazione, per lei, deve includere attori pubblici, comunità scientifiche e cittadini. Promuove infrastrutture digitali comuni, open data, assemblee civiche, e condizionalità democratiche sui fondi pubblici destinati all’AI. Non basta proclamare principi etici, servono capacità pubbliche per attuarli, inclusi investimenti in competenze e strumenti per valutare l’impatto sociale della tecnologia.
Entrambi vedono un deficit di legittimità democratica nel modello attuale. Ma Varoufakis punta su una rottura dal basso, una rifondazione della sovranità popolare nella sfera digitale. Mazzucato, invece, lavora per trasformare le istituzioni esistenti, rafforzando la capacità pubblica di orientare l’innovazione. Due strade diverse, ma con lo stesso obiettivo, restituire alla società il potere di decidere il futuro tecnologico.
3. Capitalismo e creazione di valore
L’AI e le piattaforme digitali stanno uccidendo il capitalismo o lo stanno rifondando? Come fare in modo che l’innovazione generi valore per molti e non solo profitti per pochi?
Varoufakis interpreta questa trasformazione come una rottura attraverso cui il capitalismo classico, fondato su produzione e concorrenza, sarebbe ormai superato. Il nuovo sistema - che chiama “tecnofeudalesimo” - si fonda sull’estrazione di rendite da ecosistemi digitali chiusi, governati da piattaforme come Amazon, Uber o Meta. Qui non si produce valore in senso classico, lo si raccoglie da chi interagisce nella piattaforma - utenti, lavoratori, imprese - senza restituire proporzionalmente. Il capitale “cloud” diventa così il nuovo mezzo di potere, sostituendo fabbriche e salari con dati e algoritmi. Per Varoufakis, questa separazione tra creazione e appropriazione del valore rende il sistema instabile e regressivo, un’economia fondata su rendite è, dice, destinata al collasso.
Mazzucato, pur con un linguaggio meno radicale, denuncia distorsioni analoghe. Nel suo The Value of Everything distingue tra chi crea valore e chi lo prende. Le Big Tech, secondo lei, sono spesso rentier che monetizzano dati pubblici o conoscenze collettive (come l’AI addestrata su contenuti generati da altri), senza restituire nulla alla società. Il problema, per Mazzucato, non è solo morale, ma strutturale. Quando l’estrazione di valore prevale sulla sua creazione, l’innovazione rallenta e le disuguaglianze crescono. La sua proposta è ripensare le regole del gioco economico, usare la leva pubblica per premiare chi genera valore reale (ricercatori, lavoratori, istituzioni pubbliche) e penalizzare le pratiche estrattive. Propone strumenti concreti quali, tassazione delle rendite digitali, condizionalità sui fondi pubblici, e creazione di fondi sovrani alimentati da profitti tecnologici da reinvestire in innovazione inclusiva.
Entrambi vedono nel capitalismo digitale un sistema che ha smarrito la connessione tra valore creato e valore distribuito. Varoufakis conclude che il capitalismo è finito, rimpiazzato da un ordine tecno-feudale che richiede un superamento radicale. Mazzucato, invece, ritiene ancora possibile una trasformazione interna per cui il capitalismo può evolvere, se lo Stato e la società civile ne ridefiniscono i parametri di valore. Paradossalmente, entrambi ricorrono alla metafora del feudalesimo, Varoufakis lo descrive come già realizzato, Mazzucato come rischio da evitare.
4. Disuguaglianze economiche e controllo dei dati
I dati personali e l’AI saranno l’ennesima scelta verso la disuguaglianza o un’opportunità di emancipazione collettiva? È possibile trattare i dati come beni comuni e condividere equamente i benefici dell’AI? I dati sono la linfa vitale dell’economia digitale. Chi li controlla acquisisce potere economico e cognitivo. Varoufakis e Mazzucato offrono due visioni critiche ma complementari su come affrontare le implicazioni distributive del capitalismo digitale e ripensare il governo dei dati.
Varoufakis denuncia l’ascesa di nuove disuguaglianze alimentate dalle piattaforme. Mentre la ricchezza si concentra tra i padroni del “cloud capital”, i redditi reali della classe media stagnano. I lavoratori, siano essi magazzinieri o creatori di contenuti digitali, vedono ridursi la propria quota di valore. Inoltre, il controllo dei dati permette alle piattaforme non solo di prevedere, ma di influenzare i comportamenti, minacciando libertà e pluralismo. Tra le soluzioni proposte: una “cloud tax” per redistribuire rendite digitali; interoperabilità obbligatoria tra piattaforme per ridurre il lock-in; e una identità digitale pubblica che consenta ai cittadini di gestire i propri dati, anche decidendo a chi e per cosa condividerli. Per Varoufakis, senza interventi radicali il divario di potere rischia di diventare irreversibile.
Mazzucato riconosce il rischio di disuguaglianze crescenti, ma insiste sulla costruzione di capacità pubbliche per prevenirle. In AI in the Common Interest, osserva che l’80% degli investimenti globali in AI si concentra in USA e Cina, un segnale d’allarme per la sovranità tecnologica di altri Paesi. Cita proposte come l’Eurostack per sviluppare un’infrastruttura digitale europea come bene comune. Come Varoufakis, sostiene la necessità di dare ai cittadini nuovi diritti sui dati, ad esempio attraverso data trust pubblici. Ma evidenzia anche una disuguaglianza cognitiva. Lo Stato rischia di restare privo delle competenze per governare l’AI, se i migliori esperti confluiscono nelle Big Tech. Da qui l’urgenza di investire in formazione pubblica, limitare l’outsourcing e vincolare i beneficiari di fondi pubblici alla condivisione delle competenze acquisite.
Entrambi criticano la concentrazione di ricchezza e potere informativo nelle mani di pochi. Convergono sull’idea di restituire ai cittadini il controllo dei dati e sulla necessità di politiche redistributive (tasse, antitrust, regole di accesso). Varoufakis propone un confronto diretto con le Big Tech, con misure di rottura e una visione fortemente politica del problema. Mazzucato, pur critica, adotta un approccio più cooperativo, cercando di includere anche il settore privato in un nuovo patto per il bene comune. Entrambi, però, concordano su un punto, senza un cambio di paradigma, l’AI rischia di amplificare disuguaglianze e tensioni sociali, anziché ridurle.
5. Un futuro post-capitalista o riformista
L’AI ci obbliga a ripensare il sistema economico, dobbiamo superare il capitalismo, o riformarlo? Come sarebbe, in concreto, un futuro dove l’AI lavora per tutti?
Yanis Varoufakis immagina due scenari contrapposti, da un lato, un tecno-feudalesimo compiuto, in cui oligarchi digitali controllano mercati e coscienze; dall’altro, un futuro post-capitalista, una “Star Trek economy” dove l’abbondanza tecnologica è condivisa e l’AI è gestita collettivamente. In Another Now, descrive istituzioni e imprese radicalmente ripensate, aziende possedute dai lavoratori, un sistema finanziario pubblico e piattaforme cooperative. Evita il termine “socialismo”, ma la sua visione prevede il superamento della proprietà privata concentrata e una democrazia economica globale. Per Varoufakis, il capitalismo è già in crisi, il potere è passato dalla finanza alla tecnologia, restare fermi equivale a scegliere l’opzione distopica.
Mariana Mazzucato, pur critica verso il “capitalismo delle piattaforme”, non ne auspica il superamento ma la rigenerazione. In Mission Economy propone un “capitalismo mission-driven”, dove Stato, mercato e società civile cooperano in un nuovo patto sociale. L’AI, in questa prospettiva, deve essere orientata verso obiettivi pubblici - dalla sanità all’istruzione - attraverso investimenti pubblici, condizionalità per le imprese e infrastrutture digitali comuni. Più che abolire il capitalismo, Mazzucato vuole ridefinirne incentivi e finalità, recuperando lo spirito del dopoguerra in chiave digitale.
Varoufakis immagina un sistema nuovo mentre Mazzucato punta a riformare quello esistente. Entrambi respingono il neoliberismo, promuovono azione collettiva e attribuiscono un ruolo centrale al potere pubblico. In fondo, le loro visioni possono essere lette come due estremi di un continuum. Riformismo radicale e trasformazione graduale condividono un’idea centrale, il futuro dell’AI dipenderà non dalla tecnologia, ma dalle scelte politiche.
Conclusioni
Dal confronto tra Yanis Varoufakis e Mariana Mazzucato emergono delle differenze di strategia e tono. Varoufakis punta a un cambio di paradigma, l’economia come res publica. Mazzucato a un cambio di regole, il mercato come mezzo, non fine. Lui diffida delle élite e mobilita il basso; lei dialoga con le istituzioni per guidare il cambiamento. Lui parla di rottura, lei di riforma.
Eppure, entrambi rifiutano lo status quo, chiedono politiche pubbliche forti e mettono al centro il concetto di valore oltre il profitto. Varoufakis denuncia le rendite del cloud, Mazzucato distingue tra chi crea e chi prende valore, ma entrambi vedono l’AI come strumento da orientare secondo principi di equità e utilità sociale.
In questo senso, le loro visioni possono essere complementari, la radicalità di Varoufakis stimola l’ambizione, mentre il pragmatismo di Mazzucato offre percorsi concreti. Il futuro dell’AI e della democrazia sarà il frutto di scelte collettive. L’AI va governata. Come farlo è la vera posta in gioco.
Breve bio degli autori
Yanis Varoufakis (1961) - Economista e politico greco, già ministro delle Finanze nel 2015 durante la crisi del debito greco. Co-fondatore di DiEM25 (Democracy in Europe Movement 2025), movimento paneuropeo per la democratizzazione delle istituzioni UE. Noto come critico dell’austerità e del neoliberismo, ha elaborato il concetto di “tecno-feudalesimo” per descrivere l’economia dominata dalle Big Tech. Tra i suoi libri più famosi: Adults in the Room (2017) sulla trattativa con l’UE, il romanzo socio-economico Another Now (2020) e Technofeudalism: What Killed Capitalism (2023).
Mariana Mazzucato (1968) - Economista italo-americana, docente di Economics of Innovation and Public Value presso lo University College London, dove dirige l’Institute for Innovation and Public Purpose (IIPP). Consigliera di governi e organizzazioni internazionali su temi di politica dell’innovazione, ha sviluppato il concetto di “Stato imprenditore” e promuove politiche di mission-oriented innovation. Inserita da riviste come The New Republic tra i pensatori più influenti sull’innovazione, è autrice di numerosi saggi tra cui: The Entrepreneurial State (2013), The Value of Everything (2018), Mission Economy (2021) e The Big Con (2023).
POV nasce dall’idea di mettere a confronto due autori viventi, provenienti da ambiti diversi - filosofia, tecnologia, arte, politica - che esprimono posizioni divergenti o complementari su un tema specifico legato all’intelligenza artificiale.
Si tratta di autori che ho letto e approfondito, di cui ho caricato i testi in PDF su NotebookLM. A partire da queste fonti ho costruito una scaletta di argomenti e, con l’ausilio di GPT, ho sviluppato un confronto articolato in forma di articolo.
L’obiettivo non è giungere a una sintesi, ma realizzare una messa a fuoco tematica, far emergere i nodi conflittuali, perché è proprio nella differenza delle visioni che nascono nuove domande e strumenti utili a orientare la nostra ricerca di senso.