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“Tre volte in un mese ti sembrano troppe?”

“Certo che sono troppe! A quanta gente pensi che succeda?”

“Secondo me a tanti!”

“Devo lavorare, vedi di fare qualcosa anche tu”

Si è innervosito e ha ripreso, dopo essersi acceso una sigaretta, il suo lavoro di traduzione al pc. Per me la conversazione non è finita. Gli metto le mani sulle spalle, ma lui le allontana bruscamente.

“Ma che colpa ne ho io se fanno i garage troppo stretti?”

“Strisceresti la macchina anche in un Hangar! Stai arricchendo il meccanico.”

“No. La porto da un altro”

“Io stavolta non tiro fuori una lira.”

“Un euro. Sei antico. Ragioni ancora in lire”

Si alza, mi volta di peso, mi accompagna nel corridoio e si chiude a chiave nel suo studio.

“Sai che ti dico? Io alla fiera del libro, in quella stupida Nuvola non ci vengo, ci vai da solo!” urlo indispettita. Riapre la porta e lancia per terra il mio biglietto del treno, poi da dietro l’uscio “Sono io che non ti voglio con me! Anzi, non ci vado proprio!” Urla anche lui.

Vabbè ho di nuovo strisciato la macchina, ma non ho mica ammazzato nessuno! L’indomani abbiamo il treno alle 11,10. Senza farmi vedere, preparo un borsone con un cambio ed esco di casa prima, senza salutare. Lui sembra davvero deciso a non partire. Arrivo in anticipo in stazione e mi nascondo come un ladro dietro una colonna per vedere se per caso ci ha ripensato. Macché.

“Bene, io a Roma ci vado lo stesso!” Mi dico.

Salgo nel mio scompartimento e cerco il mio posto, lato finestrino. Il suo, davanti al mio, vuoto.

“Sai quanto me ne frega?” penso immusonita. Poi mi alzo e gironzolo nel corridoio con l’idea di scendere a fumare. Il treno che si muove lentamente mi fa desistere. Seduto al suo posto -sorpresa piacevole, devo ammetterlo - lui c’è.

Vedo metà borsalino e i riccioli ribelli che stavolta ha ricordato di pettinare. Sta leggendo un giornale. Nel vedere il mio posto vuoto, arrivando, avrà pensato che mai avrei avuto il coraggio di partire da sola. Povero illuso!

Il treno va veloce io, intenzionata a non rivolgergli la parola per prima, guardo scorrere campagna e case dal finestrino. Ogni tanto do un colpo di tosse forzato, per richiamare la sua attenzione. Ma niente. Non abbassa il suo giornale.

 Allora tiro fuori il mio taccuino (come Oscar Wilde) e gli scrivo“ quando mi hai conosciuta sapevi che ero, come dire, sbadata. Ma allora mi amavi e amavi anche i miei difetti. Ti ricordi ai laghi Alimini, quando non volevi fare il giro in canoa? Hai avuto mal di schiena per tre giorni perché hai pagaiato tu mentre io a prua sembravo una regina etrusca, ma ti sei divertito no? E tutte le volte che ho dovuto costringerti a salire su un trenino gremito di bambini? Ti abbassavi tanto che di te si vedeva solo il cappello, per timore che qualcuno ti riconoscesse…ma non dirmi che non ti è piaciuto. E a Orleans, in hotel, quando ho aperto per sbaglio la porta della camera di fronte e il tizio che seduto sul letto si è alzato di scatto tirandosi su i pantaloni e io chissà perché gli ho spento la luce, ti ricordi quanto abbiamo riso? Vedi che faccio bene, nelle stanze d’hotel a bloccare la porta con la sedia così se qualcuno cerca di entrare tu ti svegli e reagisci mentre io urlo a squarciagola? Potrei enumerarti altre mille occasioni in cui - perdona la modestia - ti ho allietato la vita con quelle che tu definisci stranezze e con il mio, sempre definizione tua, “ottimismo baldanzoso”. Sarai pure un intellettuale, ma sei anche un orso fortunato ad avermi, direi. Facciamo pace?”

Nei pressi di Firenze il treno comincia a rallentare. Allungo la mano sul suo schienale e lascio cadere il biglietto.

Lui lo prende, sembra leggerlo attentamente, poi lo fa sparire.

Quando il treno si ferma, lui, che non è lui, si alza per prendere la sua valigia. Dopo averla poggiata sul sedile mi guarda e io sento il viso in fiamme quando mi accorgo dello scambio di persona.

“Sa cosa le dico? Suo marito deve davvero divertirsi con lei. Posso tenerlo?” dice sorridendo. Bisbiglio un grazie… sì. Mi stringe la mano, aggiunge che una cosa così non gli è mai capitata, e scende. Dunque il mio lui non c’è davvero! Archiviata la figuraccia tiro fuori la settimana enigmistica e dopo un Bartezzaghi e la cornice mi appisolo. L’enigmistica stanca, altro che tenere sveglio il cervello! Il treno che si ferma mi sveglia di soprassalto nel bel mezzo di un sogno ambientato sulla neve, probabilmente per via dello spiffero che arriva dalla portiera aperta. Raccolgo le mie cose e scendo. In taxi raggiungo l’hotel prenotato, chiedo se il signor Scacciacani è già arrivato. No, ancora non si è visto. Attesa vana, penso. Mi cambio, rifaccio il trucco e vado a mangiare qualcosa in un ristorante lì vicino. Poi un altro taxi. Quando arrivo nella zona dell’Eur, la fila interminabile di gente mi fa venire voglia di andarmene a fare shopping! Due file veramente: chi ha già il biglietto e chi deve farlo. Due serpentine interminabili di cappotti, giacche a vento, sciarpe e facce rassegnate ad avanzare a passo di… reginella, reginella, quanti passi mi fai fare per raggiungere il castello con la fede e con l’anello? Mi viene in mente questa filastrocca e i passi da formica che facevo fare, da bambina, a chi mi stava antipatico quando toccava a me dare le concessioni. Oggi sconto la bastardaggine di allora! Dopo circa dieci minuti di fila, già scalpito. Devo escogitare qualcosa. Poi, ecco l’idea geniale! Vado decisa da un signore che controlla la fila di quelli senza biglietto.

“Sono la segretaria della Ferrante, Elena si è dimenticata di darmi il pass, ma io devo raggiungerla subito, può aiutarmi?”

Non sa chi sia Elena Ferrante ma mi fa saltare la fila, non prima di avermi detto “E speri di non essere lapidata!”

Nessuno fa nulla, non so se per mancanza di sampietrini, o perché  pensino che sia una dello staff. Con un ghigno di soddisfazione entro alla ricerca di un bar. Nel piano interrato ci sono gli stand degli editori. Il posto è talmente grande che, a differenza degli anni scorsi, si gira senza essere spintonati in continuazione. A uno stand di libri di fotografia, una signora mi chiede consigli per un libro da regalare. Ho in mano quello di Vivian Maier che a me piace molto. Le racconto le due, tre cose che so di lei – che faceva la bambinaia, che era una fotografa dilettante e che è stata scoperta dopo morta - e mi accorgo che anche altre persone mi stanno ascoltando. Vengono venduti quattro libri della Maier e il ragazzo dello stand non smette di propinarmi un sorriso tutto gengive.

“Non so come ringraziarla, mi chiamo Simona” dice la signora e mi allunga la mano. “Ma si figuri! Piacere, sono Elena Ferrati”.

Forse è dipeso dal brusio che c’è intorno, non so cos’ha capito la signora che comincia a squittire.

“Che onore, non posso crederci!”

“Simona, guardi che …” Comincio a sospettare cos’ha capito…

“Sarò muta come un pesce!”

Qualcuno ci fissa con aria interrogativa, io saluto e cerco di farmi largo in mezzo al capannello di gente che si è formata mentre sento chiedere “Chi è, chi è?”

Di sicuro la muta come un pesce ha spifferato l’equivoco, perché inizia un inseguimento selvaggio, come nei film hollywoodiani o nei negozi il primo giorno dei saldi!

Sgattaiolo fra una corsia all’altra, e salgo nel piano superiore, mentre qualcuno urla “E’ lei, è lei!”. Con falcate alla Bolt, vado a rifugiarmi nel bagno. Resto lì per un bel po’, poi apro uno spiraglio di porta e capisco di averli seminati.

Un signore in abito scuro, va avanti e indietro nel corridoio. Appena mi vede esclama “Venga con me, presto! Chi si aspettava la sua presenza oggi in fiera?” dice accalorandosi.

“Senta, io…”

“Non si preoccupi, so che vuole mantenere l’anonimato, l’accompagno senza che nessuno la disturberà”

Al piano di sopra, sono praticamente immersa nella Nuvola di Fucsas costata più di 300 milioni. Non ho il tempo di osservare bene, ma tutto quel rosa, la plastica e la ferraglia, non mi entusiasmano affatto.

Ci sono senz’altro più visitatori che lettori impenitenti, e spopolano i selfie. La gente ovunque, concerti, cinema, funerali deve filmare. Mah! Evidente che l’“io c’ero” è più forte dell’esserci. Il mio accompagnatore, con cenni imperiosi fa avvicinare altri due signori, gli sussurra qualcosa all’orecchio e intima il silenzio mettendosi un dito sulle labbra. Arriva una ragazza con un vassoio su cui troneggia un calice di bollicine(champagne?). La situazione comincia a piacermi e sorrido a chiunque.

Mi accomodo sensualmente su una poltroncina e il mio accompagnatore, con un microfono in mano, comincia a parlare alla gente che circola in quest’area congressi.

“Signore e signori, buonasera e benvenuti. Questa sera abbiamo l’onore di avere con noi una scrittrice che tanto amate ma di cui, finora, non si conosceva l’identità. Sì, avete indovinato, signore e signori, ho il piacere di presentarvi … Elena Ferranteeeeee”!

Mormorii di sorpresa, applausi scroscianti, grande agitazione. Merda, e adesso che faccio? Le ovazioni continuano e io devo inventarmi qualcosa. Il mio solerte accompagnatore, - mannaggia a lui! -  mi passa il microfono e, dopo un colpo di tosse riesco a dire

“Sono molto felice, di essere qui con voi in questa favolosa struttura che arricchisce la nostra capitale. L’iniziativa Più libri più liberi non poteva che svolgersi nella leggerezza di una nuvola: le nuvole sono libere come le nostre menti quando leggiamo e ci libriamo in altri mondi, altre dimensioni“. Standing ovation. Poi riprendo “Oggi ho deciso di svelare la mia identità. Ma voi già mi conoscevate, io sono nei miei libri!

Sono davvero lusingata di vedervi in tanti, ma il grande Camilleri, che parlerà tra poco, merita tutta la vostra attenzione.” (Devo dire che gli esercizi di improvvisazione del corso teatrale mi sono serviti, però adesso devo trovare il modo per svignarmela) Delirio generale. Brava! Brava!! La gente si accalca e i fotografi  in ginocchio come davanti alla madonna, mi accecano con i flash.

“A voi le domande” incoraggia il mio accompagnatore.

Tante le mani alzate e un povero ragazzo corre di qua e di là a porgere il microfono soprattutto alle donne che sembrano tarantolate. A me! Io, io!

“E Lila era davvero la sua migliore amica, come ha fatto a sopportare le sue angherie?”

“Salvatore, il suo grande amore, corrisponde alla realtà?”

“La bambola che, per Lila, aveva lanciato nel sottoscala ce l’ha ancora?”

“E i suoi figli hanno ereditato da lei l’amore per la scrittura?”

Ho letto tutti i libri della Ferrante e ho saputo rispondere con dovizia di particolari a tutte le domande.

Ma c’è sempre il saputello che deve andare controcorrente. Un occhialuto con capello sconvolto chiede il microfono ed esordisce con voce tonante

“Come ben saprà, (come detesto questo incipit!) diversi sono i tipi di escatologia: a quale fa riferimento? E a livello epistemologico, meglio, gnoseologico, lei ritiene che nei suoi libri ci sia una profonda riflessione filosofica?

Ma che vuole questo da me! Io non mi ricordo cos’è l’escatologia!  Gnoseologia…e adesso che dico per non far apparire la Ferrante un’ignorante incompetente?

Incoraggiata dai vari buuuuh che si alzano nella sala, non mi perdo d’animo. Ormai devo andare fino in fondo.

Con un elegante cenno della mano chiedo silenzio e poi improvviso

“Vede, il fine ultimo della mia scrittura (c’è un fine ultimo nella escatologia?), è raccontare esperienze vissute: io scrivo di cose che conosco, romanzandole, certo. Un romanzo non deve avere una valenza gnoseologica. Io scrivo di luoghi e contesti del Meridione, di abitudini, miserie, squallori, amori di gente molto semplice, ma vera. Valori che per me, rimangono universali.”

L’applauso è un boato, altri visitatori si accalcano per vedere il personaggio misterioso. Ringrazio frettolosamente, saluto, e il mio accompagnatore mi fa strada verso un’uscita di emergenza per impedire alla folla di travolgermi. Mentre percorro uno stretto e lungo corridoio che mi porterà fuori, liquido gentilmente il mio salvatore che vorrebbe accompagnarmi. Poi, finalmente sola, cerco di riordinare le idee, ma mi sento afferrare per il braccio destro. “Lei è un’impostora! Io la denuncio!”

“Chi è lei? Cosa vuole da me?” gli urlo spaventata.

“Lei non è la Ferrante! Io sono il marito, la conosco bene”

“Mi mostri un documento!”

“I documenti dovrà tirarli fuori lei in questura, cara la mia imbrogliona!”

“Senta, è stato solo un grosso equivoco…Però ho fatto fare bella figura a sua moglie, non le pare?”

E’molto arrabbiato e mi strattona. Gli chiedo cortesemente di fermarsi e di ascoltarmi. Gli racconto tutto, dall’inizio. Si calma, capisce l’equivoco, quasi gli scappa da ridere, poi si preoccupa per la notizia sui giornali di domani. S’inventerà qualcosa, dice.

Mi scuso ancora, lo saluto e scappo via. Faccio solo pochi passi e mi sento riafferrare di nuovo per il braccio, stavolta il sinistro. Sto per urlare che vuole ancora, mi volto e stavolta è …il mio lui! Non apre bocca, mi calca in testa il suo cappello, mi trascina alla postazione dei taxi e saliamo su quello che ci porterà all’hotel. Io me ne sto zitta, la sua faccia non promette niente di buono. Ogni tanto spio la sua espressione, mordicchiandomi un’unghia. Lui mi allontana la mano dalla bocca e infine “Tu non hai nessuna idea di cosa sia l’escatologia!” dice “E se non combini cazzate non sei contenta vero?”. Vedo l’ombra di un sorrisino. Conosco bene quell’espressione. Sono salva. “Senti…perché non torniamo dentro? Mi piacerebbe salutare Camilleri…magari gli chiedo un autografo”. Grana gli occhi, di nuovo si rabbuia. “Almeno … i giornali domani li compriamo, vero?”

Appoggia la testa al finestrino, guarda fuori, ma sento che borbotta qualcosa. Capisco solo” Non rivolgermi più la parola”

“Fino all’hotel?”

“No, fino a casa” Ma perché si arrabbia? E’stata tutta colpa loro.

Io ho dovuto solo rimediare!

Pubblicato il 09 marzo 2026

Mariella Piccolo

Mariella Piccolo / Psicologa specializzata in Terapia Sistemico relazionale. Attualmente psicoterapeuta in un Poliambulatorio a Modena, ma anche scrittrice