Cito solo Umberto Galimberti, perché considero questo video una vera perla di lucidità, da cui emergono alcune indicazioni fondamentali che vale la pena ascoltare e su cui riflettere.
Da qui nasce la mia riflessione sulla noia. Forse la mia generazione è stata l’ultima a sperimentarla come esperienza diffusa; non c’era Internet, non c’erano stimoli continui, non c’era intrattenimento immediato. Il tempo vuoto costringeva a inventare, a leggere, a pensare, a stare in relazione con il mondo e con il proprio mondo interiore. La noia non era un nemico, ma una soglia da attraversare per creare.
Oggi questa soglia viene sistematicamente eliminata. I tempi morti vengono riempiti (si pensi a tutte le attività che vengono fatte svolgere ai bambini durante la settimana), i silenzi evitati, le attese cancellate. La lettura (di qualsiasi cosa, anche del bugiardino del farmaco) viene progressivamente sostituita da dispositivi, piattaforme e flussi continui di contenuti. Il rischio è quello di formare individui iper-stimolati, ma superficiali; sempre connessi, ma poco capaci di elaborazione emotiva profonda. La noia è la precondizione della creatività, poiché costringe la mente, specialmente quella dei bambini, a inventare e a entrare in rapporto con se stessi. La triste realtà è che se si è costantemente pieni di stimoli, non si inventa nulla.
La noia è la precondizione della creatività, la triste realtà del presente è che se si è costantemente pieni di stimoli, non si inventa nulla.
L’ingresso massiccio dell’Intelligenza Artificiale rende questo scenario ancora più radicale. L’IA non si limita a fornire informazioni: produce risposte, testi, immagini, soluzioni. Dove prima era richiesto uno sforzo cognitivo, oggi basta una richiesta. Mentre la noia consentiva quel "vuoto" necessario alla genesi di un'idea originale, l'IA agisce come un riempitivo istantaneo. Gli algoritmi di raccomandazione e la generazione immediata di contenuti eliminano i "tempi morti", rischiando di atrofizzare quella capacità ideativa, di fatto, prerogativa giovanile. Se la noia è la precondizione della creatività, l’IA rischia di diventare la precondizione della rinuncia al pensiero critico e non perché sia “cattiva”, ma perché viene utilizzata in una società sempre più “fragile”, impoverita linguisticamente e culturalmente, poco allenata all’attesa, al dubbio e alla complessità.
Tanto più vero se si pensa al rapporto tra pensiero e parola: possiamo pensare solo in modo limitato alle parole che possediamo e questa sempre più drastica riduzione del vocabolario “umano” porta a “pensare poco”. Galimberti denuncia, infatti, la drastica riduzione del vocabolario giovanile (da 600 a circa 200 parole), che porta a "pensare poco e riflettere meno”.
Di contro, i modelli linguistici (LLM) possiedono un vocabolario vastissimo, superiore a quello di qualsiasi essere umano; tuttavia, se usati acriticamente, si corre il serio rischio che sempre più persone, ed in particolare i giovani, potrebbero delegare all'IA la formulazione dei propri pensieri. Questo creerebbe un paradosso: l'accesso a una "super-lingua" artificiale che però non corrisponde a una reale espansione della capacità cognitiva individuale, confermando la disabitudine a pensare, con tutte le conseguenze che possiamo solo ipotizzare...
Siamo sul precipizio di un “loop” digitale e la sfida, a cui siamo chiamati a rispondere, è non consentire che l'IA diventi un "oppio dei popoli" moderno, ma usarla per reinventare quegli spazi di partecipazione che oggi appaiono svuotati a partire dalla riappropriazione del tempo: la tecnologia, quindi, non è la causa ma la conseguenza di una "logica dell'accelerazione sociale" che ci "ruba" il tempo invece di crearlo e L'IA rappresenta l'apice di questa accelerazione. Automatizzando i processi decisionali e la produzione di informazioni, l'IA può esacerbare ulteriormente questo “loop”.
Abbiamo in questo momento la necessità storica di “recuperare” la complessità del linguaggio e del pensiero critico unici strumenti utili, ad oggi, per governare i processi tecnologici. In questo senso, la vera sfida non è fermare l’Intelligenza Artificiale, ma capire come preservare l’intelligenza umana: quella che nasce dal silenzio, dalla noia, dalla fatica di comprendere e dal tempo necessario per diventare se stessi. Il rischio non è tecnologico, ma antropologico: delegare progressivamente il pensiero, l’immaginazione e persino la scrittura significa rinunciare a esercitarli.
Tutto questo si riflette anche nel campo collettivo e nonostante gli sforzi per individuare forme di resilienza, scienziati come Yoshua Bengio (creatore del Deep Learning) denunciano che “non siamo di fronte a una tecnologia convenzionale, ma alla creazione di una nuova specie potenzialmente più intelligente di noi, i cui obiettivi potrebbero non essere allineati con la sopravvivenza umana". Per questo motivo, Bengio e altri chiedono una regolamentazione urgente e una "Legge Zero" per garantire che l'IA sia sicura per costruzione.
Ma Bengio si spinge oltre evidenziando come stia prendendo corpo un nuovo fenomeno sociale: la tendenza delle persone a sviluppare attaccamenti emotivi profondi verso i chatbot che potrebbe comportare conseguenze tragiche, come psicosi, suicidi o isolamento sociale.
Dobbiamo invertire la tendenza e passare da un nichilismo passivo (indifferenza, catastrofismo o l'impossibilità di immaginare alternative al presente) ad un nichilismo attivo ovvero la capacità di stare "sull'orlo dell'abisso" senza cadere nell'apatia, utilizzando la cultura, la scelta etica e la responsabilità comunitaria per costruire senso laddove la società sembra averlo smarrito. Che poi è quello che sostiene anche Luciano Floridi quando si riferisce al capitale semantico.
Parafrasando Dante fatti non foste per viver come androidi