Go down

di Luca Sesini e Beppe Carrella


Con la sua testa d’elefante e il sorriso sereno, Ganesh non è solo una divinità: è una presenza che ci accompagna nei momenti di transizione, quando il caos sembra prendere il sopravvento. È il simbolo di chi sa ascoltare, di chi sa vedere oltre l’apparenza. Ganesh ci ricorda che esiste un filo sottile tra ciò che tocchiamo e ciò che sentiamo, tra la logica e l’intuizione, tra l’umano e tutto ciò che umano non è ma ci parla comunque. È l’archetipo di chi abbraccia la complessità senza paura.

Viviamo immersi in una rete invisibile fatta di dati, server, algoritmi che promettono connessione e spesso generano disconnessione, un mondo dominato dalla tecnologia in cui l’ostacolo più grande è proprio l’illusione che il digitale sia neutro, immateriale, innocuo. Ma questa rete ha un corpo: consuma energia, acqua, materiali rari. E impatta direttamente sulla vita della Terra. Non solo attraverso i data center, ma lungo tutta la filiera tecnologica, dalla miniera al cloud.

In un mondo che corre, che dimentica, che semplifica e considera la sostenibilità solo una parola astratta, Ganesh ci invita a fermarci. A cercare equilibrio, a coltivare armonia, a trovare quella saggezza che non grida ma sussurra. La sua immagine ci ricorda che anche nel disordine può nascere bellezza. Nella tradizione induista, è il dio che rimuove gli ostacoli e apre la strada a nuovi inizi.

Minerali, algoritmi e api: la biodiversità invisibile del digitale

Quando parliamo di sostenibilità digitale, pensiamo spesso all’energia: data center, consumi, emissioni. Ma c’è un’altra dimensione, più silenziosa e meno raccontata, che tocca direttamente il cuore del SDG 15 – Vita sulla Terra: la biodiversità minacciata dalle filiere tecnologiche.

Ogni smartphone, laptop, server contiene minerali rari estratti da ecosistemi fragili. Coltan, litio, rame, terre rare: materiali indispensabili per alimentare la nostra vita connessa, ma spesso provenienti da aree ad alta biodiversità, dove l’estrazione distrugge habitat, contamina suoli e mette a rischio specie endemiche.

Il caso del coltan e i gorilla del Congo

Il coltan è invisibile, ma è ovunque. È dentro i nostri telefoni, i computer, i tablet. Senza di lui, la connessione si spezza. Ma dietro questo minerale essenziale si cela una storia che non compare nei manuali d’uso. Il coltan viene estratto principalmente da un suolo ricchissimo di biodiversità nella regione del Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. È qui che sorge il Parco Nazionale di Kahuzi-Biega, uno degli ultimi rifugi dei gorilla di montagna.

Questa ricchezza naturale è anche la sua vulnerabilità. L’estrazione illegale ha infatti devastato intere porzioni di foresta, spinto le specie al limite e alimentato tensioni armate che coinvolgono comunità locali già fragili. Secondo il WWF, negli ultimi 25 anni, il numero di gorilla orientali è diminuito di oltre il 60%. Non per cause naturali, ma per la distruzione sistematica del loro habitat. È come se, senza volerlo, stessimo cancellando una parte di mondo ogni volta che scegliamo la comodità senza la consapevolezza.

La tecnologia può essere un ponte, ma solo se non dimentica le radici. E quelle radici, in questo caso, affondano nella terra di una giungla che sta scomparendo. Umanizzare il digitale significa conoscere queste storie, chiederci da dove viene ciò che usiamo, e scegliere filiere più giuste. Perché dietro ogni byte, c’è una vita. E dietro ogni scelta, può esserci cura.

Algoritmi e impollinatori: il legame che non vediamo

Anche l’agricoltura digitale, con tutta la sua promessa di progresso, ha un impatto sulla biodiversità. I campi oggi non sono più solo attraversati da trattori e mani esperte: sono sorvolati da droni, monitorati da sensori, analizzati da algoritmi. I sistemi di agricoltura di precisione promettono efficienza, raccolti ottimizzati, meno sprechi. Ma dietro questa rivoluzione silenziosa, si nasconde una domanda urgente: a quale prezzo? Il rischio è quello di favorire monoculture, intensificare l’uso di pesticidi e ridurre gli spazi vitali per insetti impollinatori, uccelli, piccoli mammiferi.

Le api selvatiche, fondamentali per il 75% delle colture alimentari, stanno scomparendo. In Europa, una specie su tre è già a rischio estinzione. Eppure, senza di loro, anche il più sofisticato dei sistemi digitali non potrà garantire sicurezza alimentare. La vera innovazione non è quella che ignora la natura, ma quella che la ascolta. Perché ogni campo, ogni fiore, ogni volo d’ape è parte di un equilibrio che non possiamo permetterci di perdere.

Quando la tecnologia protegge la vita

Valorizzare il SDG 15 nell’era digitale significa riscrivere il rapporto tra innovazione e natura. Non si tratta solo di ridurre l’impatto, ma di generare impatto positivo.

  • Dietro ogni dispositivo c’è una filiera di materiali da tracciare per garantire che l’estrazione non distrugga foreste, fiumi o comunità. È un modo per dare trasparenza al progresso.
  • Riciclare e riutilizzare non è solo un gesto tecnico: è una forma di rispetto. Ogni smartphone rigenerato è una risorsa salvata, un ecosistema protetto.
  • Immagina sensori che monitorano la salute degli impollinatori, server alimentati da foreste agroecologiche, algoritmi che favoriscono la biodiversità. Integrare la tecnologia con pratiche rigenerative è possibile—ed è urgente.
  • Anche l’economia digitale può contribuire a rinaturalizzare il pianeta. Dai carbon credits tech che finanziano la rinascita di foreste, ai progetti che usano blockchain per proteggere habitat: l’innovazione può diventare alleata della biodiversità.

Ganesh e l’etica della connessione

Ganesh ci invita a ripensare il nostro rapporto con la tecnologia. La sua testa d’elefante ci ricorda la saggezza della natura. Il topo, suo veicolo, ci insegna che anche il più piccolo ha un ruolo. Il fiore di loto che tiene in mano è la purezza, la capacità di fiorire anche nel fango. E il dolce che offre è il frutto della conoscenza condivisa.

In chiave digitale, Ganesh ci parla di un ecosistema dove ogni byte è consapevole, ogni server è responsabile, ogni innovazione è anche rigenerativa.

La sostenibilità digitale come pratica quotidiana

Come possiamo tradurre questo insegnamento?

  • Progettare software leggeri, che consumano meno risorse.
  • Ottimizzare il codice, riducendo il carico computazionale.
  • Scegliere infrastrutture alimentate da fonti rinnovabili, come il Green Data Center di Aruba in Italia.
  • Riutilizzare il calore dei data center, come fa EcoDataCenter in Svezia.
  • Educare gli utenti a un uso consapevole del digitale: meno streaming superfluo, più attenzione ai consumi invisibili.

Ogni gesto digitale è anche un gesto ambientale. Ogni click ha un impatto. E ogni innovazione può essere un’offerta alla Terra.

La forza del branco, la saggezza dell’elefante

Ganesh ci insegna che la vera forza è quella che rimuove gli ostacoli per tutti. La sostenibilità digitale non è una missione individuale, ma collettiva. Ogni sviluppatore, designer, utente, policy maker ha un ruolo da giocare. Ogni scelta - dal linguaggio di programmazione alla fonte energetica -può contribuire a proteggere la vita sulla Terra.

Conclusione: il futuro è sacro

In un mondo che corre, Ganesh ci invita a fermarci. A riflettere. A riconoscere che la Terra non è una risorsa, ma una relazione. E che il digitale, se guidato dalla saggezza, può diventare uno spazio di fioritura, non di estrazione.

Perché la vera sostenibilità non è solo tecnica. È spirituale. È il modo in cui decidiamo di abitare il nostro tempo. La biodiversità non è solo una questione biologica. È una rete di relazioni, di equilibri, di storie. E anche il digitale ne fa parte. Ogni scelta tecnologica può essere un gesto di cura o di distruzione. Sta a noi decidere se vogliamo un futuro dove l’innovazione fiorisce insieme alla Terra, o uno dove la connessione costa troppo.


Pubblicato il 03 gennaio 2026

Luca Sesini

Luca Sesini / Governance & Sustainability | Business & Digital Transformation | Innovation enthusiast | Change Management | NEDcommunity member