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La teoria aristotelica della virtù e la riflessione wittgensteiniana sulla Lebensform lavorano su un suolo comune che le tradizioni in cui si inscrivono tendono a oscurare. Al centro di entrambe c'è una stessa intuizione: che il soggetto si forma attraverso la pratica, e che quella formazione precede e rende possibile ogni riflessione esplicita su ciò che si fa. Portare le due prospettive in tensione, aggiungendovi la ripresa foucaultiana della cura di sé, permette di fare un passo ulteriore verso il linguaggio come luogo in cui quella formazione si compie in modo più pervasivo e meno visibile.


La posizione di Aristotele si definisce per opposizione all'intellettualismo socratico, costituendosi gesto fondamentale contro l'idea che conoscere il bene basti a praticarlo. La virtù è una disposizione che si è diventati, una qualità del carattere che si sedimenta nell'agire ripetuto fino a divenire seconda natura: l'hexis è questo orientamento già acquisito, che precede e rende possibile la deliberazione stessa, e che consiste nella qualità di una prassi già sempre in corso, non nell'applicazione di una regola a situazioni particolari.

Nell'Etica Nicomachea la formazione della virtù passa interamente attraverso la pratica: si diventa giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi affrontando ciò che richiede coraggio. I gesti quotidiani sedimentano una disposizione — un certo modo di desiderare, di provare piacere e dolore, di reagire — che il virtuoso porta già con sé come orientamento acquisito, anteriore a ogni deliberazione esplicita.

Nelle Ricerche filosofiche emerge una struttura analoga: l'agire condiviso non si fonda su regole che si comprendono e poi si applicano, ma il comprendere stesso è già sempre partecipazione a una pratica, a un modo di fare che porta in sé la propria normatività immanente. Seguire una regola è una prassi, e una prassi non rinvia a un fondamento ulteriore: semplicemente accade, e ciò che deve essere accettato come dato sono le forme di vita.

La Lebensform è questo suolo impensato, la condizione di possibilità dei giochi linguistici che non si tematizza perché è sempre già in opera. Il punto di contatto con Aristotele si fa preciso nel concetto di Abrichtung, addestramento: si viene addestrati in un gioco linguistico come si viene formati in una virtù, attraverso esempi, correzioni, immersione nella pratica condivisa. Il bambino entra in un modo di fare, lo abita progressivamente, lo incorpora, lo stesso movimento che Aristotele descrive per l'acquisizione dell'hexis, una formazione che precede ogni comprensione esplicita delle norme che la governano.

Aristotele ha tutta l'attenzione per la trasformazione del soggetto attraverso la pratica, lasciando però il linguaggio sullo sfondo, presupposto come il medium in cui la vita si svolge, mai interrogato come forma che plasma chi lo esercita. Wittgenstein, dal canto suo, ha una sensibilità straordinaria per la grammatica dell'agire linguistico — per il modo in cui i giochi del linguaggio costituiscono la realtà piuttosto che descriverla — fermandosi però prima di una teoria della formazione del soggetto: descrive la struttura formale di ciò che accade, senza tematizzare ciò che quella struttura fa a chi la abita.

Il linguaggio che pratichiamo è la sostanza stessa della formazione dell'habitus, il medium in cui una disposizione prende forma, si consolida, diventa seconda natura. Ogni gioco linguistico in cui siamo immersi è già un esercizio dell'hexis, un allenamento a percepire il mondo in un certo modo, a misurare certe distanze e non altre, a riconoscere ciò che conta e ciò che non conta.

Il passo del Tractatus — i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo — va letto in questa direzione: quei confini sono i confini di ciò che si riesce a percepire come tale, di ciò che diventa distinguibile, valutabile, volibile. Un linguaggio povero di sfumature etiche produce soggetti per cui certe distinzioni morali sono invisibili, per mancanza degli strumenti necessari ad abitare quella zona del reale. Allenare un certo vocabolario, una certa sintassi del desiderio e del giudizio, significa tracciare i confini del proprio mondo pratico, e ampliare il linguaggio è ampliare quel campo, non come conseguenza ma come costituzione.

La Lebensform è la struttura formale dell'ethos, il territorio in cui l'hexis si forma e si esercita, e in cui il soggetto si costituisce attraverso l'esercizio del proprio linguaggio. Questo significa che la formazione del soggetto non avviene mai in uno spazio neutro di scelta, ma sempre dentro una forma già data che orienta la percezione, il desiderio, il giudizio, prima ancora che intervenga qualsiasi riflessione esplicita. La forma di vita non è uno sfondo intercambiabile: è già sempre una certa disposizione verso il reale, una certa grammatica del possibile che il soggetto non ha scelto ma che è diventato. Eppure, proprio perché si tratta di formazione e non di determinazione, quella grammatica porta in sé la possibilità di essere lavorata, lentamente, a partire dall'interno, senza mai potersene del tutto sottrarre. Il soggetto che emerge da questa lettura non è il soggetto sovrano che si dà la propria forma ex nihilo, né il soggetto integralmente prodotto dalla struttura in cui è immerso: è un soggetto plastico, che si trasforma trasformando il proprio linguaggio, sempre a partire da una forma già acquisita.

Foucault recupera l'epimeleia heautou come gesto di resistenza contro la riduzione moderna del soggetto a oggetto di conoscenza, caricandola di una valenza critica che la tradizione antica non le attribuiva. La cura di sé foucaultiana tende però a restare sospesa sulla questione del fine: stilistica dell'esistenza senza telos, pratica di libertà che non si misura su un'essenza umana da realizzare.

Reintrodurre Aristotele significa restituire a questa pratica la sua direzione interna, non un fine imposto dall'esterno ma il movimento immanente alla formazione stessa: ci si cura verso qualcosa, verso una forma di vita più piena, verso una capacità di percepire e agire che si allarga. L'eudaimonia è la qualità di un'esistenza in movimento verso la propria forma migliore, il nome di un processo più che di uno stato.

Il linguaggio è il luogo in cui questa cura si esercita in modo più pervasivo, attraversando ogni momento della vita anche quelli in cui non si compie nessuna azione visibile. Curare il proprio linguaggio significa curare l'ampiezza del proprio mondo, la qualità delle percezioni, la finezza delle distinzioni attraverso cui si abita il reale, lavorare sull'hexis che si sta diventando, nel senso pieno che la parola esercizio aveva nell'antichità: una pratica orientata che trasforma chi la compie, inseparabile da un telos immanente al movimento della formazione stessa.

Le citazioni wittgensteiniane seguono la traduzione italiana delle Ricerche filosofiche (Einaudi). Per l'Etica Nicomachea si fa riferimento all'edizione Laterza.


Pubblicato il 24 maggio 2026