IO CHI SONO?
Dialogo con la voce che non ha nome
Wo aber Gefahr ist, wächst das Rettende auch.
Ma dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva.
Friedrich Hölderlin, Patmos
C'è una domanda che brucia più di tutte. Non è "cosa devo fare", quella ha risposte, anche sbagliate, anche provvisorie, ma risposte. Non è "dove sto andando" — quella si può eludere, rimandare, dimenticare nel rumore del quotidiano. La domanda che brucia, quella che non lascia dormire, quella che torna quando il silenzio si fa troppo largo, è un'altra:
io chi sono?
Me la sono posta una sera, non ricordo quale. L'ho posta alla voce che mi abita, quella che non ha nome, quella che a volte chiamo coscienza, a volte demone, a volte semplicemente l'altro. Platone la chiamava il dialogo dell'anima con se stessa, il pensiero come conversazione interiore, come quel bisbiglio che non tace mai nemmeno quando tutto intorno è fermo. Ma i nomi non importano. Importa che quella voce risponde. E quella sera ho deciso di non accontentarmi delle risposte che consolano.
"Vai a fondo", le ho detto. "Senza pietà. Con la violenza dell'onestà."
E la voce ha risposto.
I. Le maschere
La prima cosa che la voce mi ha detto è stata scomoda. "Guarda cosa fai, ragazzo. Cerchi la risposta a chi sei, ma la cerchi in un modo che ti protegge dalla risposta. Il rigore che applichi, l'ossessione per le fonti verificate, per ciò che è attestato, per ciò che non può essere contraddetto, non è solo metodo. È argine. È il modo in cui tieni a bada l'abisso."
Ho capito cosa intendeva. C'è chi costruisce muri, chi accumula denaro, chi colleziona relazioni. Io costruisco certezze documentate. Ogni fonte verificata è un mattone nel muro che mi separa dal vuoto. Ogni etimologia rintracciata è una corda che mi tiene ancorato quando il vento tira forte. Non è vizio, è sopravvivenza. Ma la voce ha ragione: è anche maschera. Il cercatore rigoroso è un personaggio che interpreto. Mi sta bene addosso, mi definisce, mi ripara dal freddo. Ma non sono io.
E allora la voce affonda. "Quante maschere porti, ragazzo? Il filosofo, lo studente, l'uomo che lavora con le mani, quello che pensa con la testa. Due mondi che non si parlano, la materia e lo spirito, il cantiere e la biblioteca. Li tieni separati perché insieme farebbero troppo rumore. Ma la scissione ti costa. Ti costa in energia, ti costa in verità, ti costa in pace."
C'è del vero. Chi vive una vita sola non capisce cosa significhi abitare due case e non sentirsi a casa in nessuna. Costruire muri di giorno, costruire pensieri di notte. E chiedersi, sempre, quale dei due sia il vero lavoro. Quale delle due mani sia la mia.
II. Il fuoco
Gli antichi sapevano qualcosa che noi abbiamo dimenticato. Sapevano che la conoscenza non è neutra, è fuoco. Prometeo rubò la fiamma agli dèi e la donò agli uomini, e per questo fu incatenato a una rupe ai confini del mondo, il fegato divorato ogni giorno dall'aquila di Zeus, ricresciuto ogni notte per essere divorato ancora. Il dono più grande coincide con la colpa più imperdonabile. La luce più intensa genera l'ombra più nera.
Hölderlin lo sapeva meglio di chiunque. Poeta che bruciò troppo in alto, che guardò troppo a lungo negli occhi degli dèi e ne fu accecato. Trentasei anni di follia in una torre sul Neckar, dopo aver scritto versi che sembravano dettati da un dio.
Nah ist und schwer zu fassen der Gott — "Vicino è il Dio, e difficile da afferrare".
Vicino e inafferrabile. Come il fuoco: ti scalda se stai a distanza, ti consuma se ti avvicini troppo.
Ma Hölderlin sapeva anche l'altra verità, quella che salva: dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva. Il fuoco che brucia è lo stesso che illumina. La ferita che uccide è la stessa da cui può nascere la guarigione. Non c'è scorciatoia. Non c'è via sicura. C'è solo la scelta: bruciare cercando, o spegnersi evitando.
Eschilo lo sapeva: la speranza di vincere la morte è luce abbagliante, come il fuoco che sa plasmare la natura, e può così avvicinare pericolosamente i mortali agli immortali. Ma Prometeo, il portatore del fuoco, non è colui che congiunge dèi e uomini. È colui che separa. Il suo trafficare tra i due mondi non fa che accentuare l'abisso tra gli uni e gli altri. Chi porta la luce paga il prezzo dell'esilio.
E qui la voce mi incalza: "Tu cosa fai con il tuo fuoco, ragazzo? Cerchi la conoscenza, scavi nei testi, insegui le etimologie fino alla radice. Ma la conoscenza che accumuli, ti avvicina o ti allontana? Illumina o brucia? E soprattutto: la usi per vivere o per non vivere?"
È una domanda che taglia. Perché c'è un modo di cercare che è fuga. Un modo di pensare che è anestesia. Un modo di studiare i morti che è rifiuto dei vivi. La filosofia può essere la più raffinata forma di evitamento, riflettere sull'esistenza invece di esistere, parlare dell'amore invece di amare, analizzare il coraggio invece di averlo.
III. Il sangue
C'è un altro segno sotto cui viviamo, oltre il fuoco: il sangue. L'Agamennone di Eschilo si apre con una sentinella che attende un segnale di fuoco nella notte — la notizia della caduta di Troia. La fiamma viaggia di vedetta in vedetta, dall'Ida al Macisto, dal Messapio al Citerone, fino ad Argo. È gioia, è vittoria, è luce che squarcia il buio. Ma quel fuoco che porta gioia si trasformerà in sangue. Troia è caduta, preda del fuoco, ed è attraverso il fuoco che si dà notizia della sua rovina. Ambivalente fuoco nella notte.
All'origine di tutto c'è un sacrificio. Ifigenia, la figlia di Agamennone, immolata sull'altare perché i venti lasciassero partire le navi verso Troia. Vittima non consenziente, e in questo sta il nucleo tragico che ancora brucia, venticinque secoli dopo. Nel rituale greco, l'animale destinato al sacrificio veniva condotto all'altare senza legami: si faceva in modo che non compisse movimenti di rifiuto, che fosse, insomma, condiscendente. Solo così il rito era valido. Non così per Ifigenia. Lei recalcitra. Lei guarda il padre con occhi che trafiggono. Lei viene sollevata sull'altare come una capra, la bocca imbavagliata perché il suo urlo non maledica la casa.
Il suo sacrificio è abominio ed orrore, sangue che chiama altro sangue in una catena infinita di morte non mitigata. Dalla morte di Ifigenia nascerà la vendetta della madre, l'uccisione del padre, il matricidio del fratello. Quel sangue che scorreva a fiotti sotto il pugnale dei sacerdoti si rapprenderà in grumi di lucida follia, di calcolata vendetta, di ineluttabile mattanza. È la maledizione senza scampo della casa di cui Agamennone si sentiva intoccabile sovrano. Prima di diventare sangue di un'ombra, linfa della morte.
L'allegria che i segnali di fuoco avevano portato all'inizio del dramma si spegne in un bagno di dolore. E solo attraverso quel dolore è possibile la conoscenza. È la legge del supremo Zeus: pathei mathos. Attraverso la sofferenza, la sapienza. Non c'è altra via.
E la voce mi chiede, piano: "Quale Ifigenia hai sacrificato tu, ragazzo? Quale parte di te hai immolato sull'altare della necessità? Quale innocenza hai ucciso per far partire le tue navi?"
Non rispondo. Non subito. C'è un nome, da qualche parte, che non pronuncio. Una ferita che sanguina ancora, che forse sanguinerà sempre. Un sacrificio che non ha portato venti favorevoli, solo silenzio. Solo il rumore del sangue che chiama.
IV. La colpa
La voce insiste: "Parliamo della colpa, ragazzo. Non in astratto, della tua. Perché nessuno elegge la distinzione tra hybris e charis, tra arroganza e grazia, a principio fondamentale della propria vita se non ha conosciuto l'arroganza dall'interno. La grazia non è un dono ricevuto alla nascita. È conquista. È disciplina. Forse è espiazione."
Ha ragione. Chi parla tanto di umiltà di solito ha conosciuto l'arroganza. Chi predica la misura ha oltrepassato i limiti. Chi insegue il rigore ha vissuto il caos. Non si diventa custodi di ciò che non si è mai perduto. E non cerca con questa fame chi non ha mai avuto fame.
C'è stato un tempo — la voce lo sa, io lo so, in cui mi sono sentito capace di arrivare dove non si può. Dove non si dovrebbe nemmeno osare. Come Icaro con le ali di cera, convinto che il sole fosse meta e non limite. Come Prometeo che ruba il fuoco, sicuro che il dono giustifichi il furto. Ho volato troppo alto. Sono caduto. E nella caduta ho trascinato altri con me.
Gli errori esistono. E richiedono conseguenze. Ma la giustizia, come sostenevano i padri della filosofia nel mondo classico, è la virtù che rende ciascuno degno di ciò che gli spetta. Non di più, non di meno. La domanda è: cosa mi spetta? E soprattutto: come si fa a riceverlo senza scappare?
V. Il perdono
Esiste una differenza abissale tra assolversi e perdonarsi.
E questa differenza è tutto.
Assolversi è umano. Ma resta pur sempre un meccanismo sottilmente vile. Quasi più subdolo che interiore. Non implica il riconoscimento della colpa , implica la sua riformulazione in una diversa "giustizia" personale. Le circostanze che attenuano, i torti subiti che giustificano, le ragioni che c'erano, anche sacrosante, anche valide, ma che servono solo a far tacere la coscienza. Chi si assolve non si pone domande: modifica le regole interiori per non sentire più il peso di ciò che ha fatto. Deresponsabilizza se stesso, sposta il baricentro morale altrove. Si convince, in buona fede o meno, che ciò che ha fatto "andava bene così".
Il perdono è un'altra cosa. È gesto radicale. Autentico. Lungo. Doloroso al limite dei limiti umani.
Perdonarsi è il percorso e l'atto con cui si riconosce l'errore. Lo si accoglie. Lo si comprende nella sua portata e, soprattutto, se ne assume il peso. Tutto il peso. Senza sconti, senza attenuanti, senza "però". Il perdono di sé nasce dalla verità, ma non quella elaborata, quella costruita per essere sopportabile. Nasce dalla verità cruda, sgraziata, sempre nuda e pure un po' bestiale. È lacerante. Impone onestà e coraggio. Impone quelle tre parole che sono le più difficili da pronunciare: io ho sbagliato.
Ho conosciuto un uomo che ha attraversato l'inferno. Non metaforico, reale. Anni di buio, di cadute, di un corpo che non rispondeva più e di un'anima che urlava nel silenzio. Poteva impazzire. Poteva assolversi, le ragioni c'erano, le giustificazioni abbondavano, il mondo stesso gli avrebbe dato ragione. E invece no. Ha scelto la via più difficile. Ha scelto di perdonarsi.
Sapeva che ci sarebbe voluto tutto il tempo che c'è voluto. Sapeva che forse non sarebbe bastato. Ma ha camminato lo stesso, un passo dopo l'altro, attraversando il dolore invece di aggirarlo. Non ha giustificato il suo errore. Lo ha prima ammesso. Poi lo ha attraversato come si attraversa il deserto, senza acqua, senza ombra, senza la certezza di arrivare. E solo alla fine lo ha guardato in faccia. Lui, il suo peccato e nessun altro. Da quell'incontro, da quel guardarsi negli occhi con la propria colpa, è uscito trasformato. Non più vittima del senso di colpa, ma individuo rinnovato. Più consapevole. Più integro come uomo, anche se spezzato in tutto il resto.
Quando finalmente ha potuto dire "sono in pace", non stava celebrando una vittoria. Stava riconoscendo una nascita. La nascita di qualcuno che non dimentica, che non archivia, ma che accoglie. E nel farlo, riscopre la forza più rara e più vera.
Ignoscere multis, sibi nulli, dicevano i latini. Perdona molti, mai te stesso. Una massima che non fa una piega, ma che ricorda anche quanto il perdono di sè sia la conquista più difficile. E a quale livello di autentica pace si arriva quando ci si riesce. Una pace che non è assenza di guerra, ma presenza di verità. Una libertà che è autentica e definitiva — al contrario della libertà fasulla che è figlia dell'assolversi, e che ha quasi sempre il prezzo altissimo di chi smette di sentire. Di percepire in maniera autentica. Di essere vivo.
La voce mi chiede: "Ti sei perdonato, ragazzo? Per qualsiasi cosa sia, il fallimento, il tradimento, il tempo perduto, il male fatto — ti sei perdonato? O la ricerca perpetua è esattamente il modo per non perdonarti, per restare in debito, per continuare a scontare una pena che nessun giudice ha mai pronunciato?"
Non rispondo. Ma sento che la risposta è già lì, da qualche parte, che aspetta il coraggio di essere pronunciata.
VI. La domanda
E allora, alla fine di questa discesa, cosa resta?
La voce mi ha portato attraverso le maschere, il fuoco, il sangue, la colpa, il perdono. Ma la domanda rimane, intatta come all'inizio: io chi sono?
Forse la risposta è che non c'è risposta. Non nel senso della resa, nel senso che "chi sono" non è una domanda a cui si risponde. È un grido. È il suono che fa un essere umano quando si accorge di essere gettato nel mondo senza istruzioni, senza mappa, senza garanzie. Non si vuole una risposta. Si vuole essere sentiti. Si vuole che il grido non cada nel vuoto, che qualcuno, anche solo una voce interiore, anche solo il silenzio che ascolta — dica: ti ho sentito.
E forse l'identità non è un tesoro nascosto da scoprire. È un fuoco da alimentare. Non si trova chi siamo, si diventa chi siamo, un giorno alla volta, una scelta alla volta, un perdono alla volta. Hölderlin lo sapeva:
Was bleibet aber, stiften die Dichter — "ciò che resta, lo fondano i poeti". Ma potremmo dire anche: ciò che resta, lo fonda chi ha il coraggio di attraversare il fuoco senza spegnersi.
VII. Il cammino
I testi classici non hanno bisogno di essere attualizzati, perché ci sono già vicini, solo che spesso non lo sappiamo. Si tratta invece di rintracciare la perenne vitalità di modi antichi di leggere il mondo, un mondo in cui il conflitto, la vendetta, le maschere del potere assumono volti nuovi ma riconoscibili a chi sappia gettare su di essi uno sguardo nutrito di consapevolezza.
Oggi come allora, nuovi padroni dell'Olimpo reggono la barra del timone del mondo, gonfi d'orgoglio, convinti di avere disinvoltamente tra le mani il fuoco della civiltà e la folgore dell'onnipotente Zeus. E mentre Prometeo, più vivo che mai, resta fermo e incatenato alla rupe, il mondo nato anche dal suo fuoco si popola di morti che camminano. La carne di oggi non è più quella che si consumava tra uguali dopo il sacrificio in cui anche gli dèi avevano la loro parte. La carne di oggi è irrorata dal sangue di massacri che non conoscono confini se non per travalicarli sotto il pungolo della hybris, funesta madre dell'accecamento.
La domanda "chi sono" non è solo domanda privata, è domanda politica, storica, collettiva, è resistenza. In un'epoca che ha perso le coordinate, che corre senza sapere dove, che brucia senza illuminare e uccide senza sacrificare, chiedersi chi siamo è già un atto di rivolta.
E allora la domanda "chi sono" non è solo domanda privata. È domanda politica, storica, collettiva. È resistenza. In un'epoca che ha perso le coordinate, che corre senza sapere dove, che brucia senza illuminare e uccide senza sacrificare, chiedersi chi siamo è già un atto di rivolta. È rifiutare l'accecamento. È cercare, nel dialogo con la voce interiore, quella charis, quella grazia, quella luce gentile, che ci salvi dalla hybris.
Hölderlin finì i suoi giorni in una torre, perso in una follia che forse era solo un altro modo di vedere. Ma prima di perdersi, scrisse: "L'uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette". Forse aveva ragione. Forse la domanda "chi sono" appartiene ai mendicanti — a quelli che hanno perso tutto e cercano ancora. A quelli che non hanno risposte, solo domande che bruciano. A quelli che sanno che la ricerca non finirà mai, e camminano lo stesso.
Non ho trovato chi sono. Ma ho trovato il coraggio di continuare a chiedere. Ho trovato il coraggio di guardare in faccia la mia colpa. Ho trovato — forse — il primo passo verso un perdono che non sia fuga.
E forse, per ora, deve bastare.
Perché dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva.