È marzo. E non è solo la stagione in cui sbocciano i germogli e gli uccellini ritornano a cantare. Da qualche parte in un ufficio open space – luci al neon, odore di caffè della macchinetta, stampante che cigola in un angolo – qualcuno sta rilegando l’ennesima copia del bilancio di sostenibilità aziendale. Duecento pagine. Copertina patinata, fotografie di natura incontaminata, grafici in verde e blu. Qualcuno la consegnerà al consiglio di amministrazione. Qualcuno la archivierà. Quasi nessuno la leggerà davvero.
Ogni anno, in questa stagione, migliaia di organizzazioni italiane ripetono lo stesso rituale.
Una trasformazione epocale. E un paradosso
Fino a poco fa era una scelta volontaria per pochi. Oggi è un obbligo per molti. Con il recepimento della direttiva europea CSRD attraverso il D.lgs. 125/2024, le aziende italiane tenute alla rendicontazione di sostenibilità sono passate, secondo Fondazione Terzjus e Unioncamere, da circa 1.200 a oltre 4.000. In Europa, dicono dati della Commissione Europea, il bacino si espande da 11.700 a quasi 49.000 imprese. Una trasformazione senza precedenti.
I numeri della partecipazione sono impressionanti: come sottolineano ricerche di EY e Deloitte, il 94% delle aziende italiane ha dichiarato di voler mantenere o aumentare gli investimenti in sostenibilità e il 37% ha rafforzato i propri obiettivi ESG nell’ultimo anno. Eppure solo il 16% dispone di piani di transizione realmente solidi secondo i nuovi standard internazionali.
Investimenti: in crescita. Impatto reale? Da verificare.
Il paradosso è evidente. I nuovi standard ESRS, introdotti dalla CSRD, rappresentano un salto qualitativo reale. Il principio della doppia materialità stimola le organizzazioni a guardare in due direzioni: non solo come i rischi ambientali e sociali esterni impattano sul business, ma anche quale impatto l’organizzazione produce sul mondo. Non più solo “cosa ci minaccia”, ma “cosa generiamo”. È un cambio di prospettiva, sulla carta, significativo. Eppure, più le relazioni d’impatto diventano articolate, più diventa concreto il rischio di produrre un documento che guarda solo alla formalità. Perché anche la doppia materialità può trasformarsi in un’altra casella da spuntare, in un altro linguaggio che ha già dimenticato cosa voleva dire.
Il problema non è la forma. È il linguaggio
Leggete dieci bilanci di sostenibilità di dieci organizzazioni diverse. Troverete le stesse parole. Impegno. Persone al centro. Valore condiviso. Transizione. Responsabilità. Parole che all’inizio indicavano davvero una scelta, una tensione, un rischio accettato consapevolmente. Ma che nel tempo si sono come “usurate”. Non perché le organizzazioni siano necessariamente in malafede. Ma perché il linguaggio della sostenibilità si è standardizzato al punto da diventare un genere letterario a sé: riconoscibile, rassicurante, interscambiabile.
I GRI aggiornati, gli standard ESRS, la doppia materialità: tutti strumenti che spingono nella direzione giusta, verso una rendicontazione più rigorosa e confrontabile. Strumenti necessari. Ma nessuno standard può rispondere alla domanda che viene prima di tutti gli standard: queste parole descrivono ancora qualcosa di reale?
Quando un’organizzazione scrive “mettiamo al centro le persone”, sta raccontando una realtà o sta solo facendo una dichiarazione d’intenti? Quando descrive il proprio “impegno per il territorio”, sta parlando di una trasformazione concreta, o sta occupando uno spazio retorico che sente di dover riempire?
La differenza non è tecnica. È di intenzione.
Dal rendicontare al significare
Da tempo ho la fortuna di collaborare, per la parte di content strategy e content creation, con ricercatori che da molti anni si confrontano sul campo con decine di organizzazioni sui temi della misurazione d’impatto. Una delle lezioni che emerge con più forza da questo lavoro è tanto semplice quanto radicale: misurare l’impatto non significa applicare un apparato metodologico per rendicontare ciò che è stato fatto. Significa passare dal “quanto si fa” al “cosa si cambia”: un rovesciamento di sguardo che trasforma la raccolta dati in un autentico processo di apprendimento organizzativo.
Lo stesso rovesciamento vale per il linguaggio. Un report non comunica davvero quando descrive attività. Comunica quando riesce a restituire trasformazioni: nei territori, nelle persone, nelle relazioni. Quando le parole che usa corrispondono a qualcosa che qualcuno, da qualche parte, ha vissuto sulla propria pelle.
Tra i casi sui quali ho lavorato direttamente, potrei citare un grande produttore italiano di energia da fonti rinnovabili che ha scelto di percorrere questa strada: evolversi da un concetto di bilancio di sostenibilità come mero obbligo di rendicontazione a una relazione di impatto che utilizza uno stile comunicazionale coinvolgente, per rafforzare il rapporto con gli stakeholder. In particolare con le comunità nelle quali si trovano le centrali, verso le quali è storicamente impegnata.
È un lavoro diverso. Più lento, più difficile, più esposto. Perché un linguaggio che dice davvero qualcosa si può anche contraddire. Si può misurare. Si può contestare.
Ed è esattamente per questo che vale la pena farlo.
“Le parole e le cose”
“Le parole e le cose” è il titolo di uno dei lavori più densi e provocatori di Michel Foucault, un autore di cui mi sono occupato molto in gioventù. Un’analisi di come, in ogni epoca, il linguaggio non si limiti a descrivere il mondo, ma ne organizzi la percezione. Ne definisca i confini. Ne stabilisca le gerarchie di senso. C’è una domanda che viene prima di qualsiasi standard, prima di qualsiasi quadro di riferimento, prima di qualsiasi obbligo normativo. E che Foucault ci costringerebbe a porre con la sua consueta, scomoda precisione: le parole che usiamo per parlare di sostenibilità corrispondono ancora a qualcosa di reale, o si sono trasformate in gusci vuoti che conservano la forma ma hanno perso il contenuto?
Il linguaggio non è neutro. Non descrive la realtà: la costruisce.
Il linguaggio non è neutro. Non descrive la realtà: la costruisce. Foucault lo mostra con precisione chirurgica: non a caso, suo padre era un famoso chirurgo. E la leggenda vuole che, da bambino, lo costringesse ad assistere alle sue operazioni per “farne un uomo”. Ogni discorso, dice Foucault, produce ciò che nomina. Seleziona ciò che rende visibile. Esclude ciò che non riesce a dire. Quando un’organizzazione scrive per la centesima volta che “le persone sono al centro” o che “il pianeta è la nostra casa comune”, non sta solo comunicando una posizione. Sta partecipando a un processo di costruzione – o di erosione – di significato. E il significato, a differenza dei dati, non si misura. Si percepisce. Si riconosce. O non si riconosce più.
Il problema non è che queste parole siano false. Il problema è che sono diventate automatiche. E un linguaggio automatico è un linguaggio che ha smesso di pensare. Che ha smesso di chiedersi cosa sta davvero dicendo, a chi, e perché. Ha smesso, in definitiva, di interrogarsi sul rapporto tra sé e il mondo che pretende di descrivere. Eppure è proprio lì, in quella domanda sul rapporto tra le parole e il mondo, che si nasconde qualcosa di molto più antico e di molto più urgente di qualsiasi direttiva europea. Una verità che i nostri antenati conoscevano. Ma che noi abbiamo disimparato.
Una consapevolezza più antica di noi
Quest’anno ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco d’Assisi. In un’epoca in cui non c’era bisogno di scrivere relazioni d’impatto, perché essere sostenibili era semplicemente una questione di sopravvivenza, Francesco aveva intuito qualcosa che noi stiamo faticosamente cercando di reimparare: che non siamo separati dal mondo naturale. Che il rapporto con la terra, con l’acqua, con il vento non è una questione di gestione delle risorse, ma di appartenenza. Che fratello sole e sorella luna non erano metafore poetiche, ma il tentativo di mettere in parole – parole vere, semanticamente vere – una visione del mondo in cui l’umano e il non-umano non si contrappongono, ma si compenetrano.
Una visione che è molto più antica di Francesco stesso. La ritroviamo nelle tradizioni spirituali di ogni latitudine e di ogni epoca: l’idea che esista una anima mundi, una forza vitale che attraversa e connette ogni forma di esistenza, dall’albero alla stella, dal fiume alla coscienza umana. Un’idea che la modernità ha messo da parte con impazienza, classificandola come superstizione, come pensiero pre-scientifico, come ingenua proiezione antropomorfica.
Ma che oggi si ripropone in tutta la sua inevitabilità. Con forza, persino con violenza a volte, nelle manifestazioni della natura che si riprende i propri spazi.
Il ritorno di un’evidenza
Qualcosa, però, si sta muovendo. Non solo nei documenti istituzionali o nei convegni sulla transizione ecologica, dove il rischio di restare nel guscio vuoto delle parole è sempre in agguato. Ma nelle persone. In una crescente, silenziosa, capillare presa di consapevolezza che l’idea di essere separati dal pianeta che abitiamo non è solo filosoficamente discutibile: è empiricamente falsa. Siamo fatti della stessa materia delle stelle, respiriamo lo stesso ossigeno che respiravano i nostri antenati, beviamo la stessa acqua che ha attraversato oceani e nuvole per millenni prima di arrivare a noi. La crisi ecologica non è un problema esterno che minaccia la civiltà umana. È la civiltà umana che si accorge, con ritardo e con dolore, di aver trattato se stessa come un’eccezione alle leggi del vivente.
In questo senso, la crescente attenzione alla sostenibilità (quando riesce a sottrarsi alla deriva del linguaggio automatico) non è solo una risposta a un’emergenza. È un’opportunità rara: quella di ridefinire il nostro posto nel cosmo. Di tornare a chiederci chi siamo in relazione a tutto ciò che esiste, non solo in relazione ai mercati e agli azionisti.
Allora: cosa scriviamo?
Una relazione d’impatto che nasca da questa consapevolezza sarà un documento diverso. Certo, non avrà la pretesa di diventare un trattato filosofico sui diecimila mondi della tradizione buddista, e sugli spiriti che li abitano. Non sarà più poetico, o meno rigoroso. Anzi, proprio la chiarezza semantica richiede rigore, più rigore. Ma sarà diverso perché le parole che contiene sono state scelte sapendo che ogni parola è una scelta di campo. Sapendo che dire “comunità” senza aver ascoltato le persone che la abitano è un atto di appropriazione, non di comunicazione. Che dire “impatto” senza aver misurato il cambiamento reale è una promessa non mantenuta. Che dire “futuro” senza una visione di cosa vogliamo che diventi il mondo è semplicemente occupare spazio sulla pagina.
In queste settimane le organizzazioni, e noi con loro come collettività, hanno l’occasione di fare qualcosa di più difficile e più necessario che compilare un report. Hanno l’occasione di fermarsi. Di scegliere parole che, per una volta, dicano davvero cosa hanno cambiato e cosa vogliono cambiare.
Ottocento anni dopo Francesco, forse è il momento di prendere questa lezione sul serio.