Il fatto è che la realtà intorno a noi non è più realtà. Bensì un’intrusione cognitiva di altro tipo dominata dalla tecnologia che ha mandato in tilt la realtà e i recettori con cui ci rapportavamo a lei. La realtà poteva essere bella o brutta ma in qualche modo si poteva ogni volta trovare il modo di ribilanciarla secondo i nostri desiderata perché avevamo i mezzi per capirla e le papille gustative per valutarne il gusto. Quella di ora non è realtà ma un salto di specie.
Si dirà che basterebbe resettare i recettori oppure adattarli al cambiamento in atto. Io credo piuttosto che questa cosa non sia possibile poiché ciò che abbiamo davanti non è più misurabile con i vecchi criteri. Anche adattandoli, non riconoscerebbero più la realtà. Lo dico con cognizione di causa perché purtroppo anche io sono costretto a viverla questa età post-umana. Altrimenti, oltre ad essere insoddisfatto sarei anche escluso.
È noto poi che ogni rivoluzione che aspiri ad avere successo debba nascere dal ventre di ciò che si vuole cambiare, come desidero. Per questo so di cosa parlo. Per averlo studiato e mio malgrado vissuto. Mi sembra peraltro di osservare tanti insoddisfatti in giro e tanta gente arrabbiata, pronta a scattare, senza che sappiano dare un nome a quel sentimento. Segno forse che questa età non è poi una terra promessa.
Vedere la stragrande maggioranza degli individui distratti da ciò che li circonda è tanto straziante quanto pericoloso. Come erano belli i tempi dei bambini appiccicati ai finestrini delle macchine o degli autobus, al punto da imprimersi sulla faccia i loro codici identificativi, incantati a guardare il mondo fuori come fosse un cartone animato le cui nuvolette erano scritte dalle loro bocche strusciate sul vetro! Nuvolette apparentemente mute ma che in verità parlavano di ciò che si muoveva dentro di loro nel vedere lo scorrimento naturale delle cose. Non come oggi dove il vetro è diventato minuscolo e ha assorbito completamente lo sguardo di ognuno.
Molti sono ormai convinti che tutto succede dietro quello specchio. Stavolta muti per davvero perché non sanno più parlare, comunicare, raccontare. Solo chattare frasi di senso incompiuto, come il loro destino. Frasi sempre più brevi e semplificate dentro acronimi dialoghi artificiali. Un viaggio a ritroso verso suoni gutturali pre-verbali. Risucchiati da quel mulinello, si sono venduti l’anima ad un falso benefattore che promette sensazioni effimere ma immediatamente spendibili. Individui che preferiscono strisciare il cuore nel pos della fugacità piuttosto che nel posto delle fragole. Il Google ergo sum ha rimpiazzato il cogito ergo sum, condannandosi di fatto ad una paralisi encefalica. I rapporti fra le persone sono gestiti da meccanici algoritmi invece che da ritmi vitali a riflettere il pneuma originario.
Quando parlo con gli altri ho l’impressione di avere a che fare con persone che parlano una lingua straniera. E dire che di lingue straniere ne conosco diverse! La fatica di comunicare anche le cose più elementari mi sfianca perché è evidente che si è prodotta una rottura a causa della quale gli esseri non sanno più comunicare. È come se per via di un cervello continuamente stimolato dagli input derivati da una sovraesposizione eccessiva alla rappresentazione mediatica, il linguaggio sia diventato un sismografo dove le parole saltano, in preda ad uno sciame lessicale. Non c’è da sorprendersi allora se aumentano i disturbi linguistici e la scuola è ormai diventata una clinica che raccoglie ad inizio anno i bollettini medici del sempre più alto numero di studenti con patologie più o meno reali. Così che invece di concentrarsi sull’educazione, si è costretti a reinventarsi infermieri.
Si è passati dall’ospitalità all’ ospedalizzazione e come spesso è accaduto nella storia di questa umanità, invece che andare a trovare le cause e risolverle, ci si accontenta di trovare dei rimedi e delle pseudo soluzioni che non eliminano mai le ignorate cause: ne aumentano solo il disagio.
Si pensa che cancellando il problema si cancelli anche la causa. Infatti è tutto una cancellazione di questi tempi, senza capire che il nascondere, l’evitare, l’edulcorare e l’insabbiare non servono. Come richiede il nostro essere umani, per cambiare e anche riparare bisogna attraversare ad occhi aperti il male che c’è alla fonte di tante problematiche e tante ingiustizie. Al contrario, si predica e si pratica l’idea che basti indossare uno scudo iperprotettivo oppure sia sufficiente munirsi di anticorpi sintetici e voilà che si evita il necessario confronto con la sofferenza. Ciò non fa altro che creare un delirio di narcisistica onnipotenza con cui è impossibile interagire. Meglio scegliere il silenzio.
Come faccio a riconoscermi in questo mondo se sono ormai più di dieci anni che nella città in cui vivo campeggia un’insegna per indirizzare verso uno dei tanti obbrobri della vita contemporanea ovvero un cartello che recita centro commerciale? Possibile solo io me ne sia accorto? Possibile che dopo tanti anni non sia stato aggiustato? Il punto è che i refusi sono in costante aumento, tutto è un refuso, compreso il proprio posto in società. Vittime inconsapevoli dell’auto correzione, numerosi sono coloro i quali scrivono autobiografie sgrammaticate. Senza capire che in ogni caso l’auto correzione non funziona e non funzionerà mai per i sentimenti. Lì bisogna proprio metterci del proprio.
Distrazione ho detto; ovvero distacco della retina mentale che ci collegava alla realtà. Molti bigiano o sono perennemente assenti durante la classe di consapevolezza, rinunciando alla coscienza per viaggiare più leggeri ma più a rischio di schiantarsi. Tanti purtroppo lo fanno letteralmente perché, talmente presi dal loro gingillino masturbatorio, non si rendono conto di ciò che si muove intorno.
Senza più guardarsi negli occhi né quasi toccarsi, consumano in fretta amori e amicizie, acquistati persino già scontati e frequentemente trovati on line. Relazioni costruite e portate avanti a colpi di messaggistica istantanea. Le applicazioni hanno preso il posto degli appuntamenti rubandoci il sano tempo necessario per arrossire, eccitarci e commuoverci. Le app ci prelevano la bellezza di scrutare l’altro, di studiarne i contorni e le sfumature, di impararne i profumi. L’innamoramento o un’amicizia hanno senso solo se si passa tempo ad annusarsi e respirarsi. Non basta incontrarsi una volta, capire che c’è una simpatia e poi condurre la relazione in modalità virtuale. Scambiarsi parole a voce ha la potenza di essere bagnati da un’onda carica di sensualità. Non farlo è come vedere l’onda sbattere contro l’oblò del nostro sottomarino senza valutarne la portata.
Forse per una falsa illusione di proteggersi, molti saltano il dolore a piè pari, convinti di farla franca ma realmente entrando in una nube tossica portatrice sana di morte lenta e sicura, cerebrale e emotiva insieme. Esseri che a breve arriveranno a chiedere a Siri di dire ti amo alla persona che credono di amare e che magari stanno tenendo tra le braccia in quel momento. Perché questa nuova dimensione rende pure pigri e io non ho mai sopportato il lassismo. Preferisco di gran lunga la vulnerabilità umana per un tramonto tangibile che non è andato a buon fine a causa di un improvviso annuvolamento, atmosferico o interiore, invece di quella post-umana derivata dal down della rete che non permette di terminare l’immersione fittizia in una stanza virtuale.
Si è compiuto il delitto perfetto come diceva Jean Baudrillard, anche se lui parlava solo della televisione. Cosa direbbe di quello che succede oggi! La società dello spettacolo di Guy Debord è ormai quella dominante. Come si fa a fare parte di una società dove la maggioranza delle persone non desidera vivere quello che sono ma quello che altri, famosi e pseudo-fighi, sono? Il desiderio mimetico è vecchio come il cucco e per certi versi è il motore di tutto, ma esso non ha mai eliminato l’identità individuale; oggi però l’imitazione, spinta fino all immedesimazione, crea solamente dei pagliacci clonati privi di una propria unicità e incapaci di esprimere un pensiero o un’idea che sia veramente loro.
Tempo fa il numero degli influenzati era minore ed era stagionale perché si manifestava esclusivamente durante l’inverno e poi, dopo il picco, si ritornava alla normalità. Al giorno d’oggi gli influenzati sono numerosissimi e lo sono per tutto l’anno. Vivere assediato da continue rappresentazioni con cui gli altri recitano a memoria trame omologate dall’autoreferenzialità di pseudo sacerdoti, non è per me vivere. È un patire inarrestabile e penoso nel vedere l’umanità regredire ad uno stato autistico con cui si stordisce senza sentirne gli effetti.
Non sopporto la visione di una gestualità identica per tutti e dettata dagli automatismi delle protesi digitali attraverso le quali l’umanità si chiude a riccio ciascuno nella propria non escape room. Gente che mi passa accanto senza riconoscere la mia presenza o che mi sbatte contro perché legata mani e piedi al cappio di uno smartphone. Perché non ci si è resi conto che lo smart di quel telefono ha annichilito il nostro essere smart ovvero che l’intelligenza artificiale ha reso artificiale la nostra di intelligenza? L’umanità ha firmato un assegno in bianco a favore di uno sconosciuto demiurgo che si è sfregato le mani difronte alla più semplice circonvenzione di incapace della storia. Gli abbiamo consegnato tutto, compresi i beni più preziosi che ci rendevamo umani, tra i quali l’empatia, la ragione, la curiosità.
Invece di richiudere il vaso di Pandora, lo abbiamo svuotato totalmente. Abbiamo trasformato le nostre preghiere in like e sacrificato la nostra libertà a favore di una invadente prevedibilità, creandoci un falso senso di sicurezza.
Non so più come parlare con queste marionette sbadate. Senz’altro è colpa mia che sono troppo esigente e sento così tanto la vita che mi accartoccio su me stesso alla minima afflizione. Quando la principale preoccupazione di molti è filmare o fotografare la quotidianità prima ancora di averla assorbita e praticata, o di intervenire per modificarla, significa che si è perso il filo che ci teneva insieme ad essa. Mi guardo attorno e noto vasi isolanti, connessi ma profondamente soli. Non è più vero che nessun individuo è un’isola.
Meglio viverla la vita, piuttosto che recitarla secondo un copione scritto da altri. Incontrandola nell’interazione diretta con gli altri. Un tempo ci si guardava, ci si toccava, ci si cercava. Ci si guardava dentro e non fuori. Anche quando era maledettamente buio. Senza tornare indietro, senza rinunciare, perché è quello l’unico modo di viaggiare. Ci si auscultavano a vicenda i sentimenti. Perché ancora non erano arrivati i maledetti telefonini a creare barriere, filtri e a chiedere il permesso di parlarsi tramite una chat. Intorno a un tavolo ci si consumava di sguardi e di parole senza stare, come deficienti ipnotizzati, con la testa bassa dentro il proprio rettangolo digitale, ignorandosi. I visi degli altri si disegnavano con le mani piuttosto che scattarli, senza veramente osservarli.
Si era diretti, si amavano corpi reali, anche imperfetti, e non corpi avatar ritoccati dalle proprie auto generate ansietà. Ci si caricava per appagarsi, piuttosto che scaricare app. Non c’erano selfie ma solo tanti sé pronti a riempirsi i polmoni di desiderio concreto. Si era veramente a contatto gli uni con gli altri e non per finta, come paradossalmente avviene nell’era della connessione dove impera un daltonismo emotivo spiazzante. C’erano sani spazi di conflitto dove sfogarsi se necessario. Si era più Eco che Narciso. C’era la consapevolezza che vivere non significa affrancarsi da qualcosa ma piuttosto affiancarsi a qualcosa, possibilmente a sé stessi e agli altri, sapendo anche porgere la borraccia del ristoro quando le forze cominciano a mancare. Piuttosto che punirsi senza motivo. Era nettamente chiaro che impollinarsi con qualche forma di relazione fosse molto meglio che impallinarsi a vicenda e spesso con violenza sui cosiddetti social. Nelle feste notturne che duravano fino all’alba, non ci si buttava via fino al completo stordimento e oblio ma si cercava di portare a compimento le speranze e le attese del giorno precedente. Un’idea, un bacio, una storia da ricordare e coltivare affinché diventasse parte di sé stessi. Esistere non era un’iniezione letale con cui perdere i sensi ma un élan vital da centellinare per far vincere i sensi in cerca di emozioni.