Il Sangue e la Fede in Iran: oltre la propaganda sul terrorismo islamico

Go down

Un indagine sul “Pericolo Iran” e le possibili diverse radici del terrorismo.

Ridurre l’estremismo a un fenomeno puramente religioso è limitante. In molti casi, esso si sviluppa anche come risposta a contesti sociali e politici caratterizzati da forte chiusura del potere. Sistemi in cui l’accesso alle posizioni di comando è rigidamente controllato — per motivi dinastici, militari o ideologici — tendono a generare frustrazione e marginalizzazione. In questi contesti, il radicalismo può diventare uno strumento di rottura.


In questo periodo di profonda instabilità, segnato dal conflitto in Iran e dalle crescenti tensioni in Medio Oriente, mi sono trovato a riflettere sulla distanza abissale tra ciò che viene raccontato dai media — spesso costruito per sollecitare reazioni emotive nell’opinione pubblica occidentale — e la complessità reale dei fatti sul campo.

Da cristiano, ma laico sul piano politico, non credo che le leggi debbano avere una natura teologica né essere sottratte al dibattito. Allo stesso modo, ritengo inaccettabile qualsiasi sistema che limiti i diritti umani o che subordini le donne all’uomo.

In questo senso, l’Islam — per come spesso si manifesta nei sistemi politici — mi risulta distante, perché mi riconosco nei principi liberali occidentali.

Tuttavia, non posso accettare che si manipoli la percezione collettiva semplificando tutto in un’unica narrazione indistinta, che riduce civiltà millenarie e dottrine complesse alla sola etichetta del terrore.

In Occidente, infatti, persiste spesso l’idea che l’Islam nel suo complesso sia intrinsecamente terroristico: una generalizzazione fuorviante. La realtà è molto più articolata, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di popolazioni che, come tutte, difendono semplicemente la propria terra, la propria identità e la propria stabilità.

Popoli che desiderano difendere la propria cultura e le proprie tradizioni.


La frattura millenaria: una divisione lunga 1400 anni

Per comprendere il presente, è necessario tornare al 632 d.C., anno della morte del profeta Maometto. È da lì che nasce la divisione fondamentale dell’Islam in due grandi correnti:

I sunniti: rappresentano circa l’85-90% dei musulmani nel mondo. Sono diffusi principalmente in Paesi come Indonesia, Turchia, Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e gran parte del Nord Africa.

Gli sciiti: costituiscono circa il 10-15% della popolazione musulmana globale. Sono maggioranza in Iran e Iraq, e presenti in modo significativo anche in Azerbaigian, Bahrein e Libano.

Questa divisione riguarda quindi oltre un miliardo e mezzo di persone, distribuite su più continenti, con tradizioni, culture e sistemi politici profondamente diversi tra loro.

Alla base della frattura vi era una questione cruciale:

I sunniti sostenevano che il successore dovesse essere scelto tra i più capaci, attraverso il consenso della comunità. Tuttavia, nella realtà storica e contemporanea, questo principio si è spesso tradotto in sistemi di potere dinastici o autoritari, dove il controllo effettivo è esercitato da re, emiri o élite ristrette.

Gli sciiti ritenevano invece che la guida spettasse esclusivamente alla discendenza del Profeta.

Nel tempo, questa divergenza si è trasformata in una frattura anche geopolitica, oggi evidente nella contrapposizione tra l’Iran sciita e le monarchie sunnite del Golfo, come l’Arabia Saudita.

Contrariamente a una narrazione diffusa, però, l’Iran non rappresenta la matrice del terrorismo indiscriminato che colpisce l’Occidente, bensì un modello di integralismo statale, strutturato e istituzionalizzato.


1. La linea sciita: il “sangue sacro” e l’ordine clericale

Nel mondo sciita, l’autorità deriva dalla discendenza del Profeta, attraverso Alì e Fatima. Il potere si fonda dunque su un principio di legittimità sacra: solo chi appartiene a quella linea può governare.

In assenza dell’Imam — figura perfetta attualmente considerata “occultata” — il potere viene esercitato da un’élite religiosa. I grandi ayatollah non vengono eletti, ma riconosciuti dai loro pari dopo lunghi percorsi di studio e autorevolezza.

Questo sistema genera uno Stato strutturato, con istituzioni, diplomazia e un ordine preciso. È un modello rigido, certamente, ma proprio per questo rappresenta spesso il 


2. La linea sunnita: il “sangue politico” e il rischio della frammentazione

Nel mondo sunnita, la discendenza del Profeta è un elemento di prestigio, ma non un requisito per governare. Il potere si fonda su un principio più pragmatico: garantire stabilità e ordine.

Nelle monarchie come Arabia Saudita, Giordania o Marocco, la legittimità si trasmette per via dinastica, con una funzione stabilizzatrice. Tuttavia, l’assenza di una gerarchia religiosa centrale — paragonabile al Vaticano o al sistema sciita — crea uno spazio in cui singoli predicatori possono autoproclamarsi leader.

È in questo vuoto che nasce il radicalismo più destabilizzante: movimenti come l’ISIS, che non riconoscono autorità e colpiscono indiscriminatamente, spesso prendendo di mira gli stessi musulmani sciiti, considerati apostati.

Un dato spesso ignorato: la maggioranza delle vittime del terrorismo islamista è musulmana. Gli sciiti uccisi in Iraq, Pakistan e Siria da gruppi estremisti sunniti superano di gran lunga le vittime occidentali.


3. Sangue vs merito: una chiave di lettura sociale

L’estremismo non è soltanto un fenomeno religioso: è spesso anche una risposta sociale violenta a sistemi percepiti come chiusi e immutabili.

Quando il potere è monopolizzato da dinastie o élite ristrette, chi ne è escluso può vedere nel radicalismo l’unico strumento per scardinare un sistema considerato ingiusto e impenetrabile.


La lezione di Roma: l’adozione del migliore

La storia antica offre un interessante parallelo. Nell’Impero romano, tra il 96 e il 180 d.C., il principio della successione dinastica fu temporaneamente abbandonato in favore dell’adozione del più capace.

Imperatori come Traiano, Adriano e Marco Aurelio non salirono al potere per diritto di nascita, ma perché scelti come i più idonei. Questo periodo coincise con una delle fasi di massima stabilità e prosperità dell’Impero.

Il declino iniziò quando Marco Aurelio tornò al principio dinastico, designando il figlio Commodo, il cui regno segnò una svolta negativa.


Conclusione

L’integralismo iraniano rappresenta un ordine statale fondato su una struttura clericale, mentre il radicalismo sunnita più estremo assume spesso la forma di un caos distruttivo, nato dalla disgregazione di ogni autorità riconosciuta.

Pur rifiutando, da laico, qualsiasi forma di legge divina imposta, è intellettualmente onesto distinguere tra uno Stato che agisce secondo logiche di potere e un’ideologia che mira alla distruzione totale.

Se il “sangue” sciita cerca di preservare un’architettura sacra e quello delle monarchie sunnite garantisce un ordine politico, è nell’assenza di meritocrazia e nella rigidità delle strutture che trova terreno fertile l’estremismo.

Oggi, con la scomparsa di Ali Khamenei in questo turbolento marzo 2026, l'Iran si trova davanti al suo personale "momento Commodo". La gerarchia sciita saprà guardare oltre il dogma del sangue per "adottare il migliore" tra i suoi sapienti, o si arroccherà in una difesa disperata della dinastia e delle armi, consegnando definitivamente il Paese nelle mani dei militari?

La storia di Roma insegna che quando il merito viene soffocato dalla discendenza, il declino non è un'ipotesi, ma una certezza. E nel vuoto lasciato da un'autorità che non sa più rinnovarsi, il mostro dell'estremismo troverà sempre una crepa in cui proliferare.


Pubblicato il 18 marzo 2026

Gigi Morello

Gigi Morello / Teacher, Musician, Film Director and Human Being

http://www.gigimorello.com