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Come i nuovi sciamani trasformano la nostra paura in odio: La crisi della presenza che il populismo strumentalizza


Nel 1948 Ernesto De Martino pubblica il Mondo Magico. Apparentemente è un’indagine etnologica sulle pratiche magiche di comunità lontane dalla civiltà occidentale. In realtà è la risposta di un intellettuale che ha attraversato il fascismo e la guerra a una domanda urgente nell’Europa di quel momento. Come fanno le civiltà a non perdersi quando il mondo crolla? 

La chiave di tutto è un concetto che De Martino costruisce, trasformandolo, partendo da Martin Heidegger e il suo Dasein: la presenza. Non è un’idea astratta, è la capacità concreta di ogni essere umano di stare nel mondo come soggetto consapevole, di distinguere se stesso dalle cose che lo circondano, di agire invece di essere agito. Nella civiltà occidentale, scrive De Martino, questa presenza è già decisa e garantita: ce l’abbiamo, la diamo per scontata, non dobbiamo guadagnarcela ogni mattina, ma è revocabile. Quando un evento bruto colpisce l’individuo, la morte di una persona cara, una guerra, una crisi economica che spazza via il futuro, quella presenza che sembrava solida comincia a traballare. Il mondo smette di essere familiare. Le cose perdono il loro posto. L’io rischia di dissolversi in ciò che lo circonda, come il “latah” che De Martino descrive nel testo, quel caso clinico di un uomo che, vedendo i rami mossi dal vento, comincia a imitarne il movimento, diventando egli stesso albero che stormisce, perdendo ogni confine tra sé e il mondo esterno.

Le comunità cosiddette primitive avevano capito qualcosa che la civiltà occidentale ha dimenticato: questa perdita della presenza è un rischio reale, strutturale, sempre in agguato, e bisogna costruire dispositivi istituzionali per fronteggiarla.

Le comunità cosiddette primitive avevano capito qualcosa che la civiltà occidentale ha dimenticato: questa perdita della presenza è un rischio reale, strutturale, sempre in agguato, e bisogna costruire dispositivi istituzionali per fronteggiarla. I rituali magici non erano superstizione da correggere con la ragione: erano sistemi sofisticati di protezione della presenza collettiva. Quando la crisi colpiva, il rituale offriva alla comunità un modello già collaudato, un dramma già vissuto nella dimensione del mito e già avviato a soluzione. Il dramma esistenziale di ciascuno non resta isolato, irrelativo, ma si inserisce nella tradizione e si avvale delle esperienze che la tradizione conserva e tramanda. In questo modo la crisi individuale veniva trasformata in un problema collettivo, e il collettivo offriva una via d’uscita.

Qui sta una delle intuizioni più originali del Mondo Magico, quella che De Martino stesso considera il filo di continuità tra il mondo magico e la civiltà occidentale. La scienza non è il contrario della magia: è la magia depurata, affinata, istituzionalizzata. Conserva la stessa funzione fondamentale, ristabilire la presenza quando la crisi la minaccia, ma lo fa con strumenti progressivamente più potenti e più universali. De Martino scrive nelle ultime pagine del libro che senza il mondo magico, senza quella fatica umana elementare di istituire la presenza contro il rischio di perderla, non saremmo mai arrivati alle forme più elaborate di protezione collettiva che la civiltà ha prodotto.Chi vuole capire cosa significhi questo nella vita concreta non deve andare lontano. Basta ricordare la primavera del 2020. Quando i camion militari percorrevano le strade di Bergamo carichi di bare, quando le televisioni trasmettevano in loop le immagini delle terapie intensive, quando nessuno sapeva se il contagio avrebbe toccato casa propria, chiunque ha sperimentato quella sensazione di perdita della presenza di cui parla De Martino: il mondo che perde la sua familiarità, il futuro che smette di essere progettabile, la presenza che comincia a vacillare. La prima risposta collettiva è stata magica nella struttura più elementare del termine: l’andrà tutto bene scritto sui balconi, le candele alle finestre, gli applausi serali ai sanitari. Rituali di riaggregazione, tentativi istintivi di reinserire il dramma individuale in qualcosa di collettivo e condiviso. Poi è arrivata la scienza, con il suo rituale più complesso e più potente: lo studio, la ricerca, i protocolli, i vaccini. E la presenza collettiva si è ristabilita. Non perché la paura fosse scomparsa, ma perché la crisi aveva trovato un istituto culturale capace di darle forma e di offrire una via d’uscita. Questo è esattamente ciò che De Martino descrive come la funzione soterica del rituale magico, e questo è il filo che lega lo sciamano della tundra al ricercatore del laboratorio: non la natura dei loro strumenti, ma la funzione che svolgono per la comunità.

Al centro della struttura magica stava lo sciamano. De Martino lo definisce l’eroe della presenza: colui che ha la capacità di portarsi deliberatamente al limite della propria dissoluzione, di attraversare il caos, di stringere un patto con esso, e di tornare con il potere di guidare gli altri attraverso la stessa crisi. Attraverso il riscatto dello stregone, tutta la comunità si apre al riscatto, può accedere alla salvezza. Lo sciamano è il Cristo magico, scrive De Martino, mediatore per tutta la comunità dell’esserci nel mondo come riscatto dal rischio di non esserci. Non perché abbia poteri soprannaturali, ma perché ha attraversato la crisi prima degli altri e sa come orientarla, come darle forma, come trasformarla da dissoluzione cieca in percorso di rinascita.

Fin qui l’etnologia. Ma De Martino non stava studiando il passato per curiosità accademica. Stava studiando il passato perché vedeva qualcosa di preoccupante nel presente. Nel Mondo Magico c’è un passaggio a cui si deve guardare con attenzione:

Certe forme recentissime di prassi politico-religiosa, certe disposizioni d’animo strane, certi appelli ad esperienze ineffabili, si pensi al Gemüt che stringe in unità sentimentale il suolo e la razza, la razza e il sangue, non si spiegano abbastanza con la storia del secolo decimonono.

Il nazionalsocialismo, per De Martino, non è semplicemente un fenomeno politico. È una regressione al simpatetismo magico primitivo, un ritorno al momento in cui la presenza umana non si era ancora distanziata dal mondo, in cui l’io non aveva ancora tracciato un confine netto tra sé e la natura, tra sé e il gruppo, tra il proprio corpo e la terra su cui cammina. Il sangue e il suolo non sono un’ideologia: sono la struttura psichica del latah, l’uomo che imita i rami, che non riesce più a distinguersi dal mondo esterno e si rifugia nell’unità fusionale con la razza, con il territorio, con il mito delle origini.

Quello che De Martino descrive è questo: l’Europa aveva perso i propri dispositivi culturali di protezione della presenza. La Grande Guerra aveva infranto il senso di continuità storica, la certezza che il futuro fosse progettabile, la fiducia nelle istituzioni che avrebbero dovuto tenere il mondo al suo posto. In quel vuoto, la crisi della presenza era diventata collettiva. E in quel vuoto collettivo era apparso lo sciamano.

Ma non lo sciamano che guarisce. Lo sciamano che strumentalizza.

Questa è la distinzione che il testo di De Martino rende visibile: lo sciamano autentico porta la comunità attraverso la crisi verso un orizzonte di senso più ampio: la crisi individuale viene inserita in una tradizione, trasformata in dramma collettivo, avviata a soluzione attraverso un lavoro culturale reale. Lo pseudo-sciamano del populismo fa esattamente il contrario: intercetta la crisi della presenza, la amplifica, la orienta verso un nemico identificabile, e offre come soluzione non un lavoro culturale ma una regressione identitaria. Non risolve la crisi: la usa. E nel farlo, spinge la comunità non verso una presenza più forte e più consapevole, ma verso quella fusione primitiva di sangue e suolo che De Martino aveva già riconosciuto come la manifestazione più pericolosa della presenza che si dissolve.

Oggi, nel 2026, quella struttura è tornata. I volti sono diversi, i nomi sono diversi, le piattaforme sono diverse. Ma la dinamica è la stessa che De Martino aveva descritto con nelle sue opere. In Germania AfD ha ottenuto vigore dalle classi operaie alle ultime elezioni federali, in Francia il Rassemblement National ha sfiorato la maggioranza parlamentare, in Italia un generale va al Parlamento Europeo con numerosi favori. Tutti questi sono voti dati da persone la cui presenza è in crisi, persone a cui il sistema economico ha tolto il futuro progettabile, la certezza del lavoro, la sensazione che le regole valgano per tutti, il senso che il mondo sia ancora familiare e governabile.

Quella crisi è reale, De Martino avrebbe detto che è una crisi della presenza collettiva prodotta non dall’immigrato, dall’islam o dalla sinistra, ma dal venire meno di quegli istituti culturali, i sindacati, i partiti di massa, le comunità locali, i sistemi di protezione sociale, che facevano da mediatori tra l’individuo e il mondo, che inserivano il dramma esistenziale di ciascuno nella tradizione collettiva e offrivano una via d’uscita. Il neoliberismo ha sistematicamente smontato questi istituti, sostituendoli con la competizione individuale, con la promessa che ognuno è artefice del proprio destino, con l’illusione che il mercato produca ordine e giustizia spontaneamente. Ha lasciato milioni di persone davanti alla propria crisi senza strumenti per comprenderla, senza tradizione in cui inserirla, senza dramma collettivo a cui agganciarla.

Nel vuoto di senso attuale lo pseudo-sciamano populista ha offerto ciò che offre da sempre: un nemico visibile su cui scaricare l’angoscia, un rituale di appartenenza che sostituisce la presenza con la fusione, un’identità di sangue e suolo

In quel vuoto, lo pseudo-sciamano populista ha offerto ciò che offre da sempre: un nemico visibile su cui scaricare l’angoscia, un rituale di appartenenza che sostituisce la presenza con la fusione, un’identità di sangue e suolo che sembra solida perché esclude tutto ciò che potrebbe metterla in dubbio. Non guarisce la crisi della presenza: la trasforma in aggressione verso l’altro. E la storia europea ha già mostrato senza lasciare spazio a interpretazioni ottimistiche, dove porta quella struttura quando non trova resistenza.

La risposta non è il divieto, non è la polizia dei pensieri, è esattamente quello che De Martino indicava come compito dello storico e dell’intellettuale: l’allargamento dell’autocoscienza per rischiarare l’azione. Capire da dove viene la crisi, ricostruire gli istituti culturali che proteggono la presenza collettiva, restituire alle persone gli strumenti per inserire il proprio dramma individuale in un orizzonte di senso condiviso. È un lavoro lento, scomodo, privo della semplicità del nemico identificabile, ma è l’unico che non produce nuovi “latah”, nuovi uomini che imitano il movimento dei rami perché hanno perduto la capacità di distinguere se stessi dal mondo che li circonda.


Bibliografia: 

  • E. De Martino, Il Mondo Magico, Einaudi;

  • E. De Martino, Scritti filosofici, Il Mulino;

Pubblicato il 15 agosto 2026