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Dire che la pace è l'opposto della guerra è veramente troppo poco.
E' troppo facile chiedere agli altri la pace, o cercare la pace come qualcosa che viene a noi da lontano, dal di fuori. In cuor nostra sappiamo che se non c'è pace in noi, non può esserci pace nel mondo. La via sta nel trasformare l'ansia in impegno. L'agire dell'essere umano impegnato nel lavoro è pro-mettere: 'mandare in avanti'. Verso la pace.
La pace che in diverse lingue nominano la pace ci parlano di calma, quiete; di vita quotidiana e di mondi; di patti.
Sappiamo in cuor nostro che la pace non è mai definitivamente raggiunta, garantita. E' sempre in fieri. Non è un dato, ma uno stato nascente.
Il verbo 'cercare' ci indica un percorso. Cercare è 'girare intorno'. Se dunque la pace è un processo, un cammino, un viaggio, è un viaggio come eterno ritorno verso un luogo vissuto o sognato, dove si possa vivere tranquilli. E' un cerchio che riesce a trasformarsi in spirale.

Dire che la pace è l'opposto della guerra è veramente troppo poco.

Come suggerisce il tedesco Frieden la pace non è solo 'risoluzione di un conflitto'. E' 'stato di calma', 'quiete', 'armonia', e più anticamente anche 'area protetta, recintata'. Lo slavo mir apre ancor più l'orizzonte di senso: la parola ci parla di 'pace', ma anche di 'comunità', 'mondo', 'universo'.

Se guardiamo invece al latino, possiamo osservare lo sviluppo dell'arcaico verbo latino pacere, da cui il sostantivo pax. Derivano dalla radice pak, che ci parla dell’‘atto del pattuire’. L'idea di pace e l'idea di patto sono dunque strettamente connesse.

La radice pak è contigua alla radice pag, ‘piantare’. C’è quindi l’originaria idea di ‘fissare’: ciò che è stabilmente fissato, ben piantato, solido, compatto, resiste come accordo. Ma basta ricordare il verbo latino pangere, discendente dalla radice pag, per allargare lo sguardo: al di là del 'conficcare' e del 'piantare', pangere ci parla di 'fissare confini', 'intraprendere', 'comporre canti', 'celebrare', 'promettere in sposa'.

Così intesa, la pace ci parla di un atteggiamento, un modo di essere, ed allo stesso tempo un luogo, un ambiente. Il concetto di pace ci appare insomma come una lente, un'ottica che ci permette di osservare gli atteggiamenti umani, ed i mondi edificati ed abitati da noi umani.

La pace è un tentativo, una approssimazione. Ogni patto è provvisorio. Ogni palo piantato non è mai piantato per sempre: esige la nostra cura. La pace è un viaggio. Un viaggio come eterno ritorno verso un luogo vissuto o sognato, dove si possa vivere tranquilli. E' un cerchio che riesce a trasformarsi in spirale.

La pace come etica incarnata

Eppure dobbiamo ricordare che è troppo facile chiedere agli altri la pace, o cercare la pace come qualcosa che viene a noi da lontano, dal di fuori. In cuor nostra sappiamo che se non c'è pace in noi, non può esserci pace nel mondo.

Innanzitutto c’è il . L’individuo, diverso da ogni altro, ‘identico’ solo a stesso. L’essere irripetibile, con il suo punto di vista inimitabile.
In origine sta la radice indoeuropea s(w)e, ‘se stesso’. Da qui il sanscrito svah, il greco ídios, e in latino se e suus.

Ritroviamo in ogni cultura questa idea del sé, fonte di identità e di conoscenza distintiva. Il non è l'ego, l'io. Il è in origine la terza persona. Il è l’essere che tende alla propria piena manifestazione, al superamento del limite, anche del confine tra vita e morte. Da un'armonica unione dei sé individuali nasce il sé collettivo: la società, come comunità di esseri umani; la natura, come sistema vivente. Dalla consapevolezza di sé dell'individuo, si passa al sé collettivo, sociale.
 Dalla radice s(w)e discende in greco anche hos è ‘egli’, ‘ciò’, 'sé'. Ne discendono ethnos e êthos. Ethnos: identità collettiva di un popolo; êthos: ciò che proprio di una persona o di un gruppo sociale. 

Cicerone traduce idios con proprietas, parola che ben prima di significare 'diritto esclusivo' sta per 'caratteristica distintiva'. E per tradurre ethikós sceglie un derivato di mos, plurale mores, espressione che sta per consuetudine, abitudine. Di qui la parola morale.
‘Etica’ e ‘morale’ sono perciò termini strettamente connessi. E al di là di cavillose e sottili distinzioni concepite dai filosofi, indicano una cosa semplice e precisa: il sistema di concetti, giudizi, norme, valori a cui fa riferimento, nella sua condotta, ogni singolo uomo.
Ogni persona ha una sua etica. Ma l’etica, in fondo, è ineffabile, che alla lettera vuol dire: ‘non esprimibile in parole’. L'etica può essere magari anche riassunta in principi, in valori. Ma resta ineludibile il fatto che l’etica esiste solo se la si pratica. Se se ne parla astratto, in modo distaccato dalla nostra personale e quotidiana vita, è perché non riusciamo a praticarla. 

Perciò possiamo parlare di etica incarnata. Consiste in fondo nel vivere in carne propria, sulla propria pelle e allo stesso tempo nel proprio animo, la fatica di essere sé stessi - evitando di adattarci comodamente a ciò che altre persone decidono per noi. 

Nella vita pubblica così come nella vita privata. Nella quotidianità così come nel lavoro. Questo è un cammino verso la pace che impegna ognuno di noi.

La pace come responsabilità

Agire è sporgersi oltre le zone protette, sicure. L'esperienza ci dice che ciò che è più importante nel nostro agire, si svolge ai margini, fuori dal terreno comodo delle evidenti ed esplicite aspettative di ruolo.

Siamo, in realtà, sbalzati fuori. Il luogo e il tempo nel quale ci troviamo ad agire ci è sconosciuto per molti aspetti. Percepiamo il pericolo, il rischio.

Certo, ci è sempre concesso tornare indietro, rinunciare, rintanarci in ufficio, in casa, in luoghi protetti, in zone di conforto. Possiamo limitarci a cercare conferme di ciò che già sappiamo e a fare ciò che abbiamo già fatto. Possiamo continuare a muoverci in modo ripetitivo, nell'ambito del consueto.

Ma cercare la pace significa proprio muoversi in zone di confine, incerte ignote.

Significa quindi: accettare di sentirsi in ansia. Allarmati. Turbati. Sconcertati. Insicuri delle scelte. Solo se proviamo questa ansia siamo veramente presenti, e possiamo quindi cogliere il presentarsi, il dischiudersi del nuovo, l'apparire di una possibile pace.

La via sta nel trasformare l'ansia in impegno. Impegno nei confronti di sé stesso, dei nostri cari, di ogni altra persona, della società, della vita e della natura. Ogni persona al lavoro è chiamata a sentirsi responsabile. Respondere è in latino ‘ricambiare’, ‘rispondere a un impegno’: re-spondere. Responsum: re-: movimento inverso, precisa il senso di sponsum. Ci si sposa con un'altra persona. Ma si dice anche: 'sposare una causa'. Altro connesso senso di spondere è 'promettere'. L'agire dell'essere umano impegnato nel lavoro è pro-mettere: 'mandare in avanti'. Verso la pace.

Cercare la pace

Possiamo infine tornare al concetto di pace suggerito dalle tracce di senso proposte dall'etimologia. La pace come calma, come quiete; la pace come vita quotidiana e come mondo. La pace come patto.

Le parole ci dicono che la pace non è mai definitivamente raggiunta, garantita. E' sempre in fieri, in evoluzione. Non è un dato, ma uno stato nascente.

Le strutture sono continuamente rinnovate dall'agire umano. L'ordine è perenne riordinamento.

La politica è un continuo ‘rimettere in sesto’. Il sesto è il compasso. Il nome deriva dall'esagono, che rappresenta la sempre provvisoria approssimazione alla perfezione del cerchio.

Ecco dunque che ci appare il cercare la pace.

Il verbo cercare, così come il greco kirkos e il latino circus rimandano all'idea del cerchio. Circa vuol dire 'intorno'. Cercare è 'girare intorno'.

Affidabili ricostruzione intendono l'affermarsi del verbo latino circare come osservazione del modo in cui il cane si approssima alla selvaggina: girare intorno; trasformare il girare intorno in movimento a spirale.

Se dunque la pace è un processo, un cammino, un viaggio. Un viaggio come eterno ritorno verso un luogo vissuto o sognato, dove si possa vivere tranquilli. E' un cerchio che riesce a trasformarsi in spirale.

La pace, infatti, è un tentativo, una approssimazione. Ogni patto è provvisorio; o meglio: deve essere riconfermato istante dopo istante. Ben sapendo che il terreno non è mai abbastanza compatto, e che ogni palo piantato non è mai piantato per sempre. Esige il nostro atteggiamento amorevole, la nostra cura.

Pubblicato il 06 marzo 2026

Francesco Varanini

Francesco Varanini / ⛵⛵ Scrittore, consulente, formatore, ricercatore - co-fondatore di STULTIFERA NAVIS

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