Non so in quale anno lo compresi, né se fu davvero comprensione o piuttosto una specie di caduta, come quando si manca un gradino e per un momento il corpo sembra non appartenere più a nessuna legge fisica. So che era mattina e che ero davanti a uno specchio coperto di vapore; le mie mani facevano quello che fanno tutte le mattine: l'acqua, il sapone, il rasoio. Io, però, non ero lì. Non ero in nessun luogo; ero in un punto del futuro che non esisteva ancora, una stanza dell'indomani dove qualcosa mi aspettava. Forse una e-mail, un incarico, una parola da dire a qualcuno nella riunione delle 10, e quel luogo inesistente appariva più reale della ceramica fredda del lavabo sotto le mie dita; persino più vero dell'acqua che mi colava sui polsi.
Lì ho pensato che probabilmente era sempre stato così; che forse non ero mai stato nel luogo in cui mi trovavo; che la mia vita intera si era svolta in un corridoio e che il corridoio non conduceva in nessun posto.
Ho pensato, credevo. Più che altro è stato un brivido, una nausea leggera.
Dopo quella mattina ho cominciato a guardare con più attenzione.
Osservavo le persone nei caffè, nelle strade, sui treni. Guardavo le loro facce e mi sembrava finalmente di vedere: nessuno era dove si trovava. Gli occhi guardavano un punto che non era in quel luogo mentre le mani facevano, le bocche parlavano, i piedi camminavano; ma la creatura vera, quella che sente e che patisce e che qualche volta si meraviglia, quella era altrove chiamata da qualcosa che non aveva nome e che non sarebbe mai arrivato.
Osservare con tale chiarezza mi faceva quasi paura perché la realtà, quando arriva, porta sempre con sé qualcosa di crudele.
Personalmente sono convinto che vi sia una parola per questo; una parola che si dice cento volte senza udirla, come il proprio respiro, come il rumore del sangue nelle orecchie:
“Intanto”.
Intanto faccio questo lavoro.
Intanto abito qui.
Intanto sto con questa persona, in questa città, sotto questo cielo che non guardo.
È una parola che sembra piccola, innocente, da orari ferroviari e da sale d'aspetto; invece è una parola che divora perché ha il potere di trasformare ogni cosa in anticamera: ogni momento nella bozza di un momento vero che verrà dopo perché questo qui, questo di adesso, non può certo essere tutto, non può essere la vita. La vita dev'essere qualcos'altro, da qualche altra parte, in un tempo che non è ancora giunto.
E chi l'ha insegnato, questo? Chi l'ha detto per la prima volta a una creatura piccola, a un bambino che ancora sapeva stare dentro le cose come un animale dentro il suo pelo? La scuola forse. Oppure le voci gravi degli adulti:
Studia adesso.
Sopporta adesso.
Sacrificati adesso.
Dopo capirai. Dopo sarai libero. Dopo sarai felice.
E il dopo si aggiungeva al dopo e ogni dopo prometteva il prossimo in una catena che si formava anello su anello e si allungava nell'oscurità come una strada di campagna di notte: sempre sul punto di arrivare da qualche parte eppure senza destinazione. E anche quelle luci che si vedono laggiù in fondo non sono una casa, sono solo lampioni di un altro tratto di strada.
Arriva poi un giorno, non per tutti forse ma per molti, in cui la catena appare per quello che è. Si era creduto che a un certo punto tutto si sarebbe composto in una forma concreta; certamente non perfetta, sarebbe da ingenui, ma una forma con un contorno finalmente chiuso. Qualcosa che si potesse guardare, riconoscere, per poi esclamare: ecco, è questa! E invece il contorno non si chiude mai e la sensazione è la stessa di vent'anni prima, la stessa di sempre: essere ancora in cammino, perennemente in transito, non essere ancora arrivati. E passo dopo passo, anello dopo anello, sopraggiunge l’alito gelido di un sospetto che fa più male di qualunque fallimento: laggiù non c'è niente; non c'è mai stato niente da raggiungere e il cammino stesso era il tutto.
Si potrebbe dire che è una faccenda privata, un difetto del singolo nella sua incapacità di riposare, di apprezzare, di interpretare. Ma non è così. O almeno non è soltanto così.
Che il domani debba essere per forza migliore dell'oggi, che il tempo sia una freccia lanciata verso l'alto, sono pure invenzioni e nemmeno così vecchie. Per secoli, per millenni, le creature umane hanno vissuto in un tempo che girava su sé stesso o che cadeva lento verso una fine già scritta nelle profezie. L'idea che i figli avrebbero avuto più dei padri sarebbe parsa allora un delirio, una bestemmia contro l'ordine immobile delle stagioni. Poi un angolo della modernità travestito da guida spirituale ha cambiato il racconto e il tempo è diventato salita, e la salita è diventata legge, e la legge è entrata nelle ossa di tutti come una cartilagine di cui non ci si accorge finché non inizia a consumarsi. E tutta la vita, l'economia, i calendari, le scuole, il ritmo delle giornate, il modo stesso in cui si misura il valore di un essere umano, sono diventati un dispositivo di rimando: una prodigiosa e saggia “macchina del poi” in cui il presente non serve a sé stesso ma a un futuro che lo riscatterà.
Quando però la promessa comincia a mancare o quando i giovani sentono che la freccia non sale più e che il mondo non migliora come era stato loro promesso, la macchina del poi non si spegne. Al più si contrae e diventa individuale: se il progresso non mantiene, il singolo se ne fa carico da solo attraverso routine, progetti, disciplina, versioni migliorate di sé, quel catechismo feroce dell'ottimizzazione e della performance che è la vera religione dell'epoca.
La macchina del poi ripete la sua preghiera muta ogni giorno. Domani sarai meglio. Domani sarai di più.
Ma quel domani, quando finalmente arriva, è uguale a oggi; lo si vive da dentro con la stessa luce grigia, la stessa stanchezza e la stessa fame.
E qui c'è il fatto che nessuno vuole sentire, che proferire ad alta voce sembra quasi un'indecenza come nominare un morto a tavola, come parlare di denaro in chiesa: la vita non va da nessuna parte.
Non perché sia disperata o perché sia vuota, semplicemente perché accade qui in questo punto, in questo momento, con questa luce e non in un punto successivo dove sarà più di successo, più completa, più meritevole del suo nome.
La verità è che il futuro arriva con la stessa consistenza del presente: lo si abita da dentro con le stesse mani, con gli stessi occhi stanchi, con la stessa mescolanza di noia e di terrore e di meraviglia improvvisa che è la stoffa di ogni giorno.
Eppure la mente rifiuta questa banale verità; la mente ha bisogno di corridoi e di cammini e della speranza di una destinazione oltre le curve. Ma il fatto resta e ogni tanto affiora quanto basta come un sasso nell'acqua bassa.
Pochi giorni fa, una sera, ero in una pizzeria piena di gente e di calore, rumore di posate sui piatti, vociare sguaiato e risate prepotenti. C'era una coppia giovane con un bambino piccolo; lui aveva preso un pezzo di pizza e lo rigirava tra le dita come se fosse una cosa straordinaria, come un oggetto venuto da un altro mondo. Forse per lui era davvero così, ogni cosa era ancora pura, nuova, intera, degna di attenzione. Lo girava, lo annusava, ci soffiava sopra con una serietà che non aveva nulla di infantile, anzi sembrava la serietà più antica che esista, ossia quella della creatura che incontra la materia per la prima volta e ne è stupita. I genitori mangiavano ciascuno nel proprio altrove con gli occhi sui telefoni; i pollici che scivolavano sugli schermi con quel gesto che è diventato il rosario dell'epoca. Ogni tanto la madre alzava la testa o uno sguardo e mormorava un "mangia" senza peso per poi tornare al suo schermo. Il padre alternava occhi vacui ora al telefono, ora alla televisione appesa in alto, senza suono, dove degli uomini correvano dietro a una palla in un silenzio che faceva pensare a un acquario. Il bambino mangiava la sua pizza e guardava il mondo intorno: una sedia, un bicchiere, la luce su un tavolo; e ogni cosa che guardava era lì intera e vera senza un dopo che la annullasse.
Non c'era nulla di terribile in quella scena, nulla di eccezionale. Era una sera come mille altre se non fosse che vi si vedeva (se si aveva la disgrazia di guardare) il momento esatto in cui una creatura è ancora nel mondo mentre intorno a lui le altre se ne sono già andate.
Il telefono non c'entra, quello è solo l'ultimo strumento; il più docile, il più vicino alla mano. C'entra qualcos'altro, c'entra che fra i tre anni e l'età in cui si comincia a soffrire davvero s’impara una grammatica che non si dimentica. Si impara che il momento presente non è mai quello buono; che bisogna aspettare; che bisogna meritare; che bisogna essere altrove.
Soffrire davvero è forse soltanto questo: non essere più capaci di stare dove si sta.
Non so se da adulti si possa tornare indietro. Non credo a chi offre metodi, nemmeno a chi esorta a “vivere il presente”: parole che suonano come dire a chi annega di respirare; come dire a chi ha freddo di avere caldo.
Quello che so (e lo so nel modo in cui si sanno le cose che non servono a niente, che non salvano, che non cambiano la forma dei giorni) è che qualche volta la presa si allenta. Non perché lo si voglia o perché lo si cerchi, semplicemente perché a volte e per un attimo la mente si distrae da sé stessa e il mondo entra prepotente nella sua concretezza.
La luce su un muro.
Il peso di un bicchiere nel palmo.
Una voce che dice qualcosa con un tono che non ci si aspetta.
E per un momento, roba di secondi, non si è in viaggio verso nessun luogo; si è qui e qui è sufficiente. E in quei secondi la vita non è una promessa e non è un debito: è un fatto che accade e che non ha bisogno di nient'altro per essere vero.
Poi la presa torna; la mente si rialza e riprende il suo cammino lungo la strada infinita, verso la destinazione che non c'è. È umano, forse è necessario; ma c'è grande differenza tra chi sa che la strada è un'invenzione e chi invece la crede il tutto. La differenza è come una nota troppo grave per l'orecchio, non si ode ma cambia il colore di tutta la musica e anche di tutto il silenzio.
Fuori, in questo istante, il cielo ha un colore che domani non avrà più. L'aria ha un peso che sento sulla pelle. Nella stanza vicina qualcuno si muove e il suono dei passi ha un rumore preciso che accade una volta sola e non tornerà. Io non sto andando da nessuna parte; non sto aspettando niente. Scrivo queste parole, loro sono qui e io con loro. Il mondo fuori dalla finestra è questo, adesso, e non sarà mai più questo e non è mai stato nient'altro.
Vorrei smettere di guardare in fondo alla strada, tra miraggi di luci di case e punte di campanili oltre curve che non riuscirò mai a raggiungere. Inizierò da pochi secondi e migliorerò.
Spero.