Go down

E allora capii anche un'altra cosa, e fu quella a fare più male. Per tutto quel tempo mi ero nascosto dietro di loro. Avevo lasciato parlare i libri perché i libri non tremano, non piangono, non hanno una voce che si spezza. Li avevo chiamati io, uno per uno, a riempire il silenzio che non sapevo riempire. Ma la parola che serviva non stava in nessun libro. Non l'aveva scritta nessuno, e nessuno poteva dirla al posto mio.


Prologo

La vidi da lontano. Seduta sulla sua bicicletta, ferma sul bordo del marciapiede: la graziella nera, il cesto di vimini davanti. È da sempre che la vedo con quella bicicletta. Da sempre quel cesto, da sempre quel nero che il sole non riesce a scolorire. Era un giorno qualunque di fine settembre, e il sole scaldava ancora, testardo, come se l'estate non volesse saperne di andarsene.

Mi avvicinai. Le chiesi che cosa stesse facendo.

«Vengo dal tabaccaio. Ho pagato le bollette.»

Lo disse con la voce di tutti i giorni, e per un momento fu un giorno come tutti gli altri: le bollette, il tabaccaio, il sole. Le cose che tengono in piedi una vita senza che nessuno se ne accorga.

«Come stai?»

Non rispose. Restammo così, lei sulla bicicletta e io in piedi accanto a lei, e il silenzio durò più di quanto un silenzio debba durare. Poi gli occhi le si riempirono. Le lacrime cominciarono a solcarle le gote, piano, una dietro l'altra, e lei non fece niente per fermarle.

«Non so più che fare.»

Cercava di farsi forza. Raddrizzava le spalle, stringeva il manubrio, e la voce le si spezzava lo stesso, a ogni parola.

«Non ce la faccio più.»

Poi, più piano, come si confessa una colpa che non si è commessa:

«Devo lasciarlo. E non ne ho il coraggio.»

Non disse che lo amava ancora. Non ce n'era bisogno. Stava tutto lì, in quel coraggio che non aveva.

Fu allora che dal dehors di un bar, poco più in là, partì una canzone. Bastarono le prime note: De André. Era «Inverno». Arrivò con un tempismo sinistro, come se qualcuno l'avesse scelta per noi e avesse aspettato il momento esatto per metterla.

Io non dissi niente. Io, che con le parole ci lavoro, che ho passato la vita a cercare quella giusta, davanti a lei non ne trovai nessuna. Ma la testa non tace quando tace la bocca. Mentre la canzone cominciava, nella testa arrivarono le voci: quelle dei libri, quelle che da sempre mi fanno compagnia, i Greci, i tragici, i poeti. Arrivarono come i convitati di un simposio a cui nessuno li aveva invitati. Uno per volta, uno per strofa. Ognuno con il suo discorso, ognuno con la sua consolazione in mano, come un dono da portare a lei.

Io li lasciai parlare. E intanto guardavo lei.

I

Sale la nebbia sui prati bianchi

come un cipresso nei camposanti

un campanile che non sembra vero

segna il confine fra la terra e il cielo.[1]

La canzone cominciò dalla nebbia. Intorno a noi, di nebbia non ce n'era, c'erano il sole, l'asfalto caldo, una donna che piangeva su una bicicletta. Ma una nebbia c'era, ed era di altra natura, quella delle lacrime, che negli occhi di lei velava ogni cosa e rendeva lontano anche ciò che stava a un passo. Fu da quella nebbia che vidi venire avanti il primo convitato.

Era Eschilo.

Non mi portò niente di nuovo. Mi ripeté soltanto una domanda, quella che nelle Coefore un ragazzo rivolge a una tomba. Davanti al sepolcro di Agamennone i figli e le donne del coro cantano a turno, per più di centosettanta versi, e fanno una cosa sola: chiamano. Chiamano chi sta sotto la terra perché ascolti.[2] E la prima cosa che Oreste gli dice non è un lamento. È una domanda:

τί σοι
φάμενος ἢ τί ῥέξας
τύχοιμ᾽ ἂν ἕκαθεν οὐρίσας
ἔνθα σ᾽ ἔχουσιν εὐναί;

«Che cosa dicendo, o che cosa facendo, potrei riuscire a spingere fino a te, da lontano, come con vento propizio, là dove giaci?»[3]

Che cosa dire. Che cosa fare. Quasi duemilacinquecento anni, e la domanda era la mia, in piedi su un marciapiede, davanti a lei. Ed era la sua: lei l'aveva appena detta con altre parole. Non so più che fare.

Oreste non dubita che dall'altra parte ci sia qualcuno. Dubita del mezzo. La distanza è certa, ἕκαθεν, da lontano, e nessuno la contesta; manca soltanto la parola capace di attraversarla. Il confine, in questi versi, non è il luogo in cui qualcuno smette di esserci. È il luogo in cui non si sa più come raggiungerlo.

Di quel canto, però, sapevo anche il resto, e non potevo fingere di non saperlo. Ciò che quei figli chiedono al morto, quasi ogni volta, è vendetta; e la vendetta, nel dramma, si compie.[4] Di Eschilo presi soltanto la voce che chiama. Il resto lo lasciai dov'era.

E presi un'altra cosa, che nel canto non si vede subito e che quel giorno mi sembrò l'unica che contasse. Oreste non chiama da solo. Dopo di lui parla il coro, poi Elettra, che riprende la sua stessa misura e comincia così:

κλῦθί νυν, ὦ πάτερ, ἐν μέρει
πολυδάκρυτα πένθη·

«Ascolta ora, padre, a turno, lutti di molte lacrime.»[5]

Ἐν μέρει, a turno. Sulla tomba nessuno chiama da solo. La voce passa di bocca in bocca, e ciò che resta non è chi chiama: è il chiamare. Nessuno riceve risposta. Continuano lo stesso, e per continuare hanno bisogno di essere in tanti.

Guardai lei, sola sulla sua bicicletta, con le sue lacrime e il coraggio che non aveva. Eschilo aveva finito di parlare. Io non avevo ancora detto una parola.

II

Ma tu che vai, ma tu rimani

vedrai la neve se ne andrà domani

rifioriranno le gioie passate

col vento caldo di un’altra estate.[6]

Lei si sfiorò le guance con la punta delle dita, piano, con il pudore di chi non vuole che il proprio dolore pesi su nessuno. Per un attimo sembrò che ce la facesse.

Dal bar, intanto, la canzone era arrivata al ritornello. E il ritornello prometteva. Prometteva che la neve se ne sarebbe andata, che le gioie di un tempo sarebbero tornate a fiorire. Diceva «tu», e a quel «tu» dava due verbi insieme, andare e restare, nello stesso istante, con un «ma» in mezzo.

Lei aveva detto: devo lasciarlo, e non ne ho il coraggio. In quelle parole c'erano già tutti e due i verbi: il lasciare, e il restare di chi non ne ha la forza. Anche lei, quel giorno, stava in due verbi nello stesso istante.

Il secondo convitato arrivò con una frase sola, che conoscevo da anni. Era Eraclito, e la sua frase ci è giunta per una strada strana: la citava un autore cristiano per accusare un eretico di averla seguita.

οὐ ξυνιᾶσιν ὅκως διαφερόμενον ἑωυτῷ ὁμολογέει· παλίντροπος ἁρμονίη ὅκωσπερ τόξου καὶ λύρης.

«Non comprendono come ciò che discorda con sé stesso concordi: armonia che si volge all'indietro, come quella dell'arco e della lira.»[7]

Non due cose che, discordi, trovano un accordo. Una cosa sola, che discorda con sé stessa e con sé stessa concorda.[8] E non prima e poi: il participio dice un'azione che accade mentre accade l'altra.[9] Ciò che discorda concorda mentre discorda. Già un lettore antico trovò la cosa assurda, e per salvarla la trasformò in una storia, prima il disaccordo e poi l'accordo.[10] Anche la parola su cui la frase si regge, παλίντροπος, ha una rivale nella tradizione, che le toglie il volgersi e le dà il tendere.[11] Io seguo la lettura che tiene i due moti nello stesso istante; è una lettura, e so da chi l'ho presa.[12]

Ecco la consolazione che Eraclito mi metteva in mano. Se ciò che discorda con sé non smette di essere uno, chi va non si divide: nel suo andare c'è già, nello stesso istante, il suo restare. Nessuno se ne va del tutto. Ciò che torna non era mai del tutto partito. Era la cosa più bella che avrei potuto dirle. Stava lì, pronta, sulla punta della lingua.

Non la dissi.

Guardai lei, e capii che non era una cosa da dire. Lei non aveva nessuna armonia da difendere: aveva un uomo da lasciare e un coraggio che le mancava. L'accordo lo metteva Eraclito, non lei — e nemmeno la canzone, che fra quei due verbi lasciava soltanto un «ma». Il ponte fra la sua frase e quella canzone l'avevo gettato io,[13] e lo sapevo. Una consolazione presa in prestito, detta a chi sta male, diventa una promessa. E io non avevo niente da prometterle.

La tenni per me. Era bella, ed era di Eraclito.

III

Anche la luce sembra morire

nell’ombra incerta di un divenire

dove anche l’alba diventa sera

e i volti sembrano teschi di cera.[14]

Quel giorno il sole di fine settembre non accennava a calare. Dal bar, invece, la canzone si era fatta scura, e lì dentro il tempo correva verso sera.

Lei abbassò lo sguardo sul cesto, sulle bollette pagate, come si guarda l'unica cosa che quel giorno fosse andata come doveva.

Il terzo convitato non portava consolazioni. Portava una misura. Era Simonide di Ceo, e parlava con parole che ci sono arrivate dentro un'antica consolazione per un lutto, trasmessa fra le opere di Plutarco:[15]

ἀνθρώπων ὀλίγον μὲν κάρτος, ἄπρακτοι δὲ μεληδόνες,
αἰῶνι δὲ παύρῳ πόνος ἀμφὶ πόνῳ.
ὁ δ᾽ ἄφυκτος ὁμῶς ἐπικρέμαται θάνατος·
κείνου γὰρ ἴσον λάχον μέρος οἵ τ᾽ ἀγαθοί
ὅστις τε κακός.

«Poca è la forza degli uomini, senza esito i loro affanni; e nella vita breve, pena intorno a pena. E la morte, a cui non si sfugge, sta sospesa sopra tutti allo stesso modo: di essa hanno avuto in sorte parte uguale i buoni e chiunque sia malvagio.»[16]

Non c'è un'immagine sola, in questi versi. Nessun tramonto, nessuna luce che si spegne. Solo tre cose, dette senza figure: la forza è poca, la vita è breve, la morte sta sopra. E una formula che mi rimase addosso: πόνος ἀμφὶ πόνῳ, una pena, e intorno a essa un'altra. La stessa parola che si posa su sé stessa e non aggiunge a sé che sé. In Simonide il dolore non sfuma. Si accumula.

Guardai lei, e mi sembrò di vederla, quella pena posata su un'altra pena. Non un dolore solo, grande, che si possa nominare: tanti, uno sopra l'altro, portati in silenzio per tanto tempo, senza chiedere niente a nessuno.

È facile ascoltare questi versi come un lamento funebre, ed è così che li ha ordinati l'edizione di riferimento. Un editore più recente li ha spostati fra i canti per la vittoria di un atleta, perché un papiro ne conserva tracce accanto a resti di quei canti.[17] Come suonassero in una festa non so dirlo. So che basta porsi la domanda perché a quelle parole cada di dosso la disperazione. Simonide non deride le speranze degli uomini: ne dice la misura.

La morte, Simonide la chiama per nome, θάνατος, e la tiene sospesa sopra tutti. Io la lasciai a lui, dove l'aveva messa: sopra tutti, e su nessuno in particolare.

Ma c'era l'ultimo verso, e quel giorno mi sembrò scritto per lei. Della morte hanno avuto parte uguale i buoni e chiunque sia malvagio. Il tempo di Simonide non distingue. Consuma, ma non per una colpa; non risparmia nessuno per un merito. Lei aveva parlato come si confessa una colpa che non si è commessa, e Simonide le rispondeva da venticinque secoli di distanza: del logorio si può dire molto, tranne che sia un verdetto.

Avrei voluto dirglielo. Non è colpa tua. Non ne fui capace. Rimasi lì, con Simonide in testa e le mani in tasca.

IV

Ma tu che vai, ma tu rimani

anche la neve morirà domani

l’amore ancora ci passerà vicino

nella stagione del biancospino.[18]

La canzone tornò al ritornello, e il ritornello non prometteva più le stesse cose. Prometteva più piano: non che tutto sarebbe tornato come prima, ma che l'amore sarebbe passato vicino, in un'altra stagione. Quel giorno era settembre, e alla stagione del biancospino mancava più di mezzo anno.[19]

Il quarto convitato parlava di stagioni vere, quelle del mondo. Era Empedocle,[20] e diceva che niente sta fermo:[21]

καὶ ταῦτ᾽ ἀλλάσσοντα διαμπερὲς οὐδαμὰ λήγει,
ἄλλοτε μὲν Φιλότητι συνερχόμεν᾽ εἰς ἓν ἅπαντα,
ἄλλοτε δ᾽ αὖ δίχ᾽ ἕκαστα φορεύμενα Νείκεος ἔχθει.

«E queste cose non cessano mai di mutare, da un capo all'altro: ora convergono tutte in uno per Φιλότης, ora invece sono portate via, ciascuna in disparte, dall'odio di Νεῖκος.»[22]

Ora, e ora. Un tempo in cui tutto converge, un tempo in cui ogni cosa se ne va per conto suo. Νεῖκος è la lite, la contesa; ἔχθος, nello stesso verso, è l'odio. Empedocle non addolcisce le parole.[23] Ma si guardi che cosa separano: non due persone. Ciascuna cosa. In questi versi nessuno litiga con nessuno. La separazione non sta fra due: sta nel mondo, e il mondo, per una sua fase, si divide.[24]

Poi il verso che quel giorno mi sembrò il più necessario di tutti:

ἐν δὲ μέρει κρατέουσι περιπλομένοιο χρόνοιο.

«E a turno prevalgono, mentre il tempo compie il suo giro.»[25]

Prevalgono: non restano sole. Quando la forza che separa governa il mondo, quella che unisce non è abolita; è ancora fra le cose che sono.[26] Ciò che cambia, di fase in fase, è soltanto quale delle due guidi il movimento.

La guardai. Stava lasciando un uomo, e lo amava. Empedocle le dava ragione su tutte e due le cose insieme: si può stare nella stagione che separa senza che l'amore sia venuto meno. E le toglieva di dosso la colpa, perché nel ciclo la separazione non è colpa di nessuno.[27] Era una consolazione vera, e più solida di quella di Eraclito.

Solo che nel ciclo di Empedocle nessuno sceglie. Le cose convergono e si separano, e nessuna decide.[28] Lei, invece, doveva decidere. Devo lasciarlo, aveva detto: il verbo era suo, non del mondo. Empedocle permetteva di pensare che si possa lasciare amando;[29] non diceva perché qualcuno, amando, debba farlo, né dove trovi il coraggio. Nel suo ciclo il coraggio non serve.

Avevo in testa la frase giusta: non è colpa di nessuno. Era vera. Non gliela dissi. Non era una sentenza che le serviva, nemmeno una sentenza di innocenza. Le serviva il coraggio, e il coraggio non si trova nel giro delle stagioni.

V

La terra stanca sotto la neve

dorme il silenzio di un sonno greve

l’inverno raccoglie la sua fatica

di mille secoli, da un’alba antica.[30]

Quel giorno, per un tratto, nessuno dei due parlò.

Lei aveva smesso di piangere, o forse soltanto di lottare contro il pianto. Stava ferma, le mani sul manubrio; con gli occhi fissava il vuoto, come persa. Dal bar la canzone si era fatta quieta: parlava di una terra che dorme sotto la neve.

Il quinto convitato non parlò. Cantò. Era il coro di una tragedia di Sofocle, il Filottete, che a un certo punto smette di seguire l'azione e si rivolge al Sonno:[31]

Ὕπν᾽ ὀδύνας ἀδαής, Ὕπνε δ᾽ ἀλγέων,
εὐαὲς ἡμῖν ἔλθοις,
εὐαίων εὐαίων, ὦναξ·
ὄμμασι δ᾽ ἀντίσχοις
τάνδ᾽ αἴγλαν, ἃ τέταται τανῦν.
ἴθι ἴθι μοι παιών.

«Sonno, che non conosci dolore, Sonno, che non conosci pena, vieni a noi con soffio lieve, beato, beato signore; e tieni davanti agli occhi questa luce, che ora è distesa. Vieni, vieni, mio Peana.»[32]

Tutto, in questi versi, è preghiera. Il nome del dio chiamato due volte; due ottativi, che chiedono nella forma dell'augurio; alla fine un imperativo ripetuto, ἴθι ἴθι, vieni, vieni. E il dio è chiamato con un aggettivo che dice ciò che non sa: ἀδαής, ignaro.[33] Ignaro di dolore, ignaro di pena. Il coro non dice che il Sonno vince il dolore. Dice che non lo conosce, e lo prega di venire.

Ciò che si chiede al sonno è una tregua. Il sonno non toglie ciò da cui dà tregua: lo sospende. Non si conquista, non si merita. Viene, se viene.

Guardai lei, ferma nel suo silenzio, e le augurai quella tregua con tutto me stesso. Poi mi accorsi di una cosa semplice, che in quei versi c'era da sempre e che non avevo mai notato: chi chiede il sonno, lì, è qualcuno che non dorme. Il coro prega perché è sveglio. Il sonno lo invoca chi veglia accanto a chi soffre.[34]

Quel giorno, quel posto era il mio. Non potevo darle la tregua: il sonno non si dà, viene, se viene. Potevo soltanto restare sveglio accanto a lei, e vegliare il suo silenzio finché ne avesse avuto bisogno.

VI

Ma tu che stai, perché rimani?

Un altro inverno tornerà domani

cadrà altra neve a consolare i campi

cadrà altra neve sui camposanti.[35]

Quel giorno, dal dehors, la canzone era arrivata al terzo ritornello. E il ritornello, questa volta, fece una cosa che non aveva mai fatto. Chiese.

Due volte aveva detto «vai» e «rimani», con un «ma» in mezzo. Adesso il «vai» non c'era più. Al suo posto c'era «stai», che gli fa rima e ne rovescia il senso; e al posto del «ma», un «perché», e un punto di domanda. Era la prima domanda della canzone.[36]

Stai.

Mi tornò addosso come uno schiaffo la prima cosa che le avevo detto, l'unica. Come stai? Io le avevo chiesto come stesse. La canzone chiedeva perché si resta. E a me sembrò che lo chiedesse a lei.

Lei non se ne accorse, o forse sì. Alzò appena la testa verso il bar, come si alza la testa quando qualcuno ci chiama per nome in mezzo alla folla; poi tornò a fissare il vuoto.

I convitati si agitarono. Eraclito non aveva più niente da dire: il suo discorso aveva bisogno di due verbi contrari nello stesso istante, e il ritornello non glieli dava più. Non era smentito; gli era stata tolta la materia. Lì la sua voce si congedò. Empedocle, invece, sembrava aver vinto: un altro inverno tornava, il ciclo manteneva la sua promessa. Ma la promessa, vista da lì, era un altro inverno. E comunque non rispondeva. Il ritornello non chiedeva come vada il mondo. Chiedeva a qualcuno perché resti. Una cosmologia può insegnare a guardare le cose, ed Empedocle lo fa;[37] non chiede a nessuno perché resti. Nessuna delle voci aveva risposto alla domanda della canzone, perché a nessuna era stata rivolta.

Fu allora che arrivò l'ultimo convitato. Non era greco, e non portava una dottrina. Portava due versi, l'inizio di un inno di Hölderlin, Patmos:[38]

Nah ist
Und schwer zu fassen der Gott.

«Vicino è / e difficile da afferrare il dio.»

Il soggetto arriva per ultimo. Prima di sapere di chi si parla, si sa che è vicino. Poi la difficoltà, aggiunta con und, non con aber: non vicino ma difficile, come se la difficoltà fosse un limite della vicinanza. Vicino e difficile, insieme, con lo stesso peso. E schwer, difficile, non impossibile. Fassen vuol dire prendere con la mano, e vuol dire comprendere;[39] i due versi non scelgono, e io nemmeno.

Hölderlin afferma, e la canzone chiedeva. Il suo soggetto è un dio, e su quel marciapiede non c'erano dèi. Lui dice che cosa sia chi è vicino; la canzone si rivolgeva a chi resta. Non coincidono, e non li farò coincidere. Da Hölderlin non presi una prova. Presi una forma, e la portai dove l'inno non va: il passaggio è mio.

Del dio di Hölderlin non so niente, e l'inno resta suo.[40] Ma quella forma, vicino e difficile da afferrare, dette insieme e con lo stesso peso, la conoscevo.

Portata fuori dal suo inno, quella forma conservava qualcosa del luogo da cui veniva. Di chi è vicino diceva che non si lascia prendere. Non diceva che manchi.

E capii che la domanda della canzone non aspettava una risposta dai libri. Non era rivolta ai convitati. Era rivolta a chi resta. E chi restava, su quel marciapiede, eravamo noi due.

I convitati tacquero, uno dopo l'altro. Eschilo, Eraclito, Simonide, Empedocle, il coro di Sofocle, Hölderlin. Avevano parlato bene, tutti. Nessuno aveva detto una parola falsa. Nessuno aveva detto la parola che serviva.

E allora capii anche un'altra cosa, e fu quella a fare più male. Per tutto quel tempo mi ero nascosto dietro di loro. Avevo lasciato parlare i libri perché i libri non tremano, non piangono, non hanno una voce che si spezza. Li avevo chiamati io, uno per uno, a riempire il silenzio che non sapevo riempire. Ma la parola che serviva non stava in nessun libro. Non l'aveva scritta nessuno, e nessuno poteva dirla al posto mio.

Adesso toccava a me.

Epilogo

Dal bar, la canzone era finita. Ne era cominciata un'altra, e il sole era ancora lì, indifferente, a scaldare i tavolini.

Lei non era scesa dalla bicicletta. Le presi le mani, e parlai.

«Mamma, non sei sola.»

Mi tremava la voce. Cercavo un filo di coraggio, e non sapevo se lo cercavo per lei o per me.

«È arrivato il momento di lasciare andare papà.»

Lo sapevamo tutti e due da quando avevamo sentito per la prima volta quella parola, Alzheimer: che prima o poi a casa non avrebbe più potuto restare, e che lei, da sola, non ce l'avrebbe fatta. Nessuno dei due, fino a quel momento, aveva avuto la forza di dirlo ad alta voce.

Le diedi un bacio sulla fronte. «Ti voglio bene», le dissi piano. La abbracciai, e fu un istante eterno.

«Ci vediamo stasera a cena.»

Mi allontanai e accesi una Marlboro, senza accorgermene mi ritrovai a serrare i pugni in una lotta impari con l'emozione che stava per travolgermi. Dietro i Ray-Ban gli occhi mi si erano fatti lucidi, e le lacrime, improvvisamente, mi solcavano le gote.



[1]F. De André, «Inverno», in Tutti morimmo a stento, 1968, strofa I.

[2]Il canto alternato occupa i vv. 306–478 nell'edizione di D.L. Page, Aeschyli septem quae supersunt tragoediae, Oxford 1972 (testo riprodotto in Eschilo, Orestea, trad. M. Valgimigli, BUR, Milano 1980): dagli anapesti del coro (306) alla chiusa anapestica (476–478). La forma ha un nome tecnico, κομμός, che la Poetica definisce κομμὸς δὲ θρῆνος κοινὸς χοροῦ καὶ ἀπὸ σκηνῆς, «il kommos è un lamento comune al coro e a chi sta sulla scena» (12, 1452b24–25, testo di I. Bywater, Aristotle on the Art of Poetry, Oxford 1909, p. 34 L'autenticità del capitolo 12 è discussa: Bywater, op. cit., pp. 205–207, riferisce che Bernays, Bernhardy e «most of the recent editors» lo respingono con Ritter come interpolazione, e ne difende l'autenticità. I verbi dell'udire ricorrono da un capo all'altro del canto: vv. 332 κλῦθι (Elettra, al padre), 399 κλῦτε (Elettra, alla Terra e alle potenze sotterranee), 459 ἄκουσον (coro, secondo l'attribuzione di Page), 476 κλύοντες (coro, alle potenze sotterranee); testo e numerazione di Page. Le attribuzioni dei vv. 458–460 e 464–478 variano fra gli editori (cfr. la nota del curatore in Eschilo, Orestea, BUR, cit., p. 221, n. 15).

[3]Eschilo, Coefore 315–318, testo e punteggiatura di Page, op. cit., salvo al v. 317. Page stampa ἄγκαθεν, congettura di G. Hermann; qui si segue ἂν ἕκαθεν, lezione del Mediceo con la correzione di una seconda mano, confermata dallo scolio, che glossa μακρόθεν: T.G. Tucker, The Choephori of Aeschylus, Cambridge 1901, p. 78, apparato, dove si registrano anche ἀνέκαθεν (Wellauer), ἂν σέθεν (Heimsoeth), ἀγχόθεν (Franz). La domanda si chiude al v. 318, come in Page; la punteggiatura che la prolunga fino a σκότῳ φάος ἀντίμοιρον (v. 319) è un'innovazione dichiarata di Tucker, op. cit., e non si segue. Traduzione di servizio: εὐναί, propriamente «giaciglio», è reso con «là dove giaci». Si omette il vocativo che apre il v. 315, il cui epiteto richiede il commento e non è necessario al senso della domanda. L'oggetto di οὐρίσας resta sottinteso: la parola o il gesto (così Tucker, ad loc., che rende «saying or doing what, should I succeed in wafting (it) to thee»). Si confronti la versione di M. Valgimigli, cit., che traduce un testo diverso da quello di Page stampato a fronte.

[4]Il κομμός delle Coefore non è un lamento puro: l'invocazione al morto è orientata alla vendetta, che il dramma poi compie. Se ne prende soltanto la forma del chiamare attraverso la soglia. Restano fuori, in particolare, gli anapesti d'apertura del coro con la legge del contraccambio (306–314); la strofe del coro sull'ira del morto, che non si spegne col rogo (324–331); le invocazioni che chiedono rovina per i colpevoli (380–404); i passi sulle esequie di Agamennone (429–450); le preghiere perché il morto stia dalla parte dei suoi contro i nemici e conceda la vittoria (456–465, 476–478); e l'intera azione che segue. Tre delle quattro occorrenze dei verbi dell'udire (n. 2) stanno dentro queste invocazioni: il v. 459, per esempio, recita per intero ἄκουσον ἐς φάος μολών, / ξὺν δὲ γενοῦ πρὸς ἐχθρούς, «ascolta, venendo alla luce, e sii con noi contro i nemici». La forma del chiamare è astratta da versi che chiedono vendetta. Delimitazioni verificate sul testo di Page.

[5]Eschilo, Coefore 332–333, testo e numerazione di Page, op. cit.; traduzione di servizio. Rendo ἐν μέρει con «a turno», secondo il valore corrente dell'espressione, e così anche Valgimigli («che a turno diciamo»). Che il turno sia quello delle voci alternate nel κομμός è lettura, non dato.

[6]F. De André, «Inverno», in Tutti morimmo a stento, 1968, primo ritornello.

[7]Eraclito, 22 B51 DK = 14 [A 4] Colli, trasmesso da Ippolito, Refutatio omnium haeresium IX 9, 2 (p. 241, 19–21 Wendland). Testo di H. Diels, W. Kranz, in G. Reale (a cura di), I Presocratici, Bompiani, Milano 2006, p. 352, identico a quello di G. Colli, La sapienza greca III, Adelphi, Milano 1980, 14 [A 4]. Lo iota muto si stampa sottoscritto anche dove l'edizione lo ascrive (DK: ἑωυτῶι). Traduzione di servizio. Ippolito cita il frammento nel libro IX, dedicato a Noeto, del quale sostiene che abbia seguito «le dottrine di Eraclito l'Oscuro, non quelle di Cristo» (sommario del libro IX): il testimone è un avversario, che cita per accusare (E. Miller, Origenis Philosophumena sive omnium haeresium refutatio, Oxford 1851, pp. 278–280). Il codice ha ὁμολογέειν. ὁμολογέει è una correzione proposta da Miller (op. cit., p. 280, n. 64) e accolta da DK. Zeller, e con lui Brieger, Gigon, Walzer e Kirk, hanno congetturato συμφέρεται, sulla base di Platone, Simposio 187a e Sofista 242e. Colli oppone Simposio 187b–c, dove Platone ripete la famiglia di ὁμολογέω (apparato e commento, op. cit., p. 137; qui, n. 10). Si osservi anche che la coppia συμφερόμενον διαφερόμενον ricorre in 22 B10 DK ([Aristotele], De mundo 5, 396b7–8). Si conserva ὁμολογέει.

[8]La costruzione di ἑωυτῷ è discussa. DK e Kirk–Raven lo riferiscono a ὁμολογέει, Bollack–Wismann a διαφερόμενον (Colli, op. cit., commento, p. 137). La traduzione lo lega al participio, e la frase del testo lo intende riferito a entrambi i verbi. È una scelta, non un dato.

[9]Per la grammatica il participio «is timeless»: se la sua azione sia anteriore, contemporanea o posteriore a quella del verbo reggente «depends on the context». L'azione del participio presente è «generally coincident (rarely antecedent or subsequent)». H.W. Smyth, A Greek Grammar for Colleges, American Book Company, New York 1920, § 1872 e 1872 a, p. 419. La grammatica inclina dunque verso la lettura simultanea, ma non la impone.

[10]Nel Simposio di Platone (187a–b) Erissimaco parafrasa il frammento, τὸ ἓν γάρ φησι διαφερόμενον αὐτὸ αὑτῷ συμφέρεσθαι, ὥσπερ ἁρμονίαν τόξου τε καὶ λύρας, e subito lo corregge: ἔστι δὲ πολλὴ ἀλογία ἁρμονίαν φάναι διαφέρεσθαι ἢ ἐκ διαφερομένων ἔτι εἶναι. ἀλλὰ ἴσως τόδε ἐβούλετο λέγειν, ὅτι ἐκ διαφερομένων πρότερον τοῦ ὀξέος καὶ βαρέος, ἔπειτα ὕστερον ὁμολογησάντων γέγονεν ὑπὸ τῆς μουσικῆς τέχνης, «È una grande assurdità dire che un'armonia discordi, o che sia fatta di cose ancora discordi. Ma forse voleva dire questo: che l'armonia è nata, per opera dell'arte musicale, dall'acuto e dal grave, prima discordi e poi, in seguito, accordatisi». Erissimaco non rifiuta che i contrari si accordino; rifiuta l'«ancora», ἔτι, e poco oltre lo dice senza residui: ὁμολογίαν δὲ ἐκ διαφερομένων, ἕως ἂν διαφέρωνται, ἀδύνατον εἶναι, «un accordo fra cose discordi, finché discordano, è impossibile». Per salvare Eraclito gli dà un prima e un dopo, πρότερον e ὕστερον, e fa della frase una storia. La correzione mostra per contrasto che cosa la frase, presa alla lettera, poteva dire a un lettore greco: che l'accordo avviene mentre il disaccordo dura. Il passo non documenta l'Eraclito storico, ma il modo in cui Platone fa leggere Eraclito a un suo personaggio. Testo di J. Burnet (Platonis Opera II, OCT), come riprodotto in Platone, Simposio, trad. G. Calogero, introduzione e note di A. Taglia, Laterza, Roma-Bari 1996, pp. 34–36 (187a4–b6). Burnet racchiude fra virgolette soltanto διαφερόμενον αὐτὸ αὑτῷ συμφέρεσθαι e ὥσπερ ἁρμονίαν τόξου τε καὶ λύρας: τὸ ἓν resta alla parafrasi di Erissimaco. Traduzione di servizio.

[11]παλίντροπος è in Ippolito e in Plutarco, De tranquillitate animi 15, 473f, e De animae procreatione in Timaeo 27, 1026b; lo accolgono DK, Vlastos e Bollack–Wismann. παλίντονος è in Plutarco, De Iside et Osiride 45, 369b, in De tranquillitate animi 473f nel solo ms. D, e in Porfirio, De antro nympharum 29; lo accolgono Burnet, Walzer e Kirk (Colli, op. cit., apparato a 14 [A 4]). Già Miller (op. cit., p. 280, n. 64) segnalava la lezione di Plutarco. Per παλίντονος come epiteto dell'arco: Iliade VIII 266, παλίντονα τόξα; X 459; XV 443; Odissea XXI 11 (luoghi elencati da Colli, ibid.). παλίντροπος ricorre anche in Parmenide, 28 B6, 9 DK. Le due parole cominciano con πάλιν, «indietro» e «di nuovo»; si separano nella seconda metà, dove l'una ha il tendere e l'altra il volgere. Si segue la lezione di Ippolito, accolta da Diels e Kranz, sapendo che la scelta non si dimostra.

[12]La lettura è di G.S. Kirk, Heraclitus. The Cosmic Fragments, Cambridge 1954, pp. 203–221, dove è discusso B51 (l'intervallo è quello indicato da Colli, op. cit., bibliografia a 14 [A 4]): il volgersi contrario non è un andirivieni nel tempo, e l'accordo non segue il contrasto, coincide con esso. Kirk stampa però παλίντονος e συμφέρεται (Colli, apparato): la lettura si prende da chi legge un'altra lezione, e l'uso che se ne fa qui è del saggio. Il testo su cui Kirk la fonda è stato contestato fin da subito: G. Vlastos, «On Heraclitus» (1955), ristampato in D.J. Furley, R.E. Allen (eds.), Studies in Presocratic Philosophy I, London 1970, pp. 413–429, a p. 414 difende παλίντροπος, anche con Diogene Laerzio IX 7 (Colli, op. cit., apparato e bibliografia a 14 [A 4]).

[13]Nei materiali raccolti per questo lavoro non ho trovato un interprete della canzone che compia questo passaggio. L'assenza è accertata sui materiali del progetto, non su una ricognizione completa della critica deandreiana.

[14]F. De André, «Inverno», in Tutti morimmo a stento, 1968, strofa III.

[15]Simonide, fr. 520 PMG (D.L. Page, Poetae Melici Graeci, Oxford 1962) = F 21 Poltera (O. Poltera, Simonides lyricus. Testimonia und Fragmente, Basel 2008) = fr. 29 Edmonds (J.M. Edmonds, Lyra Graeca II, London–New York 1924, p. 296). La concordanza fra Page e Poltera è in A. Natale, rec. a Poltera, Bryn Mawr Classical Review 2011.06.32. Il frammento è trasmesso dalla Consolatio ad Apollonium 11, 107b, trasmessa fra le opere di Plutarco e di autenticità discussa: F.C. Babbitt, Plutarch's Moralia II, Cambridge (Mass.)–London 1928, p. 105, riferisce che l'opera «has in comparatively recent years fallen under suspicion as being perhaps not the work of Plutarch», per la lunghezza delle citazioni e per «certain incongruities of style». Nello stesso capitolo il frammento di Simonide è seguito, uno dopo l'altro, da passi di Pindaro, Sofocle ed Euripide.

[16]Testo dei codici della Consolatio, secondo G.N. Bernardakis, Plutarchi Chaeronensis Moralia I, Leipzig 1888, p. 261, righe 11–16, compresa la divisione in versi, che coincide con quella di Edmonds. Gli editori dei lirici integrano ἐν al v. 2 (αἰῶνι δ᾽ ἐν παύρῳ), per ragioni metriche. L'integrazione è di Schneidewin; i codici hanno αἰῶνι δὲ παύρῳ (Edmonds, op. cit., p. 296, apparato). Al v. 3 i codici hanno ὁμῶς, «ugualmente»; Edmonds stampa la correzione ὅμως, «tuttavia» (ibid.). Qui si seguono i codici in entrambi i punti: il senso non cambia al v. 2, e al v. 3 la traduzione segue ὁμῶς. Il testo di Page non è stato collazionato. Traduzione di servizio. Rendo ἄπρακτοι con «senza esito», cioè che non giungono a compimento; mantengo nella resa il passaggio dal plurale οἵ τ᾽ ἀγαθοί al singolare indefinito ὅστις τε κακός.

[17]Page colloca il frammento fra i threnoi. Poltera lo colloca fra gli epinici, sulla base delle tracce conservate in P.Oxy. 2623 (= fr. S 332 SLG), papiro che per il resto contiene resti di epinici. Così Natale, rec. cit.; l'argomentazione di Poltera è riferita qui attraverso la recensione.

[18]F. De André, «Inverno», in Tutti morimmo a stento, 1968, secondo ritornello.

[19]Una corrispondenza fra le stagioni della canzone e le due forze di Empedocle (la neve come Νεῖκος, il biancospino come Φιλότης) si offrirebbe da sé, ed è troppo netta per essere accolta. La smentisce lo stesso frammento, pochi versi prima di quelli citati nel testo: δοιὴ δὲ θνητῶν γένεσις, δοιὴ δ᾽ ἀπόλειψις· / τὴν μὲν γὰρ πάντων σύνοδος τίκτει τ᾽ ὀλέκει τε, / ἡ δὲ πάλιν διαφυομένων δρυφθεῖσα διέπτη, «Doppia è la nascita delle cose mortali, doppio il venir meno: l'una la genera e la distrugge il convergere di tutte le cose; l'altra, mentre di nuovo si separano, lacerata, si disperde» (B17, 3–5 DK = fr. 4, 3–5 Gallavotti = D73.235–237 Laks–Most; per le edizioni v. n. 21). Al convergere, σύνοδος, il v. 4 lega due verbi contrari, τίκτει e ὀλέκει: l'unione non soltanto genera. Vv. 3–4: testo di DK, identico in Gallavotti. V. 5: si segue la lezione dei codici di Simplicio, δρυφθεῖσα (o θρυφθεῖσα), stampata da Gallavotti; DK stampa θρεφθεῖσα, «nutrita», che non è dei codici. Anche διέπτη è una correzione, di Scaligero; i codici hanno δρέπτη (Gallavotti, apparato al v. 5). Traduzione di servizio, deliberatamente aperta. L'interpretazione dei vv. 3–5 è fra le più discusse: nella lettura tradizionale (D. O'Brien, Empedocles' Cosmic Cycle, Cambridge 1969) il «doppio» sono le due generazioni di viventi, una per ciascuna metà del ciclo; J. Mansfeld vi ha visto un'ambiguità («Ambiguity in Empedocles B17, 3–5: A Suggestion», Phronesis 17 (1972), pp. 17–39). L'argomento poggia sul v. 4, non sul v. 5.

[20]Empedocle si legge qui nella cornice di Colli, per il quale, accanto a Eraclito, era «un altro iniziato a questi misteri»: G. Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano 1974, pp. 44–45 («La cifra fatale»), riportato in Id., La sapienza greca III, cit., Appendice, n. 24, p. 195. La cornice è dichiarata e non esclusiva. La tradizione di studi che ha dato gli strumenti su cui si lavora lo colloca nella storia della prima filosofia e legge il suo ciclo come una cosmologia: G.S. Kirk, J.E. Raven, M. Schofield, The Presocratic Philosophers, Cambridge 1983²; A. Laks, G.W. Most, Early Greek Philosophy, Cambridge (Mass.)–London 2016. Per ciò che il testo ne prende, non occorre scegliere fra le due cornici.

[21]Empedocle, 31 B17 DK = fr. 4 Gallavotti = D73 Laks–Most. Simplicio, In Aristotelis Physicorum libros commentaria 157, 25 sgg. Diels, lo cita per illustrare Aristotele, Fisica I 4, 187a21, e ne dà una citazione parziale del passo di Empedocle: S. Trépanier, «Empedocles, On Nature 1.273–287: Place, the Elements and Still No "We"», Mnemosyne 70 (2017), pp. 562–584, § «Location and continuity of I.232–291; Simplicius' partial quotation» (consultato nella versione accettata, depositata presso l'Università di Edimburgo). Testo di H. Diels, W. Kranz, in G. Reale (a cura di), I Presocratici, Bompiani, Milano 2006, pp. 658–660, collazionato con Empedocle, Poema fisico e lustrale, a cura di C. Gallavotti, Fondazione Lorenzo Valla–Mondadori, Milano 1975, fr. 4, pp. 16–21. Gallavotti non accoglie il v. 9 di DK, che è importato da B26, 8, e dal v. 10 la sua numerazione scende di un'unità. Si seguono le maiuscole di DK (Φιλότης, Νεῖκος); Gallavotti stampa le minuscole. Lo iota muto si stampa sottoscritto (DK lo ascrive). La concordanza con Laks–Most per B17, 1–13 (= D73.233–244) è data da R. Parry, «Empedocles», Stanford Encyclopedia of Philosophy, revisione del 25 settembre 2024.

[22]B17, 6–8 DK = fr. 4, 6–8 Gallavotti = D73.238–240 Laks–Most. Al v. 8 DK e Gallavotti stampano ἕκαστα. Nella citazione principale di Simplicio il verso ha però ἅπαντα, come il v. 7; ἕκαστα viene da altre citazioni dello stesso Simplicio (Gallavotti, apparato al v. 8). Il contrasto fra ἅπαντα e ἕκαστα, su cui il testo si appoggia, poggia dunque sulla scelta degli editori fra testimoni diversi. Traduzione di servizio. I nomi delle due forze si lasciano in greco; ἔχθος si rende con «odio», che è il suo valore corrente, e non si attenua.

[23]LSJ, s.v. νεῖκος: «quarrel, strife, feud»; per Empedocle, «the separative principle in the κόσμος, opp. φιλότης». S.v. ἔχθος: «hate, hatred, enmity».

[24]Che il ciclo abbia una forma precisa è la ricostruzione consueta, quella di O'Brien, op. cit.: un intero in cui tutto è unito sotto Φιλότης; poi Νεῖκος che separa, finché ogni cosa è distinta; poi Φιλότης che riunisce; e in ciascuna delle due metà un mondo e dei viventi. Nella stessa linea M.R. Wright, Empedocles: The Extant Fragments, New Haven–London 1981. La sintesi segue Parry, art. cit.: «In the traditional sort of interpretation (see Guthrie 1965, O'Brien 1969, Wright 1981) this passage speaks about a two-part symmetrical cosmic cycle, which endlessly repeats itself»; Parry avverte anche che le interpretazioni di B17, 1–13 «vary, sometimes widely». È una ricostruzione, e la si tratta come tale. Un papiro conservato a Strasburgo ha restituito la prosecuzione della citazione di Simplicio: A. Martin, O. Primavesi, L'Empédocle de Strasbourg (P. Strasb. gr. Inv. 1665–1666), Berlin–New York 1999. Il dibattito successivo resta diviso: C. Osborne, «Rummaging in the Recycling Bins of Upper Egypt», Oxford Studies in Ancient Philosophy 18 (2000), pp. 329–356; B. Inwood, The Poem of Empedocles, Toronto 2001²; A. Laks, «Reading the Readings: On the First Person Plurals in the Strasburg Empedocles», in V. Caston, D.W. Graham (eds.), Presocratic Philosophy. Essays in Honour of Alexander Mourelatos, Aldershot 2002 (rist. London–New York 2017, pp. 143–154); R. Janko, «Empedocles, On Nature I 233–364: A New Reconstruction of P. Strasb. Gr. Inv. 1665–6», Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 150 (2004), pp. 1–26; Trépanier, art. cit., che osserva come il papiro sia l'unico testimone dei due versi che collegano la citazione di Simplicio a quella che segue in Aristotele (ibid.). Il testo non chiede ai versi più di ciò che dicono da soli: che le due fasi si alternano, e che l'alternanza non ha fine.

[25]B17, 29 DK (p. 660) = fr. 4, 28 Gallavotti. Il verso torna, con κύκλοιο in luogo di χρόνοιο, in apertura di B26 (DK, p. 668, da Simplicio, Phys. 33, 18). Rendo ἐν μέρει con «a turno», come per Coefore 332 (n. 5): l'espressione è corrente, e la coincidenza non porta argomento.

[26]B17, 18–20 DK = fr. 4, 17–19 Gallavotti: fuoco, acqua, terra e aria, e con essi Νεῖκος e Φιλότης. Al v. 20 DK stampa Φιλότης, Gallavotti φιλίη. Al v. 27 DK (fr. 4, 26 Gallavotti) Empedocle dice che «queste cose», ταῦτα, sono tutte uguali e coetanee: sono il soggetto di κρατέουσι al v. 29. Quanto si estenda ταῦτα è discusso. Reale traduce «gli elementi» (op. cit., p. 661); Gallavotti «questi fattori» (op. cit., p. 19), termine con cui nel commento designa «i sei fattori dell'universo, elementi e potenze» (commento al fr. 1, 4). Il testo segue Gallavotti. Con la lettura di Reale, ciò che si dice qui del prevalere delle due forze resterebbe vero per l'elenco dei vv. 18–20, ma non avrebbe più l'appoggio del v. 29.

[27]Si dice qui del ciclo come lo espone B17. Altri frammenti (per es. 31 B115 DK) danno a Νεῖκος un'altra funzione, che non entra nel saggio.

[28]In uno scritto del 1939 Colli lesse nel ciclo il ritorno di ciascuna cosa singola: G. Colli, Anima e immortalità in Empedocle (1939), in Id., Empedocle, a cura di F. Montevecchi, Adelphi, Milano 2019, pp. 33–34: «Il Diels traduce ὁμοῖα "qualcosa di simile", il Bignone più giustamente "uguali"»; «Ogni cosa singola ritornerà eternamente uguale a se stessa»; il ciclo «li ricostituisce eternamente nella loro identica individualità. Così ogni individualità è immortale». Colli presenta la tesi come nuova («Non si è finora notato»). Per la data dello scritto, la Nota della curatrice, ivi, p. 16. Il verso è B17, 35 DK (p. 660): γίγνεται ἄλλοτε ἄλλα καὶ ἠνεκὲς αἰὲν ὁμοῖα, preceduto al v. 34 da ἀλλ᾽ αὐτ(ὰ) ἔστιν ταῦτα, δι᾽ ἀλλήλων δὲ θέοντα. Non lo si segue. In quel verso ciò che corre l'una attraverso l'altra sono «queste cose», ταῦτα; e dove Empedocle ripete la stessa formula, in B26, 3–4, ciò che ne diviene sono γίνοντ(αι) ἄνθρωποί τε καὶ ἄλλων ἔθνεα θηρῶν, «uomini e stirpi di altre fiere» (DK, p. 668). Il parallelo è interno allo stesso autore e sostiene questa lettura senza provarla: è una lettura, come quella di Colli.

[29]Che, finito l'innamoramento, sia finito l'amore è l'equivalenza più facile, e F. Alberoni, Innamoramento e amore, Garzanti, Milano 1979 (si cita dall'ottava edizione, 1980), la toglie. Cap. I, p. 5: «Che cos'è l'innamoramento? È lo stato nascente di un movimento collettivo a due». Cap. XIII, p. 81: «Come si passa dall'innamoramento all'amore? Attraverso una serie di prove. […] Se vengono superate l'innamoramento procede nel regime di certezze quotidiane che chiamiamo amore». Pp. 88–89: «Un innamoramento perciò può segnare, sconvolgere profondamente l'esistenza di una persona o di due persone senza creare un amore. E invece un amore può sorgere senza un innamoramento sconvolgente». La distinzione non spiega perché si lasci.

[30]F. De André, «Inverno», in Tutti morimmo a stento, 1968, strofa V.

[31]Sofocle, Filottete 827–832. Testo, apparato e commento di R.C. Jebb, Sophocles. The Plays and Fragments, IV, The Philoctetes, Cambridge 1890, pp. 134–137. L'edizione oxoniense di H. Lloyd-Jones e N.G. Wilson (Sophoclis Fabulae, Oxford 1990) non è stata collazionata. Per Jebb (p. 134) i vv. 827–864 sono un κομμός che tiene il posto del secondo stasimo: strofe 827–838, mesodo di Neottolemo in esametri 839–842, antistrofe 843–854, epodo 855–864. Si cita soltanto l'invocazione. Dal v. 833 il canto si volge all'azione del dramma; quella, e con essa il luogo e la vicenda del protagonista, non entra nel saggio.

[32]Traduzione di servizio. Il testo è quello di Jebb, che accoglie tre interventi (apparato, pp. 134–135). Al v. 828 εὐαές è una correzione di Hermann: il codice Laurenziano ha εὐαής, e per Jebb la parola «must certainly be a dactyl», in responsione con il v. 844 dell'antistrofe. Al v. 829 il secondo εὐαίων «was added by Triclinius». Al v. 830 ἀντίσχοις è di Musgrave e Brunck; i codici hanno ἀντέχοις, anch'esso un ottativo. Εὐαές è per Jebb un vocativo, «the predicative adj. being assimilated to the subject (Ὕπνε) in the voc.» (p. 134). Ἀδαής regge entrambi i genitivi, ὀδύνας e ἀλγέων. Εὐαίων vale per Jebb «happy, and giving happiness» (p. 135). Ὄμμασι è senza possessivo: Jebb traduce «his eyes». Τάνδ᾽ αἴγλαν è per Jebb la «dream-light», «such as illuminates the visions that come in sleep» (pp. 135–136); Jebb respinge sia l'ossimoro di una luce che sarebbe buio, sia la resa «benda» proposta da Welcker; la traduzione tiene il senso letterale. Παιών: i codici hanno la minuscola, e Jebb traduce «come with power to heal» (p. 137), intendendo la parola come attributo, non come nome. La forma omerica è Παιήων, il medico degli dèi (Iliade V 401, 899; LSJ, s.v. Παιάν, I). Qui la rendo come nome, «Peana», contro Jebb; è una scelta mia. Μοι è reso con «mio»; Jebb lo rende «I pray thee».

[33]LSJ, s.v. ἀδαής: «unknowing, ignorant», con questo luogo. Jebb traduce «stranger to anguish».

[34]Il coro prega il Sonno di venire ἡμῖν, «a noi», o, come intende Jebb, alla nostra preghiera: Jebb, op. cit., p. 135: «come, at our prayer, with gentle breath […] and keep before his eyes such light as is spread before them now».

[35]F. De André, «Inverno», in Tutti morimmo a stento, 1968, terzo ritornello. Nessuna frase interrogativa precede questo verso; «consolare», «tornerà» e il verbo «stai» ricorrono soltanto qui; i camposanti compaiono due volte soltanto, nella strofa I e in questo ritornello.

[36]Nella canzone nessuna frase interrogativa precede questo verso; il verbo «stai» ricorre soltanto qui. Che lo scarto fra «vai» e «stai» non sia stato problematizzato dagli interpreti è accertato sui materiali del progetto, non su una ricognizione completa della critica deandreiana.

[37]In 31 B17 DK Empedocle si rivolge a un «tu»: lo invita ad ascoltare le sue parole (v. 14) e a guardare Φιλότης con la mente (v. 21, τὴν σὺ νόῳ δέρκευ). Testo di DK (Reale, op. cit., p. 660; v. n. 21) = fr. 4, 13 e 20 Gallavotti (op. cit., pp. 16 e 18).

[38]F. Hölderlin, Patmos, vv. 1–2, nella stesura dedicata al langravio di Homburg. Testo tedesco secondo F. Beissner, come stampato in F. Hölderlin, Le liriche, a cura di E. Mandruzzato, Adelphi, Milano 1977, p. 666. Mandruzzato (p. 965) data questa stesura dopo due abbozzi del 1801–1802: giunse al langravio Federico V, tramite Sinclair, il 30 gennaio 1803, e fu pubblicata da Seckendorf nel Musenalmanach für das Jahr 1808. Una stesura posteriore comincia altrimenti: «Voll güt' ist; Keiner aber fasset / Allein Gott» (ivi, p. 967). Traduzione di servizio, che conserva l'ordine delle parole; si confronti Mandruzzato, p. 667: «Prossimo / è il Dio e difficile è afferrarlo».

[39]J. Grimm, in J. und W. Grimm, Deutsches Wörterbuch, III, Leipzig, fascicolo del 1861, s.v. fassen, coll. 1340–1347: fra i sensi della sezione B («tenere, capere, prehendere, amplecti, nehmen, greifen, packen, fangen»), B 1, «die hand, den arm fassen» (col. 1344), e B 13, «animo comprehendere, intelligere, begreifen» (col. 1346). Consultato nella versione digitale del Trier Center for Digital Humanities (Wörterbuchnetz).

[40]Dell'inno si citano soltanto i due versi d'apertura. Il resto ha una materia propria, che qui non entra: seguirla farebbe apparire di Hölderlin un accostamento che è soltanto mio.

Pubblicato il 30 settembre 2026

Giuseppe Massimiliano Salamone

Giuseppe Massimiliano Salamone / Passo il tempo presso domus.LAB INTERIOR & DESIGN