Negli ultimi anni è cresciuta, quasi ovunque, una domanda di democrazia diretta come risposta alla crisi sempre più evidente delle forme rappresentative. Governi percepiti come distanti, partiti incapaci di rappresentare la complessità sociale, istituzioni lente e opache hanno riaperto la questione del rapporto tra cittadini e decisione. La richiesta di maggiore partecipazione – ciò che, almeno in parte, spesso il linguaggio politico riduce sbrigativamente a “populismo” – è in realtà un sintomo profondo: il bisogno di tornare a un coinvolgimento pieno e concreto dei cittadini nella formazione delle scelte collettive.
Prima di esprimere qualunque giudizio o indicare una prospettiva è però necessario cercare di capire come “sia messa” la democrazia diretta nel mondo. Dove e come questa domanda trovi già oggi risposte effettive. A tal proposito è utile provare a costruire una “cartografia” della democrazia diretta contemporanea, valutando per un ampio insieme di paesi democratici se e come quattro istituti di democrazia ben noti, si innestino su ordinamenti costituzionali rappresentativi, nello specifico: la presenza e l’effettiva agibilità e pregnanza di referendum abrogativi e propositivi, la possibilità di presentare leggi di iniziativa popolare ed i connessi vicoli ed infine l’elezione diretta di cariche pubbliche non rappresentative, come magistrati o responsabili di agenzie governative o locali. A ciascuna variabile è stato attribuito un valore da 0 a 3, in base al grado di accessibilità e di efficacia degli strumenti menzionati, successivamente ponderato per la rilevanza nazionale o soltanto locale ed in questo secondo caso eventualmente parziale sotto il profilo territoriale dell’agibilità di questi strumenti. Poi il tutto è stato riaggregato in un indicatore complessivo in una scala da 0 a 12.
Su un totale di quarantadue paesi considerati, solo tre superano la soglia del livello 6, cioè il 50% della scala, e appena quattordici si collocano sopra il livello 3. In altre parole, la disponibilità di strumenti di democrazia diretta pienamente agibili è oggi un’eccezione. Al vertice si colloca la Svizzera, con un punteggio di 9,33, unico caso di sistema politico in cui la decisione popolare è organica e diffusa a tutti i livelli di governo. Subito sotto, con valori comunque elevati, troviamo un piccolo gruppo di paesi sudamericani ed europei continentali, accomunati da una tradizione culturale e religiosa cattolica: l’Uruguay, l’Ecuador, la Colombia e, a un livello inferiore, l’Italia e il Portogallo. Infine, gli Stati Uniti, che nonostante la loro fama di democrazia radicale si fermano a 4,17, penalizzati dalla frammentazione territoriale che rende l’agibilità degli strumenti di democrazia diretta molto diseguale da uno Stato all’altro.
Questa cartografia, più che descrivere un semplice grado di apertura istituzionale, fotografa un retaggio profondo: mostra dove e come gli strumenti della democrazia diretta sono riusciti a radicarsi e dove invece è rimasta estranea, segno di un diverso rapporto tra società, economia e potere politico. Ed è da qui che conviene partire per capire perché certe forme di democrazia fioriscono in certi luoghi e non in altri, e quali condizioni materiali e culturali ne rendono possibile l’esistenza.
Sulla base della descritta cartografia, ogni discorso serio sulla democrazia diretta non può che partire dalla Svizzera. È il caso più evidente, anche il modello più studiato, il termine di paragone inevitabile di ogni riflessione. Proprio per questa sua centralità, intorno alla Svizzera si è sedimentata una spiegazione pigra e superficiale, che ha avuto grande fortuna: la rilevanza degli istituti di democrazia diretta nel quadro dell’assetto rappresentativo della democrazia Svizzera è stata possibile perché si tratta di un paese ricco e con pochi abitanti. Capace, pertanto, di permettersi il lusso di poter consultare i cittadini sostanzialmente su ogni questione senza il rischio di generare conflitti irreparabili o produrre decisioni ingestibili. Una formula che tranquillizza, perché riduce un fenomeno complesso a due variabili banali, ma che non regge a nessuna verifica storica. Quando i primi istituti comunitari di autogoverno prendono forma, la Svizzera non è affatto ricca: è un territorio povero, montuoso, difficile da coltivare, lontano dalle grandi rotte commerciali. Né si può dire che fosse un’entità, sebbene piccola, semplice: era frammentata in cantoni spesso in conflitto, divisa da lingue e confessioni religiose. La democrazia diretta svizzera non è mai stata il lusso dei ricchi, ma piuttosto l’invenzione dei poveri, il frutto di una necessità di sopravvivenza collettiva in un ambiente ostile.
Per comprendere davvero la genealogia della democrazia diretta bisogna guardare alle condizioni materiali della montagna. Il terreno magro, le stagioni brevi, la scarsità delle risorse: la montagna non concede surplus, e ogni accumulo individuale si traduce quasi inevitabilmente in un danno collettivo. Dove le risorse non possono essere privatizzate senza compromettere l’equilibrio, si impone un regime di condivisione. L’acqua dei canali irrigui, i pascoli, le foreste, l’alpeggio stagionale: tutto è commons, e i commons richiedono regole comuni. La sopravvivenza dipende dall’interdipendenza: senza coordinamento il ciclo agricolo e pastorale non si regge e chi si sottrae alle regole non può nascondersi. La comunità è piccola, ogni deviazione è visibile, ogni free rider immediatamente riconoscibile e sanzionabile. È questa combinazione di scarsità, interdipendenza e sanzionabilità sociale che genera la logica della decisione collettiva dal basso. La democrazia diretta non nasce come un ideale astratto, non è il frutto di un’elaborazione filosofica, ma come una risposta pratica, il modo più efficiente per gestire beni comuni in un contesto di risorse limitate.
In molte regioni montane del mondo troviamo tracce chiare di questo ethos. Nelle Ande, le comunità Quechua e Aymara organizzate nell’ayllu, con regole comuni per l’uso delle terre e delle acque; in Messico gli ejidos comunitari; in Himalaya i sistemi consuetudinari di gestione collettiva delle irrigazioni; nelle stesse Alpi e negli Appennini, le vicinanze, i comunelli, le regole di alpeggio e di pascolo. Ovunque la montagna costringe a cooperare, emergono forme di decisione diretta che mettono la comunità intera al centro. Ciò che distingue la Svizzera non è l’esistenza di questo ethos, che è ampiamente diffuso, ma la sua istituzionalizzazione politica. Dove altrove queste pratiche restano confinate nella dimensione locale, regolate da consuetudini e mai elevate a principio nazionale, la Svizzera ha saputo tradurle in istituti stabili, dai Landsgemeinde cantonali ai referendum e alle leggi di iniziativa popolare che scandiscono ancora oggi la vita politica del paese. La sua originalità non è nell’invenzione ex novo della democrazia diretta, ma nell’aver saputo trasformare una pratica di sopravvivenza comunitaria in architettura istituzionale moderna. È per questo che la Svizzera non va considerata un’eccezione: è piuttosto il caso paradigmatico di un ethos montano che altrove resta in ombra.
Se la montagna costringe alla cooperazione per scarsità, il mare obbliga invece alla decisione rapida per instabilità. Il mare è spazio di transito e di commercio, non di accumulo. Non si coltiva, non si edifica, non si stabilizza: si attraversa. Chi vive del mare non fonda la propria ricchezza sulla continuità di un suolo, ma sulla capacità di muoversi, di scambiare, di intercettare i flussi. È un ambiente dove tutto è incerto: i venti, le correnti, le rotte, i nemici. Lì non c’è tempo per assemblee interminabili o mediazioni senza fine. Lì decide chi è in grado di comandare, chi sa assumersi il rischio, chi può dare ordini rapidi che tengono insieme uomini e mezzi in condizioni mutevoli.
L’economia marittima si struttura su un capitalismo particolare: meno pesante di quello della pianura, più mobile e flessibile. Una nave è un investimento costoso, certo, ma non paragonabile alla fabbrica che immobilizza capitale e lavoro in un luogo preciso. Una flotta mercantile può essere dispersa, ricostruita, spostata; un porto si amplia o si restringe a seconda dei traffici. Le infrastrutture necessarie sono relativamente leggere, molto meno imponenti di canali e ferrovie. È un capitalismo che premia la liquidità, la mobilità, la rapidità di decisione. In questo spazio fluido emergono élite ristrette, mercantili, capaci di muovere risorse e uomini senza radicarsi troppo nel territorio. Il riflesso politico di questa economia è una democrazia che potremmo chiamare decidente. In linea di massima non un regime monarchico, ma repubblicano, e tuttavia dominato da minoranze coese che sanno imporre decisioni rapide. Le assemblee non sono abolite, anzi esistono e spesso hanno grande prestigio formale, ma sono strumenti in mano a chi controlla i traffici, i porti, le flotte. La rappresentanza popolare non media conflitti sociali diffusi, come nelle pianure industriali, ma ratifica decisioni prese da un’aristocrazia mercantile. È un modello repubblicano e non monarchico, dunque avanzato, ma pur sempre elitario e centralizzato.
Gli esempi storici sono numerosi e ricorrenti. La Repubblica di Venezia, con il suo Maggior Consiglio e il Doge come esecutore, incarna in pieno questo ethos: non un regno, ma una repubblica oligarchica, dove poche famiglie aristocratiche mercantili detengono il potere e lo esercitano con rigore decisionista. Le altre repubbliche marinare italiane – Genova, Pisa, Amalfi – ripetono lo schema: istituzioni repubblicane, ma governate da élite ristrette capaci di muovere flotte e commerci. A nord, la Lega Anseatica raccoglie città mercantili del Baltico e del Mare del Nord, anch’esse rette da patriziati cittadini, in un sistema coordinato ma decisionista. Le Province Unite olandesi del Seicento proseguono la stessa logica: una repubblica mercantile urbana, dominata da élite commerciali che guidano la prima globalizzazione. Infine, il Regno Unito: il grande modello moderno di democrazia marittima, che dalla Glorious Revolution in poi ha costruito un parlamentarismo maggioritario e un sistema Westminster fondato su governi forti, in grado di decidere in fretta e di reggere un impero coloniale proiettato sui mari. L’ethos del mare, dunque, è quello della democrazia rappresentativa decidente, ma sempre nelle mani di élite ristrette. È la forma politica che corrisponde a un capitalismo leggero e mobile, ad alta capacità di rischio e a bassa intensità di capitale fisso. Non l’assemblea del villaggio alpino, ma il consiglio mercantile della città-porto: non il consenso diffuso e vincolante, ma la decisione rapida che permette di cavalcare i flussi.
Il fiume rappresenta un terzo modo di strutturare l’esperienza politica: quello della connessione e della complessità. Il fiume non è mai soltanto acqua che scorre: è un’infrastruttura naturale che attraversa i territori, li unisce, li collega a mercati più ampi, rende possibile il trasporto, l’irrigazione, l’accumulo di capitali. Ma proprio perché offre tanto, non è mai autosufficiente. A differenza del pascolo alpino, che basta dividere e regolare in comune, o del porto marittimo, che con poche opere diventa operativo, il fiume pretende ingegneria, organizzazione, pianificazione. Per diventare motore economico deve essere canalizzato, arginato, reso navigabile; deve avere porti fluviali, ponti, strade laterali, in epoca moderna ferrovie e centrali energetiche. L’acqua che scorre non basta: occorre dominarla, disciplinarla, moltiplicarne le funzioni.
Questa caratteristica ha fatto dei grandi bacini fluviali europei – il Reno, la Senna, il Rodano, il Danubio, il Po – i luoghi in cui più intensamente si sono concentrati capitali e popolazioni, già in epoca preindustriale. La pianura irrigata dal Po o dalla Senna era il contrario della scarsità alpina: campi fertili, rese agricole elevate, ma a costo di grandi lavori collettivi. Qui l’agricoltura era intensiva, non estensiva. Non si trattava di piantare e aspettare: bisognava scavare canali, costruire mulini, drenare paludi, organizzare la rotazione delle colture. Tutto ciò richiedeva capitali consistenti e coordinamento sociale. È qui che si distingue il fiume dal mare: non un’élite ristretta capace di muovere flotte e commerci mobili, ma una pluralità di soggetti che partecipano a un’impresa collettiva radicata nella terra, che produce conflitti interni e quindi istituzioni più ampie e concertative.
Nel medioevo e nella prima età moderna, i grandi bacini fluviali europei – il Reno, il Po, la Senna, il Rodano e il Danubio – generarono società urbane più dense e stratificate di quelle marittime. Lungo il Reno, mercanti e corporazioni artigiane condividevano il governo delle città, dando forma a una rappresentanza plurale che obbligava alla mediazione. Le città del Po, da Milano a Bologna, svilupparono consigli comunali e signorili in cui arti e mestieri avevano voce, costruendo regole di equilibrio per contenere conflitti sociali endemici. A Parigi, lungo la Senna, la convocazione degli Stati Generali impose al potere monarchico un primo confronto con la pluralità dei ceti, mentre a Lione, sul Rodano, la forza delle corporazioni mercantili e manifatturiere rese la concertazione un tratto permanente della vita cittadina. Persino il Danubio, con la sua varietà di popoli e culture, costrinse l’Impero asburgico a sperimentare forme di autonomia e di equilibrio territoriale. In tutti questi casi, il fiume appare come matrice di un ethos politico più ampio e complesso: non la decisione rapida di pochi, ma la costruzione paziente di compromessi in società dove la densità economica e sociale rende inevitabile la mediazione.
In tutti questi casi, l’ethos del fiume si manifesta già in epoca preindustriale come predisposizione alla pluralità, come esigenza di mediazione. Non è ancora democrazia, ma è già politica concertativa. Mentre il mare premia la decisione rapida di pochi e la montagna la deliberazione diretta di tutti, il fiume costringe a far convivere molti interessi dentro istituzioni più ampie.
Con l’irrompere dell’industrializzazione, questo ethos si amplifica. Le stesse pianure fluviali che avevano conosciuto l’agricoltura intensiva diventano sedi di grandi complessi industriali. Il Reno e la Ruhr, la Senna e la regione parigina, il Po e la Lombardia e il Piemonte industriali, il Rodano e Lione, il Danubio e Vienna, Budapest, Belgrado: tutte queste aree vedono sorgere fabbriche, ferrovie, centrali, porti fluviali moderni. Il capitale fisso cresce a dismisura, il lavoro si concentra in grandi masse operaie. Il conflitto sociale diventa permanente, strutturale, ineliminabile. È in questo contesto che la democrazia di processo prende forma piena. Sistemi elettorali proporzionali, governi di coalizione, ruolo centrale dei partiti e dei sindacati, concertazione sociale: tutto ciò è la traduzione politica dell’ethos del fiume. Non più solo pluralità di corporazioni, ma rappresentanza di classi, di movimenti, di interessi organizzati. Non più solo compromessi cittadini, ma compromessi nazionali. La lentezza, qui, non è inefficienza: è il prezzo e insieme il valore di una politica che non pretende di eliminare i conflitti, ma di gestirli, di contenerli, di trasformarli in equilibri instabili ma duraturi.
Se la democrazia di processo ha avuto le sue fragilità – la crisi della Quarta Repubblica francese, il crollo di Weimar, la cosiddetta “Prima Repubblica” italiana – ha anche prodotto sistemi solidi, come la Repubblica Federale tedesca del dopoguerra o come, uscendo dall’Europa, la democrazia giapponese, capace di integrare capitale e lavoro in una struttura di concertazione stabile. L’ethos del fiume, dunque, non va letto come patologia, ma come necessità storica: là dove capitale e lavoro si concentrano, solo la mediazione può garantire coesione. Dalle corporazioni medievali del Reno e del Po agli Stati generali della Senna, dalle autonomie del Danubio all’industrializzazione novecentesca, fino ai sistemi proporzionali moderni, la sua genealogia è quella di un ethos che, di fronte alla complessità, ha sempre scelto la via del processo, della rappresentanza plurale e del compromesso.
Se proviamo a tirare le fila di questo percorso, si delinea con chiarezza un nesso profondo tra condizioni materiali, modelli produttivi ed esiti istituzionali. L’ethos della montagna, fondato sulla scarsità e sulla gestione comunitaria dei commons, in un’economia a bassissima intensità di capitale, genera la democrazia diretta: la decisione collettiva dal basso come strumento di sopravvivenza, poi istituzionalizzata in forme politiche stabili come nel caso svizzero. L’ethos del mare, con il suo capitalismo leggero e mobile, poco infrastrutturato e a bassa intensità di capitale fisso, produce invece una democrazia rappresentativa che potremmo definire “deliberante” o “decidente” caratterizzata storicamente, perlopiù, da sistemi elettorali maggioritari: tendenzialmente repubblicana e sostanzialmente oligarchica, capace di decisioni rapide, guidata da élite ristrette che assumono il rischio e impongono la rotta. Infine, l’ethos del fiume, che concentra popolazioni, capitali e infrastrutture pesanti in pianure irrigue e città industriali, genera la democrazia rappresentativa di processo: lenta, proporzionale, fondata sulla mediazione e sul compromesso, unica forma in grado di reggere conflitti sociali intensi e strutturali.
La riflessione che abbiamo condotto fin qui, seguendo le genealogie della montagna, del mare e del fiume, non nasce da un gusto per l’archeologia politica. È invece un tentativo di capire perché oggi, in piena trasformazione digitale, la domanda di democrazia diretta torna a farsi sentire con forza crescente. La tesi che si vuole sostenere che non si tratta di un capriccio ideologico né di un ritorno romantico al passato della polis ateniese. Si tratta invece di una spinta strutturale che nasce dal basso coerente con il fatto che le forme rappresentative tradizionali – nate in un’epoca di infrastrutture pesanti, apparati stabili, grandi concentrazioni di capitale e di lavoro – non riescano più a rappresentare la realtà viva della società contemporanea. Ciò che il linguaggio mainstream definisce “populismo” – con tono spesso spregiativo – è in realtà in gran parte la manifestazione, talvolta confusa ma concreta, di questa esigenza: riavvicinare la decisione alla vita sociale, restituire ai cittadini un ruolo non solo di consenso ma di deliberazione. È una richiesta di partecipazione e controllo diretto, che si alimenta nella disintermediazione tipica dell’era digitale.
Questa non è una deriva, ma un processo strutturale. Il capitalismo contemporaneo – smaterializzato, reticolare, a bassa intensità di capitale fisso e ad altissima intensità cognitiva per quanto concerne i singoli lavoratori per lo più atomizzati e contestualmente funzionali ad integrarsi operativamente con infrastrutture digitali, sostanzialmente dei commons, ma che restano controllate da ristrettissime élite – ha dissolto molte delle condizioni che avevano reso necessaria la democrazia di processo. L’infrastruttura economica del nostro tempo è una combinazione inedita di ethos del mare e di quello della montagna: da un lato, la flessibilità e la velocità del primo; dall’altro, la cooperazione orizzontale e comunitaria della seconda. Ciò che scompare, o comunque si riduce, è il mondo del fiume – la pianura industriale, le grandi organizzazioni, le mediazioni lente e proporzionali.
In questo nuovo ecosistema, le forme politiche coerenti con la struttura produttiva non possono che essere ibridate: decisione rapida e collettiva insieme, rappresentanza e partecipazione intrecciate, centralità dell’individuo ma anche dei commons. La domanda di democrazia diretta non è quindi un ritorno all’utopia, ma il tentativo – spesso inconsapevole – di dare forma politica a un nuovo ethos materiale, quello deterritorializzato del capitalismo digitale.