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Abstract

Ci sono incontri che non servono a stabilire chi ha ragione o chi ha torto, ma a ridefinire le domande fondamentali.

Immaginate un pomeriggio londinese, due visioni del mondo e un tavolino da tè a fare da confine: da una parte il rigore della razionalità, dall'altra l'idea che il pensiero non sia confinato solo nella mente, ma si estenda anche al corpo, agli strumenti e alle relazioni. La questione non è stabilire quale pensiero abbia una rilevanza maggiore. Il punto è un altro:

Possiamo ancora permetterci una visione della conoscenza che escluda il ruolo dell'osservatore?

O dobbiamo iniziare a considerare la realtà come qualcosa che emerge dall'interazione tra il soggetto, il contesto e l'ambiente?

Non si tratta di destrutturare principi consolidati, ma di riconoscere quando questi, da soli, non siano più sufficienti a interpretare la complessità. Forse, proprio come nella musica di Mozart, è nella tensione tra struttura e apertura che nasce qualcosa di inedito.


Immaginiamo di trovarci a Londra, nel quartiere di Bloomsbury, una primavera del 1994, di sabato pomeriggio. Le vie sono animate da studenti e il cielo grigio di Londra lascia filtrare qualche raggio di sole tiepido. Andy è un giovane professore di filosofia presso la London School of Economics e sta lavorando alla bozza del suo prossimo libro. Si tratta di un manifesto filosofico e deve essere scritto con cura. In questo pomeriggio d’inizio primavera, Andy sta pensando ad alta voce, guardando la sua Triumph Spitfire di colore Tahiti Blue. Non propriamente sottovoce, dice:

Oggi non puoi lasciarmi per strada, ho un appuntamento importante con Sir. Popper, sono solo 60 km andata e ritorno, se oggi non darai problemi prometto che comprerò il volante in legno della Moto-Lita

Andy ha sempre dimostrato una certa ecletticità, non solo nella scelta delle camicie, ma anche quando parla tra sé e sé, come in questo caso. Andy avanza con passo riflessivo lungo le vie di Bloomsbury, in una Londra primaverile caratterizzata da case georgiane dai mattoni color paglierino, ancora umidi e dall’odore di pioggia, con il rumore di sottofondo delle gomme dei taxi che scivolano sull’asfalto ancora lucido. I marciapiedi, ampi e lastricati di pietra grigia leggermente irregolare, riflettono un colore argento opaco, come il cielo di Bloomsbury. Tra i platani, l’acqua si raccoglie in pozze come pensieri in attesa. Qua e là, biciclette appoggiate contro le inferriate in ferro battuto e studenti che si dirigono verso la libreria London Review Bookshop.

Alcuni studenti tengono in mano delle buste di carta color avana, arrotolate o infilate nelle tasche dei trench. All’interno delle buste, la fotocopia di un capitolo di Sorvegliare e punire di Michel Foucault, passata di mano in mano come un’eredità destinata a generare ricchezza negli anni a venire. Le pagine, un po’ sbiadite, emanano l’odore di toner e carta riciclata, ma la voce di Foucault risuona chiara e necessaria. Una forza che sgretola le illusioni di libertà, mostrando come il potere si insinui silenziosamente nelle pieghe della società. L’atmosfera, in questo sabato pomeriggio, è sospesa: una Londra che guarda al futuro con la mente rivolta a libri che parlano di una società costruita su meccanismi di controllo sottili ma pervasivi che sorvegliano e plasmano gli individui.

Andy cammina nel flusso e, sotto il trench di gabardine aperto, non si intravede nessuna delle sue camicie preferite dalle fantasie geometriche. È un giorno particolare per Andy, che ha scelto la sobrietà con una camicia a tinta unita e una cravatta annodata di fretta. Oggi, anche lui vuole apparire esattamente ciò che non è: un conformista. Cammina a ritmo lento, come se volesse percepire ogni rumore. Il suo sguardo incrocia le insegne scolorite delle librerie indipendenti. C’è in lui qualcosa di anacronistico, ma non fuori luogo. Sembra appartenere a quel quartiere, non perché ci abiti, ma perché ne conosce il codice. La passeggiata di Andy è una vera e propria dichiarazione di esistenza. Andy ha il viso chiaro e allungato, i lineamenti sottili e gli occhi vigili. La fronte è appena corrugata da un pensiero trattenuto, come se stesse ancora limando una frase da dire o cancellando l’ultima riga di quel capoverso per lui così importante.

Quel pomeriggio, Andy indossa una camicia oxford azzurro chiaro, stirata con precisione, con un colletto button-down sobrio e fermo, forse una scelta stilistica per mostrare rispetto nei confronti del suo anziano interlocutore che lo ha invitato a prendere il tè. Indossa un abito di tweed grigio e la giacca gli calza a pennello. Per completare il suo look surreale, indossa una cravatta di seta blu navy a piccoli pois bianchi, annodata in modo poco simmetrico, quasi le sue mani avessero esitato per mancanza di familiarità. La cravatta, Andy l’ha comprata solo per l’incontro con Sir. Popper, perché quel giorno ha deciso di presentarsi con uno stile misurato.

Andy non aveva alcuna intenzione di sfidare Sir Popper, ma voleva che lo riconoscesse come un interlocutore serio che, pur avendo scelto una visione della realtà diversa, rispettava la tradizione. Quel giorno, il suo stile non era una maschera, ma un segno di rispetto impercettibile per il suo interlocutore che ha 92 anni. Per il momento, la Triumph Spitfire non lo ha lasciato a piedi e alle 15:55 Andy si trova davanti alla porta di Sir Popper nel tranquillo quartiere di Kenley, nel Surrey, a sud di Londra. Sir Popper è un filosofo della scienza in pensione, noto per il suo rigore e la sua sobrietà. Non ama la confusione, soprattutto quando si tratta di discutere di argomenti che lo appassionano. Sir Popper ha fatto preparare il suo studio con cura: un ambiente raccolto e ordinato, adatto a ricevere ospiti e che riflette la personalità di chi lo abita. Al centro dello studio, quattro poltrone in stile Chesterfield in pelle marrone scuro, con quella patina che solo il tempo può dare.

L’atmosfera è resa ancora più raccolta da un leggero sottofondo di musica classica, genere che Sir Popper ama ascoltare nei momenti di riposo. Andy ha con sé un disco in vinile che ha acquistato per ringraziare Sir Popper dell’invito: si tratta del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart diretto da Ferenc Fricsay. Andy è consapevole che quel vinile può rappresentare un accesso al mondo di Sir Popper, una persona difficile da avvicinare che non era solita aprirsi con gli sconosciuti. Per il regalo, Andy si è fatto consigliare da un commesso del negozio Sister Ray Records di Soho. Attraverso la musica di Mozart, Andy spera di accorciare le distanze con Sir Popper e di creare uno spazio in cui il suo rigore possa aprirsi a nuove prospettive. Lo studio è essenziale e funzionale, anche se, entrando, Andy nota al centro delle poltrone un tavolino in stile rococò che stona con il rigore del carattere di Sir Popper.

In uno studio dai colori neutri e dai volumi chiusi, quel tavolino da tè dimostra tutta la personalità di chi lo ha costruito e, in quel luogo, sembra un attore entrato in scena nel momento sbagliato. Sir Popper accoglie Andy nel suo studio con un sorriso a metà tra l’amichevole e il divertito, invitandolo a sedersi. Su quel tavolino rococò di legno lucido, che in quel preciso istante separa non solo due persone, ma forse due mondi, sono appoggiati un vassoio con una teiera fumante, tazze di porcellana bianca e una Victoria sponge cake (una torta con strati di panna e marmellata). Sir Popper, noto per la sua inflessibilità nel dialogo, osserva Andy con uno sguardo attento, ma non critico. Sir Popper sa bene che questa non sarà una conversazione come le altre e che dovrà verificare le idee del suo giovane collega con la lucidità e la precisione che lo contraddistinguono. La conversazione ha inizio.

Popper (in tono solenne, sorseggiando un tè dall’aroma robusto e maltato, proveniente dalle piantagioni indiane di Assam lungo la valle del Brahmaputra, che riempie lo studio con il suo intenso profumo terroso).

L’unica linea di demarcazione tra la scienza e la non-scienza è la falsificabilità. Se una teoria non può essere confutata, non può essere definita scientifica. Si tratta di un principio semplice, chiaro e indispensabile.

Andy (appoggiando il disco di Mozart sul tavolino).

Ha ragione, Sir Popper, a tracciare una linea netta. Ma mi permetta di fare un’osservazione. Mozart non scrive musica per obbedire o infrangere le regole: il suo talento è un dialogo continuo tra struttura e invenzione. La mente umana, come la musica, è una sinfonia che si estende nella realtà.

Popper (poggiando la tazza sul tavolino con fermezza).

Professore Clark, mi perdoni la franchezza, ma intende parlare di filosofia o di ginnastica mentale? Le sue teorie sulla mente estesa sembrano più un volantino per uno spettacolo teatrale che un contributo al dibattito filosofico.

Andy (senza scomporsi).

Dipende da cosa intende per filosofia, Sir Popper. Se con filosofia si intende interrogarsi su come e dove pensiamo, allora sì, mi farebbe piacere parlarne. Per quanto riguarda la ginnastica mentale, non credo esista un’età giusta per iniziare ad allenarsi.

Popper (socchiudendo gli occhi per raccogliere i pensieri).

Ha ragione! Ma un eccesso di esercizio rischia di frantumare il corpo della logica. Io continuo a preferire la forza lucida del pensiero razionale.

Andy (decide di essere più “affilato”).

Non si tratta di un eccesso di esercizio, ma di postura. Lei, Sir Popper, pensa con la mente, io penso anche con le mani, con gli oggetti e con lo spazio che mi circonda. La mente è distribuita. Mi permetta di farle una domanda: porta gli occhiali, Sir Popper? Riuscirebbe a scrivere di filosofia senza di essi? Eppure, stranamente, lei non li considera parte integrante del suo pensiero.

Popper (alzando un sopracciglio).

Parlava di Mozart? La metafora è interessante, ma temo che lei confonda la conoscenza con l’esperienza soggettiva.

Andy (incalzando deciso il suo interlocutore).

Non si tratta di confusione, Sir Popper. Immagini per un momento che la mente non risieda solo nella testa delle persone, ma si estenda anche agli strumenti, al contesto e all’ambiente. Così come un musicista non suona solo con le dita, ma con lo strumento e lo spartito, anche la mente può includere il corpo, il contesto e l’ambiente.

Popper (si mette sulla difensiva).

Gli strumenti musicali non pensano! Sono estensioni del corpo, non della mente. Se tutto diventa mente, allora nulla lo è. E se ogni cosa può essere definita come scienza, allora nulla lo è davvero. Senza il principio di falsificabilità, perdiamo ogni logica razionale.

Andy (si aspettava questa affermazione da Sir Popper).

Non si tratta di espandere le definizioni, ma di reinterpretarle. Il pensiero prende forma nell’azione e nella relazione. Quando, per esempio, un bambino conta con le dita o un fisico scrive le formule sulla lavagna, la conoscenza si espande. La mente estesa, come la definisco nella mia teoria, non svuota la razionalità, ma la radica.

Popper (unendo le mani sul bracciolo).

E il criterio? Lei parla come un naturalista perso in una selva cognitiva. Ma le chiedo: dove finisce l’esperienza soggettiva e comincia la scienza? Senza falsificabilità, restano solo le intuizioni.

Andy (più riflessivo, ma è pronto a sferrare il suo “colpo segreto”).

Il suo criterio, Sir Popper, ha rivoluzionato il modo di distinguere la scienza da ciò che non lo è, ma presuppone un osservatore neutrale ed esterno. Ora, consideri l’esperimento della doppia fenditura in fisica. Thomas Young lo utilizzò nel 1801 per dimostrare la natura ondulatoria della luce. Tuttavia, nel XX secolo la fisica quantistica lo ha ridefinito. Negli anni Sessanta, Claus Jönsson ha ripetuto l’esperimento con singoli elettroni. Anche una sola particella, inviata una alla volta, creava un’immagine di interferenza, ovvero un’onda. Tuttavia, appena si introduceva un apparato per osservare da quale fenditura passasse l’elettrone, l’interferenza scompariva e la particella si comportava come un corpuscolo e non più come un’onda. L’atto stesso dell’osservazione sembra quindi in grado di modificare il fenomeno osservato. Sorprendente, non trova, Sir Popper? La realtà, a livello microscopico, non è intuitiva né separabile dall’osservatore, come si credeva prima di determinati esperimenti.

Certo, si tratta di particelle infinitamente piccole e forse le leggi a livello macroscopico rimangono intatte. Ma non è straordinario che ciò che consideravamo indipendente reagisca invece all’atto stesso dell’osservazione? La realtà a livello microscopico ci mostra che il ragionamento logico-deduttivo non è sufficiente. La stabilità del mondo macroscopico che percepiamo non cancella l’evidenza che, a livello fondamentale, osservatore e fenomeno osservato sono inseparabili. Non sto dicendo che ciò che percepiamo come reale scompaia del tutto, ma che la scienza, per comprendere la realtà, dovrebbe accettare l’idea che l’atto dell’osservazione influenzi la realtà osservata. Il principio di falsificabilità forse non è più sufficiente se considerato come unico elemento per la comprensione dei fenomeni. La realtà a livello microscopico ci obbliga a pensare in modo controintuitivo.

Popper (incassa il colpo, ma non arretra).

Professore Clark, ammetto che la meccanica quantistica non mi ha mai convinto del tutto. Penso che l’osservatore non crei la realtà. Al massimo, la disturba. Sì, l’esperimento della doppia fenditura sembra mostrare l’influenza dell’osservatore sul fenomeno osservato, ma ciò non giustifica una qualche forma di interpretazione soggettivista. La scienza ha il compito di cercare la verità oggettiva. Il mio principio esige che le teorie siano sottoposte a un’analisi critica e a una verifica sperimentale. E se ciò comporta l’uso di strumenti di misurazione imperfetti, questa è una condizione ineludibile. Tuttavia, non possiamo sacrificare i principi, la razionalità e la chiarezza. Potrei anche accettare un eventuale aggiornamento del criterio in alcuni casi particolari, ma non la sua dissoluzione. La scienza resta la nostra migliore difesa contro le illusioni.

Andy (rilancia la provocazione)

Sir Popper, apprezzo le sue argomentazioni. Ha perfettamente ragione! Quando sostiene che la scienza deve confrontarsi con la realtà. Ma cosa intendiamo per realtà quando ciò che viene percepito come reale emerge unicamente se posto in relazione con l’osservatore? Non sto affermando che la mente crei la realtà, ma che la conoscenza e la comprensione siano, a mio avviso, il risultato di un’interazione tra il soggetto e la realtà, e che l’osservazione non è mai neutra, ma fa parte integrante del fenomeno osservato. Lei, Sir Popper, ha parlato di disturbo. Ma, per favore, potrebbe spiegarmi in che modo, a livello conoscitivo, un disturbo inevitabile si differenzia da una possibile generazione della realtà? Infatti, nell’esperimento, non è solo la misurazione a influire sul fenomeno osservato, ma l’atto stesso dell’osservazione. Forse, più che aggiornare un principio, dovremmo rivedere le fondamenta del nostro rapporto con la conoscenza.

Popper (con un gesto del capo, concede il beneficio del dubbio ad Andy)

Lei sostiene la necessità di ripensare i criteri e, in alcuni casi eccezionali, potrei anche essere d’accordo. Tuttavia, rimango dell’idea che senza una linea di demarcazione si rischia il relativismo. E con esso, la perdita della logica.

Andy (sereno, ma deciso)

Forse dovremmo immaginare nuovi strumenti per orientarci in nuovi orizzonti conoscitivi. La mente estesa, come l’ho definita, non è una magia da esibire in una performance teatrale. È una mappa che ci permette di orientarci in una realtà fatta di connessioni, interdipendenze e feedback di natura circolare. Prendiamo l’esempio di Mozart: non ha perso la sua coerenza nel trovare nuove modalità espressive. Anzi, è proprio nell’intuizione che si rivela la sua essenza più originale e la sua bellezza.

Popper (con un sorriso stanco, ma sempre vivace)

Professor Clark, lei ha idee forti e non particolarmente condivisibili, ma indubbiamente ha una certa capacità di sostenerle. Questo la rende un ospite gradito in questa casa.

Andy (stringendogli la mano)

Sir Popper, ho sempre pensato che il confronto aperto tra prospettive diverse fosse alla base di un dialogo costruttivo. Per quanto riguarda la mia capacità di sostenere le idee, ho avuto dei buoni maestri!...

…Vi ricordate quella meravigliosa torta con gli strati di panna e marmellata? Andy non saprà mai che sapore avesse quella sul tavolino dello studio di Sir Popper. Chissà perché, Sir. Popper si è dimenticato di offrirgliela... o forse no?


Bibliografia

Clark, A., & Chalmers, D. (1998). The extended mind. Analysis, 58(1), 7–19. 

Foucault, M. (1975). Surveiller et punir: Naissance de la prison. Gallimard.

Jönsson, C. (1961). Elektroneninterferenzen an mehreren Spalten. Zeitschrift für Physik, 161, 454–474.

Mozart, W. A. (1787). Don Giovanni [Opera].

Popper, K. R. (1959). The logic of scientific discovery. Hutchinson.

Young, T. (1802). On the theory of light and colours. Philosophical Transactions of the Royal Society of London, 92, 12–48.

Tratto da: Fino F. (2026). KYRÂ | RIVOLUZIONE ASINCRONA, Kdp publishing.

Pubblicato il 19 maggio 2026

Federico Fino

Federico Fino / Complexity & Decision-Making | AI & Philosophy of Mind | Creator of KYRÂ (AI Framework)

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