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Il presente saggio nasce come replica all’articolo di Pietro Cattana «La procreazione come atto eversivo. Filosofia della demografia nel Tecnoevo» (Stultifera Navis, 20 giugno 2026).

Non lo confuta punto per punto: ne assume la diagnosi dove coglie un sintomo reale e ne mostra il rovescio dove scambia la privazione per eccesso.

Il confronto non è polemica, ma il riconoscimento che una diagnosi parzialmente vera merita una lettura più profonda di quella che le ha dato il suo autore.


Della trasmissione e di ciò che si riceve

Per una replica greca al lamento demografico del Tecnoevo 

Vi è un punto in cui ogni diagnosi della crisi si arresta, e quel punto non è la malattia ma il rimedio. Si può descrivere con esattezza il deserto — la casa che si spegne, il giovane che non diventa adulto, la libertà che gira a vuoto attorno a se stessa — e tuttavia mancare interamente la via d’uscita, perché si è scambiato per eccesso ciò che è privazione. Chi guarda lo svuotamento dell’Occidente e vi legge un troppo di libertà ha visto il sintomo e frainteso la causa. Il vuoto non viene dall’aver liberato troppo. Viene dall’aver smesso di consegnare. Una civiltà non muore perché i suoi figli sono liberi: muore perché non ha più nulla da mettere nelle loro mani, o ha dimenticato il gesto con cui lo si mette. Questo saggio non parla della crisi. Parla del gesto.

Lo dico subito, perché il lettore sappia da dove guardo: non cercherò un colpevole. La ricerca del colpevole è essa stessa il sintomo — è la forma che prende il pensiero quando ha perduto la trasmissione e cerca all’esterno ciò che ha smarrito all’interno. Chi imputa la denatalità a un disegno — il «Nuovo Ordine Mondiale», il «globalismo apolide» — fa mitologia nel senso più povero: usa l’armatura del mito, la forza oscura, il nemico cosmico, senza accedere alla sua profondità. Il pensiero greco arcaico, quando nomina la rovina di una stirpe, non la fa venire da fuori. La fa venire da dentro, come ritorno: ciò che una comunità ha seminato torna a lei. Non chiamerò dunque in causa un nemico. Chiederò una cosa più difficile: che cosa significa trasmettere, e perché una civiltà che non sa più farlo produce esattamente il vuoto che altri descrivono e mal comprendono.

Il deserto si vede. La domanda è: che cosa non passa più di mano in mano?

I. Ciò che si riceve e non si apprende

C’è una notizia antica, e viene da Aristotele. Di un’opera giovanile che abbiamo perduto resta, citato secoli dopo da Sinesio, un frammento che dice degli iniziati ai misteri una cosa precisa: che essi non devono apprendere alcunché, ma patire, ed esserne disposti.[1] Οὐ μαθεῖν ἀλλὰ παθεῖν (ou matheîn allà patheîn): non un sapere che si trasferisce da una testa all’altra, ma un’esperienza che trasforma chi l’attraversa. Lo dico col debito riguardo per la natura della fonte — tarda, indiretta, da un libro che non c’è più — e proprio per questo da maneggiare con cura. Ma la cosa che attesta è troppo importante per la nostra questione perché la si lasci cadere. Dice che esiste un genere di passaggio che non è informazione. A Eleusi non si imparava una dottrina. Si pativa qualcosa, e da quel patire si usciva mutati.[2]

Tengo questo frammento come la chiave dell’intero discorso, perché separa con un taglio netto due cose che la modernità ha confuso fino a renderle indistinguibili: l’istruzione e la trasmissione. L’istruzione trasferisce contenuti. Si può misurare, archiviare, riprodurre, consegnare in assenza di chi insegna — un libro, un file, un corso registrato fanno lo stesso lavoro. La trasmissione, no. La trasmissione fa passare una forma del vivere, e una forma del vivere non si deposita su un supporto senza resto[3]: si patisce alla presenza di chi già la possiede.  Per questo Socrate non scriveva — così almeno lo legge Platone, che gliene attribuisce la ragione nel Fedro, col mito di Theuth: non per umiltà e non per posa, ma perché ciò che aveva da consegnare non era depositabile, e affidarlo alla pagina sarebbe stato consegnare il guscio e perdere il seme.[4]  E tuttavia è un testo scritto — il Fedro stesso — a tramandarci quell’ideale della trasmissione non scritta: queste pagine non depositano la forma, addìtano il gesto con cui la si fa passare

La filosofia, qui, non lascia il mito alle sue spalle: lo pensa. Aristotele, che del páthos iniziatico aveva colto la struttura, ne ha dato altrove la traduzione concettuale più limpida che possediamo. Le virtù — cioè le forme stabili del carattere, ciò che un uomo è e non solo ciò che sa — non nascono in noi per natura. Nascono per éthos, per abitudine: diventiamo giusti compiendo atti giusti, temperanti compiendo atti temperanti, sotto la guida di chi già lo è.[5] La ἕξις (héxis), l’abito acquisito, è il corrispettivo aristotelico di ciò che a Eleusi si chiamava il patire: una forma che entra nel corpo per ripetizione guidata, non per spiegazione.   E c’è di più. Perché quella forma passi, occorre che qualcuno la possieda già in atto. È il principio della Metafisica: ciò che è in potenza viene portato all’atto solo da ciò che già è in atto — l’uomo dall’uomo, il sapiente dal sapiente.[6]   Lo estendo, e dichiaro che l’estensione è mia: il maestro è l’atto che porta all’atto la potenza del discepolo. E dichiaro anche la saldatura — faccio dire insieme a due luoghi che Aristotele tiene distinti, l’Etica dell’abito che si forma nel tempo e la Metafisica della priorità dell’atto, perché l’una presti all’altra la sua necessità.  Senza un atto già compiuto a cui attingere, la potenza tende a restare potenza. Questo è il punto in cui si vede una civiltà rompersi: non quando smette di avere figli, ma quando non ha più nessuno già-in-atto da mettere accanto a chi è soltanto in potenza

Due modelli di trasmissione, dunque, e conviene tenerli distinti invece di fonderli, perché il Tecnoevo li ha perduti entrambi e per ragioni diverse. C’è la via lenta, civile, attiva: la παιδεία (paideía), la formazione dell’uomo nel senso che Werner Jaeger ha restituito al nostro vocabolario — anni di pratica sotto guida, l’abito che si forma col tempo, il cittadino che si fa.[7] E c’è la via intensa, sacra, patita: l’iniziazione, dove la forma non si costruisce per gradi ma si riceve in un’esperienza che rovescia. La paideia è il tempo lungo del seme; l’iniziazione è il lampo della soglia. Non sono la stessa cosa, e accostarle è una mia proposta, non un’identità data: le accomuna soltanto — ma è ciò che conta — la struttura del trasformare chi riceve. Il Tecnoevo ha smarrito l’una e l’altra: il tempo lungo della pratica, perché non sa più attendere; e l’intensità dell’esperienza, perché ha sostituito ciò che si patisce con ciò che si consuma.

E qui devo fermarmi su un’obiezione che il mio stesso discorso si tira addosso, perché tacerla sarebbe disonesto. Se dico «prima formati, attraversa il tuo fondo, poi sarai capace dell’altro», sto mettendo la formazione del sé davanti all’incontro. Ma una lunga tradizione — da Buber a Lévinas — insegna l’inverso: che la relazione è prima, che l’altro mi precede e mi costituisce, che non c’è un sé già fatto che poi, da pieno, si volge al mondo. Chi avrebbe ragione? La risposta, credo, viene in parte dal mito stesso. A Eleusi non si entrava da soli. Il patire iniziatico era fin dal principio un patire con e da altri: condotti per mano dal mistagogo, immersi nella folla dei compagni di rito, toccati da mani che avevano già attraversato. L’attraversamento del proprio fondo non precede la relazione: è già, esso stesso, un essere-con. Non ci si inizia in solitudine per poi, induriti, degnarsi dell’altro. Si è iniziati perché altri ci iniziano. La forma che si riceve è l’altro che la dà.

Ma devo essere esatto su quanto questo scioglie. Risponde a Buber: l’Io sorge nel Tu, la relazione è formativa, e l’iniziazione collettiva lo conferma. Non risponde a Lévinas, e dichiaro aperto il resto.[8] Perché la formazione è assimilazione a una forma — il discepolo diventa-come il maestro che già la possiede, ed è relazione del Medesimo; mentre l’Altri lévinasiano è precisamente il non-assimilabile, ciò che precede e costituisce l’io senza lasciarsi ridurre a forma. Mostrare che ogni formazione è da-altri-e-con-altri non equivale a mostrare che l’altro è ontologicamente primo: la prima cosa l’ho mostrata, la seconda la lascio come domanda aperta. Il maestro aristotelico, l’atto che porta all’atto, dice il divenire-come, non l’incontro dell’irriducibile. 

Non si apprende un uomo. Lo si patisce da chi già lo è.

II. Le due soglie in cui il gesto si spezza

Se la trasmissione è questo — un atto che passa di mano, una forma che si patisce alla presenza di chi la possiede — allora la domanda sulla crisi cambia volto. Non «chi ci ha fatto questo?», ma «quando e come abbiamo smesso di poterlo fare?». Indico due soglie. Le indico come soglie, non come cause — consapevole che persino additare una soglia è una forma raddolcita di quella ricerca dell’origine che ho appena congedato, e che solo il registro del senso, non quello della causa, la tiene a freno.

Non sostengo che da esse discenda, per filo diretto, il numero dei nati — quel numero ha molte cause, misurabili, e nessuna mitologia le sostituisce. Sostengo qualcosa di più stretto e per ciò stesso più difendibile: che in queste due soglie si vede mutare la forma stessa del rapporto fra sapere, tempo e generazione. Sono i due luoghi in cui l’uomo occidentale ha cambiato idea su che cosa voglia dire ricevere.

La prima soglia ha un nome e una data: il cogito. Quando Descartes cerca il fondamento e lo trova nel soggetto che pensa se stesso — dubito, dunque penso, dunque sono[9] — compie un gesto magnifico e, per ciò che ci riguarda, esattamente rovesciato rispetto all’iniziazione. Il soggetto cartesiano si dà fondamento da sé. Non riceve la propria certezza da un altro già-in-atto: la estrae da sé medesimo, solo, davanti a un foglio, escludendo metodicamente ogni voce che non sia la propria. È il contrario esatto del páthos eleusino, dove ciò che fonda viene dall’esterno e ti attraversa. Da quel gesto nasce un uomo nuovo e ammirevole — autonomo, critico, padrone del proprio giudizio — ma anche un uomo per principio senza maestro: uno che, dovendo fondarsi da sé, non ha più strutturalmente bisogno di ricevere. E qui l’estensione è mia, come quella aristotelica e quella esiodea: leggo il dispositivo epistemologico del cogito come una condizione esistenziale e pedagogica, l’uomo-senza-maestro, ed è lettura forte, contestabile.[10] Lo stesso Descartes la contraddice: nella terza Meditazione il cogito non si autofonda, ma riceve in sé l’idea dell’infinito che la mente finita non può aver prodotto — un garante che non genera. Tengo nondimeno la soglia, dichiarandola per ciò che è: non una causa storica, ma il luogo dove leggo mutare la figura di chi consegna.  Il prezzo di quella libertà è nascosto e si paga tardi. È la perdita della figura di chi consegna. Quando ogni uomo è il proprio fondamento, nessuno è più il fondamento di un altro.

La seconda soglia non ha un nome di filosofo ma il rumore delle macchine: la rivoluzione industriale. Qui muta il tempo. Il tempo della trasmissione è generazionale, lento, irriducibile — il tempo del seme che non si affretta, il ritmo della paideia che chiede anni e dell’iniziazione che chiede maturità. Il tempo della produzione è un altro: accelerato, ripetibile, indifferente alla maturazione perché ciò che produce è sostituibile. La macchina non matura: ripete. E un mondo organizzato sul tempo della macchina tende a perdere l’organo per percepire il tempo del seme. Fatica ad attendere ciò che non si può accelerare — e la formazione di un uomo non si può accelerare, come non si può accelerare una gestazione senza uccidere ciò che si gesta. La trasmissione, che vive di tempo lungo, in un mondo di tempo breve non trova più dove accadere.

È qui che il lamento contemporaneo trova la sua verità e insieme il suo errore. L’«adolescente permanente» di cui altri si dolgono — il giovane che a trenta, a quaranta, a cinquant’anni è ancora sospeso, libero e informe, «non cambiato di una virgola» — esiste davvero, e l’immagine è esatta. Va però detto che non tutti vi leggono un guasto: una letteratura accreditata descrive quel prolungamento come fase strutturale e adattiva delle società post-industriali, non come deficit, e su questo il consenso è diviso.[11] Lo leggo altrimenti, sul piano del senso, e mi tocca allora un onere che dichiaro: mostrare che questa sospensione differisce dalla querela perenne degli anziani sui giovani informi — che non è il topos del laudator temporis acti, ma il segno di un mutamento reale nella figura di chi consegna.  Ma non è il prodotto di un eccesso di libertà. È il soggetto cartesiano, che deve fondarsi da sé e non ha più chi gli consegni una forma, gettato nel tempo industriale, che non conosce maturazione. Non gli è stato dato troppo. Gli è stata tolta la mano che avrebbe dovuto patire — il maestro, il rito, la soglia. Chi descrive quel giovane come un viziato dalla libertà lo condanna due volte: prima lo si è lasciato senza iniziazione, poi lo si accusa di non essersi iniziato da solo. Ma nessuno si inizia da solo. È il punto preciso del primo movimento: la forma che si riceve è l’altro che la dà, e dove non c’è più chi dà, non c’è colpa del giovane — c’è una catena spezzata a monte di lui.

Non gli hanno dato troppo. Gli hanno tolto chi consegna.

III. L’oikos, la terra e ciò per cui vale la pena

Ora posso tornare alle parole che il lamento demografico adopera, e mostrare — senza confutarle frontalmente, lasciando che il contrasto le rimetta a fuoco — quanto siano insieme vicine e lontane dal vero. Tre parole soprattutto: l’oikos, l’altro, la terra.

L’oikos. Chi piange la «morte dell’economia» e ne ricorda con esattezza l’etimo — oikos più némein, la casa e il suo amministrare — ha ragione sulla parola e sbaglia la cosa. Sbaglia perché legge l’oikos come patrimonio: chi erediterà i nostri beni, chi terrà in piedi la casa quando moriremo. Ma l’oikos greco non è il patrimonio, e Aristotele lo aveva separato con una nettezza che a noi sfugge. Nella Politica egli distingue l’οἰκονομική (oikonomiké), l’arte di amministrare la casa orientata al vivere bene, dalla χρηματιστική (chrēmatistiké), l’accumulo illimitato di ricchezza, che ha smarrito il fine e fa dell’acquisto il proprio scopo.[12] Confondere le due è il vizio dell’Ischomaco senofonteo, ed è il nostro. Chi domanda soltanto «chi erediterà i beni» — e nient’altro — scivola verso la chrematistica: ha ridotto la casa a patrimonio. Curarsi, entro misura, di chi sosterrà la casa è ancora oikonomiké; è l’accumulo fatto fine a se stesso che la rovescia.  La domanda greca è un’altra, e radicalmente: chi erediterà il modo di abitare? Non i beni, ma la forma del vivere che quei beni servivano. E quella forma — è tutto il punto — non si trasmette generando un erede. Si trasmette iniziando un figlio. La radice lo sapeva: némein, distribuire la giusta parte, è la stessa di Νέμεσις (Némesis), la potenza che fa tornare a ciascuno il suo.[13] L’oikos non è ciò che si lascia: è ciò che si fa passare.

L’altro. Qui devo dar ragione, non torto. Quando si dice che abbiamo segato «tutto ciò per cui vale la pena vivere: gli altri», si dice una cosa vera, e la sua verità va riconosciuta prima d’ogni distinguo. È vero: il narciso davanti alla cornice vuota — svuotato il quadro dei suoi volti, regge un’insensata cornice — è l’immagine più giusta che il lamento contemporaneo abbia saputo trovare. Ma proprio quell’immagine implica una verità che chi la pronuncia non sviluppa. Perché l’altro — quello vero, non la figura riempitiva di un vuoto — non si raggiunge per decreto demografico. Non si ottiene comandando «fate figli». L’altro si incontra solo da chi è stato formato a incontrarlo: chi non ha ricevuto una forma proietta sull’altro la propria mancanza e chiama incontro ciò che è soltanto bisogno. Dire «tornate agli altri» a uomini che nessuno ha iniziato all’alterità è come dire «suonate» a chi non ha mai ricevuto la lira. Il comando è giusto e impotente. Manca il gesto che lo renderebbe possibile, ed è il gesto che qui cerchiamo di nominare.

La terra. Si chiede, infine, una natalità «naturale e autoctona», e si offrono questi due aggettivi come fondamenti, quasi fossero rocce su cui poggiare. Ma sono i Greci stessi — quelli a cui un simile discorso vorrebbe appoggiarsi — a togliere il terreno sotto i piedi all’autoctonia. Gli Ateniesi si dicevano nati dalla terra, γηγενεῖς (gēgeneîs), autoctoni. Ma sapevano — e qui sta la loro grandezza — che era un mito di fondazione, non un dato di natura. Platone lo chiama, nella Repubblica, γενναῖον ψεῦδος (gennaîon pseûdos), «nobile menzogna»: una finzione utile alla coesione della città, e Platone la propone dichiarando che è finzione.[14] Gli studi moderni — da Nicole Loraux in poi — hanno mostrato che l’autoctonia ateniese fu uno strumento ideologico, adottato in un’epoca precisa per affermare una superiorità, e che la «terra madre» serviva anche, e non per caso, a escludere: le donne dalla cittadinanza, gli stranieri dal suolo.   Chi oggi impugna il «radicamento» come natura ripete — senza saperlo — una costruzione politica che i Greci adoperavano sapendo che era costruzione. Batte la propria antichità di riferimento con la propria antichità di riferimento: ciò che crede roccia, per i Greci era mito, e mito dichiarato. Resta in piedi l’altro aggettivo, il «naturale» — e va trattato a parte, ché la decostruzione dell’autoctonia non lo tocca. Lo tratto qui di seguito, con lo strumento dei Greci stessi: per loro «naturale» all’uomo non è la spontaneità biologica, ma il legame. 

E poi c’è il fondo del lamento, il suo punto più fragile, che è anche il più facile da smontare con gli strumenti antichi. Si è detto, con una battuta che vorrebbe essere amara e finisce per essere rivelatrice, che «single è bello». Per un Greco questa non sarebbe stata una posizione discutibile: sarebbe stata un controsenso. L’uomo, dice Aristotele, è per natura ζῷον πολιτικόν (zōion politikón), vivente fatto per la comunità; e chi vive fuori da ogni legame, l’ἄπολις (ápolis), l’uomo senza città, non è un uomo più libero — è «o una bestia o un dio», comunque non un uomo.[15] La libertà-da-vincoli che il Tecnoevo celebra non è, per il pensiero antico, una forma alta di libertà: è la fuoriuscita dalla condizione umana. Non c’è bisogno di Berlin né di alcuna teoria moderna delle due libertà per dirlo: lo dice la grammatica stessa della pólis, dove ἐλευθερία (eleuthería), libertà, non ha mai significato assenza di legami, ma una qualità che si ha dentro la città, fra altri, come cittadini. Il «single» felice della modernità, agli occhi greci, non è il più libero degli uomini. È colui che ha scambiato l’ápolis per una conquista.

La libertà non è sciogliere ogni legame. È una forma che si ha solo fra altri.

Resta la risposta. E qui devo essere esatto sul suo statuto, perché è facile chiudere un saggio con un’immagine grande e spacciarla per dimostrazione. Non rispondo sul piano della causa — quel terreno, l’ho detto, è dei demografi e delle loro molte variabili, e nessuna cosmologia le rimpiazza. Rispondo sul piano del senso, e dichiaro che è il piano del senso: non «di qui viene la crisi», ma «così scelgo di guardarla». E qui correggo anche all’indietro: dove l’incipit ha detto «il vuoto viene dall’aver smesso di consegnare», e dove la prima sezione ha additato il punto in cui una civiltà si rompe, la grammatica era causale per provocazione, non per tesi — va letta da qui, come il modo in cui scelgo di guardare, non come la causa accertata.

Con questa cautela esplicita oso l’immagine.

Gli antichi, prima di noi, sapevano che la luce non nasce nonostante il buio. Nasce attraverso il buio. Nella Teogonia, da Νύξ (Nýx, Notte) e da Ἔρεβος (Érebos, Tenebra) — due potenze dell’oscurità, unite in amore — nascono Αἰθήρ (Aithḗr, l’aria luminosa) e Ἡμέρη (Hēmérē, il Giorno).[16] Esiodo dà la successione; il «attraverso» è mia lettura, e la dichiaro. Ma è una lettura che mi pare onorare la cosa: ciò che porta luce non viene saltando l’oscuro, viene attraversandolo. Così la forma di un uomo. Non si dà a chi ha evitato il proprio fondo, ma a chi lo ha patito — con altri, da altri — ed è stato disposto. Una civiltà che voglia tornare a generare non ha bisogno, prima, di più culle. Ha bisogno di tornare a possedere qualcosa in atto da mettere accanto a chi è in potenza: maestri, riti, soglie, il tempo lungo del seme. Ha bisogno di ricordare il gesto con cui si consegna la lira — non chi la riceve, ma chi sa darla. I figli, dove vengono, non vengono per comando, ma dove c’è di nuovo qualcosa da trasmettere e qualcuno che sappia patirne il passaggio: non lo dico come una legge — «ripristina la trasmissione e seguiranno le nascite» non è fra le variabili accreditate di chi studia la natalità[17] — ma come l’augurio e il senso che do alla precedenza.   Prima dei nati, viene ciò che si fa passare. E ciò che si fa passare non è un bene: è una forma del vivere, ricevuta da chi l’ha attraversata, consegnata a chi la attraverserà.

Non più culle, prima. Prima, di nuovo qualcosa da consegnare.

Nota redazionale

Il presente saggio nasce come replica all’articolo di Pietro Cattana «La procreazione come atto eversivo. Filosofia della demografia nel Tecnoevo» (Stultifera Navis, 20 giugno 2026). Non lo confuta punto per punto: ne assume la diagnosi dove coglie un sintomo reale e ne mostra il rovescio dove scambia la privazione per eccesso. Il confronto non è polemica, ma il riconoscimento che una diagnosi parzialmente vera merita una lettura più profonda di quella che le ha dato il suo autore.

Ogni costruzione interpretativa di chi scrive — l’estensione pedagogica del principio aristotelico atto/potenza e la saldatura dell’Etica Nicomachea con la Metafisica, la lettura della successione esiodea come «attraverso il buio», l’accostamento di paideia e iniziazione, la lettura del cogito come soglia dell’uomo-senza-maestro — è dichiarata come tale nel luogo in cui è compiuta. La risposta all’obiezione di Buber e Lévinas è ristretta a Buber: il resto lévinasiano è dichiarato aperto. Le fonti antiche sono citate nelle edizioni critiche di riferimento; la testimonianza aristotelica sui misteri è indiretta e se ne è segnalato lo statuto.

Il rimando interno al saggio su Χρόνος (Giuseppe Massimiliano Salamone e Benedetta Mastroviti, Stultifera Navis) è parte integrante dell’argomentazione: la crisi del tempo e la crisi della trasmissione appartengono allo stesso territorio. Chi ha letto quel testo troverà in questo il suo sviluppo naturale.

Il tono del presente saggio è retto dalla figura di Arturo Reghini — matematico, latinista, iniziato — non come citazione ornamentale ma come orientamento: un pensiero che parla da dentro una tradizione, con la distanza di chi conosce il terreno da più lontano. 

Note


[1]Aristotele, fr. 15 Ross (= fr. 15 Rose³), da un’opera giovanile perduta sulla filosofia, tramandato da Sinesio di Cirene, Dion 8 (48): οὐ μαθεῖν τι δεῖν ἀλλὰ παθεῖν καὶ διατεθῆναι, «non apprendere qualcosa, ma patire ed essere disposti». La testimonianza è indiretta e tarda: se ne dichiara qui lo statuto. Per la collocazione e l’interpretazione: A. Bernabé, «Aristotle and the Mysteries», in M. J. Martín-Velasco – M. J. García Blanco (a c. di), Greek Philosophy and Mystery Cults, Cambridge Scholars Publishing, Newcastle upon Tyne 2016, pp. 27-42 (in part. p. 37).

[2]Sull’esperienza iniziatica eleusina come páthos e non dottrina: J. N. Bremmer, Initiation into the Mysteries of the Ancient World, De Gruyter, Berlin-Boston 2014, cap. I («Initiation into the Eleusinian Mysteries: A “Thin” Description»). Cfr. Plutarco, fr. 178 Sandbach, che paragona l’esperienza del morente a quella dell’iniziato nelle grandi teleé.

[3]M. Polanyi, Personal Knowledge. Towards a Post-Critical Philosophy, Routledge & Kegan Paul, London 1958; The Tacit Dimension, Routledge & Kegan Paul, London 1966 («we can know more than we can tell»). M. Oakeshott, «Rationalism in Politics» (1947), in Rationalism in Politics and Other Essays, Methuen, London 1962. Per entrambi tacito ed esplicito sono intrecciati, non separati da una cesura: la tradizione che fonda la distinzione del saggio è insieme ciò che ne limita il «taglio netto».

[4]Platone, Phaedrus 274c-277a (mito di Theuth e Thamus, critica della scrittura). Ed. J. Burnet, Platonis Opera II, Clarendon Press, Oxford 1901. Che il Socrate storico non scrivesse è dato; la motivazione qui evocata è ricostruzione dal dialogo platonico, non testimonianza biografica, e come tale va intesa.

[5]Aristotele, Ethica Nicomachea II.1, 1103a14-b25: le virtù non sorgono in noi per natura né contro natura, ma per abitudine (ἔθος, éthos); «diventiamo giusti compiendo atti giusti, temperanti compiendo atti temperanti». Ed. I. Bywater, Aristotelis Ethica Nicomachea, Clarendon Press, Oxford 1894.

[6]Aristotele, Metaphysica Θ.8, 1049b24-1050a3: l’atto (ἐνέργεια, enérgeia) è anteriore alla potenza (δύναμις, dýnamis) secondo il lógos, la sostanza e il tempo, perché «sempre da ciò che è in potenza si genera ciò che è in atto a opera di qualcosa che è già in atto». Ed. W. Jaeger, Aristotelis Metaphysica, Clarendon Press, Oxford 1957. L’applicazione pedagogica del principio — il maestro già-in-atto che porta all’atto la potenza del discepolo — è estensione di chi scrive: in Θ.8 il principio è ontologico e cosmologico, non didattico. Si dichiara come lettura nostra.  

[7]W. Jaeger, Paideia. Die Formung des griechischen Menschen, 3 voll., de Gruyter, Berlin-Leipzig 1934-1947 (trad. it. Paideia. La formazione dell’uomo greco). La paideia di Jaeger è formazione culturale e civile; il suo accostamento all’iniziazione misterica è qui proposto come analogia di struttura — trasformazione del ricevente — non come identità di contesto o di fine.

[8] E. Lévinas, Totalité et infini. Essai sur l’extériorité, M. Nijhoff, La Haye 1961: l’Autrui come esteriorità non-assimilabile, irriducibile alla totalità del Medesimo. M. Buber, Ich und Du, Insel, Leipzig 1923 («Im Anfang ist die Beziehung»). La risposta del saggio — l’iniziazione come patire con-altri e da-altri — scioglie la priorità relazionale buberiana, non l’anteriorità etica lévinasiana del non-assimilabile, qui dichiarata questione aperta.

[9] La formula canonica di Descartes è «cogito ergo sum» (Discours de la méthode IV, 1637; Principia philosophiae I.7, 1644); la scansione in tre tempi «dubito, dunque penso, dunque sono» è compressione espositiva di chi scrive, non citazione. «Dubito ergo sum» ha ascendenza agostiniana (Augustinus, De civitate Dei XI.26: «si fallor, sum»).

[10] R. Descartes, Meditationes de prima philosophia III (1641), ed. Adam-Tannery, AT VII: l’idea dell’infinito non può avere per causa la res cogitans finita — il cogito riceve un garante che non genera. Proprio quell’idea cartesiana dell’infinito è letta da Lévinas (Totalité et infini, sez. I) come traccia di un’esteriorità nel cogito. Sulla cautela contro le genealogie anacronistiche di lunga gittata: Q. Skinner, «Meaning and Understanding in the History of Ideas», History and Theory 8 (1969), pp. 3-53. La lettura del cogito come «uomo senza maestro» è estensione dichiarata di chi scrive.

[11] J. J. Arnett, «Emerging Adulthood. A Theory of Development from the Late Teens through the Twenties», American Psychologist 55/5 (2000), pp. 469-480: il prolungamento come fase strutturale e adattiva delle società post-industriali, non come deficit. E. H. Erikson, Identity. Youth and Crisis, Norton, New York 1968 («psychosocial moratorium»). Il consenso è diviso: il saggio adotta, sul piano del senso, una lettura diversa.

[12]Aristotele, Politica I.8-10, 1256b40-1258b8: distinzione fra οἰκονομική (l’amministrazione orientata al vivere bene, che ha un limite naturale) e χρηματιστική (l’acquisizione illimitata di ricchezza). Ed. W. D. Ross, Aristotelis Politica, Clarendon Press, Oxford 1957.

[13]Per l’etimologia di οἰκονομία da οἶκος e νέμειν («distribuire, amministrare») — la stessa radice νέμω di Νέμεσις — cfr. P. Chantraine, Dictionnaire étymologique de la langue grecque, Klincksieck, Paris 1968 sgg., s.vv. νέμω, οἶκος; R. Beekes, Etymological Dictionary of Greek, Brill, Leiden 2010, s.v. νέμω. Senofonte, Oeconomicus I-II, è la prima trattazione dell’οἰκονομία come arte del ben governare la casa. La lettura di Νέμεσις come «ritorno della giusta parte» è una selezione dichiarata: nell’uso arcaico il termine è legato anche, e cospicuamente, all’indignazione retributiva e alla punizione dell’ὕβρις (Esiodo, Opere e giorni 197-201; Teogonia 223). Il versante distributivo è etimologicamente fondato, ma non esaurisce il campo semantico.

[14]Platone, Respublica III, 414b-415d: il γενναῖον ψεῦδος, la «nobile menzogna» dell’origine dalla terra, è presentata da Platone sapendo che è finzione fondativa. Sull’autoctonia ateniese come costruzione ideologica e non dato naturale: N. Loraux, Les enfants d’Athéna. Idées athéniennes sur la citoyenneté et la division des sexes, Maspero, Paris 1981 (trad. ingl. The Children of Athena, Princeton University Press, 1993), e Né de la terre. Mythe et politique à Athènes, Seuil, Paris 1996. Cfr. V. Rosivach, «Autochthony and the Athenians», Classical Quarterly 37 (1987), pp. 294-306; M. Detienne, Comment être autochtone. Du pur Athénien au Français raciné, Seuil, Paris 2003.

[15]Aristotele, Politica I.2, 1253a2-29: l’uomo è per natura ζῷον πολιτικόν, e chi vive fuori dalla comunità (ἄπολις, ápolis) per natura e non per caso è «o una bestia o un dio» (ἤ θηρίον ἤ θεός). Ed. Ross cit.

[16] R. Lesthaeghe, «The Unfolding Story of the Second Demographic Transition», Population and Development Review 36/2 (2010), pp. 211-251; D. J. van de Kaa, «Europe’s Second Demographic Transition», Population Bulletin 42/1 (1987). Il nesso «trasmissione ripristinata → natalità» non è fra le variabili accreditate della letteratura demografica: la frase è perciò ricondotta al piano del senso, non a quello della previsione causale.

[17]Esiodo, Theogonia 123-125: da Νύξ (Notte), unitasi in amore (φιλότητι) con Ἔρεβος, nascono Αἰθήρ ed Ἡμέρη. Ed. M. L. West, Hesiod: Theogony, Clarendon Press, Oxford 1966. La lettura della successione genealogica come «attraverso il buio» è costruzione di chi scrive, dichiarata come tale: Esiodo dà generazione, non un nesso causale «attraverso».

Pubblicato il 29 giugno 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN