L'ho sentito a un convegno. Detto con l'orgoglio di chi ha fatto la scelta giusta.
«Noi abbiamo scelto un'IA on promise».
Voleva dire on-premises. Il sistema in casa, sui propri server, i dati che non escono.
Ha detto on promise. Sulla promessa.
Nessuno in sala ha battuto ciglio. Forse perché era la frase più esatta della giornata.
Un altro convegno, un altro relatore: «il nostro no wow». Intendeva know-how.
Due malapropismi. Una diagnosi.
Il primo promette prima di dimostrare. Il secondo sa già abbastanza da non stupirsi più.
Il santino del professionista
Su LinkedIn circola una massima. Sempre in inglese, sempre con la chiusa a effetto. Sono abbastanza umile da sapere che sono sostituibile. Ma abbastanza sicuro da sapere che ci vorrebbero quattro persone.
È simpatica. La condividerei anch'io, in una giornata storta.
Poi mi fermo sul quattro.
Quattro persone per dire il valore di una. Persino per rivendicare ciò che ci rende unici usiamo un tasso di cambio. L'umiltà è misurata. La sicurezza è misurata. E a parlare, dice la morale, deve essere l'impatto. Cioè la metrica.
Nel primo mezzo paper l'uomo stava al centro, inchiodato. Qui sta in tabella, in equivalenti a tempo pieno. Cambia la postura. Resta il bisogno di fissarlo da qualche parte.
Finché è una battuta sulla prestazione, pazienza. Diventa un problema di conoscenza quando il numero smette di rispondere a una domanda e comincia a prenderne il posto. Nel primo mezzo paper lo dicevo tra parentesi: il numero non è magico e non è catastematico. Non trasforma la promessa in prova. Non dà pace. Qui la parentesi diventa il paper.
La provetta
Camice bianco. Laboratorio sfocato. Provetta alzata controluce.
Oppure la variante a braccia conserte, il fianco appoggiato al bancone.
Non sappiamo che cosa contenga quella provetta. Non sappiamo quale esperimento la preceda. Sappiamo solo che cosa deve dire: qui si sa.
L'uomo vitruviano aveva le braccia aperte e inchiodate. Qui le braccia si chiudono. Gli scacchisti hanno un nome per questa mossa: arrocco. Il re si sposta di lato, la torre gli si chiude davanti. Il metodo si mette al riparo dietro il risultato.
E quando le braccia si sciolgono, è per un solo gesto. Alzare la provetta.
È l'ostensione laica. Il sacerdote solleva la reliquia, il testimonial solleva la provetta. In entrambi i casi chi guarda non deve capire. Deve credere. L'autorevolezza viene esibita prima di poter essere interrogata.
Provetta, in italiano, è una piccola prova. Quella della foto non prova niente.
Richard Feynman lo sapeva bene. Nel 1974, ai laureandi di Caltech, parla di Cargo Cult Science: la scienza che imita la forma della scienza, come gli isolani che costruivano piste e torri di legno aspettando che gli aerei tornassero. E chiede un'integrità scomoda: mostrare anche ciò che potrebbe smentirti. Dare agli altri tutti gli elementi per giudicare, soprattutto quelli che non ti fanno comodo.
Portiamola al prossimo convegno sull'IA, questa richiesta.
Dove fallisce? Con quali dati l'avete provata? Rispetto a che cosa? Che cosa vi farebbe cambiare idea?
Sono domande da fare prima del buffet, quando il futuro dell’umanità ha ancora qualche possibilità contro i tramezzini.
Quattro domande. Il camice può restare appeso alla sedia.
Ogni dunque
Un sistema ottiene un risultato eccellente in un test. Bene. Adesso bisogna capire che cosa quel test ci autorizza a dire.
Riconosce schemi in documenti già classificati: e su quelli che non ha mai visto? Genera una risposta convincente: abbiamo misurato anche se è giusta? Riduce i tempi: e la qualità del lavoro dov'è finita?
Le misure servono esattamente a distinguere queste cose. Chi misura bene fa più domande, non meno. Lo scientismo comincia quando le distinzioni diventano un fastidio.
Funziona qui. Dunque funziona. Dunque comprende. Dunque possiamo fidarci.
Ogni dunque si porta via una domanda.
Daniel Dennett ha dato un nome al primo salto: competenza senza comprensione. Darwin e Turing, scrive in Dai batteri a Bach e ritorno, ci hanno mostrato che si può fare moltissimo senza capire che cosa si sta facendo. Dennett non temeva le macchine. Temeva noi: che sopravvalutassimo la comprensione dei nostri artefatti e lasciassimo deperire le pratiche su cui si regge la nostra.
Ecco il know-how che diventa no wow.
Una competenza che non si lascia più sorprendere dalle condizioni in cui il risultato cambia. O smette di valere.
L'IA on promise abita comodissima in questo intervallo. La dimostrazione è circoscritta. La promessa viaggia senza bagaglio. Come le offerte di lavoro per figure senior con almeno tre anni di esperienza: la parola resta, la cosa è partita prima.
L'anomalia necessaria
Nel primo mezzo paper Giuda era il traditore senza cui la storia non accade. La scienza ha i suoi. Li chiama anomalie.
Thomas Kuhn, 1962: la scienza normale risolve rompicapi dentro un paradigma, e lo fa benissimo. Finché un dato non torna. All'inizio lo si ignora. Poi lo si corregge. Poi lo si mette in nota. Ma senza quel dato che tradisce, la scienza non cambia. Paul Feyerabend, tredici anni dopo, guarda come sono andate davvero le scoperte e rinuncia al metodo unico. Lo prendono per un nichilista. Era un asceta: aveva rinunciato all'immagine della scienza per salvarne la pratica.
Lo scientismo è la scienza normale che ha dimenticato di esserlo. Scambia il rompicapo per la domanda.
La domanda di Feynman, che cosa vi farebbe cambiare idea, è un invito all'anomalia. Chi la accoglie non perde autorevolezza. La guadagna.
Epistemia
Kuhn e Feyerabend raccontavano come cambia la conoscenza fra chi la produce. Laboratori, riviste, paradigmi. Una storia di professionisti.
Oggi il problema si è spostato. Non riguarda più come si giustifica una teoria. Riguarda che cosa succede quando la forma del sapere arriva già confezionata, a chiunque, a qualunque ora.
Walter Quattrociocchi e il suo gruppo alla Sapienza hanno fatto una prova. Nel 2025, su PNAS, mettono sei modelli linguistici a valutare l'affidabilità di testate giornalistiche, accanto a esperti e persone comuni. Spesso i modelli danno la stessa risposta degli esperti. Ma i criteri che dichiarano di usare non coincidono con quelli degli esperti, e i risultati suggeriscono che a pesare siano le associazioni lessicali e i precedenti statistici più del ragionamento sul contesto. Il risultato coincide. La strada, a quanto si vede, no.
Quel divario lo chiamano epistemia: l'illusione di sapere che nasce quando la plausibilità prende il posto della verifica. In un lavoro successivo, con Valerio Capraro e Matjaž Perc, ne fanno una condizione: la sensazione di sapere senza la fatica di giudicare.
L'epistemologia chiedeva quando una credenza è giustificata. L'epistemia chiede che cosa resta del giudizio quando nessuno lo esercita più, perché la risposta suona già giusta.
È la gemella della zona di deformazione morale del primo mezzo paper. Lì una responsabilità senza potere. Qui un sapere senza giudizio.
Quattrociocchi, Capraro e Perc non la mettono nella testa dell'utente: la descrivono come una condizione dell'architettura, con le sue conseguenze sulle istituzioni che dovrebbero custodire il giudizio. Federico Cabitza e Gianluca Colombo spostano ancora l'inquadratura: il confronto stesso è sbilanciato, perché mette un umano con tutto il suo contesto accanto a un modello isolato, e chiedono di guardare l'intera pratica. Sono d'accordo con entrambi. Ed è per questo che il livello giusto mi sembra quello del System 0, come lo hanno descritto Chiriatti, Ganapini, Panai, Ubiali e Riva: l'infrastruttura cognitiva che sta prima dei nostri sistemi di pensiero. L'epistemia non è un difetto dell'utente. È l'aria che l'utente respira.
L'IA on promise è epistemia con un contratto di fornitura. Il santino era la certezza senza la prova. Il numero sventolato è la prova senza la domanda. Né l'uno né l'altro.
Il laboratorio senza posa
Al motto preferisco una stanza.
Torino, 1940. Rita Levi-Montalcini, tagliata fuori dall'università dalle leggi razziali, si costruisce un piccolo laboratorio in camera da letto. Lo racconta nell'autobiografia per il Nobel. Continua gli esperimenti. Quando deve lasciare la città, il laboratorio lo ricostruisce altrove.
Niente camice in posa. Niente provetta controluce. Uova fecondate difficili da trovare, un termostato che si ferma a ogni interruzione di corrente, una domanda da seguire.
Non è un santino della scienziata eroica. È il contrario della fotografia: il lavoro viene prima dell'immagine dell'autorevolezza. Anzi, ne fa a meno.
Molti anni dopo intitolerà la sua autobiografia Elogio dell'imperfezione.
Varrebbe la pena ricordarselo ogni volta che scambiamo una posa sicura per la sicurezza di ciò che si afferma.
Calvino allarga le braccia
Nel 1967 Calvino tiene una conferenza che poi entrerà in Una pietra sopra: Cibernetica e fantasmi. Prende sul serio la macchina scrivente. La letteratura è combinatoria, dice. Una parola dopo l'altra, secondo regole. Una macchina potrebbe farlo. Lui l'ha sempre saputo.
Poi la svolta. A un certo punto il gioco combinatorio si carica di un significato inatteso nell’incontro con chi legge. E succede solo perché intorno alla macchina ci sono i fantasmi: di chi legge, della sua storia, della società in cui vive.
Conoscere il procedimento non esaurisce ciò che accade nella lettura.
Lo scientismo legge la composizionalità come un arrocco: conosco le parti, conosco le regole, dunque conosco il tutto. Calvino la legge come un'apertura. Nel Castello dei destini incrociati gli stessi tarocchi, in un altro ordine, raccontano un'altra storia. Le carte sono poche. I destini no.
La combinatoria di Calvino non tiene le braccia conserte. Le allarga. Non per farsi inchiodare, come l'uomo vitruviano. Per accogliere quello che non aveva previsto.
Quella che in A.I. Confidential chiamo Fabula Rasa, una produzione di senso senza un soggetto che ne faccia esperienza, è la macchina scrivente di Calvino senza i fantasmi. Produce la forma del senso. L'esperienza del senso la facciamo noi, leggendo, usando, interpretando. E qui succede una cosa che la verifica da sola non vede: mentre leggo, cambio.
Attenzione, però. Cambio anche leggendo una cosa falsa. Posso uscirne più convinto e meno capace di giudicare. Un'esperienza può trasformarmi senza essere affidabile. La verifica non esaurisce l'incontro. L'incontro non sostituisce la verifica. Servono tutti e due, e in quest'ordine: prima so che cosa ho davanti, poi mi lascio cambiare.
Una frase può essere impeccabile e arrivare nel momento sbagliato. Può essere prevedibile e aprire qualcosa che non avevamo saputo chiedere. Può sembrare una scoperta solo perché ci restituisce il nostro pregiudizio con una sintassi migliore. In tutti e tre i casi non cambia solo la risposta. Cambia la domanda, e chi la fa.
La lettura comincia quando smettiamo di trattare l'output come un oggetto finito. E continua quando smettiamo di trattare noi stessi come un soggetto finito.
Il tempo di non chiudere
Tzinacán, nel primo mezzo paper, decifrava la scrittura del dio. E non pronunciava la formula.
Quel tempo tra il poter fare e il fare torna qui, davanti a una risposta della macchina.
Posso usarla. Posso verificarla. Posso scartarla. Posso tenerla aperta abbastanza a lungo da accorgermi che la domanda era sbagliata.
Keats la chiamava capacità negativa: restare nell'incertezza, nel dubbio, senza l'impazienza di risolverli. Parlava di poesia. Vale per chiunque lavori con strumenti più veloci del proprio giudizio.
Non sapere ancora è una condizione di lavoro. Il mestiere sta nel riconoscere quando continuare a cercare, quando decidere, e quanto della decisione lasciare esposto alla revisione.
La meraviglia, da sola, non basta. Anche una demo sa produrla.
Confident Attitude
In A.I. Confidential la chiamo Confident Attitude. Dimestichezza e cautela. Disponibilità all'incontro e possibilità di fermarsi.
È la competenza che si espone alla verifica. Conoscere gli strumenti abbastanza da usarli, e i loro limiti abbastanza da non chiedergli di assolverci dal giudizio.
Prendo sul serio una risposta senza consegnarle l'ultima parola. Correggo una scelta senza che crolli la mia identità professionale. Ammetto un'incertezza e continuo a lavorare.
È una confidenza che si costruisce facendo, controllando, tornando indietro. E ha bisogno degli altri: di chi sa quello che mi manca, di chi vede il difetto che io preferirei saltare.
Quattro persone, appunto. Non per sostituirmi. Per correggermi.
Chi concede il tempo
C'è però una domanda che la postura, da sola, non può risolvere.
Chi mi concede il tempo, le informazioni e il potere necessari per esercitare il giudizio che mi viene chiesto?
Nel calendario condiviso, il dubbio deve ancora trovare uno slot.
Nel primo mezzo paper l'umano al centro era la zona di deformazione: responsabile della firma, privo del governo. Se la risposta allo scientismo è soltanto un atteggiamento individuale, ricado nella stessa trappola. Chiedo al singolo di salvarsi dall'infrastruttura che l'ha messo lì.
La Confident Attitude ha bisogno di un set-up che la renda praticabile. Trasparenza su che cosa il sistema fa. Possibilità di controllare come l'ha fatto. Possibilità di fermarlo. Possibilità di tornare indietro. E, prima di tutto, la possibilità di rinegoziare gli scopi, non solo di approvare i risultati.
In La Soglia distinguo il controllo operativo dalla possibilità di cambiare le regole del gioco. Il primo si concede volentieri: è il pulsante. La seconda si concede di rado: è il potere.
Un'organizzazione in cui fermarsi, dissentire e correggere sono possibilità effettive non è un corollario della postura giusta. È la sua condizione.
Sulla soglia
Nel primo mezzo paper qualcuno teneva il compasso. Qui qualcuno alza la provetta. In tutti e due i casi un'immagine promette di assegnarci un posto: al centro del mondo, oppure dalla parte di chi sa.
La soglia comincia quando quel posto non basta più.
Ci arrivo con quello che so. Gli strumenti, le letture, gli errori che ho imparato a riconoscere. Sarebbe comodo lasciarli fuori e chiamare apertura la mia impreparazione. Altrettanto comodo usarli per decidere in anticipo che cosa potrà entrare.
Sulla soglia la competenza non va in pausa. Mi aiuta a riconoscere la risposta sbagliata. Deve anche lasciarmi il tempo di accorgermi di una domanda migliore.
Conosco abbastanza per avvicinarmi. Accetto che avvicinarmi possa cambiare quello che conosco. E chi conosce.
Dell'IA on promise vorrei conoscere le premesse. Poi incontrarla. Vedere che cosa succede. Rispondere di quello che ne faccio.
Non servono santini, nemmeno in camice. Né reliquie, nemmeno in provetta.
Il compasso e la provetta portiamoli pure con noi. Serviranno. Purché ci lascino una mano libera per aprire la porta.
Questo è il secondo di due mezzi paper. Il primo, Ecce Homo Vitruvianus, interroga un certo umanesimo. Il percorso continua nei due libri: A.I. Confidential. Confessioni sull'alterità artificiale (Liminal Edizioni, 2026), che segue l'incontro con l'alterità artificiale fino alla Confident Attitude, e La Soglia, che lavora sulle posture, i gesti e le condizioni della convivenza. Informazioni: www.aiconfidential.it.
Riferimenti
- Richard P. Feynman, Cargo Cult Science, 1974
- Daniel C. Dennett, Dai batteri a Bach e ritorno, 2017 (trad. it. Raffaello Cortina, 2018)
- Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, 1962
- Paul K. Feyerabend, Contro il metodo, 1975
- Edoardo Loru e altri, con Walter Quattrociocchi, The simulation of judgment in LLMs, PNAS, 2025
- Walter Quattrociocchi, Valerio Capraro, Matjaž Perc, Epistemological Fault Lines Between Human and Artificial Intelligence, preprint, 2025
- Federico Cabitza, Gianluca Colombo, Beyond Epistemia, preprint, 2026
- Massimo Chiriatti, Marianna Ganapini, Enrico Panai, Mario Ubiali, Giuseppe Riva, The case for human-AI interaction as System 0 thinking, 2024
- Rita Levi-Montalcini, autobiografia per il Nobel, 1986; Elogio dell'imperfezione, 1987
- Italo Calvino, Cibernetica e fantasmi, 1967, poi in Una pietra sopra; Il castello dei destini incrociati, 1973
- John Keats, lettera del dicembre 1817