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Contenuti salienti trattati all'interno del mio libro intitolato:

«𝗟𝗮 𝗖𝗼𝘀𝗺𝗼𝗴𝗼𝗻𝗶𝗮 𝗼𝗿𝗳𝗶𝗰𝗮: 𝗶𝗹 𝗳𝗶𝗹𝗼 𝗿𝗼𝘀𝘀𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗻𝗲𝗼𝗽𝗹𝗮𝘁𝗼𝗻𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝗴𝗮 𝗣𝗶𝘁𝗮𝗴𝗼𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗽𝘀𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗮𝗿𝗰𝗵𝗲𝘁𝗶𝗽𝗶𝗰𝗮
»


Se vi siete mai chiesti dove e quali fossero le origini antiche del pensiero che riguarda la psicoanalisi moderna, il libro intitolato «La Cosmogonia orfica: il filo rosso che passando per il neoplatonismo collega Pitagora con la psicologia archetipica», è in grado di rispondere a questa domanda.

In particolare, se possiamo affermare che James Hillman, il famoso psicoanalista di matrice junghiana che proseguendo sulla strada già tracciata da Jung, ha mostrato come le storie riguardanti gli dei dell’Olimpo, sarebbero state un modo con cui in forma poetica ed in maniera allegorica con cui gli antichi greci parlavano dell’inconscio individuale, il libro in questione invece, si propone di andare oltre. Lo scopo infatti è quello di mostrare come la religione orfica, che non dimentichiamolo, conviveva parallelamente alla religione degli dei, era un modo per parlare dell’inconscio collettivo e di come gli antichi avevano immaginato che nella notte dei tempi starebbe stata creata la psiche.

Il libro esplora cos'è la cosmogonia orfica e di come all’interno di essa, grazie ai filosofi che a questa religione si sono ispirati, ci limitiamo qui solamente a citare Pitagora, Plotino ed i cosiddetti neoplatonici, vi sarebbero riferimenti al mondo delle emozioni e dei sentimenti. Il tutto all’interno di un modello filosofico/religioso che aveva come fine più alto la “conoscenza di sé”. Quindi non si tratta soltanto di un trattato di storia delle religioni, ma grazie alla rilettura “alla James Hillman” dei testi originali, è stato possibile, come il titolo lascia presagire, scoprire inediti ed inaspettati riferimenti sia al mondo interiore che alla filosofia.

Partendo infatti dall’analisi dei versi che declamano la tradizione cosmologica, si giunge alla constatazione di come essa abbia influenzato i modelli filosofici e psicologici e, intrecciando di volta in volta, storia, filosofia, filologia e mitologia, emergerebbe anche lo stretto legame che per gli antichi greci intercorreva tra religione e psicologia. Ricordiamo per esempio, che il sostantivo “psyche” oltre al significato che ha assunto ai giorni nostri, allora indicava quella che oggi chiameremmo anima, mettendo in luce il collegamento che all’interno di quella cultura vi era tra il mondo dei sentimenti ed emozioni ed il trascendente.

Ma soprattutto e la cosa ci preme sottolineare, come già sostenuto da diversi studiosi, l’orfismo avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella formazione del pensiero dei filosofi presocratici, contribuendo quindi a sua volta, a gettare le basi della filosofia occidentale. Infatti, sebbene dell’orfismo se ne parli poco nelle scuole o nelle accademiche, come rivelato dalla nostra ricerca, esso è stato un movimento di pensiero che tutt’oggi manifesta i suoi echi nel pensiero di filosofi e psicoanalisti.

Nel primo caso pensiamo ai filosofi che hanno subito le influenze del pensiero di Platone e dei successivi neoplatonici come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola ed anche Sant’Agostino e, in tempi più recenti, Leibniz, Kant ed Hegel, mentre nel caso degli psicoanalisti pensiamo a Jung, Hillman ma anche a Shinoda Bolen, per citare solo i nomi più noti.

Non solo, ma tenendo conto che all’interno delle cosiddette argonautiche orfiche, vi sarebbe menzionata la presenza di alcuni personaggi appartenuti al popolo dei Mini, popolo la cui esistenza sarebbe confermata da alcuni ritrovamenti archeologici, la nascita di questa religione può essere retrodatata dal VI sec a.C., ad un’epoca che sarebbe stata antecedente alla guerra di Troia (cosa peraltro sostenuta già da diversi studiosi - V. cap.3 e 4).

Il risultato di questa ricerca in sintesi, é che più che un movimento religioso misterico, come lascerebbero presagire le letture “tautegoriche” dei frammenti orfici, essa abbia costituito un modello teorico che in maniera poetico-allegorica parlava di come sarebbe stata generata la psiche, ma soprattutto descriverebbe quali sarebbero le regole alla base del suo funzionamento.

La cosmogonia orfica, come lascia intendere il nome, è una sorta di “Libro della Genesi”, che raccontava di come sarebbe stato creato l’universo. Ma l’universo di cui essa parla, non è quello fenomenico. Infatti, non è presente alcun accenno alla creazione delle stelle, delle montagne e dei mari fino a giungere all’uomo, ma solo di alcuni spazi metafisici (ve ne sarebbero più di uno generati in sequenza l’uno dopo l’altro) che i neopitagorici chiamavano “diacosmi”. All’interno di questi “universi” sarebbe avvenuta una sorta di l’incubazione prima e la nascita poi, di quello che oggi chiamiamo il “non luogo”, per parafrasare il filosofo Henry Corbin, che ospita i sentimenti e le emozioni.

Dall’analisi, anzi dall’allegoresi dei testi, [Roberto Radice all’interno del libro intitolato “I nomi che parlano - L’allegoria filosofica dalle origini al II secolo d.c.” - Morcelliana 2020, sostiene che per “allegoresi si intende «un’esegesi di miti (o oggetti) considerati sacri o notevoli, idonei ad essere condotta in maniera sistematica ad una interpretazione razionale»”], si evincerebbe che l’orfismo può a ben diritto rientrare nei filoni delle religioni gnostiche e adogmatiche.

Gnostica, perché la conoscenza non veniva annunciata tramite una casta religiosa, ma era compito dell’adepto cercare di comprenderne l’essenza tramite opportune qualità intellettive. Stiamo parlando di quelle che il filosofo del V sec. Proclo definì rispettivamente “noetòs”, “noetòs-noeròs” e “noeròs” (V. Cap. 7 - parte 2ª). Degno di nota quindi, è il fatto che per comprenderne il contenuto e carpirne l’essenza ivi contenuta non era necessario possedere una fede, ma bastava esercitare alcune abilità cognitive già in possesso dal genere umano.

Adogmatica, perché il fatto che le tradizioni analizzate, che ricordiamo divergono sensibilmente l’una dall’altra (V. i capitoli e le tavole grafiche presenti ai capitoli 2,4,5,7 ed 8), lascerebbero intendere che le cosmogonie orfiche rappresentassero una religione monoteista all’interno della quale, non vi erano presenti i concetti di bene o male, né tantomeno prescrizioni morali.

Il tutto avrebbe avuto inizio per mano di un Creatore che alcune tradizioni omettono di menzionare, talune invece, lo sottintendono. Altre invece, ne fanno un accenno indiretto usando l’aggettivo àrretos (V. Cap. 7 - parte 1a), ovvero «sconosciuto», «che non si può dire» e quindi, «ineffabile». Il  Primo Princìpio Assoluto pertanto, sarebbe un’entità impossibile da cogliere da parte del genere umano, in quanto la sua comprensione andrebbe ben al di là ad ogni capacità intellettiva ed immaginativa posseduta dall’individuo.

In estrema sintesi l’ “àrretos”, in si sarebbe limitato a creare un princìpio primo, quello che Plotino chiamerà in seguito l’Uno, il quale, a sua volta, conteneva dentro di sé in nuce quelli che Proclo definì i prôtai arkài, ovvero i princìpi primi o proto archetipi (V. nota 27 cap. 1).

Da qui in poi, mediante una generazione in serie di piani di realtà trascendente, detti appunto cosmi o diacosmi che ricordiamo, posseggono proprietà molto simili alle ipostasi menzionate da Plotino all’interno delle Enneadi, sarebbero stati generati, a seconda della cosmogonia presa in considerazione, uno o due uova cosmiche. In particolare da un certo momento in poi dal secondo uovo cosmico sarebbe nato dapprima il dio Phanes, divinità dalle fattezze del tutto insolite (V. Cap 12) che viene menzionato unicamente all’interno dell’orfismo (per questo motivo è ai più sconosciuto) e successivamente, secondo la nostra interpretazione allegorica, sarebbero comparsi i Titani.

Qui la narrazione orfica si fermerebbe per lasciare spazio alla tradizione che si rinviene nella cosiddetta Teogonia di Esiodo (V. Cap. 2), Omero e negli scrittori classici.

Ma tornando all’uovo o alle uova cosmiche, come approfondito e dimostrato all’interno dei capitoli 8, 9 e 10, esse nulla hanno in comune con l’alimento usato nelle nostre cucine. Semmai esso va inteso come un simbolo, che assumerebbe un significato completamente diverso da quello associato alla generazione della vita o alla rinascita in senso pasquale (V. Cap. 8, 9, 10 e 12).

Ma della religione che era ad appannaggio dell’aristocrazia dell’antica Grecia, dei filosofi e dei cittadini più abbienti, oggi sono giunti fino a noi solo alcuni frammenti o parti contenute all’interno di opere poetiche come la Teogonia di Esiodo, la commedia di Aristofane intitolata “Gli Uccelli” o le succitate orfiche argonautiche. Ma i riferimenti più importanti li abbiamo trovati all’interno di “Aporie e soluzioni sui principi primi” dell’ultimo scolarca dell’Accademia platonica neoplatonica: Damascio.

La ricostruzione, su cosa fossero i prôtai arkài ed il ruolo da essi svolto all’interno di questo modello psicologico e del processo di formazione dei vati tipi di psiche, è stata possibile per mezzo dell rilettura, come direbbe Hillman “in trasparenza”, dei passi rintracciati all’interno di testi dei filosofi neoplatonici come Nicomaco da Gerasa, Diogene Laerzio, Porfirio Giamblico e Proclo, dove il numero che similmente ad oggi, veniva trattato alla stregua di un segno che permetteva di esercitare l’arte del calcolo e che veniva da essi chiamato logistikòs (V. Cap. 7 - parte 3a), svolgeva anche la funzione di simbolo e che, in tale veste, assumeva il nome di arithmòs. Ed è a ciascuno di questi simboli che secondo Pitagora corrispondevano i primi dieci numeri naturali e ad esse venivano fatte corrispondere le proprietà intrinseche (l’oysia) di ciascuno dei  prôtai arkài o princìpi primi (V. Cap. 8 e 9). Questi ultimi in particolare, saranno oggetto di ulteriore e più approfondita analisi all’interno di una ricerca già in fase di preparazione. Dagli studi eseguiti quindi, trasparirebbe l’evidenza che i princìpi primi menzionati all’interno delle cosmogonie, costituirebbero quei “nuclei immaginali” o “unità discrete” che sarebbero a fondamento della psiche e che servirebbero anche a spiegare le diverse modalità con cui esse si manifesterebbero all’interno del proprio piano di manifestazione di elezione, permettendo quindi di comprendere il funzionamento della psiche individuale, così com’è rappresentato dal modello della psicologia archetipica di James Hillman.

Ma il libro, oltre a contenere l’analisi in chiave religioso/mitologico/psicoanalitica dell’orfismo, mette in evidenza anche i temi che avrebbero influenzato più o meno direttamente il pensiero dei filosofi presocratici ed i neoplatonici. Un capitolo intero, il Cap. 7 - parte 2a, è dedicato ad un tema molto caro alla filosofia antica e moderna. Ci riferiamo all’ontologia ed al significato che questo concetto aveva assunto all’interno della visione orfica. 

Pertanto, quella che a prima vista parrebbe soltanto una religione monoteista caratterizzata da concetti espressi in forma enigmatica, in realtà potremmo dire che essa sia stata la precorritrice del lavoro e dei concetti che in tempi recenti sono stati sviluppati da Sigmund Freud e da Carl Jung.

Per quanto riguarda il primo, ci riferiamo al fatto che i princìpi primi appaiono comportarsi in maniera simile a quelli che su un altro piano della manifestazione lo psicoanalista viennese chiamava le pulsioni. Per quanto riguarda Jung invece, la cosmogonia orfica ci permette di scoprire che la teoria platonica delle idee troverebbe un precursore all’interno del modello cosmogonico qui analizzato, sia perché quello che Platone chiamava l’iperuranio coinciderebbe con uno dei diacosmi rappresentati dalla religione promulgata da Orfeo, sia perché i princìpi primi costituirebbero gli “ingredienti” di cui sono costituiti gli archetipi. Inoltre, mediante l’attenta lettura dei testi antichi, dall'analisi del linguaggio, dallo studio dei simboli e dell’analisi filologica dei testi, è possibile fornire un significato diverso dal solito a termini molto cari alla filosofia del mondo ellenico come "psyche", "nous", "noéo", "dianoia", "noetòs", "noeròs", "noesis" e “noema” e che, all’interno del contesto da noi preso in considerazione, appaiono sotto un’altra veste.

Concludendo, questo libro contiene la parte iniziale di un lungo lavoro che è stato organizzato in 13 capitoli e sette appendici, queste ultime che permettono di esplorare alcuni argomenti specifici, costituisce solo la prima parte di una ricerca che attende di essere integrata con l'uscita dell’approfondimento sui cosiddetti arithmòs pitagorici e che, come è già accennato in precedenza, è in fase di preparazione.

Questo studio però costituisce solo la punta dell'iceberg di argomenti che abbiamo approfondito in passato e che costituiscono il lavoro che hanno preceduto e reso possibile la preparazione del libro e che speriamo di presentare un po’ per volta ai lettori di Stultifera Navis.


Pubblicato il 03 gennaio 2026

Massimo Biecher

Massimo Biecher / Export manager e cultore della mitologia dell’antica Grecia riletta in chiave psicoarchetipica.