Quante volte, a fine giornata, ti sei sentitə esaustə, non tanto per le cose fatte, quanto per il peso di quelle che avresti voluto fare e non hai fatto?
Esiste un ospite silenzioso che abita in molte delle nostre stanze interiori: il perfezionismo. Spesso lo confondiamo con l’ambizione, ma c'è una differenza fondamentale. La sana ambizione è una spinta verso la crescita, verso il nuovo, l'osare, lo sperimentare; il perfezionismo è invece un ostacolo al movimento, è un passare e ripassare da terre note, senza che ciò significhi evolverci.
Dal punto di vista neuropsicologico, questo costante controllo che tutto sia come nelle nostre idee, ci tiene in uno stato di iper-attivazione, quindi di allarme facile, cosa che contribuisce a farci percepire l'errore non come un dato di realtà ma come un pericolo, una minaccia alla nostra stessa identità; può nascere quel faticoso senso di inadeguatezza ormai noto come "sindrome dell'Impostore". Ci convinciamo che, solo se faremo tutto alla perfezione, se saremo impeccabili nel lavoro, come genitori, come partner, saremo al sicuro dal giudizio e dal rifiuto.
Ma il benessere individuale, e delle nostre relazioni, non si fonda su quanto siamo perfettə e inattaccabili.
Sai cosa potresti fare per uscire dall'ansia da ipercontrollo e perfezionismo? Prova ad esempio a renderti consapevole del nome che ha la tua voce critica: quella voce che ti dice "non è abbastanza" ha spesso il timbro di qualcunə del passato. Prova a distinguerti e a distanziartene. Non sei tu, è la voce passata (dei tuoi genitori, nella tua infanzia/adolescenza), che hai interiorizzato e che sta cercando (male, fuori contesto, in un presente in cui sei adultə) di proteggerti.
Non sei un progetto da completare, ma una persona da incontrare.
Non sei un progetto da completare, ma una persona da incontrare. Mostrare le crepe non ti rende debole. Sono i punti da cui puoi lasciar entrare l'altrə. La perfezione isola, o crea relazioni superficiali, perché la paura che si riveli la nostra inadeguatezza tiene tuttə distanti. L'imperfezione connette, a livelli profondi.
Spesso, ciò che chiamiamo "carattere" è in realtà un insieme di strategie di sopravvivenza che abbiamo imparato da piccolə.
Il tuo giudice interiore così severo non è un nemico nato per distruggerti, ma una parte di te che ha imparato a bacchettarti prima che lo facessero altrə. È una forma di auto-difesa preventiva. Se io mi critico per primə, il giudizio esterno farà meno male.
Tuttavia, questo meccanismo crea un cortocircuito:
• L’aspettativa irreale: Creiamo uno standard S che è sempre superiore alle nostre possibilità attuali P.
• Il divario: La sofferenza psicologica è direttamente proporzionale alla distanza tra S e P. Più il divario è ampio, più il senso di colpa ci paralizza.
Winnicott ci ha illuminato già decenni fa sul fatto che un/a bambino/a non ha bisogno di un genitore perfetto, ma di un genitore che sappia fallire e riparare il legame.
Nella vita adulta, questo si traduce nel passare dal "devo fare" al "posso essere". Invece di criticarti o punirti per un errore, osserva come puoi ripararlo. La riparazione è l'atto psicologico più evoluto che esista: trasforma un errore (se così vogliamo chiamarlo) in un'occasione di ri-connessione.