"Il giovane senza nome" di Lavinia Capogna
Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta, regista romana, disabile che ha già pubblicato sette volumi di cui quattro silloge poetiche, un saggio e un romanzo immeritatamente passato in sordina intitolato "Il giovane senza nome".
La storia è ambientata nel 1200 e si svolge in alcune località italiane: un paese di incerta localizzazione, Firenze, Bologna, Roma, l'Umbria, le Marche ma anche Toledo e non mancano riferimenti a Napoli e alla Provenza.
Il racconto è molto avvincente e pieno di colpi di scena ma, come dice l'autrice, "non è un fantasy né un romanzo storico".
È un romanzo con una trama accattivante imprevedibile. Non anticipiamo nulla: quello che possiamo dire è che i personaggi, dal simpatico ed intenso Gutierrez, al delicato ma determinato Giovanni, dalla bellissima Beatrix alla volubile Vereda, dalla maligna Violante alla commovente Judith sono tratteggiati a tutto tondo e sono pieni di sfaccettature. Ma è Isabella, il personaggio femminile, ad essere al centro della scena: stanca e delusa cambierà in modo incredibile la sua vita.
E così Agnolo e Antoniazzo, il feudatario.
E certamente non vanno dimenticati Matteo L'Alchimista e Gabriel l'Alemanno, le cui intricate vicende rendono la storia Ancor più avvincente.
Al centro del romanzo c'è un grande segreto che ovviamente non sveleremo in queste poche righe: al lettore scoprirlo.
Lo stile di Lavinia è chiaro e scorrevole, semplice ma mai banale: i 42 capitoli in cui è divisa questa storia, che non esiterei a definire sontuosa, aiutano a non smarrirsi nei i numerosi eventi di cui è costellato il libro.
Il Medioevo che l'autrice ci narra è ricostruito con grande accortezza ma senza pedanteria e ha una forte valenza sociale: nella vicenda non troverete donzelle, draghi o regine, cavalieri e duelli ma la vita reale che vi sorprenderà tenendovi incollati alla pagina. È anche per questo, oltre che per il suo innegabile valore artistico, che "Il giovane senza nome" si presenta come un'opera innovativa nell'odierno panorama letterario italiano.
Per poter dare vita alle vicende narrate in questo volume, Lavinia Capogna ha condotto un'ampia ricerca storica leggendo approfonditamente i lavori dei principali storici (prevalentemente italiani e francesi) che si occupano di questo periodo per certi versi ancora misterioso: nel romanzo vengono menzionati accuratamente ma senza prolissità, strumenti musicali e cibi, affreschi e testi letterari che contribuiscono a creare una cornice accurata e verosimile.
Il romanzo racconta anche di vicende amorose assai delicate, sia etero che omosessuali che l'autrice tratta in modo peculiare, inquadrandoli al di là dei frequenti luoghi comuni.
Nella storia si riscontra anche un'accurata ricerca psicologica che trova il suo culmine nella storia dei bambini tessitori che si dimostra un pezzo di alto livello letterario, come del resto lo è l'intera vicenda.
Concludo dicendo che vale davvero la pena di perdersi tra le pagine di questo libro che le case editrici si sono lasciate sfuggire in modo poco saggio.
Il medioevo quotidiano di Lavinia Capogna
Numerosi autori contemporanei – e non di meno autrici – si dedicano con predilezione alla scrittura del romanzo storico; e distinguiamo, prima di tutto, quello di pura invenzione da quello che ha per protagonisti personaggi realmente esistiti nei tempi passati. Un genere letterario che potremmo definire non facile, poiché esige da parte dello scrittore non solo genialità inventiva ma anche, a monte, capacità di seria documentazione.
Fra gli altri si distingue questo recentissimo bel libro scritto da Lavinia Capogna – poetessa, narratrice, saggista, regista – pubblicato quest’anno e intitolato "Il giovane senza nome".
Di vaga ispirazione manzoniana, il lungo e articolato racconto si situa in un’epoca imprecisata, fra un castello, una piccola città (San Leone: non la località in provincia di Agrigento, ma un luogo immaginario ai confini delle Terre papali) e le campagne limitrofe; in un anno imprecisato del 1200.
Lavinia Capogna non indugia mai nell’oziosa descrizione di abiti o di sontuosi costumi di velluto, di fantastici copricapi o di gioielli preziosi. Piuttosto si sofferma invece a dipingere l’intimo ritratto dei vari personaggi (e sono molti, fra principali e secondari). Attraverso i dialoghi, le azioni e le reazioni ne sa raffigurare a tutto tondo il carattere, tanto che il lettore potrebbe persino immaginarne l’aspetto, l’incedere, la gestualità.
Vereda, la giovane spagnola combattiva, altera e insieme gelosa, dall’indole assai difficile; Francisco Gutierrez, uomo generoso dal passato oscuro e doloroso; l’umile Meo, dominato da una passione impossibile; la badessa delle Pie Dame Isabella, afflitta ma poi ribelle a una monacazione forzata; Antoniazzo, l’arcigno e crudele signorotto che pare assomigliare al manzoniano Don Rodrigo ma non meno – nella sua apparentemente subitanea conversione – all’Innominato. E poi altri come Miguel Laud, fratello di Vereda, e ancora Agnese, Agnolo, Judith, il medico Gabriel l’Alemanno, Matteo l’Alchimista.
Su tutti emergono forse, con la malinconica perfezione pittorica di una delicata miniatura, il misterioso e assai avvenente Giovanni e l’incantevole Beatrix, costretta ad essere l’amante del rude Antoniazzo: una giovinetta di non nobili origini ma soave, raffinata e gentilissima come una principessa.
L’avventurosa narrazione – che si snoda in un linguaggio volutamente anticato, adatto all’epoca prescelta – ha un andamento ampio, complesso e ramificato ma senza garbugli, e presenta più di un mistero, spesso riservando al lettore sorprendenti colpi di scena, tanto da avvincerlo (anche per la sapiente spartizione della vicenda nei diversi capitoli) e costringerlo a proseguire nella lettura senza interrompersi, ansioso di conoscere il seguito della storia.
Tutto è giocato sulle tinte soffuse della rimembranza, dei vaghi rimpianti, della speranza che difficilmente si muta in assoluta certezza, dell’ambiguità, di identità non nettamente definite, di sognanti e mesti amori non sempre dichiarati, rivolti talora anche a persone dello stesso genere ma assai casti e direi quasi stilnovistici, nutriti da dolci e colti conversari.
Non ci sono qui re e regine a cavallo, battaglie e guerre di predominio, celebri trovatori o cavalieri partiti per le Crociate in Terra Santa: questo è un Medioevo stilizzato eppure quasi quotidiano, ambientato fra un maniero disadorno, un umile convento, qualche viaggio fra boschi e solitarie contrade, e le semplici case o capanne di un contado. In mezzo a gente dove alla fine il bene – e soprattutto il vero Amore – pur dopo tante aspettative. ansie, lacrime e prove sofferte, finisce per riuscire a prevalere, come in ogni autentica e bella favola che si rispetti.
L'Autrice della recensione
Marina Caracciolo, autrice di numerosi saggi e una raccolta di poesie, pluripremiata.
Traduttrice dal tedesco e dal francese.