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Ogni volta che pubblichi "Fatto in 5 minuti con l'AI, da qualche parte un creativo muore. Quella insopportabile e dilettantesca narrazione del "tutto veloce, tutto facile" che va tanto di moda sui social? È un autogol clamoroso e sta addestrando il mercato a non riconoscere il valore del lavoro. Ho scritto tutto quello che penso su questa storia nel mio ultimo articolo qui sotto.


Ovvero: perché celebrare la velocità nell'arte è come vantarsi di aver cucinato un risotto in tre minuti.

C'è un fenomeno che sta inquinando i social dei creativi e dei sedicenti tali con la costanza di una goccia cinese: post e articoli che celebrano quanto poco tempo sia servito per creare "questo splendido video con l'AI". Cinque minuti, tre prompt, un caffè.

Come se la velocità fosse diventata l'unità di misura del valore creativo.

E qui casca l'asino. Anzi, cascano tutti gli asini insieme.

La pretesa di definire intelligente l'intelligenza artificiale non depone e favore della nostra intelligenza (SN)

Come funziona davvero: la mistificazione del prompt magico

Iniziamo dal presupposto più disonesto: l'idea che esista il prompt perfetto, quello che fa tutto al primo colpo.

Chi lavora davvero con strumenti di AI generativa sa che dietro quel "prompt perfetto" ci sono cinquanta, sessanta, a volte cento tentativi. Iterazioni, raffinamenti, aggiustamenti di peso dei parametri, sperimentazioni con stili diversi.

Ma questo, ovviamente, non fa click. "Ho impiegato tre giorni di sperimentazione sistematica per ottenere questo risultato" non ha lo stesso appeal di "Boom! Fatto in cinque minuti!".

È come se un cuoco stellato pubblicasse una foto del suo piatto migliore scrivendo "Fatto in venti minuti!" senza menzionare i vent'anni di formazione, le migliaia di piatti sbagliati, e quella specifica ricetta che ha perfezionato in due anni di prove.

Quando la velocità diventa un autogol economico

Ma qui arriva il bello. Questi stessi creativi che si vantano della velocità sono gli stessi che poi si lamentano quando i clienti dicono: "Ma se ci metti cinque minuti, perché mi chiedi 500 euro?".

È un autogol di proporzioni epiche. Stanno letteralmente addestrando il mercato a non riconoscere il valore del loro lavoro.

Ogni post che celebra la velocità è un mattone nella costruzione del loro stesso cimitero professionale.

Il cliente medio non distingue tra il tempo di esecuzione tecnica e il valore della competenza. Se tu gli dici che fai tutto in cinque minuti, lui sente "cinque minuti di lavoro". E cinque minuti di lavoro, nella sua testa, valgono quello che vale il suo tempo: poco.

La cultura che non si vede (ma che vale tutto)

Perché quando un professionista scrive un prompt non sta semplicemente dando comandi a una macchina. Sta iniettando decenni di cultura visiva, teoria del colore, composizione, storytelling, conoscenza degli stili artistici, comprensione del brief del cliente.

Quel prompt apparentemente semplice è il distillato di:

  • Anni di studio della storia dell'arte
  • Migliaia di ore di osservazione critica
  • Esperienza diretta con tecniche tradizionali
  • Capacità di decodificare le esigenze nascoste di un brief
  • Conoscenza intima degli strumenti e delle loro limitazioni

Quando scrivo "figura femminile in stile Art Nouveau con influenze Pre-Raffaellite, composizione asimmetrica, palette cromatica ispirata a Alphonse Mucha ma con saturazione ridotta del 20%", non sto digitando parole a caso.

Sto traducendo in linguaggio macchina una visione che si è formata in vent'anni di lavoro.

Oltre il mito del "democratico e accessibile"

"Ma così l'arte diventa democratica!" gridano i difensori del clickbait creativo. Come se la democratizzazione consistesse nel convincere tutti che fare arte sia facile come ordinare una pizza.

L'arte è sempre stata democratica nell'accesso (chiunque può prendere un pennello), ma è sempre stata aristocratica nella maestria.

E questo non è elitarismo: è semplicemente la differenza tra chi sa cosa fa e chi preme bottoni sperando che esca qualcosa di carino.

Gli strumenti AI sono potentissimi, rivoluzionari, e sì, abbassano alcune barriere tecniche. Ma trasformare questo in "ora tutti possono fare tutto" è la stessa logica di chi pensa che avere Photoshop ti renda automaticamente fotografo.

Come dovremmo raccontare l'AI creativa

Cosa dovremmo raccontare invece? La verità: che l'AI è uno strumento incredibile che amplifica le competenze di chi le ha, non le sostituisce. Che dietro ogni risultato "magico" c'è una metodologia, una strategia, una visione formata nel tempo.

Dovremmo celebrare la complessità, non nasconderla. Spiegare i processi, non mistificarli. Mostrare le iterazioni, non solo il risultato finale.

Educare il pubblico al valore della competenza, non alimentare l'illusione che tutto sia facile.

L'Alleanza dei competenti

C'è una battaglia culturale in corso, e i veri professionisti - che usino AI o meno - sono dalla stessa parte. Dall'altra parte ci sono i venditori di fumo che trasformano ogni novità in un corso da 997 euro e ogni strumento in una "rivoluzione che cambierà tutto".

La posta in gioco non è solo economica. È il significato stesso della professionalità creativa in un'epoca in cui la tecnologia evolve più velocemente della nostra capacità di metabolizzarla.

Chi ha davvero competenze sa che l'AI non è una scorciatoia: è un moltiplicatore. Moltiplica il talento di chi ce l'ha e la confusione di chi non ce l'ha. E questo dovremmo spiegarlo, invece di alimentare narrazioni che ci danneggiano tutti.

Dove porta davvero la rivoluzione AI

La vera rivoluzione non è fare tutto velocemente. È fare tutto meglio, con maggiore controllo, con possibilità espressive che prima erano impensabili.

È poter sperimentare senza limiti di budget, esplorare stili impossibili, concretizzare visioni che restavano nel cassetto.

Ma tutto questo richiede competenza, studio, metodo. Richiede di sporcarsi le mani, fallire, riprovare, affinare. Richiede, insomma, esattamente quello che ha sempre richiesto fare arte sul serio.

La prossima volta che vedete un post "Fatto in 5 minuti con l'AI!", ricordatevi che state guardando l'equivalente di un prestigiatore che si vanta di aver fatto sparire il coniglio senza farvi vedere i vent'anni di prove dietro le quinte.

E forse, invece di applaudire la velocità, dovremmo iniziare a chiedere: "Sì, ma quanto ci hai messo a imparare a farlo bene?"


Perché nel mondo dell'arte - digitale, analogica o aliena che sia - il tempo che conta non è quello del clic finale, ma quello di tutto ciò che viene prima.

Pubblicato il 29 agosto 2025

Davide Cardea

Davide Cardea / Creativo, docente e imprenditore, esperto in AI, comunicazione integrata e generative art. Fondatore di Meraki srls.

davide.cardea@gmail.com