Go down

L’individuo moderno non «viene all’essere» secondo una φύσις propria. Viene prodotto da istituzioni, sistemi, tecniche. La scuola «produce» diplomati; l’università «produce» laureati; il mercato del lavoro «produce» professionisti; i media «producono» consumatori. Il vocabolario non è neutro.


Con Ananke abbiamo toccato la Necessità che tutto avvolge. Con Chronos, il Tempo che divora e rigenera. Ora una domanda che precede entrambi: come vengono all’essere le cose? Come, dal silenzio, emergono gli dèi, Gaia, Urano, la molteplicità?

Questa domanda ti sembra ovvia. Non lo è.

Per noi moderni, “venire all’essere” significa una cosa sola: essere fatto. Un agente esterno, che sia trascendente o immanente, poco importa, produce le cose. Prima non c’erano; poi, per un atto, ci sono. È così evidente che non ci accorgiamo nemmeno di pensarla così.

Ma i Greci non pensavano così. E la parola che usavano, γένεσις, porta in sé un mondo diverso. Un mondo in cui le cose non sono fatte. Vengono all’essere. Si dispiegano. Emergono. Come un seme che diventa albero. Come un bambino che nasce. Come un pensiero che affiora.

Comprendere questa differenza non è esercizio erudito. È la condizione per ascoltare ciò che i miti hanno da dire, e per riconoscere ciò che noi, senza saperlo, abbiamo perduto.

La parola

Γένεσις deriva dal verbo γίγνομαι, “venire all’essere”, “diventare”, “nascere”. La radice è antichissima: l’indoeuropeo *ǵenh₁-, da cui fioriscono il latino genus, il sanscrito jan-, il tedesco Kind. Da questa radice i Greci traggono un’intera costellazione: γένος (stirpe), γονή (seme), γόνος (prole), γενέτωρ (genitore). Il venire-all’essere è pensato sul modello della nascita, della generazione biologica.

Ma c’è un dettaglio grammaticale che cambia tutto.

Il verbo γίγνομαι si coniuga alla voce media. Non attiva, non passiva: media.

Benveniste ha mostrato che l’opposizione originaria nel sistema verbale indoeuropeo non era attivo-passivo, ma attivo-medio. Il passivo è derivato, tardivo. E la distinzione fondamentale non riguarda, come si crede, l’“interesse” del soggetto nell’azione. Riguarda la sua posizione rispetto al processo: nell’attivo, il processo si compie fuori dal soggetto; nel medio, il soggetto è dentro il processo, ne costituisce il centro. Benveniste propone di chiamarle “diatesi esterna” e “diatesi interna”.

γίγνομαι appartiene ai verbi che esistono solo al medio, i media tantum. Non esiste una forma attiva γίγνω.

Perché?

Perché la semantica stessa del “venire all’essere” esclude che il soggetto possa essere esterno al processo. Chi diviene è simultaneamente luogo, agente e risultato dell’emergenza. Non c’è un “fattore” che fa divenire qualcosa; c’è qualcosa che accade a sé stesso.

Quando Esiodo scrive che Chaos γένετο, non dice che Chaos “fu fatto”, questo sarebbe passivo, implicherebbe un agente esterno. Non dice che Chaos “fece sé stesso”, questo sarebbe attivo, presupporrebbe un soggetto già esistente che agisce. Dice che Chaos venne all’essere: il soggetto si costituisce nel e attraverso il processo stesso del suo emergere. Non è prodotto da altro. Non si produce. Accade, dall’interno.

È una struttura che le lingue moderne faticano a rendere. L’italiano deve ricorrere a perifrasi: “venire all’essere”, “farsi”, “generarsi”. Ma nessuna coglie la sfumatura del medio greco, dove il soggetto non precede l’azione né la subisce, è l’azione nel suo compiersi.

Non c’è un fattore esterno. Non c’è un artigiano che produce. C’è qualcosa che viene all’essere.

E l’essere stesso? Quando Esiodo scrive γένετο, usa il verbo εἰμί in modo che dobbiamo chiamare pre-parmenideo. L’essere non è ancora oggetto di interrogazione. È presupposto come ovvio. Esiodo registra che qualcosa è, che qualcosa viene ad essere, senza chiedersi “che cos’è l’essere?”. Quella domanda devastante, “da dove viene l’essere? come può qualcosa venire all’essere se prima non era?”, non è ancora stata posta.

Verrà. E cambierà tutto. Ma Esiodo scrive prima di essa, e noi dobbiamo imparare a leggere con i suoi occhi.

Tre verbi per tre modi

La Teogonia distingue con precisione diversi modi del venire-all’essere.

Γένετο: l’emergenza spontanea. È il verbo dei primordiali, Chaos, Gaia, Tartaro, Eros. Di loro Esiodo dice solo che “vennero all’essere”, senza specificare da cosa o da chi. Non hanno genitori. Non sono generati. Semplicemente sono, dall’inizio.

Ἐγείνατο: la generazione partenogenetica. Gaia “genera” Urano “uguale a sé stessa”, “senza dolce amore”. Non c’è unione. C’è una potenza che si articola, che produce da sé altro-da-sé.

Τέκε: il partorire da unione sessuale. Quando Gaia giace con Urano, “partorisce” i Titani. La formula diventa standard: τέκε κυσαμένη φιλότητι μιγεῖσα, “partorì, avendo concepito, unitasi in amore”.

Tre verbi. Tre modi. Nessuno dei quali è fare, produrre, creare.

L’opposizione fondamentale nel pensiero greco arcaico non è tra “creare” e “generare”. È tra γίγνομαι (venire all’essere) e ποιέω (fare, produrre). Il primo appartiene alla φύσις, alla crescita organica, al dispiegarsi spontaneo. Il secondo appartiene alla τέχνη, all’arte, alla fabbricazione. Quando l’artigiano produce un vaso, fa: impone forma alla materia. Ma quando l’albero cresce, quando il bambino nasce, siamo nell’ordine del γίγνεσθαι.

Il titolo del poema di Esiodo lo dichiara: Θεογονία. Non “Teopoiesi”, fabbricazione degli dèi. Teogonia, generazione, venire-all’essere degli dèi. Gli dèi non sono fatti. Vengono all’essere.

Il mito: quando il mondo venne all’essere

Immagina il silenzio prima del silenzio. Non c’è ancora nulla, né luce né tenebra, né alto né basso, né prima né dopo. E poi, in quell’assenza che non è ancora assenza perché non c’è nulla da cui essere assente, qualcosa accade.

Chaos γένετο.

Non “Chaos fu creato”. Non “qualcuno fece Chaos”. Chaos venne all’essere. Si aprì. Si spalancò. Perché questo è Chaos, non il disordine, come crederanno i tardi, ma la Voragine, lo Χάσμα, l’apertura primordiale. Da χαίνω, spalancarsi. È lo spazio che si fa spazio per accogliere ciò che verrà.

E subito dopo, αὐτὰρ ἔπειτα, Gaia. La Terra dall’ampio petto, sede sicura per sempre di tutti gli immortali. Non “creata” da Chaos. Non “prodotta”. Semplicemente: venne all’essere. Come se l’apertura stessa del Chaos la chiamasse in essere, come se lo spalancarsi della Voragine esigesse un fondamento su cui posarsi.

E Tartaro, l’abisso nebbioso nel fondo della terra. La profondità sotto la profondità, il luogo dove un giorno saranno gettati i Titani sconfitti.

E poi Eros, ὃς κάλλιστος ἐν ἀθανάτοισι θεοῖσι, “il più bello tra gli dèi immortali”. Non l’amorino alato della tradizione ellenistica. Non il putto delle decorazioni barocche. Eros è il principio che rende possibile l’unione, la congiunzione, la generazione sessuale. Senza Eros, Gaia e Urano non potrebbero unirsi. Senza Eros, la molteplicità resterebbe chiusa nell’indifferenziato.

Miller ha colto con precisione la complementarità tra Chaos ed Eros: mentre χάος significa breccia e separazione, ἔρος significa attrazione e venire-insieme. Chaos è la divisione originaria, l’apertura che rende possibile la differenziazione; Eros è la forza che ricongiunge ciò che è stato separato. Sono i due poli della γένεσις cosmica: separazione e unione, differenziazione e congiunzione.

Ma, e questo è cruciale, Eros non genera. Eros rende possibile la generazione, ma non è lui stesso generatore. È un principio abilitante, non un agente produttivo. La generazione avviene attraverso Eros, non da Eros. Per questo non ha genealogia: non è generato, e non genera. È la condizione perché altri possano generare.

Quattro potenze. Quattro condizioni di possibilità. Senza Chaos, nessuna apertura in cui qualcosa possa emergere. Senza Gaia, nessun fondamento. Senza Tartaro, nessuna profondità. Senza Eros, nessuna unione.

E nota: nessuna genealogia. Nessun padre, nessuna madre. Nessun “chi li ha fatti”. Vennero all’essere, e questo è tutto ciò che Esiodo dice, tutto ciò che Esiodo può dire, perché non c’è altro da dire.

Poi Gaia si muove. Genera, ἐγείνατο, Urano, il Cielo stellato, “uguale a sé stessa”, perché la copra tutta intorno. Non c’è unione sessuale. C’è una potenza che si articola, che produce da sé altro-da-sé, il suo stesso complemento, ciò che la coprirà e con cui potrà poi unirsi. Genera anche i Monti, le grandi dimore delle Ninfe. E genera Ponto, il Mare sterile, “senza dolce amore”. Tutto questo prima di qualsiasi unione sessuale.

E solo dopo, solo quando Urano esiste, solo quando il Cielo copre la Terra, Gaia giace con lui. E partorisce. Τέκε. Nascono i Titani, nascono i Ciclopi, nascono i Centimani dalle cento braccia. Nascono potenze terribili, che Urano odia e spinge di nuovo nel grembo di Gaia, impedendo loro di vedere la luce.

Nascono attraverso generazione. Non attraverso creazione.

Gli Dèi sono il mondo

Prima di procedere, liberiamoci di un pregiudizio.

Per noi, gli dèi sono entità separate dal mondo, esseri che agiscono su di esso, dall’esterno. Questa è la concezione che il monoteismo abramitico ci ha insegnato. Ma non è la concezione greca.

Nella Teogonia, gli dèi sono il mondo. Gaia non è la dea “della” terra, è la Terra stessa, pensata come potenza divina. Urano non è il dio “del” cielo, è il Cielo, nella sua divinità. Oceano è il Fiume primordiale che circonda la terra, padre di tutti i fiumi e di tutte le sorgenti, divinità fluviale tra le più antiche, non marina.

Questo significa che la generazione teogonica è simultaneamente cosmogonica. Quando Gaia genera Urano, il Cielo viene all’essere. Quando Gaia e Urano si uniscono, nuove potenze emergono. Non c’è separazione tra piano divino e piano materiale. Sono lo stesso piano, visto da due angolature.

Parmenide: la domanda che paralizza

Con Parmenide di Elea accade qualcosa di decisivo.

Per la prima volta, l’essere, che in Esiodo era usato come ovvio, diventa oggetto di interrogazione. E questa interrogazione produce un risultato che sembra negare la possibilità stessa della γένεσις.

L’argomento è serrato. Ciò che è (τὸ ἐόν) non può venire all’essere, perché dovrebbe venire o dall’essere o dal non-essere. Ma non può venire dall’essere, già è. E non può venire dal non-essere, perché il non-essere non è nulla da cui qualcosa possa provenire.

“Come potrebbe venire all’essere? Se venne all’essere, non è. Così il venire-all’essere è spento.”

È accaduto qualcosa di enorme. La frase “Chaos venne all’essere”, che Esiodo poteva pronunciare senza problemi, è diventata filosoficamente scandalosa. Da dove venne? Non dal non-essere, che non è. Non dall’essere, che già era. Dunque?

Dopo Parmenide, ogni pensatore deve fare i conti con questo dilemma. E la risposta, in forme diverse ma con struttura identica, è sempre la stessa: il passaggio dal non-essere all’essere è impensabile. Non vietato: impensabile. Contraddice il principio stesso che fonda il pensiero, τὸ γὰρ αὐτὸ νοεῖν ἐστίν τε καὶ εἶναι, “lo stesso è pensare ed essere”. Pensare il non-essere è già non pensare. Ciò che chiamiamo “generazione” deve essere ripensato come trasformazione di qualcosa che già è.

Empedocle risponde postulando quattro radici eterne che si mescolano e si separano, ciò che appare generazione è riconfigurazione dell’eterno. Gli atomisti moltiplicano i principi in infiniti atomi ingenerati. Platone introduce il Demiurgo che plasma una materia preesistente. Aristotele distingue tra generazione assoluta e relativa, introducendo la potenza come terzo termine tra essere e non-essere.

Il concetto di γένεσις sopravvive, ma si sposta. Non è più il venire-all’essere precedente, che Parmenide ha reso impensabile. È il venire-all’essere dentro l’essere: l’emergere di una forma da un sostrato, il differenziarsi di qualcosa da qualcos’altro che già era. Il γίγνεσθαι, quel verbo medio che indica auto-costituzione dall’interno, si muove ora all’interno dell’essere, non lo produce.

Questa distinzione sarà cruciale. Perché quando, secoli dopo, la tradizione semitica introdurrà la creatio ex nihilo, la creazione dal nulla per puro atto di volontà divina, non starà semplicemente postulando un’opzione al repertorio. Starà affermando come dogma ciò che il pensiero greco, nei suoi stessi presupposti, aveva già escluso come impensabile.

Perché i Greci non avevano la creatio ex nihilo

Una delle differenze più profonde tra pensiero greco e pensiero semitico.

Per i Greci, la domanda “chi ha creato il mondo dal nulla?” non aveva senso. Il principio ex nihilo nihil fit, dal nulla non viene nulla, era presupposto condiviso da Parmenide agli Stoici. Non era discusso; era ovvio, quasi tautologico.

Anche quando i Greci parlavano di “inizio”, non intendevano un inizio assoluto. L’acqua di Talete, l’ἄπειρον di Anassimandro, il fuoco di Eraclito sono principi eterni. Il mondo viene all’essere da questi principi, non dal nulla.

La dottrina della creatio ex nihilo, la creazione per puro atto di volontà, è sviluppo tardo. Gerhard May ha mostrato che non appare prima del II secolo d.C. Mille anni dopo Esiodo.

“In principio Dio creò il cielo e la terra”, questa frase della Genesi introduce un paradigma che sarà condiviso dalle tre tradizioni abramitiche. Non “vennero all’essere”, ma “Dio creò”. Un agente trascendente che con un atto di volontà produce ciò che prima non era.

La frattura moderna

Foucault ha identificato nel “momento cartesiano” una trasformazione decisiva. Ma una precisazione è necessaria.

Quello che accade con Cartesio non è una demolizione intenzionale. È un effetto collaterale, una riconfigurazione del sapere che produce conseguenze impreviste. Le Meditazioni conservano ancora la struttura dell’esercizio spirituale: il ritiro, il dubbio metodico, la purificazione dalle opinioni. Ma il risultato dell’operazione cartesiana è paradossale: il soggetto che emerge dal dubbio, il cogito, non ha più bisogno di trasformarsi per accedere alla verità. È già, “così com’è”, capace di conoscere. Basta il metodo.

Prima di Cartesio, l’accesso alla verità richiedeva una trasformazione del soggetto, l’ἐπιμέλεια ἑαυτοῦ, la cura di sé. Dopo Cartesio, il soggetto “così com’è” diventa già capace di verità, attraverso il solo metodo.

La spiritualità classica, greca prima, poi cristianamente rielaborata, non fu abolita da un decreto. Fu gradualmente resa superflua da una nuova configurazione del sapere.

Nel dualismo cartesiano, il mondo materiale, la res extensa, è pura estensione, meccanismo senza anima. Non c’è più φύσις, il sorgere spontaneo delle cose. C’è solo materia che si muove secondo leggi matematiche. In questo quadro, il concetto di γένεσις, il venire-all’essere organico, diventa impensabile. Restano solo due opzioni: la creazione (un agente che produce dall’esterno) o il meccanismo (cause che producono effetti). Il terzo termine, l’emergenza organica, è scomparso.

Quando, dopo Cartesio, leggiamo i miti greci, tendiamo a proiettare le nostre categorie. Chiediamo: “Chi ha creato? Qual era l’intenzione? Qual era il progetto?”

Ma queste domande non hanno risposta nei testi arcaici, perché non sono le domande che i Greci si ponevano. È come chiedere quale sia il “progetto architettonico” di una foresta. La foresta non ha progetto. Cresce.

Cosa si perde

Cosa si perde quando si legge la γένεσις con le categorie della creazione?

Si perde il senso dell’immanenza del divino. Se il mondo è creato da un Dio trascendente, il divino è altrove. Ma se Gaia, Urano, Oceano sono le potenze divine, allora il sacro è qui, ora, in ogni cosa.

Si perde il senso dell’organicità. Se il mondo è fabbricato secondo un progetto, è un meccanismo. Ma se viene all’essere organicamente, come un vivente che cresce, è vivo. La φύσις non è materia inerte; è vita che si dispiega.

Si perde il senso della partecipazione. Se siamo creature di un Dio trascendente, siamo radicalmente altri dal divino. Ma se siamo parte della φύσις, figli di Gaia, il divino è in noi come noi siamo nel divino.

Παιδεία — Il venire-all’essere come processo educativo

E noi?

Noi che leggiamo di Chaos e Gaia, di potenze che vengono all’essere dispiegandosi dall’interno, noi come veniamo all’essere? Siamo forse esenti da questa legge? O anche per noi vale ciò che vale per il cosmo: che non siamo fatti, ma ci generiamo?

Quello che segue non è pedagogia nel senso che la modernità ha dato a questa parola, tecniche, metodi, competenze da trasmettere. È qualcosa di più antico e più urgente. È la domanda su come un essere umano possa partecipare al proprio venire-all’essere. Come possa, invece di essere fabbricato, generarsi.

Questo è il territorio che stiamo per attraversare. Non è confortevole, facile o veloce. Ma è necessario per la nostra venuta nel mondo.

L’azione educativa come partecipazione alla γένεσις

Esiste una correlazione profonda tra γένεσις, educazione e sviluppo psicologico. Se il γίγνεσθαι è il modo in cui le cose vengono all’essere, allora ogni autentica educazione è, in senso proprio, un processo generativo.

Non a caso Socrate si definiva μαῖα, levatrice.

La maieutica non produce contenuti. Non fabbrica anime. Accompagna un venire-all’essere che ha la sua origine nel soggetto stesso. Quando Socrate dichiara di non insegnare nulla, non è falsa modestia. La verità non può essere «fatta» dall’esterno; si dispiega dall’interno secondo la propria φύσις. Come ogni autentica generazione richiede.

La pedagogia socratica è generazione, non fabbricazione.

La stessa intuizione attraversa, con altro vocabolario, la pedagogia di Dewey. L’educazione come «crescita», growth, non è metafora casuale. L’educatore che ignora questa verità, che tratta l’educando come materiale da lavorare, non educa. Fabbrica.

E ciò che fabbrica non è un essere umano. È un prodotto. Un’imitazione di essere umano: qualcosa che ha forma umana ma non ne ha la vita.

Così in ogni autentico apprendimento il sapere deve essere generato, non ricevuto. E questa generazione richiede il soggetto come attore, non come materia.

Partecipazione, non passività

L’esperienza educativa autentica è quella in cui il soggetto partecipa attivamente al proprio venire-all’essere. Non subisce; co-genera. Ciò che nasce collabora, anche se non sa di collaborare. È una volontà paradossale: tendere verso qualcosa che ancora non si conosce, desiderare ciò che non si può ancora nominare.

È il corpo che impara a camminare prima che il bambino sappia cosa sia camminare. È la psiche che lavora nei sogni mentre l’io dorme.

Ma questa partecipazione inconsapevole può essere ostacolata, deviata, soffocata.

Qui entra la dimensione consapevole. L’attenzione, la volontà, le domande non producono la γένεσις. La permettono. Il lavoro cosciente è preparazione del terreno perché ciò che già si muove nel profondo possa emergere.

Ma cosa significa, concretamente, preparare il terreno?

Il soggetto che vuole partecipare alla propria γένεσις deve anzitutto imparare a sostare nella domanda. Non cercare immediatamente la risposta. Non fuggire il disagio del non-sapere. Non afferrare la prima soluzione che si presenta.

Le domande autentiche non si risolvono, si abitano. Richiedono tempo, silenzio, pazienza. Richiedono di coltivare l’attenzione verso sé stessi. Il nostro sé profondo parla continuamente, ma parla piano. E il rumore del mondo copre la sua voce. Fare spazio al silenzio è già atto generativo.

La γένεσις non si accelera. Chi pretende risultati immediati non si genera: si fabbrica un’immagine di sé e la scambia per il sé. Il tempo della maturazione è tempo necessario, non tempo perso.

Tra γένεσις e fabbricazione: il destino dell’umano

Genitori e educatori: non fabbricanti ma ostetrici

Se comprendiamo la γένεσις, comprendiamo anche il ruolo di chi educa.

Il genitore che plasma il figlio a propria immagine non genera. Fabbrica. L’educatore che impone la propria verità non educa. Colonizza.

In entrambi i casi, il modello è tecnomorfico. E il risultato non è un essere umano ma un artefatto che somiglia a un essere umano.

Ma il seme cresce secondo la propria natura, non secondo l’intenzione di chi se ne prende cura.

Allo stesso modo, l’educando stimolato dall’educatore cresce secondo la propria φύσις, non è fotocopia genitoriale.

C’è qui un paradosso che l’educatore deve sostenere:

agire con intenzione sapendo che l’intenzione non determina l’esito. L’educazione come γένεσις è: permettere all’interiorità di venire-alla-presenza, di manifestarsi, di essere-nel-mondo.

È la posizione della levatrice. Fa tutto il possibile perché il parto riesca, ma sa che non è lei a partorire.

Chi non sa riconoscere l’alterità dell’educando non può educarlo. Può solo fabbricarlo.

E la fabbricazione fallirà. Perché ciò che fabbrica non è materia morta: resiste, si ribella, devia, impazzisce.

Quando la τέχνη sostituisce la γένεσις

Che cosa accade quando il modello tecnomorfico colonizza ogni ambito dell’esistenza?

Quando l’essere umano stesso viene pensato, e quindi trattato, come prodotto di fabbricazione?

La modernità ha compiuto questo passo.

L’individuo moderno non «viene all’essere» secondo una φύσις propria. Viene prodotto da istituzioni, sistemi, tecniche. La scuola «produce» diplomati; l’università «produce» laureati; il mercato del lavoro «produce» professionisti; i media «producono» consumatori. Il vocabolario non è neutro.

Dice la verità di una concezione in cui l’umano è ridotto a risultato di processi produttivi.

L’individuo fabbricato è alienato nel senso più radicale: separato dalla propria origine, dal proprio venire-all’essere.

Non è emerso dall’interno, è stato assemblato dall’esterno e questa alienazione si è calcificata in struttura.

La nevrosi come distacco dalla γένεσις

Molte delle sofferenze che la modernità chiama «nevrosi» sono, nella loro radice, conseguenze di questa fabbricazione.

L’angoscia contemporanea, l’epidemia silenziosa di depressione, ansia, vuoto esistenziale, è anche, forse soprattutto, angoscia di chi non si è mai generato. La stanchezza cronica che affligge tanti contemporanei, quella che nessun riposo sembra curare, è spesso la fatica di sostenere una struttura che non poggia su fondamenta proprie. Chi non si è mai generato vive come straniero in casa propria. Ogni mattina deve ricordarsi chi deve essere, perché non sa chi è. Funziona, talvolta, anche brillantemente.

Ma non vive. Esegue.

Le risposte facili e la povertà dell’anima

Il mercato della guarigione prêt-à-porter

Alla sofferenza dell’uomo fabbricato, la modernità risponde con ulteriore fabbricazione.

Il mercato offre soluzioni preconfezionate: tecniche di self-help, pillole per l’umore, algoritmi per l’ottimizzazione personale. È la logica della τέχνη applicata alla guarigione: si identifica il problema, si applica la soluzione, si produce il risultato. Massime in caratteri colorati, liste di consigli per l’autostima, tecniche in cinque passi per superare il lutto. Tutto formulato per essere consumato in pochi secondi, condiviso senza essere compreso, dimenticato prima ancora di essere applicato.

Può produrre sollievo temporaneo, simulacro di benessere.

Non può produrre γένεσις. Perché la γένεσις non è producibile.

Tutto ciò non invita alla discesa. Promette che si può restare in superficie e stare comunque bene. È l’equivalente psichico del fast food: sazia nell’immediato, non nutre nel profondo.

Ma chi cerca scorciatoie per la γένεσις non le trova.

Le risposte facili aboliscono la ricerca, il cammino, il tempo, la necessità, l’incertezza. Aboliscono la possibilità stessa della γένεσις.

Le domande che richiedono discesa

Certe domande non ammettono risposte dall’alto. Richiedono discesa.

Κατάβασις: il movimento verso il basso, verso il fondo, verso l’origine. È il movimento che Freud chiamava «archeologico», che Jung chiamava «individuazione», che i mistici chiamavano «notte oscura».

Ma Eraclito sapeva qualcosa di più:

ὁδὸς ἄνω κάτω μία καὶ ὡυτή

 la via in su e in giù è una e la stessa

Non ci sono due cammini: uno che scende e uno che sale. C’è un unico cammino che è insieme discesa e risalita. Chi scende sta già risalendo. Chi fugge la discesa fugge anche la possibilità di risalire trasformato.

Non si può evitare. Si può solo attraversare.

La discesa fa paura perché nel fondo abitano le cose che abbiamo sepolto: il dolore non elaborato, la vergogna nascosta, la rabbia repressa, il lutto non compiuto. La modernità, che promette luce senza ombra e progresso senza perdita, ci ha insegnato a evitare il basso, a restare in superficie, a fuggire da ciò che pesa.

Ma ciò che viene evitato non scompare.

Si accumula. Fermenta. Intossica.

Il profondo è il territorio di Dioniso prima della ricomposizione: lo smembramento necessario perché qualcosa di nuovo possa nascere.

La modernità fugge la discesa perché fugge la morte.

Ma ogni γένεσις autentica passa attraverso una piccola morte. Chi non sa morire non può nascere. Chi non scende non può risalire trasformato.

L’educazione che fabbrica anziché accompagnare la γένεσις non prepara a questa discesa. Produce individui che sanno molte cose ma non sanno stare con le domande senza risposta. Senza γένεσις autentica, c’è solo fabbricazione. Veloce, efficiente, morta.

Il mito come bussola

I miti greci non sono soluzioni. Sono compagni di viaggio. Non fabbricano risposte; aprono spazi in cui le risposte possono venire-all’essere.

Questa è la differenza cruciale tra il mito e la «pillola». La pillola promette risultato garantito, percorso abbreviato, fatica evitata. Il mito non promette nulla di tutto questo. Ti racconta: «non sei solo, non sei il primo, puoi Essere».

E questo è più terapeutico di qualsiasi promessa.

I miti greci parlano di morte, di trasformazione, di sacro, di destino — l’incontro con forze più grandi di noi. Parlano in un linguaggio che aggira le difese della coscienza.

Il linguaggio delle immagini, dei simboli, delle figure, non si consuma come si consuma un’informazione.

È la struttura stessa della γένεσις.

Abbiamo bisogno di bussole per la γένεσις, e le bussole che la modernità ci offre non indicano il nord del sé.

Abbiamo bisogno di compagni che conoscano la via perché l’hanno percorsa. I miti sono questi compagni. Chi ascolta i miti impara che la γένεσις è possibile. Che altri l’hanno compiuta. Che il viaggio verso sé stessi, per quanto arduo, ha una meta — anche se la meta non può essere descritta in anticipo, ma solo riconosciuta.

Ἐπιτάφιος λόγος

Siamo partiti da una parola, γένεσις, e siamo arrivati a una tomba.

Non la tomba di un uomo. La tomba di un modo di pensare. Di un modo di stare nel mondo. Di un modo di venire all’essere.

L’Occidente moderno ha sepolto la γένεσις. L’ha sepolta sotto strati di fabbricazione, di tecnica, di progetto. L’ha dimenticata così profondamente che non sa più nemmeno di averla perduta. E noi, figli di questa dimenticanza, ci aggiriamo come stranieri in un mondo che non riconosciamo più, perché non sappiamo più come venire all’essere in esso.

Questo è il nostro epitaffio. Ma un epitaffio, nella tradizione greca, non è solo compianto. È anche esortazione. L’ἐπιτάφιος λόγος che Pericle pronunciò sui caduti ateniesi non sigillava una tomba, riapriva una possibilità. Commemorava i morti perché i vivi potessero continuare ciò che era stato iniziato.

Così facciamo noi.

Un mondo pensato come “creato” è un mondo-oggetto. Materia a disposizione della volontà. È il mondo della tecnica, del dominio, dello sfruttamento. Un mondo che si può smontare e rimontare, perché non ha vita propria, solo quella che noi gli conferiamo.

E l’abbiamo smontato.

Smontiamo foreste per farne merci. Smontiamo montagne per estrarne profitto. Smontiamo oceani, fiumi, ghiacciai. Smontiamo popoli interi, quelli lontani, quelli che non vediamo, quelli che estraggono per noi il cobalto, il litio, il coltan, perché i nostri schermi brillino e le nostre auto siano silenziose. Smontiamo corpi in fabbriche che non visiteremo mai, in miniere che non nomineremo mai, in guerre che non chiameremo mai con il loro nome.

Il nostro benessere ha un prezzo.

Ma il prezzo lo pagano altri.

E Gaia, la Terra che per i Greci era madre, fondamento, sacro, per noi è diventata risorsa. Qualcosa da sfruttare. Qualcosa da esaurire. Qualcosa che, quando sarà finita, sostituiremo con un’altra. Come se ce ne fosse un’altra.

Questo è il mondo-oggetto. Questo è il frutto della creatio. Quando il mondo è “fatto”, può essere disfatto. Quando il mondo è “nostro”, possiamo farne ciò che vogliamo. E lo facciamo.

Un mondo pensato come “venuto all’essere” è un mondo-vivente. Φύσις che si dispiega, sacro immanente. È il mondo della partecipazione, del rispetto, della meraviglia. Un mondo che cresce con noi e di cui siamo parte, non padroni, non artefici, ma figli.

I Greci non avevano bisogno di un Creatore perché Gaia, Urano, Oceano non erano stati creati. Erano venuti all’essere, come una pianta che cresce, come un bambino che nasce, come un pensiero che emerge. Non c’è volontà che li preceda. Non c’è progetto che li governi dall’esterno. C’è solo la φύσις che si dispiega, il divino che si articola in potenze che sono il mondo.

Generare non è duplicare. È far venire all’essere ciò che non c’era. Senza γένεσις, senza autentica produzione di novità, restiamo imprigionati nell’identico, condannati a riprodurre, a fabbricare, a copiare, ma mai a far nascere.

Ma il sepolcro non è sigillato.

Perché anche noi, noi che leggiamo, noi che cerchiamo, noi che sentiamo il peso di questa perdita, anche noi possiamo venire all’essere. Non siamo esenti dalla legge che governa il cosmo. Non siamo fatti. Ci generiamo.

Il processo di venire-all’essere necessita di tempo. Di spazio. Di cura. Di azione. Richiede coraggio, ascolto, attenzione. Non si accelera, non si abbrevia, non si compra. È il cammino più lungo, quello che passa attraverso sé stessi.

Al momento della nascita non è solo la madre a spingere. Il bambino spinge, si gira, prova emozioni, co-partecipa alla sua nascita in modo attivo. Chi nasce si fa posto nel mondo. Non è fatto nascere, viene all’essere, con tutto il suo peso, con tutta la sua volontà paradossale di tendere verso qualcosa che ancora non conosce.

È il processo fenomenico di quello che dopo, nella vita, siamo portati a compiere con la γένεσις. Ogni autentico divenire ripete quella prima nascita. Ogni trasformazione vera è un nuovo parto.

La perdita del concetto di γένεσις non è un dettaglio erudito. È il sintomo di una frattura che attraversa l’Occidente moderno. Abbiamo dimenticato cosa significa venire all’essere. E dimenticandolo, abbiamo perso la capacità di stupirci che qualcosa sia piuttosto che nulla.

Ma forse, e questo “forse” è tutto ciò che ci resta, ed è abbastanza, forse, se torniamo ad ascoltare, possiamo reimparare. Forse, se rileggiamo Esiodo con occhi lavati dalle incrostazioni di secoli, possiamo sentire di nuovo quel primo γένετο, quel venire all’essere che non chiede permesso, che non ha bisogno di un fattore, che semplicemente accade.

E forse, in quell’ascolto, possiamo ritrovare il nostro posto. Non sopra il mondo, come padroni. Non fuori dal mondo, come osservatori. Ma dentro il mondo, figli di Gaia, partecipi della φύσις, mortali che vengono all’essere e passano dall’essere, ma che in questo passaggio possono, per un istante, essere davvero.

I miti greci non ci dicono dove andare. Ci dicono che il viaggio è possibile. Che altri l’hanno compiuto. Che la γένεσις, per quanto sepolta, non è morta.

È solo in attesa. Di essere risvegliata. Di essere ricordata. Di venire, ancora una volta, all’essere.


Pubblicato il 03 febbraio 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN

Benedetta Mastroviti

Benedetta Mastroviti / Educatrice Professionale