Ho seguito con estrema attenzione l’intervento del professor Yuval Noah Harari al World Economic Forum di Davos 2026 e ritengo che sia un contributo che merita di essere ascoltato integralmente. Non tanto perché l’appuntamento di Davos sia, in sé, particolarmente significativo o stimolante, quanto per il contesto in cui queste riflessioni vengono formulate.
I concetti espressi da Harari assumono infatti un peso specifico diverso proprio perché pronunciati all’interno del World Economic Forum, un’istituzione che dichiara di essere impegnata a migliorare la condizione del mondo e che rivendica un ruolo di neutralità, presentandosi come indipendente da orientamenti politici, ideologici o interessi nazionali. È esattamente questa cornice a rendere l’intervento ancora più rilevante: le teorie proposte risuonano in uno spazio che ambisce a rappresentare una visione globale e imparziale, anche se su tale pretesa di neutralità ci sarebbe, evidentemente, molto da discutere.
Quale sede migliore, dunque, per esprimere quanto segue:
- L'IA non è un semplice strumento, bensì un agente autonomo capace di manipolare il linguaggio, ovvero il fondamento del potere, del diritto e della religione.
- La nostra identità collettiva, basata storicamente sul primato del pensiero razionale e del linguaggio, rischia di collassare di fronte a entità in grado di superare le capacità umane.
- L'urgenza di decidere se concedere personalità giuridica a questi "immigrati digitali" che presto domineranno i mercati finanziari e le istituzioni.
- La tensione tra la verità espressa dalle parole e l'esperienza sensoriale umana, unico baluardo rimasto contro l'ascesa delle macchine.
Sicuramente il video è da ascoltare perché in pochi minuti vengono messe in fila domande esistenziali non di poco conto e tutto questo non volendo considerare l’urgenza di intervento etico prima ancora che normativo.
L’urgenza da affrontare è sicuramente una crisi antropologica, di civiltà, che non abbiamo ancora compreso bene perché fagocitati della nostra ego smisurata, che va oltre l'economia e la società in generale, toccando le fondamenta dell'identità umana, del significato della vita e dei valori culturali.
Per secoli l’essere umano si è definito come animale razionale e parlante e il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’infrastruttura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, narrazioni collettive e forme di legittimazione del potere.
L’IA, invece, introduce una discontinuità radicale perché è la prima tecnologia capace di operare dentro il dominio umano, non solo su quello materiale; quando una macchina produce testi, argomentazioni, narrazioni, norme e interpretazioni in modo più rapido ed efficace dell’essere umano, l’identità fondata sul pensare e sul dire perde il suo carattere esclusivo. Ne deriva una crisi antropologica: non siamo più gli unici soggetti capaci di dare senso al mondo attraverso le parole.
Da soggetti attivi e produttori di significato a soggetti passivi ovvero consumatori e/o spettatori di significati generati altrove; questo è il rischio che stiamo correndo. Il paradosso di tutto questo è che è lo stesso essere umano a permetterlo rischiando non tanto la sostituzione biologica, ma la perdita di centralità semantica.
Questo ragionamento è supportato da una testimonianza di Harari che afferma: “Un cambiamento inquietante nel nostro senso di identità emerge dal fatto che le IA hanno già iniziato a coniare termini per descriverci. Cito un caso in cui un'IA ha definito gli esseri umani come "the Watchers" (gli osservatori). Questo suggerisce un'inversione di ruolo: non siamo più i creatori attivi della cultura, ma spettatori di processi generati da macchine”
Quindi, se la nostra identità dipende ancora dalla nostra abilità linguistica, essa è destinata a crollare, poiché l'IA diventerà la fonte della maggior parte dei pensieri e delle parole nelle nostre menti; quella identità che ha permesso agli umani di dominare il mondo ora sta passando a un agente non umano.
Continuano a sostenere che l’IA sia semplicemente tecnologia e che stiamo vivendo un fraintendimento collettivo; beh, sarebbe il caso di chiedere al Signor BlackRock il più grande gestore di patrimoni al mondo come vengono gestite, e soprattutto da cosa, le transazioni finanziarie mondiali.
Bene ricordare che BlackRock amministra capitali per Stati, fondi pensione, banche e grandi investitori istituzionali, esercitando un’enorme influenza sui mercati finanziari e sulle strategie delle imprese e che, dal punto di vista sociologico, BlackRock rappresenta una forma di potere strutturale, capace di orientare decisioni economiche, industriali e persino politiche senza esercitare un controllo diretto, ma attraverso il possesso diffuso di quote societarie e l’uso di strumenti algoritmici di gestione del rischio (come la piattaforma Aladdin).
Inoltre, basta girovagare sul Web per scoprire che ChatGPT e altri modelli AI stanno risolvendo problemi matematici aperti da decenni come, ad esempio, i 15 problemi di Erdős che sono passati da irrisolti a risolti.
Quindi cosa potrebbe accadere, e non in un futuro lontano chiaramente, se l’IA generasse un sistema economico o strumenti di trading che gli stessi economisti non sarebbero in grado di comprendere? Si pensi che, ad oggi, oltre l'80% delle istituzioni finanziarie utilizza l'IA in qualche forma, e il trading algoritmico rappresenta circa il 70% dei volumi di trading azionario negli Stati Uniti.
D’altronde la ricerca potenziata dall'IA, nel settore del trading finanziario, migliora l'accuratezza delle previsioni fino al 20%; l'ottimizzazione tramite Machine Learning offre circa il 7% di rendimenti superiori; gli strumenti di valutazione del rischio riducono le perdite di circa il 15%.... e tutto questo per generare più soldi: mi si perdoni la metafora, scomodando il maestro Guccini: “…scordando che poi infine tutti avremo due metri di terreno...” (Canzone di notte n° 2)
Il rischio più profondo è che l'IA inventi dispositivi finanziari così complessi che nessun essere umano sarà più in grado di capire o regolamentare e se questi dispositivi diventassero troppo complessi per essere compresi, i governi non saprebbero più come regolamentarli, rendendo la politica economica obsoleta. Mentre le forme di denaro tradizionali si basano sulla fiducia in istituzioni umane (banche, governi), le nuove forme inventate dall'IA potrebbero basarsi sulla pura efficienza dei risultati.
In sintesi un sistema economico finanziario, gestito da IA, dove gli economisti sarebbero solo spettatori delle transazioni finanziarie, della moneta digitale; e tutto questo raccontandoci che l’IA non ha creatività. Mah... l’IA non ha sentimenti, amore, odio, rabbia o dolore (capitale semantico) ma sulla creatività potremmo iniziare ad avere dei seri dubbi.
La sfida fondamentale diventa allora culturale e politica: decidere se l’identità umana debba abbandonare il dominio del linguaggio e si debba ripensare a partire dall’esperienza, dalla relazione e dalla responsabilità.
Il rischio è una società formalmente governata dagli esseri umani, ma sostanzialmente diretta da Intelligenze Artificiali, con un progressivo svuotamento della sovranità democratica e della responsabilità politica. Senza questa riflessione, l’ascesa dell’IA non sarà solo tecnologica, ma una trasformazione silenziosa delle categorie stesse con cui pensiamo l’umano.
Voglio concludere, però, con un pensiero positivo: abbiamo ancora il tempo e la possibilità di intervenire come società e, più in generale, come esseri umani. Dobbiamo solo risvegliarci e per farlo basterebbe ritornare a parlare.