L'uomo al centro (di che cosa)
Della AI si parla tantissimo. Chi fa ricerca parla di architetture neurali, di benchmark, di allineamento. Chi governa imprese o attività economiche parla di produttività, di scalabilità, di vantaggio competitivo. Chi fa politica parla di regole, di sovranità, di rischi sistemici, mentre chi vende consulenza parla di opportunità, di trasformazione, di "non restare indietro", con quel tono da ultimo avviso che dovrebbe preoccupare più chi lo usa di chi lo riceve. Chi commercia parla di soluzioni risolutive, che faranno guadagnare soldi a palate e tempo per afre altri soldi a palate. L'influencer parla di tutto questo insieme, in sessanta secondi, con la faccia di chi ha capito qualcosa che voi, evidentemente, non avete ancora capito. Ovunque si parla di "intelligenza artificiale" come se fosse un oggetto unitario, una cosa sola con un nome solo, e nessuna persona, mai, si ferma a dire: io sto parlando di questo pezzo qui, visto da qui, con questi interessi. Il resto non lo conosco.
E intanto il messaggio che arriva alla persona qualunque, quella che la mattina apre il computer, sente che qualcosa sta cambiando, vorrebbe capire ma non sa da dove cominciare, è un messaggio doppio, e in entrambi i casi urlato. Da un lato: sbrigati, o resti fuori, il mondo sta cambiando e tu sei già in ritardo. Dall'altro: è una figata pazzesca, ti risolve tutto, ti cambia la vita, devi assolutamente provarla, è il futuro, è adesso, è wow. La paura e l'entusiasmo insieme, nello stesso fiato, spesso dalla stessa bocca. E in mezzo, nel silenzio tra la minaccia e la promessa, la persona resta lì, con la sensazione di essere l'unica a non aver capito qualcosa che tutti gli altri hanno già capito.
Io le vedo, queste persone. Le incontro nei corsi che faccio, nelle aziende, nelle organizzazioni. Non sono stupide, non sono pigre, non sono "resistenti al cambiamento", un'espressione che andrebbe abolita dal vocabolario di chiunque si occupi di formazione, perché è il modo più elegante che abbiamo inventato per dare la colpa a chi subisce una cosa di non averla abbracciata con sufficiente entusiasmo. Sono persone normali davanti a una cosa enorme di cui tutti parlano e nessuno gli spiega. Perché spiegare richiede tempo, richiede ascolto, richiede la fatica di partire da dove sta l'altra persona e non da dove stai tu. E questo non conviene a nessuno quanto promettere, minacciare o fare la predica.
Il Complesso
Mi irrita, lo dico, mi irrita questo discorso perpetuo sull'intelligenza artificiale fatto da gente che non dichiara mai da dove parla. Mi irrita il tono profetico. Mi irrita la sicumera. Mi irrita che un ricercatore di machine learning e un venditore di software e un assessore regionale e un coach motivazionale possano tutti dire "l'AI" come se stessero parlando della stessa identica cosa, e nessuno alzi la mano per dire: scusate, ma non è la stessa cosa. Non è nemmeno lo stesso discorso.
Perché quella cosa enorme non è una cosa sola. Ha strati, ha livelli, ha scale, piani completamente diversi.
Io la chiamo Il Complesso, con tutta l'ambiguità che la parola porta. È un complesso di cose, un luogo complesso, e produce un complesso in chi ci si avvicina.
Ha dei piani sotterranei, caldi, rumorosi, costosissimi, dove girano le macchine che reggono tutto il resto: i chip, i data center, le catene di approvvigionamento dei semiconduttori, i cavi sottomarini, l'energia che nessuno conta mai quando parla di sostenibilità. Lì sotto ci lavorano ingegneri e operai e governi che si fanno la guerra per il controllo di materiali che la maggior parte delle persone non saprebbe nominare. È il fondamento di tutto e non se ne parla quasi mai.
Ha dei piani alti, silenziosi, dove si fa ricerca pura, si progettano le architetture dei modelli, si scrivono i paper, si inseguono frontiere che si spostano ogni sei mesi. Il linguaggio lassù è tecnico, matematico, inaccessibile ai non iniziati. Chi ci lavora spesso non sa cosa succede al piano terra, e non è detto che gli interessi.
Ha dei piani intermedi, luminosi e affollati, dove quei modelli diventano prodotti, API, applicazioni, servizi, abbonamenti. È il piano commerciale, dove le cose funzionano, dove si fanno i soldi, dove il linguaggio diventa marketing e la complessità diventa "semplice come parlare con un amico". Chi è a questo piano vuole venderti qualcosa. Non è un male in sé, a patto di saperlo.
Ha un'ala burocratica, un po' in disparte, piena di corridoi lunghi e porte con sigle, dove si scrivono le regole, le leggi, gli standard, i framework di governance. L'AI Act, il GDPR, le linee guida OCSE, le norme ISO. Chi lavora qui parla di rischi, di classificazioni, di conformità. Parla di te, del tuo lavoro, dei tuoi diritti, ma non a te. Parla ai governi, alle aziende, agli organismi di certificazione. Tu sei l'oggetto della tutela, non il suo interlocutore.
Ha dei corridoi laterali tematici, la salute, la scuola, la difesa, la giustizia, il lavoro, ognuno con le sue urgenze specifiche, i suoi esperti, le sue paure, i suoi entusiasmi. In ognuno di questi corridoi il Complesso assume una forma diversa, pone problemi diversi, richiede competenze diverse. Ma ne parliamo come se fosse lo stesso corridoio.
E ha un piano terra, ammesso che si trovi l'ingresso, dove stanno le persone. Quelle che non hanno un badge, non hanno un ufficio nel Complesso, non hanno un linguaggio specialistico da esibire.
Ci sono entrate perché qualcuno gli ha detto che era una figata pazzesca e qualcun altro che se non entravano erano finite. E adesso sono lì dentro, in un posto che tutti dicono essere fatto per loro, e nessuno gli ha chiesto cosa ci fanno e di cosa hanno bisogno.
Il problema non è che questi piani esistano. Qualunque fenomeno di questa portata ha strati diversi, attori diversi, scale diverse. Il problema è che nel discorso pubblico i piani sono invisibili. Si mescolano senza avviso. Una frase che ha senso al piano della ricerca viene ripetuta tale e quale al piano terra, dove significa un'altra cosa o non significa niente. Un allarme fondato al piano della geopolitica diventa panico esistenziale per il singolo lavoratore. E viceversa: l'esperienza concreta di chi usa ChatGPT per scrivere una mail viene raccontata come se fosse la prova che l'AI "funziona", senza specificare per chi, a quale livello, a quale costo.
Ho il sospetto che questa confusione non sia del tutto accidentale. A chi conviene che i piani restino mescolati? A chi vende, perché un prodotto che sembra contenere tutto il Complesso si vende meglio di uno che dichiara i suoi limiti. A chi si posiziona come esperto, perché l'esperto di tutto è più visibile dell'esperto di un piano solo. A chi governa, forse, perché governare una cosa che nessuno riesce a delimitare giustifica qualunque intervento. La confusione tra i piani non è solo un difetto epistemico. È anche una risorsa retorica. E chi la usa lo fa, quasi sempre, a spese di chi non ha gli strumenti per smontarla.
Perché chi paga il prezzo è sempre lo stesso: la persona al piano terra. Quella che non sa se il suo lavoro cambierà o sparirà, e non riesce a distinguere tra i due scenari perché chi ne parla li mescola. Quella che vorrebbe usare questi strumenti ma ogni volta che chiede aiuto incontra qualcuno che le vende qualcosa o le spiega il mondo. Quella che ha bisogno non di una mappa del Complesso, che nessuno possiede per intero, ma di qualcuno che si sieda e dica: cominciamo da dove sei tu.
Ecco (forse) il punto.
Nel discorso sull'intelligenza artificiale ci sono molte voci. Alcune competenti, alcune meno, alcune in buona fede, alcune no. Ma quasi nessuna parla a qualcuno. Quasi tutte parlano davanti a qualcuno. Parlano per dimostrare, per vendere, per posizionarsi, per regolare, per spaventare, per entusiasmare. Tutte azioni che hanno un oggetto ma non un interlocutore.
La persona al piano terra non ha bisogno di essere evangelizzata, né protetta, né semplificata. Ha bisogno che qualcuno le faccia una domanda prima di darle una risposta. Che le chieda: tu cosa fai, cosa sai, cosa ti serve, cosa ti spaventa. E da lì, solo da lì, costruire un discorso che abbia senso alla sua scala, nel suo contesto, con le sue parole.
Io provo a fare questo. Non pretendo di avere la mappa completa del Complesso, nessuno ce l'ha. Ma ci cammino dentro da un po', tra un piano e l'altro, cercando di capire la struttura e di non dimenticarmi da dove sono partito: dalle persone. Non da un piano fisso, ma dai corridoi, dalle scale, dagli spazi tra i piani dove quasi nessuno si ferma perché non c'è niente da vendere e niente da esibire. Lì, in quei posti scomodi, è dove il discorso sull'AI potrebbe ricominciare a essere un discorso tra esseri umani.
La prossima volta che qualcuno vi parla di intelligenza artificiale, con sicurezza, con disinvoltura, con la faccia di chi ha capito e l'aria convincente, provate a chiedergli: di che piano stai parlando?
Come scrivo i miei articoli. Parto da un’intuizione, un’irritazione, una domanda che non mi lascia in pace. La sviluppo in un dialogo con diversi modelli di intelligenza artificiale — non come strumenti a cui dare comandi, ma come interlocutori con cui ragionare. Chiedo, contesto, rilancio. Butto via molto. Faccio riscrivere. Cambio modello per cambiare prospettiva. Il testo che leggete è il risultato di questo processo: le idee sono mie, la responsabilità è mia, ma il percorso che le ha portate qui è passato attraverso conversazioni con macchine che mi hanno costretto a pensare meglio — o almeno diversamente. Chi predica trasparenza sull’uso dell’AI deve praticarla. Questo è il mio modo.