“…Sparagli Piero, sparagli ora E dopo un colpo sparagli ancora, Fino a che tu non lo vedrai esangue, Cadere in terra a coprire il suo sangue. E se gli sparo in fronte o nel cuore, Soltanto il tempo avrà per morire, Ma il tempo a me resterà per vedere, Vedere gli occhi di un uomo che muore. E mentre gli usi questa premura, Quello si volta, ti vede e ha paura, Ed imbracciata l'artiglieria, Non ti ricambia la cortesia…”
In questo periodo La Guerra di Piero, del maestro De André, torna sovente alla memoria; siamo cresciuti con quella che definirei poesia più che canzone; un manifesto lucido, crudo e antimilitarista, una ballata che smaschera l'assurdità della guerra evidenziando la figura dell'antieroe, trasformando la morte di un singolo soldato in un grido universale di pace e fratellanza.
Al di là della rievocazione nostalgica, parlare di guerra, oggi, è cosa complessa ed inizio a nutrire poca simpatia per le narrazioni antagoniste e avversione per quelle del mainstream; il motivo risiede nella tipologia di narrazione che costringe o a schierarsi in un tifo da stadio o a doversi districare nel continuo susseguirsi di informazioni quasi come fossimo in un videogioco di guerra.
Nella lucida follia di questo momento storico, ad esempio, mancano analisi che tengano conto della continuità della storia, di cui il nostro presente è una parte; inoltre si può concordare con il Professor Barbero che “L’Occidente non ha dato al mondo un grande esempio di coerenza tra questi ideali (la pace) e la prassi, perché quando c'erano motivazioni concrete per fare la guerra, la guerra si faceva, in Corea, in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq, Libia etc... Magari non in Europa. Non ci sono mai stati gli ottanta anni di pace in Europa di cui sente tanto parlare. Il bombardamento di Belgrado d'altronde è avvenuto in Europa. Ma, se ripetiamo così spesso che l’Europa ha avuto ottanta anni di pace, è perché davvero abbiamo sognato che la pace ci fosse. Diciamo che ci siamo un po' confusi con l'idea che era tipica dei nostri bisnonni colonialisti, ovvero che pace in Europa volesse dire pace nel mondo e poco importava se negli altri continenti le guerre continuavano.
Sfatata la narrazione che l’Europa è l’ombelico del mondo e rientrati prepotentemente nella realtà viene spontanea la domanda: le guerre hanno segnato l’intera storia dell’umanità, ma le loro cause sono davvero sempre le stesse?
Neanche un manuale di storia darebbe una risposta compiuta a questa domanda, però un possibile spartiacque tra i conflitti passati e quelli contemporanei può essere rappresentato dal passaggio storico che si apre negli anni Settanta; come ho già scritto, nel mio precedente articolo dal titolo L’Illusione dell’Illimitato, i vincoli logici del sistema erano legati ai limiti energetici, ecologici, materiali, a problematiche strutturali della crescita. Di conseguenza anche i conflitti seguivano la stessa logica ed erano orientati a esiti decisivi e a una ridefinizione degli equilibri attraverso la vittoria; i conflitti attuali, invece, si configurano sempre più come processi prolungati e a bassa risoluzione.
Questo ragionamento può essere scomposto in tre concetti che descrivono i conflitti attuali:
- Le attuali guerre non mirano più a una conclusione netta – vittoria, sconfitta, trattato – ma tendono a perdurare nel tempo senza sciogliere le cause che le hanno generate.
- La durata diventa una caratteristica strutturale del conflitto e si estende per anni o decenni, alternando fasi di intensificazione e momenti di relativa tregua, senza mai giungere a una vera conclusione; la guerra, in questo senso, non è più un evento eccezionale, ma una condizione persistente.
- Per bassa risoluzione si deve intendere una trasformazione qualitativa della guerra. I conflitti sono diventati frammentati ovvero delimitati in aree geografiche; questo consente di trasformare la guerra da evento catastrofico totale a dispositivo operativo localizzato, dove la tecnologia serve a garantire che l'instabilità rimanga gestibile e non interferisca con la continuità del sistema globale.
- Ibridi dove si intrecciano dimensioni militari, economiche, informative e tecnologiche; ambigui negli obiettivi, che vengono ridefiniti nel corso stesso del conflitto.
Con buona pace di pseudo opinionisti (tuttologi) e giornalisti risulta evidente, oggi, che nessuna analisi dei conflitti può essere fatta se ci si muove ancora con categorie interpretative del Novecento in quanto le nuove tipologie di conflitti non produrranno una chiara distinzione tra vincitori e vinti, tra pace e tregua.
La complessità e l’interdipendenza globale del tempo attuale non consentono più la possibilità di leggere, nella conclusione di un conflitto, la tanto auspicata stabilità; nelle logiche classiche, la stabilità era il risultato di una conclusione: una guerra terminava, si ridefinivano i rapporti di forza e, per quanto temporaneo, si produceva un nuovo ordine. Oggi, invece, quasi sempre la conclusione di un conflitto non appare raggiungibile e, qualche volta, nemmeno auspicabile.
In questo quadro, la guerra non punta più a risolvere le controversie, ma a gestirle nel tempo, mantenendole entro livelli ritenuti sostenibili o controllabili; la stabilità non deriva dalla fine del conflitto, ma dal suo contenimento. Questa trasformazione impone un cambiamento profondo della razionalità strategica perché non si tratta più di raggiungere un risultato definitivo, ma di preservare una capacità di intervento continuo adattandosi, di volta in volta, ai mutevoli contesti.
La guerra, quindi, non più come evento finale ma come condizione persistente entro soglie operative compatibili con la stabilità del sistema internazionale; in tale contesto, il conflitto non interrompe l’ordine globale, ma ne diventa una modalità di regolazione, una continuità controllata dell’instabilità.
Fatta questa sintetica disamina della complessità di alcuni conflitti attuali, ricerche istituzionali iniziano ad evidenziare come l’integrazione dell’IA nei sistemi militari stia trasformando profondamente la natura stessa delle guerre, introducendo automazione, interconnessione e vulnerabilità strategiche.
Nel conflitto in Iran, ad esempio, sistemi di IA sono stati utilizzati per analizzare enormi quantità di dati e identificare rapidamente centinaia di obiettivi militari, accelerando drasticamente la cosiddetta kill chain e la velocità del processo decisionale è tale che il ruolo umano tende a ridursi a una semplice validazione finale. In particolare, l’automazione delle catene decisionali, l’analisi predittiva e la selezione degli obiettivi riducono progressivamente il tempo tra informazione e azione; non c’è una comprensione del contesto ma solo una compressione operativa della complessità, che viene tradotta in sequenze calcolabili. In questo contesto l’IA non elimina l’incertezza, ma la riconfigura come calcolo probabilistico non intervenendo sul significato, ma sulla gestione dei flussi, rendendo possibile la prosecuzione dell’azione in condizioni di crescente complessità sistemica.
L’IA si coniuga perfettamente con le nuove tipologie di conflitti perché la struttura logica è la stessa: se i conflitti passati erano orientati a un esito, oggi tendono a organizzarsi come processo continuo; all’IA non interessa comprendere i contesti o i significati, interessa solo mantenere attivo un processo di elaborazione sempre rinnovato. In entrambi i casi il risultato finale perde importanza rispetto alla continuità operativa.
L’altro pilastro del ragionamento, riprendendo il mio articolo l’Illusione dell’Illimitato citato in apertura, è la logica espansiva che sottende sia al concetto di nuovi conflitti che all’IA: fino agli anni Settanta le guerre tenevano conto dei limiti energetici, ecologici, materiali e l’IA non esisteva.
Oggi i limiti materiali esistono sempre e non vengono negati ma incorporati come elemento gestibile aumentando grazie all’Intelligenza Artificiale, la resilienza operativa; chiaramente tutto questo è ottenuto pagando il prezzo di una crescente dipendenza da dispositivi tecnici e da condizioni di equilibrio sempre più instabili.
Nel linguaggio comune potremmo paragonare questo processo alla polvere sotto il tappeto: i limiti ecologici, materiali, energetici non sono stati né superati né realmente interiorizzati ma, piuttosto, riorganizzati all’interno di un nuovo paradigma operativo trasformandoli in variabili funzionali e logiche espansive di processi, indipendentemente dai vincoli materiali e simbolici che li delimitano.
Fin qui le nuove logiche di riferimento; ma cosa regolamenta realmente la continuità operativa di questi processi? La simulazione come modalità di gestione del reale. Essa diventa così una forma di regolazione, senza sostituire il reale, che consente di mantenere la funzionalità del sistema senza affrontare direttamente le condizioni che ne limiterebbero lo sviluppo.
- Fino agli anni Settanta il limite era un dato da conoscere e riconoscere mentre oggi viene simulato come superabile;
- Viene simulata la possibilità di controllo del conflitto;
- L’IA simula la comprensione del mondo;
- Il sistema nel suo complesso simula la sostenibilità della propria espansione;
- Queste simulazioni non eliminano i vincoli materiali, lo rinviano.
In base a questa analisi, quindi, le cause che portano ai conflitti cessano di rappresentare discontinuità da risolvere e per assumere la forma di elementi strutturali, continuamente monitorati, regolati, attivati e riattivati all’interno di dispositivi operativi che ne consentono la gestione senza mai condurre a una loro definitiva rimozione.
Petrolio, terre rare, materie prime continuano ad essere i limiti materiali, reali delle problematiche ma nessuna analisi politica evidenzia i vincoli tangibili perché sono stati sono stati tradotti in variabili operative; fatto sta che questo maquillage non attenua la consistenza materiale delle problematiche anche quando viene formalmente assorbita all’interno di modelli di gestione e previsione.
Con il titolo Il Maquillage del nostro tempo ho provato a descrivere una configurazione specifica della contemporaneità: stiamo passando ad una forma di organizzazione sociale in cui la continuità operativa dei sistemi prevale sulla soluzione e il limite materiale non è più oggetto di confronto ma variabile da elaborare
Restano intatte, però, tutte le contraddizioni intrinseche di questo processo; se nascondiamo, nelle logiche espansive della Intelligenza Artificiale, che la Terra ha dei limiti vuol dire che come umanità non abbiamo ancora le condizioni culturali e istituzionali per riconoscere e accettare pienamente i limiti strutturali e questo comporta equilibri geopolitici sempre più instabili pagando il prezzo di una crescente dipendenza da dispositivi tecnici.
E resta aperta anche, in questa prospettiva, una questione fondamentale: la capacità di simulare e gestire i limiti costituirà una nuova forma stabile di organizzazione, o rappresenterà solo una fase transitoria destinata a scontrarsi, prima o poi, con la materialità dei vincoli che intende differire?