L’Illuminismo, storicamente, è l’età della ragione. Quando i filosofi del Settecento alzarono lo sguardo verso il cielo della storia, credettero di scorgere l’alba definitiva di un’epoca in cui le tenebre del dogma e della superstizione sarebbero state spazzate via dal faro sfolgorante del pensiero critico. Questo termine, "Ragione", evoca nelle nostre menti moderne un’idea di chiarezza cristallina, di semplicità geometrica e di perfetta armonia cosmica. Eppure, non appena si prova a fissare questa luce negli occhi, essa si frange: sulle prime, genera solo confusione, un labirinto di complessità e un cortile di contraddizioni dove i fantasmi della logica danzano con le ombre dell'esperienza.
“Razionale e razionalità, ragione e Ragione restano concetti molto contestati, e chi li adotta dissente persino sui termini del proprio disaccordo”, scrisse con lapidaria efficacia il filosofo Max Black. La sua è una sentenza che suona come un campanello d’allarme nella cattedrale del pensiero occidentale. Noi abbiamo creduto di possedere un unico, monolitico strumento per decifrare il mondo, ma in realtà maneggiamo una cassetta degli attrezzi divisa, i cui pezzi non solo non combaciano, ma sembrano appartenere a mestieri diversi.
Una distinzione principale, antica e ineludibile, soggiace a quasi tutte le altre fratture del pensiero. Questa dicotomia non è una mera invenzione accademica; è stata compresa ed espressa in forma linguistica sin dall’alba della civiltà, plasmando i miti, le cattedrali e i laboratori. È probabile, dunque, che abbia un fondamento profondo nel mondo vissuto, radicandosi non solo nel lessico, ma nella carne e nella materia grigia della nostra anatomia. Si tratta della contrapposizione tra due famiglie di parole, due modi di abitare l'universo.
Da una parte troviamo il greco nous (o noos), il latino intellectus, il tedesco Vernunft, l'inglese reason, l'italiano ragione. Questa prima famiglia concettuale è intimamente collegata al senso comune, a quel sensus communis mirabilmente intuito da Giambattista Vico, ben diverso dall'astratto razionalismo kantiano.
Dall'altra parte, come in uno specchio oscuro, troviamo il greco logos / dianoia, il latino ratio, il tedesco Verstand, l'inglese rationality, l'italiano razionalità.
Non si tratta meramente di sinonimi sfumati. Dietro questa mappa linguistica si cela la geografia segreta della mente umana, la mappa dei due emisferi cerebrali. Il primo concetto, quello della ragione o nous è flessibile, avverso a una rigida formulazione, plasmato dall'esperienza vissuta e coinvolge tutto l'essere vivente nella sua interezza. È il respiro del mondo, la capacità di cogliere il contesto, l'ombra e la luce, la sinfonia prima che venga ridotta a spartito. È congeniale alle operazioni dell'emisfero destro, quello che guarda l'orizzonte, che abbraccia l'implicito, che si muove nel flusso del divenire.
Il secondo concetto, –la razionalità o logos è più rigido, sottile, meccanico, governato da leggi esplicite. È lo scalpello che separa, il microscopio che isola, l'algoritmo che calcola. È il regno dell'emisfero sinistro, quello che focalizza l'attenzione, che afferra il dettaglio, che smonta il mondo per capire come funziona, salvo dimenticare, nel farlo, cosa sia il mondo.
Il primo, quello che potremmo chiamare il buonsenso dell'emisfero destro, tradizionalmente era considerato la facoltà più alta, il vertice dell'ascesa spirituale e intellettuale dell'uomo. Per molte ragioni, l'antichità e il Medioevo avevano compreso che l'intellectus era la porta attraverso cui l'essere umano partecipava al divino, cogliendo le essenze in un abbraccio immediato e totale. L'edificio della razionalità (logos), il tipo di ragione dell'emisfero sinistro, veniva storicamente considerato un servitore, uno strumento utile ma pericoloso se lasciato a se stesso. Veniva indebolito, agli occhi dei saggi, dal riconoscimento che la vita, nella sua essenza, superando il rigido principio di non contraddizione, richiede che un concetto e il suo opposto possano talvolta convivere, o quantomeno essere necessari l'uno all'altro. L'amore e l'odio, la vita e la morte, il vuoto e il pieno: il logos li separa e li dichiara inconciliabili, il nous li tiene stretti nel palmo della mano, riconoscendo il mistero della loro coabitazione.
Ma c'è un problema che, più di tutti, colpisce le basi del logos, un abisso in cui la razionalità moderna, nata dall'Illuminismo, rischia di precipitare senza paracadute pur essendo costitutivo della scienza e di gran parte della filosofia moderna, in quanto basato sull'argomentazione inossidabile e sulla presentazione inappellabile di prove, il logos non può costituirsi o basarsi su questi suoi stessi principi. Le prove e l'argomentazione sono i mattoni della casa, ma non possono essere il terreno su cui la casa poggia.
Immaginiamo un tribunale in cui la legge è chiamata a giudicare la propria validità, o un occhio che tenta di guardare se stesso senza l'ausilio di uno specchio. Il valore della razionalità, come le possibili premesse su cui getta le proprie basi, l'idea che il mondo sia ordinato, che la logica sia valida, che i sensi non ci ingannino totalmente si coglie solo per intuizione. Non si può far derivare dalla razionalità stessa la dimostrazione che la razionalità sia vera. Sarebbe un circuito vizioso, una tautologia sterile. L'emisfero sinistro, con tutta la sua potenza di calcolo, con i suoi sillogismi e le sue equazioni, si ferma tremante sulla soglia del mistero. Deve voltarsi, umile, verso l'emisfero destro, verso quel nous flessibile e avvolgente, per chiedere in prestito la scintilla dell'intuizione, quel "salto nel buio" che permette di porre la prima pietra dell'edificio.
L'Illuminismo, nel suo slancio eroico ma parzialmente accecato, ha tentato di recidere questo cordone ombelicale. Ha voluto che il logos fosse orfano, autosufficiente, dio di se stesso. Ha elevato la razionalità ad unico arbitro del vero, esiliando la ragione nel regno del poetico, del soggettivo, dell'irrilevante. Ma questa usurpazione porta con sé una tragedia silenziosa: una mente che vive di sola razionalità è come un abile cartografo che ha disegnato una mappa dettagliatissima di un territorio, ma che ha dimenticato di guardare fuori dalla finestra, scambiando l'inchiostro sulla pergamena per il profumo dei pini e il calore del sole.
Riconoscere questa scissione, accettare che la nostra mente è un campo di battaglia e di danza tra nous e logos, tra ragione e razionalità, non significa abbandonare la scienza o il rigore. Significa piuttosto restituire a ciascuno il proprio posto nella gerarchia dell'essere. Significa ricordare che l'argomentazione è la rete che usiamo per pescare nel mare della realtà, ma che la rete non è il mare, e che l'acqua, nella sua inafferrabile e meravigliosa totalità, sfuggirà sempre alle maglie più strette del nostro verstand. Solo riscoprendo il buonsenso dell'emisfero destro, solo permettendo alla ragione di tornare a essere la padrona di casa e riconoscendo la razionalità come sua fedele, instancabile emissaria, potremo sperare di non smarrire il senso del viaggio, mentre continuiamo a tracciare, con mano ferma ma tremante, la rotta nel vasto e inesplorato oceano dell'esistenza.