La parentesi, o l’altra voce del testo

Due piccoli segni che sembrano mettere qualcosa ai margini del discorso possono, in realtà, aprire un secondo percorso di significato. Attraverso le analisi di Owen, Shakespeare e Cummings, Günther e Martina Lampert mostrano come la parentesi possa trasformare la linearità della scrittura in uno spazio di dialogo fra voci diverse

La grande assente: la morte come fondamento nascosto della vita.

Una riflessione sui recenti saggi di Benedetta Mastroviti e Luca Magni Un confronto tra i recenti saggi di Benedetta Mastroviti ("La mortalità come condizione del vivere") e Luca Magni ("Linguistic Exorcisms and Complementary Semantics") rivela una sorprendente convergenza: la morte, rimossa dal linguaggio e dalla cultura occidentale, emerge come il limite nascosto che rende possibile il senso stesso della vita. Attraverso i concetti di cono d’ombra e differenza inversa, l’articolo esplora il rapporto tra ciò che viene escluso dalla nostra visione e ciò che, proprio in quanto nascosto, ne costituisce il fondamento.

Il dizionario di ZEUS! [2]

Dopo le lettere 'A' e 'B' nel dizionario segue la 'C' Un dizionario visionario, con definizioni non ingenue. Hanno la struttura logica del sogno, del mito, della poesia concreta. Seguono una coerenza interna che non è quella del dizionario standard, è quella dell'associazione libera, della memoria corporea, del pensiero che non si censura.

Il dizionario di ZEUS! [1]

Cominciamo con le lettera 'A' e 'B' Un dizionario visionario, con definizioni non ingenue. Hanno la struttura logica del sogno, del mito, della poesia concreta. Seguono una coerenza interna che non è quella del dizionario standard, è quella dell'associazione libera, della memoria corporea, del pensiero che non si censura.

Il linguaggio come luogo dell'hexis: Aristotele, Wittgenstein, Foucault

La teoria aristotelica della virtù e la riflessione wittgensteiniana sulla Lebensform lavorano su un suolo comune che le tradizioni in cui si inscrivono tendono a oscurare. Al centro di entrambe c'è una stessa intuizione: che il soggetto si forma attraverso la pratica, e che quella formazione precede e rende possibile ogni riflessione esplicita su ciò che si fa. Portare le due prospettive in tensione, aggiungendovi la ripresa foucaultiana della cura di sé, permette di fare un passo ulteriore verso il linguaggio come luogo in cui quella formazione si compie in modo più pervasivo e meno visibile.

Intervista ImPossibile a Pier Paolo Pasolini (IIP #33)

AI e l’omologazione culturale L’intelligenza artificiale interviene nel modo in cui si costruisce il senso. Non organizza soltanto informazioni; entra nel linguaggio, orienta le scelte, stabilisce ciò che qualcuno ritiene essere importante. Il potere non coincide più con un centro visibile o con un’istituzione riconoscibile; prende forma come infrastruttura diffusa, capace di operare in modo continuo e preventivo. Questo processo riguarda la cultura nel suo insieme. L’AI tende a uniformare i modi di comunicare e di immaginare. Le differenze vengono assorbite e rese compatibili, l’omologazione diventa una condizione strutturale. Pasolini aveva già descritto un passaggio simile quando parlava di “mutazione antropologica”, cioè di un cambiamento che investe coscienza, linguaggio e comportamenti sotto la spinta del consumismo. In quella fase la televisione e la pubblicità costruivano modelli comuni e producevano una cultura unica, capace di sostituire la varietà delle esperienze. Oggi l’intelligenza artificiale porta questo processo a un livello più profondo. I modelli culturali vengono generati e adattati in tempo reale, anche da noi stessi. Il potere interviene a monte delle scelte, orienta il campo delle possibilità prima ancora che una decisione prenda forma; il risultato tende verso una progressiva convergenza di linguaggi e visioni. Intervistare Pasolini in questo contesto ha un senso politico preciso, la sua analisi permette di leggere il presente a partire dal linguaggio e dai comportamenti, non solo dalla tecnica. Offre strumenti per riconoscere come il potere entra nella vita quotidiana e nella costruzione del desiderio. La sua posizione resta utile, aiuta a vedere come l’omologazione riguarda non solo i contenuti, ma le condizioni in cui si pensa e si parla. In questo senso, la sua critica consente di comprendere l’intelligenza artificiale come questione pubblica, legata alla libertà e alla possibilità di vivere le differenze.

Si può ancora parlare?

I rapporti fra gli individui sono diventati così schermati che ogni virgola fuori posto può essere percepita come un attacco distruttivo all’imperante ego di ciascuno. Il commento, la critica, il giudizio (quelli motivati, costruttivi, competenti) non hanno più diritto di cittadinanza perché vengono immediatamente percepiti come aggressioni, pregiudizi, distruzioni. Di fatto in tanti hanno talmente abolito il pensiero che non sanno più distinguere, appunto, tra un giudizio benevolo e una cattiveria. Si è proprio eliminata la capacità di giudizio.

E’ ancora possibile capirsi?

L’infrastruttura che ha guidato tutti i processi storici e sociologici è sempre stata il linguaggio; in questo senso, il linguaggio non è stato solo uno strumento, ma l’architettura attraverso cui si sono costituiti identità, istituzioni, forme di legittimazione del potere ma, soprattutto, narrazioni collettive.

Le categorie dell'osservazione. Intelligenza artificiale e produzione del visibile

Si narra di un re che, per vedere meglio i confini del regno, fece costruire torri sempre più alte. Col passare degli anni osservò che i confini si spostavano, lungo linee che le torri non avevano previsto. Cambiò le torri; i confini continuarono a spostarsi. Il re, prima di morire, confessò al successore un sospetto: che forse le torri avessero disegnato i confini, anziché mostrarli. Davanti all'intelligenza artificiale, oggi, ci troviamo di fronte a una domanda del tutto simile a quella del re.

Perché l’AI non riuscirà ad appiattire l’uomo

Vi è un timore sempre più diffuso che l’intelligenza artificiale conduca a un progressivo appiattimento del linguaggio e, con esso, dei processi di pensiero, imponendo uno stile uniforme, corretto e prevedibile (si vedano ad esempio: Kreminski, 2024; Elgan, 2025; Paschalidis, 2025; Ahart, 2026; Inoshita et al., 2026; Sourati et al., 2026). Eppure, a ben vedere, questo timore si rivela infondato: la storia e la natura stessa dell’uomo mostrano che ogni tentativo di standardizzazione linguistica e di pensiero è destinato a fallire. Anche i progetti più ambiziosi di unificazione, dalla globalizzazione linguistica fino ai sistemi simbolici universali, finiscono infatti per frantumarsi sotto la spinta delle differenze, delle interpretazioni e delle singolarità umane. Ciò che appare come rischio si rovescia così nel suo contrario: è proprio l’uomo, con la sua irriducibile tendenza a deformare, reinventare e moltiplicare i segni, a impedire che qualsiasi forma di uniformità possa davvero imporsi.