“To be, or not to be, that is the question”.
La battuta di Amleto resta uno dei vertici del pensiero umano, una domanda che scandaglia il cuore stesso della vita interrogando la condizione esistenziale dell’uomo:
Essere, cioè vivere, permanere, sopportando tuttavia il peso e la sofferenza che l’esistenza inevitabilmente comporta;
oppure
Non Essere, sottraendosi alla sofferenza attraverso il non nascere, l’astensione dall’agire o persino attraverso la morte.
Questo dubbio, divenuto proverbiale come dubbio amletico, ha attraversato i secoli suscitando riflessioni e interpretazioni da parte di pensatori, filosofi e studiosi.
Tuttavia, l’interrogativo posto da Amleto resta fondamentalmente antropocentrico: riguarda l’uomo, la sua coscienza e la sua sofferenza.
Seppur sublime, resta intrappolato nell’orizzonte umano, nella misura in cui lo percepiamo come centro dell’universo.
E se provassimo a guardare oltre l’uomo, oltre il soggetto, oltre la coscienza individuale?
E se considerassimo l’Essere e il Non Essere come condizioni universali, indipendenti dalla soggettività umana?
E inoltre:
la “vivenza” (intesa come la vita nella sua dimensione continua e strutturale) perché appare intrinsecamente legata alla sofferenza?
Il mondo sensibile intorno a noi ci persuade che la materia e quindi l’Essere siano la realtà, la normalità, la condizione fondamentale e naturale dell’Universo.
Montagne, oceani, stelle e galassie sembrano confermarlo.
Eppure ciò che percepiamo rappresenta solo una frazione minima del cosmo.
La materia visibile, la cosiddetta materia barionica, quella che forma galassie, stelle, pianeti e organismi viventi, rappresenta solo circa il 4,9% dell’intero contenuto dell’Universo.
Il restante 95,1% è costituito da forme di realtà presenti e influenti ma che, non emettendo radiazione elettromagnetica, non sono osservabili restando invisibili e indeterminate:
materia oscura
energia oscura.
Ciò significa che ciò che percepiamo come realtà ordinaria è in realtà una minuscola minoranza dell’Universo.
La materia inoltre, non è un’entità autonoma: è il risultato di fluttuazioni e consolidazioni di energia, che richiedono condizioni estremamente precise per emergere.
Questa equivalenza è espressa dalla celebre relazione formulata da Albert Einstein:
E = mc²
che stabilisce l’equivalenza tra energia e massa.
La materia è energia che ha assunto una forma stabile seppur temporanea.
(m = E/c²)
In altre parole:
Ogni forma materiale osservabile, ogni Ente, è una aggregazione locale di energia organizzata, stabilizzata.
È un evento temporaneo di complessità e fragilità, trasformato in una configurazione “che resiste” all’entropia.
La materia visibile e da noi percepibile, non è dunque la norma.
Ma piuttosto, un’eccezione nel mare dell’energia non ancora manifestata.
Ciò che chiamiamo “normale” diventa allora un’eccezione.
Se poi consideriamo la vita biologica sulla Terra, l’evidenza della rarità diventa ancora più netta.
La biomassa totale degli esseri viventi è stimata in circa 550 gigatonnellate di carbonio.
Di questa:
circa 450 GT sono piante
70 GT batteri
12 GT funghi
7 GT protisti
4 GT alghe
2 GT animali.
La biomassa terrestre mostra una distribuzione estremamente sbilanciata: la maggior parte del carbonio vivente appartiene alle piante; gli animali, e l’uomo stesso, sono quasi insignificanti per quantità.
L’Universo è dunque dominato da uno stato di energia non organizzata in strutture materiali visibili e complesse, seguita dalla materia non vivente, e infine dalla vita, che rappresenta un fenomeno locale ed effimero.
In questo quadro, l’essere umano rappresenta soltanto 0,06 gigatonnellate, cioè circa lo 0,01% della biomassa totale.
Eppure questa minuscola frazione ha già alterato profondamente l’equilibrio del pianeta, contribuendo alla perdita di gran parte dei mammiferi selvatici, degli organismi marini e di numerose specie vegetali.
La vita umana si presenta dunque come una manifestazione estremamente rara, ma capace di effetti enormi.
In questa prospettiva l’Essere, così come lo conosciamo, non è la regola e la vita stessa non rappresenta la condizione normale della realtà cosmica.
Al contrario, emerge allora come un evento raro.
L’Universo non è teatro privilegiato dell’Essere.
L’Essere è una eccezione ontologica
La normalità dell’Essere appare dunque solo come una nostra illusione.
È solo una fragile goccia di manifestazione dentro un immenso oceano cosmico di non-manifestazione.
Ogni ente che appare “deve” allora sostenere lo sforzo della propria permanenza.
Non è un semplice fatto contingente: è una conseguenza logica della sua rarità.
L’Essere, fragile goccia, non può semplicemente “essere”.
L’Essere “non” È: “deve” Essere.
Esistere implica allora resistere.
E resistere significa confrontarsi con l’incertezza, con la precarietà stessa che definisce la sua essenza.
In questo quadro, l’Essere Umano allora appare ancor di più come un evento eccezionale, un’eccezione nell’eccezione, un miracolo locale di energia consolidata che emerge e resiste solo temporaneamente all’indifferenza del cosmo.
Un’eccezione che richiede condizioni, sforzo e lotta per affermarsi, per continuare ad Essere
Egli deve continuamente sostenere se stesso.
Deve resistere, persistere, combattere per difendere la propria forma dal ritorno alla non-manifestazione.
L’Essere è dunque lotta.
Non perché l’universo sia ostile, ma perché l’Essere stesso sembra apparire come una “deviazione” dalle condizioni cosmiche predominanti,
un’apparizione temporanea di ordine in un immenso campo di energia.
Vivere significa quindi partecipare a questa eccezione, accettare il fardello dell’esistenza come un evento straordinario, consapevoli della sua precarietà.
Vivere significa allora sostenere questo lampo di energia organizzata, custodirlo, combattere per esso, consapevoli che l’istante dell’esistenza è destinato a dissolversi nella trama energetica da cui è emerso.
Ed è proprio nella precarietà che la Vita rivela tutta la sua eccezionalità;
ed è contro l’incertezza che la pervade che deve incessantemente lottare per durare.
Ma…se l’essere deve lottare per vivere, allora:
ecco perché vivere significa soffrire,
ecco perché la vivenza coincide con la sofferenza.
La sofferenza non è un accidente dell’esistenza, ma la misura stessa della sua eccezionalità.
L’Essere non è naturale: ogni manifestazione, ogni vita, ogni ente, ogni forma stabile è un rara scintilla nell’infinito, una deviazione fragile dalle condizioni ordinarie del cosmo.
L’Essere è atto di coraggio cosmico.
Così, nella più totale indifferenza del cosmo, ogni forma che appare, dalla più minuta alla più complessa, è un miracolo temporaneo, unico e irripetibile, che, tuttavia, non realizza necessariamente un destino cosmico.
Abita soltanto, per un breve istante, l’eccezione dell’Essere.
E forse proprio per questo, ogni battito, ogni pensiero, ogni gesto diventa un atto di “r-esistenza cosmica”: il segno che,
per un frammento di tempo, l’improbabile ha preso forma.
Vivere significa abitare l’eccezione,
e solo nell’eccezione l’Essere rivela la sua straordinaria verità.
Macte Animo !
Guido Tahra
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