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Forse essere umani non significa possedere intelligenza, linguaggio o coscienza.

Forse significa qualcosa di molto più fragile.

La capacità di riconoscere nell’altro una presenza che non possiamo controllare completamente.

Qualcuno che esiste fuori da noi e che, nonostante questo, ci riguarda.


A un certo punto, leggendo Un ragazzo tutto nuovo di David Almond, ho smesso di pensare al robot. 

È una cosa strana, perché all’inizio sembra che il romanzo esista proprio per quello. Per lui. Per questa creatura artificiale che entra in una classe di bambini e prova a vivere tra gli esseri umani. Lo guardi arrivare e pensi subito alle solite domande. Quanto è intelligente, quanto riesce a imitare le emozioni, quanto manca prima che una macchina diventi indistinguibile da una persona?

Poi però il libro cambia direzione. Non all’improvviso. Lentamente, come fanno certe verità quando arrivano davvero. Il robot resta lì, seduto tra gli altri bambini, e osserva il mondo umano funzionare. Guarda le amicizie nascere e disfarsi nel giro di poche ore. Guarda la crudeltà leggera dei bambini, quella che non sa ancora di esserlo. Guarda gli adulti mentre cercano di controllare tutto con spiegazioni rassicuranti. E intanto ascolta. Impara. Cerca di capire.

È in quel momento che accade qualcosa di quasi impercettibile. La creatura artificiale smette di essere il mistero della storia. Il mistero diventano gli esseri umani. Perché quel robot, che non possiede un’infanzia, non ha memoria del dolore, non è nato da nessun corpo umano, a volte sembra più capace di attenzione degli uomini che lo circondano. Non giudica immediatamente. Non reagisce per abitudine. Non sembra avere quella fretta disperata che abbiamo noi di definire tutto, catalogare tutto, decidere subito chi appartiene e chi no.

E allora la domanda cambia. Non chiediamo più se una macchina possa diventare umana. Cominciamo a chiederci se gli esseri umani siano ancora capaci di esserlo. È una domanda che fa male perché arriva in un tempo in cui abbiamo imparato a fare quasi tutto. Costruiamo intelligenze artificiali, parliamo attraverso schermi, trasformiamo emozioni in dati, presenze in notifiche. Eppure, mentre diventiamo sempre più sofisticati, sembra che perdiamo qualcosa di elementare: la capacità di restare davvero davanti a qualcuno.

Forse è questo che Almond racconta senza mai dirlo apertamente. Che l’opposto dell’umano non è la macchina. L’opposto dell’umano è l’abitudine con cui smettiamo di vedere gli altri. C’è un momento, nel romanzo, in cui si capisce che tutti stanno guardando il robot ma quasi nessuno lo sta incontrando davvero. Lo osservano come si osserva qualcosa di estraneo. Un oggetto interessante. Un esperimento. Una minaccia possibile. Nessuno accetta fino in fondo la sua presenza.

Eppure è proprio lì che il libro diventa profondamente umano. Perché forse essere umani non significa possedere intelligenza, linguaggio o coscienza. Forse significa qualcosa di molto più fragile. La capacità di riconoscere nell’altro una presenza che non possiamo controllare completamente. Qualcuno che esiste fuori da noi e che, nonostante questo, ci riguarda. 

Martin Buber diceva che tutta la vita umana dipende dal modo in cui sappiamo dire “Tu” a qualcuno. Non usare gli altri, non interpretarli soltanto, non ridurli a funzione. Incontrarli davvero. 

Forse il robot di Almond serve proprio a questo. Serve a mostrarci quanto sia diventato difficile. Perché oggi guardiamo continuamente esseri umani senza vederli davvero. Passiamo accanto alle persone come passiamo accanto alle immagini. Velocemente. Distrattamente. Difendendoci dalla possibilità che qualcuno possa toccarci davvero. E allora il piccolo robot seduto in quella classe finisce per diventare uno specchio silenzioso. Non ci chiede: “posso diventare come voi?” Ci chiede qualcosa di molto più inquietante. Voi siete ancora capaci di esserlo?


Pubblicato il 18 maggio 2026

Frida Riolo

Frida Riolo / Strategic Innovator | Design Thinking |

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